COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

Ancora più paesologico e comunitario……….

 

 

 

 

L’esperienza  di  franco  del “ nord di pianura”  e le sue considerazioni  emozionali  hanno bisogno di essere  meditate e discusse  non per gusto  agonistico o per esercizio sofistico  ma  per  l’importanza che rivestono nella nostra possibile e difficile   esperienza comunitaria  nei  piccoli paesi  di tutte  le realtà periferiche ed  appenniniche dell’Italia. ”La paesologia “ ha  il merito  di sgomberare il campo dagli equivoci malevoli , pretestuosi e modernisti  per  il pericolo di  un comunitarismo e territorialismo  a rischio identitario e xenofobo .Esso  punta  costitutivamente ad una soggettività –plurale consapevole ed attiva  e non “una specie di moda elitaria per i cittadini meno granitici, un modo per assicurare alle loro coscienze una parte di assoluzione”. Non è la nuova ideologia  per “spaesati” ,”terremotati” ,abbandonati  e stressati di vario tipo  dal postfordismo  e  dalla globalizzazione neo liberista e speculativa  che nelle zone interne e nelle periferie metropolitane  ha spazzato via anche il  possibile mito   industrialista  o sogno modernizzatore  superficiale e consumistico  delle coscienze. Nelle  vene e nel corpo vivo   della società  si vive un senso di spaesamento  depressivo (autismo corale e/o individuale) dettato da  un cambiamento antropologico di una  società  che non  vede  pur con mezzi scarsi , fini certi: lavoro a vita e non precarietà ,possibilità di benessere,scolarizzazione  per i figli più acculturati dei padri  ecc.

 Oggi pur con maggiori ed abbondanti mezzi , i fini diventano sempre più incerti e dilatati nel tempo. Anche se  all’apparenza si può  percepire e pensare   “… alle certezze che la vita di pianura offre a chi la conduce”. Oggi la globalizzazione ci impone   teoreticamente ossimori come “reti corte” e “pensieri lunghi “ o “reti lunghe ” e “pensieri  brevi”. “ Ora comprendo meglio la calma e la silenziosa operosità di questi luoghi. Qui non c’è mai lo squarcio, da qui si può arrivare ovunque e ritornare in fretta. Si può programmare il giorno suddividendolo in decine di cose da fare in luoghi differenti e si può fare la strada al contrario quasi senza intoppi”. Vivere  al Nord  può dare queste  impressioni  o suggestioni  ma esiste  un sottofondo carsico e depressivo chimicamente sedato , tutto prepolitico,segno di uno spaesamento antropologico   in una sorta di  distacco e di apatia che la Lega ha saputo  trasformare in energia propulsiva per macinare consenso elettorale. Noi stiamo cercando di ragionare in modo completamente diverso e  originale e non regressivo  sulle due parole chiave  del nuovo discorso politico: comunità e territorio. Il territorio non è solo lo spazio del conflitto e delle scelte politiche che afffrontano anche  i grandi nodi della modernità globale e locale  ( trasformazione dei lavori,nuova immigrazione ,fabbrica diffusa , fonti energetiche naturali  quali acqua,aria, terra  e sole ).La dissolvenza  delle comunità originarie o contadine  o dei nativi  in comunità del rancore ,della diffidenza o del rinserramento o quella falsamente identitaria  si costruiscono  nell’esclusione dell’altro da sé. Io parlerei  fuori dagli equivoci  della possibilità di una costruzione delle “comunità di cura” .Ma non basta  l’esercizio della solidarietà  nel  disfacimento di un welfare mai  realizzato per intero. Fuori dai fraintendimenti possibili io propenderei per   una comunità  operosa dei cittadini attivi ,consapevoli,liberi e reponsabili che operano per  la inclusione e per  la difesa dei diritti fondamentali della persona ,tra cui includerei anche il diritto alla cura , alla salute alla terra, all’acqua , all’aria e al sole   .Dovremmo con più lungimiranza  lavorare  per una convergenza  tra comunità operosa e comunità di cura  come antitodo per ridurre la sindrome  da comunità del rancore. A partire  dalla natura plurale e  conflittuale del territorio, per non cadere nel pericolo del  populismo xenofobo  dell’  “ognuno padrone a casa sua”  dobbiamo pensare ad una politica del fare “nuova società e nuova cultura”. Paesologia e comunitarismo insomma  .Esprimere  un pensiero di tipo e respiro  strategico  sulla terra nel mondo  da salvaguardare e da vivere profondamente  oltre allo starci ed abitarlo. La paesologia è anche la presunzione e la capacità di sentire “  la percezione delle distanze”  ma sopratutto  la forza di superare  la “difficoltà a trovare il tono giusto per parlare a questi ragazzi  ( urbanizzati e alfabetizzati)di luoghi come l’Irpinia d’oriente, come l’altura, l’Appennino, la dorsale impervia e franosa che vivo  e che mi attraversa da anni, da quando sono nato”. Noi sappiamo che costa fatica  vivere  giorno dopo giorno “ il posto per la crepa, la spaccatura” e che non  rifiutiamo per snobismo intellettualistico e neoaristocratico  la città  dove “ non c’è lo spazio per la bruttura improvvisa, per il degrado, per lo sfregio”. Non ci convince e non ci basta  più parlare “di urbanocentrismo, di policentrismo…del  concetto di centro e di periferia del centro” di Nord-Sud. E le nostre esperienze  comunitarie e paesologiche  non sono “ visioni”, ma consapevolezze  conoscitive faticose  non solo per pensare  ma per vivere  “i piccoli paesi” in un rapporto esistenziale  quotidiano alla riscoperta  della “grande vita “ che si nasconde tra le pieghe delle brutture,le crepe , le frane  di una modernità senza anima  e di uno sviluppo senza progresso. Forse  un giorno ognuno di noi si sentirà  orgoglioso e rivoluzionario  di essere  vissuto   dagli ” urbanizzati  per costrizione, per scelta o  necessità”…..  “una specie di indiano di una riserva, il buon selvaggio esposto alla curiosità dei cittadini civilizzati, una tigre del bengala costretta a stare nello zoo di Vienna. Insomma qualcosa di esotico”. E allora  fuori dai dubbi,reticenze  e paure ….” la paesologia “ non sarà percepita  come “ una scienza esotica, una specie di moda elitaria per i cittadini meno granitici, un modo per assicurare alle loro coscienze una parte di assoluzione. Come dire: vedo, conosco altri luoghi nei quali mai andrei a vivere e questo mi rende migliore. Solo questo”  E allora la nostra “coscienza infelice”  di  sentirsi  “….franosi, instabili, in bilico”  diventerà  un modo e una possibilità  di  rappresentare  un dubbio o un sospetto per la loro   “coscienza sedata”  che il  “ loro ordine interiore che traspare nel linguaggio, forbitissimo e accorto, nelle osservazioni, nella postura” potrebbe essere la loro condanna ad una inconsapevole  non libertà  e che la loro vita  ha perso di spessore,autenticità e di anima insomma.

