COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

VERSO CAIRANO 7X2010

A PROPOSITO  DI MIGRAZIONI E MEMORIE. “MONDIALI AL CONTRARIO.” SUDAFRICA ITALIA – INCONTRO CON ABAHLALI BASEMJONDOLO


di Michele Citoni

Dieci giorni fa ho potuto riabbracciare Salvatore D’Angelo. Questa volta non ci siamo incontrati nella Terra di mezzo ma a Castel Volturno, molto più vicino alla sua Succivo. Salvatore è venuto alla Casa del bambino, sulla via Domiziana, per partecipare alla prima tappa di un viaggio/campagna organizzato da quella che è stata definita “una bella compagnia di sfigati” e della quale mi onoro di appartenere, composta oltre che da me da due padri comboniani, un ricercatore sociale e la redazione del settimanale “Carta”.

La campagna si chiama “Mondiali al contrario”: si tratta in poche parole di un tour (finanziato racimolando donazioni e vendendo dvd e magliette) che, a poche settimane dai mondiali di calcio in Sudafrica, ha portato in Italia tre attivisti del movimento sudafricano Abahlali baseMjondolo (“quelli che vivono nelle baracche”, in lingua zulu). La delegazione, composta da due uomini e una donna, sta girando l’Italia incontrando associazioni, comitati, centri sociali, una parrocchia, e tante comunità di immigrati senza diritti come a Castel Volturno, a Rosarno (RC) e a Roma, per raccontare l’altra faccia dei Mondiali di calcio, ovvero il Sudafrica dei poveri, e conoscere le lotte sociali che si verificano qui.

Piuttosto zigzaganti, direte voi, i miei percorsi di romano che guarda all’Irpinia e al Sudafrica. Ma io voglio proporvi dei nessi, come contributo personale, pur se a prima vista un po’ laterale, alla definizione dello sguardo della Comunità provvisoria, che so essere ampio (e per ciò stesso “anti-paesanologico”).

Con i mondiali di calcio del 2010 il paese di Nelson Mandela si appresta a mostrare al mondo una faccia glamour e scintillante: quella degli stadi nuovi di zecca costati miliardi, delle strade ripulite dalla fastidiosa attività degli ambulanti, dei percorsi turistici liberati dalla vista di impresentabili distese di baracche. A noi di “Mondiali al contrario” interessa volgere lo sguardo altrove, proprio verso quei baraccati a cui i trasferimenti forzati riservano destinazioni ancora più remote e disagiate, e in generale verso tutti i sudafricani marginalizzati dallo “sviluppo” e a cui l’economia del grande evento calcistico impone nuove discriminazioni.

Guardando in quella direzione, dietro la cortina del mito della “nazione arcobaleno”, si scopre il paese più ineguale al mondo. Dietro la presunta “oggettività” dei processi economici e sociali del Sudafrica globalizzato, si scorgono le scelte soggettive del governo e gli interessi materiali della nuova classe dirigente. Ma dietro il monumento di retorica eretto dai media alla leadership di quel movimento di liberazione dei neri che, fattosi Stato, tradisce i principi della propria stessa lotta, troviamo, negli attivisti di Abahlali baseMjondolo, un’altra società che cerca in autonomia le vie del proprio riscatto, pratica un’idea radicale di democrazia, inventa una nuova politica, “ipolitiki ephilayo”, “la politica della vita”. Il movimento dei baraccati è nato nel 2005, è giovane ma in fortissima espansione in tutto il paese e porta avanti in modo nonviolento, democratico, autocentrato la lotta dei poveri per dignità, diritti, casa e servizi. Secondo il Times, Abahlali “ha scosso il panorama politico sudafricano”; altri accostano questo movimento agli zapatisti del Chiapas messicano per la comune critica del potere e le analoghe pratiche democratiche-partecipative.

La differenza tra il nostro nord affluente e il loro sud impoverito per certi aspetti è abissale, ma non va sottolineata oltre il giusto. In preparazione della campagna ho curato l’edizione italiana di un documentario, Breyani and the Councillors. Nel video, di fronte alla povertà degli insediamenti informali in cui la pressante richiesta rivolta al governo è di risarcire – come promesso nel ’94 dall’African national congress – una secolare espropriazione coloniale, razziale e di classe, i politici invece di dare case, lavoro, servizi di base periodicamente distribuiscono “breyani”, un cibo indiano. Il popolo reclama dignità e riceve un pezzo di pane. E quando alza la voce, esercitando i suoi diritti politici conquistati a caro prezzo, viene represso con la violenza. Così come con brutalità le baracche e le poche suppellettili di chi le abita vengono distrutte, spesso senza preavviso, per un trasferimento forzato verso nuovi insediamenti, magari a una distanza dalla città tale che i trasporti si mangiano tutto il magro guadagno di un giornata di lavoro.

Ora, non vi risuona qualcosa, di fronte a questo esercizio congiunto di assistenzialismo e repressione? Se ne parlava giusto nella tappa aquilana del tour, dove gli attivisti del comitato 3e32 raccontavano ai tre sudafricani di una politica post-sisma che ha avuto come linea guida lo sradicamento di decine di migliaia di persone private di ogni autonomia, come nerbo la negazione della libertà di associazione e di critica nelle tendopoli e durante il G8, e come simbolo il televisore al plasma del piano C.a.s.e..

Thembani Jerome Ngongoma sostiene che i membri del governo sudafricano «dovrebbero frequentare l’Università di Abahlali baseMjondolo», un organismo di autoeducazione popolare fondato dal movimento, per imparare dal modello di democrazia partecipata applicato da Abahlali nella vita quotidiana degli insediamenti informali. Penso che dovrebbero frequentare quei corsi anche i nostri politici, e noi stessi. «Abbiamo perso troppo tempo – dice Thembani – a delegare qualcuno per ottenere ciò che ci spetta. I poveri devono poter decidere sulla loro vita perché sono i più esperti in materia. È ora di riprenderci lo spazio lasciato ai partiti: se continuiamo a prendere il cibo dalle mani del governo siamo finiti, perché lo stile breyani produce una mentalità da mendicante». Va bene, siamo lontani, e sì, loro sono materialmente molto più poveri, ma non vi colpisce quanto sia netta e chiara la loro percezione (forse per noi non lo è altrettanto perché abbiamo ancora molto da perdere) del fatto che la politica del ‘900 è finita, non perché siano meno forti le sue ragioni ma perché viene meno il senso dei suoi istituti e lo spazio del suo esercizio? che la rappresentanza è morta e che occorre fondare un nuovo patto per rigenerare la democrazia svuotata dai formalismi, dalla religione neoliberista, dal primato della finanza sulla politica, da quel capitalismo dei disastri (“shock economy”) e dei grandi eventi che istituisce l’emergenza come forma ordinaria di governo?

Scrivo durante una bellissima tappa di questo “Grand Tour” fatto a modo nostro, che tocca luoghi e soggetti italiani della resistenza e del dissenso: sono in Val di Susa, dove i “montanari” dei presidi No Tav di Sant’Antonino e di Borgone, tra rustiche portate di frittate, salumi, formaggi, pane fatto in casa e ogni ben di dio hanno raccontato le proprie storie a Thembani, Busisiwe, Philani e ascoltato le loro fino a notte. Leggo che Franco si è commosso sentendo i ragazzi intonare “Bella ciao” per le strade di Bisaccia. Io mi sono addirittura esaltato quando sotto un tendone tra le montagne piemontesi un ventisettenne volato fin qui da Durban, Sudafrica, un baraccato, pluricarcerato per motivi politici (cercate “Philani Zungu” su Wikipedia e i suoi articoli), si è alzato in piedi chiedendo – in italiano! – di cantare tutti insieme “Bella ciao”…

Il resto ve lo racconto a Cairano, durante i mondiali.

Annunci

Written by soter54

28 maggio 2010 a 1:19 pm

Pubblicato su AUTORI

6 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Che grande sollievo, che grande gioia sapere di questi “movimenti rivoluzionari” in giro per questo mondo che non ci piace. Grazie. Forse non sono riusciti ad annientarci, forse il lavoro di tanti anni, che all’apparenza sembra stato inutile, ha lasciato un solco. Un abbraccio. Edda

    Edda Canali

    29 maggio 2010 at 9:29 am

  2. Caro Michele, non sei solo un ottimo documentarista, ma anche un bravissimo giornalista della parola.Il tuo post mi ispira queste considerazioni :