mauro orlando

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Written by Mercuzio

22 maggio 2010 a 3:09 pm

Pubblicato su AUTORI

3 Risposte

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  1. ciao mauro, intravedendo i villini di desenzano mi sei venuto in mente.rientro stasera dalle nobilissime città di milano-verona-firenze e m’è venuto per ognuna di queste città una forma diversa di sconforto, se il valore civile è diventato il danaro (con il quale tutte le merci puoi comprare) da quelle parti sono molto avanti.
    La città è diventata il regno di un mercimonio barbaro e questo disgusta . ho ancora nei miei occhi i metrò milanesi liberi da elettrodomesici da dribblare e a ponte vecchio potevi ancora camminare senza incappare su tappeti di roba venduta da africani allo sbaraglio.
    la lega queste cose le ha viste, la sinistra ha fatto finta che il problema non ci fosse.si sono imbrodati in un buonismo pretesco ed è li che se ne stanno acquattati come gufi

    lucrezia ricciardi

    23 maggio 2010 at 10:14 pm

  2. sono profondamente d’accordo con Lucrezia e con la sua visione. il problema è convincere i sostenitori della centralità della città, è sganciarli dalle loro convinzioni, è portarli a guardare oltre e fuori. questo è il vero problema.
    grazie mauro e grazie lucrezia, quando leggo queste riflessioni mi rincuoro immediatamente, e non mi sento più così sola.
    e.

    eldarin

    24 maggio 2010 at 6:49 pm

  3. p.s. solo un appunto sugli africani. a me ponte vecchio con loro pare più vivo. senza sarebbe un luogo del tutto morto, un museo, l’ennesimo. almeno io la vedo così…

    eldarin

    24 maggio 2010 at 6:51 pm


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