    Nel 1946 i sei episodi del film PAISA’ di Rossellini sviluppano il viaggio da Sud verso Nord (dalla Sicilia a Porto Tolle) delle truppe americane; un pretesto per rivelare e mostrare la drammatica realtà di miseria e distruzione (con protagonisti sostanzialmente i poveri); nel 1950 ne IL CAMMINO DELLA SPERANZA di Pietro Germi, c’è ancora il “viaggio da Sud verso Nord”: stavolta una comunità di zolfatari siciliani che attraversa l’Italia intera, in una sequela di vicende drammatiche che ci mostrano “lo stato dell’arte” dei poveri e del nostro Paese in quegli anni, fino a che riescono a varcare “clandestinamente” il confino francese, grazie alla “pietà” delle guardie di frontiera di quel paese, che chiudono gli occhi e li lasciano passare . Nel 1990, con PUMMARO’ , film d’esordio di Michele Placido alla regia, altro viaggio “da Sud verso Nord”, questa volta del giovane ingegnere ghanese Kwaku che, sbarcato clandestinamente da un mercantile nel porto di Napoli, finisce prima nelle campagne di Villa Literno, nell’inferno del neoschiavismo della raccolta dei pomodori ( così come avevano fatto gli zolfatari del film di Germi in Emilia, finiti a fare i “crumiri” nelle campagne sconvolte dalle lotte bracciantili ); tra condizioni di vita inenarrabili e agguati camorristici,Kwaku – che s’è adattato a fare i lavori più umili e che cerca di lottare per salvaguardare la dignità sua e dei suoi compagni d’inferno – sale poi a Roma , dove scopre che fine fanno molte sue connazionali, sfruttate bestialmente sulle strade, e su su a Verona, dove l’ impossibile storia d’amore con la maestra Eleonora naufraga a causa del razzismo e dei pregiiudizi sociali; e sempre in frustranti tentativi di lotta per la propria dignità di persona, fino a che il nostro eroe non muore in tragiche circostanze nella fredda e ricca Germania. Ora, nel 2010, tre “baraccati” sudafricani, sono impegnati, nella realtà di conoscenza stavolta, in un viaggio “da Sud Verso Nord”: Rosarno, Castelvolturno, Roma, L’Aquila, Pisa, Verona, Torino, Val Di Susa, alla scoperta non del “paradiso” ma di una realtà dei paesi ricchi che destina ai poveri sempre gli stessi immutabili inferni di dolore e sfruttamento: cambia solo la nazionalità, l’etnìa dei soggetti, ma i metodi sono sempre gli stessi. Anzi, rispetto al 1946 e agli anni cinquanta, quando allora almeno c’era la “speranza” per un dopoguerra migliore e c’era un movimento sindacale e politico di lotte a sostegno dei poveri e per migliori condizioni di vita, ora esso è infinitamente più debole e frammentato. Infatti le condizioni di vita dei poveri, a prescindere da etnìa e nazionalità, sono duramente precipitate all’indietro, senza nemmeno i diritti faticosamente conquistati negli anni passati. Il Sud – tutti i Sud – si fa sempre più Sud , qui come altrove. Come avranno modo di constatare i nostri tre amici sudafricani provenienti dalle baracche di Durban. Anzi, rispetto alla loro “speranza” e gioia di vivere comunque non ostante le loro condizioni materiali, constateranno, se avranno l’occhio attento, di trovarsi davanti a italiani sempre più cinici e disillusi, immemori del loro passato di “povertà e di emigrazione”, sempre più “sazi e disperati” (parole di papa Wojtyla). Ma attenzione, alla fine, oltre a essere considerati semplici “sfigati”, probabilmente saranno anche bollati del marchio di “infamia ideologica”… O tempora! O mores!

    PS A Laura Ruberto e a quelli del laboratorio dedicato ai migranti, consiglio di proiettarli questi tre film: tanto per farci una “ripassata” storica su chi e come eravamo e cosa siamo ora diventati.

    Salvatore D'Angelo

    31 maggio 2010 at 12:46 pm

  3. I titoli di testa de IL CAMMINO DELLA SPERANZA (1950) di Pietro Germi :

    Salvatore D'Angelo

    31 maggio 2010 at 4:40 pm

  4. Una sequenza dall’Episoldio 2 di Paisà (Napoli occupata):

    Salvatore D'Angelo

    31 maggio 2010 at 4:44 pm

  5. E qui :

    (Dopo Rossellini, una potenza espressiva così drammatica l’ho riscontrata solo in Anna Maria Ortese, nel racconto dei “Granili” de IL MARE NON BAGNA NAPOLI.

    Salvatore D'Angelo

    31 maggio 2010 at 4:56 pm

  6. L’articolo di Citoni ed i commenti che lo seguono mi fanno sperare che Cairano 7x sia l’inizio di un nuovo modo di vedere gli emigranti. Anche in Irpinia ci sono emigranti: molti, forse tutti, sono discriminati, maltrattati e sfruttati dalla gente locale. Se Cairano 7x servisse a convincere la gente a trattare gli emigranti “come vorremmo essere trattati noi” sarebbe il modo migliore per dire a Thembani, Busisiwe, Philani che il loro viaggio non e’ stato invano ed il migliore esempio che questo evento potrebbe dare all’Italia ed al mondo.

    Raffaele

    2 giugno 2010 at 6:47 am


I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: