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ancora “poesia e musica”

trascrivo la seconda parte della” lectio magistralis” in preparazione dell’incontro di mercoledì:

 

…….Nella cultura occidentale il suono-storia, la parola cantata si configura e si assesta immediatamente nella forma di “pezzo chiuso” che i lirici greci prima e i trovatori provenzali poi gli conferiscono. Pezzo chiuso vuol dire che un tema (d’amore o altro) è sviluppato in uno schema di versi e strofe ben preciso a seconda del genere e che la melodia segue i mutamenti dell’andamento letterario.Questa ”canso”,per dirla alla francese, non ha praticamente soluzioni di continuità, e si protrae fino ai giorni nostri. ’E altrimenti evidente che pur non scomparendo, si differenzi nel tempo in generi e muti aspetto nei secoli a seconda delle mode e del pensiero estetico dominante.

 

A questo punto si rendono indispensabili alcune considerazioni:

1) La storia (contenutistica e formale) della parola-canto è binaria : da una parte abbiamo la

tradizione popolare, incolta, non scritta, ruspante ; dall’altra quella colta, prima di corte ,poi

borghese, nonché liberal-intellettuale, che spesso coglierà a piene mani nel serbatoio popolare,

appropriandosi dei vari generi per “nobilitarli”grazie a musicisti e poeti di professione.

Il caso più eclatante è quello della “villanella”, specie di madrigale contadino, fresco e ingenuo

che trasportato alla corte di Napoli si espanderà poi in tutta l’Europa.La stessa sorte subiranno

gli “strambotti”,le “ballate” e soprattutto le “frottole”.

2) Altra questione scottante riguarda il rapporto parola-musica nell’economia del pezzo

chiuso.La parola, il testo letterario cioè, così privilegiato tra i Greci e ,come vedremo, tra i

trovatori, diventa per lungo tempo elemento secondario, a partire dalla polifonia sacra, per tutto

il medioevo sotto l’influsso di una corrente denominata “ars nova”.Saranno prima il Bembo e

successivamente Monteverdi stesso ,con la sua “Seconda pattica” a ridargli un ruolo di rilievo e

predominante.Essi capiranno cioè che il verso, assoggettato alla melodia , non può esprimere

tutta la forza ritmica che possiede e ancor peggio perde quella semantica. Il ritorno alla

monodia, sarà il passo fondamentale di questo rivolgimento.

In calce è bene notare che questa diatriba fu uno dei motivi, come vedremo ,della sempre più

accentuata separazione tra la parola, che diventerà poesia tout-court e la melodia che si

esprimerà da sola.

3)La separazione tra parola e musica che insieme avevano determinato l’unico genere lirico

possibile, non avviene in un momento unico e precisato ,né per un motivo solo. In tanto bisogna

dire che brani musicali senza supporto letterario ci sono sempre stati,a partire dai Romani che

usavano assoli di tibia, bucina, cornu nelle pantomime e nei mimi ; come pure sono sempre

esistiti versi destinati alla semplice declamazione (si pensi a Catullo e Orazio). Quel che

avvenne nel tempo e che determinò in gran parte la separazione dei generi fu proprio che la

parola senza musica risultò sempre più libera di manifestare concetti e sensazioni

.Nell’appropriarsi di una lingua unitaria, ricca di termini e figure retoriche (vedi

Dante,Convivio), il letterato capì che la significanza poetica senza musica aveva ormai altre

strade da percorrere.

Sintomatica ,sul tema, è la risposta data da un indiano “Omaha”sulla differenza tra poesia

naturale e poesia europea. “Beh,-disse- tirate le somme, vuol dire che gli Europei parlano anche

quando cantano,son ben strani però”,visto che per lui parola ,musica e danza erano

inscindibili. Il che fa il paio con la risposta di Montale alla stessa domanda: “La poesia non

ha bisogno di musica,perché ha già la sua musica in sé”.

Questa scissione, non totale si badi bene, dipende anche da una svariata sequela di motivi

pratici: molti poeti non sapevano o non volevano cantare, molti generi nuovi non erano affatto

riconducibili al canto (si pensi al poema cavalleresco, alla tragedia moderna di Alfieri,di

Manzoni, ai versi liberi e sciolti di Leopardi, dei poeti del novecento), ma il motivo

fondamentale fu proprio che da un certo punto in poi poesia detta e poesia cantata fu come se si

assegnassero piani comunicativi diversi ,si spartissero l’astratto e il concreto, agissero ormai con

mezzi diseguali a conseguire fini simili. Dal Rinascimento in poi, diciamo un po’ per

convenzione, il canto poetico fu più diretto, schematico, riassuntivo e fulminante : la poesia

scritta si assunse compiti più alti, risvolti concettuali e straripamenti stilistici che la presenza

della musica non poteva concederle.

La poesia lirica,la poesia dell’io, cantata o no che sia ,discende da quel progenitore comune che

è il trovatore provenzale.

L’ambito territoriale e spaziale su cui si muove questo intellettuale (XII e XIII secolo,

Linguadoca,Provenza,Francia in genere) stanno alla base delle motivazioni che lo spingono a

cogliere lo spirito e la “forma chiusa “ della lirica greca , per trasformarli in un inno sperticato

alla spiritualità femminile:la “canso”.

Si considerino le origini arabe di tale canzone ( era forte negli Arabi la devozione per la

spiritualità femminile),e nel contempo il fervore religioso che accomuna l’Europa per le lotte

contro gli eretici (Catari,Albigesi) nonchè le crociate in Terrasanta; si consideri il nuovo ruolo

che va ricoprendo la donna in una società feudale dove il re, il principe occupano il vertice di

una piramide materiale,pragmatica, mentre la “domina” al rovesciarsi della piramide stessa ne

signoreggia quello spirituale ; si considerino gli “juvenes” ovvero i cadetti senza terra né potere

,ma colti raffinati e portati alle arti ,alla poesia: tutto ciò e altro ancora condurrà i trovatori ad

un cantar diafano, puro , ad una ricerca ascetica nello specchio degli occhi e dell’anima di una

signora ,di una first lady ,così lontana dal materialismo del consorte (il jelous) e così vicina alla

ricerca d’infinita purezza del feignador,del predador ,del drutz, del poeta che aspetta, scruta,

ottiene un sorriso.

Lo stato di ebbrezza che la poetica provenzale ci ha trasmesso attraverso il fin amor ,l’amor

cortese è il Joy, punto di arrivo di un possesso tutto spirituale di un’immagine amata. I versi di

Bertrand de Born, Arnaut Daniel, Raimbaut d’Aurenga, Bernard de Ventadorn, sono rare trine

lessicali, equilibrismi dialettici,fuochi d’artificio formali che lasceranno il segno nella lirica a

venire : il loro concetto di attesa, vigilia, aspettativa e speranza sarà presente in gran parte del

Romanticismo.

In realtà forse non si comportarono così :Sappiamo che Guglielmo d’Aquitania se la faceva con

due signore alla volta e il Ventadorn fu più volte cacciato dai castelli perché scoperto sul fatto :

ma tant’è , a noi interessa che questo afflato ideale, vero o presunto che fosse abbia prodotto

versi (e melodie) simili.

Ce ne sarebbe già abbastanza ,ma ben altri sono i contributi che i trovatori hanno apportato alla

comunicazione poetica. Intanto, cogliendo come un’eredità la ripartizione tematica dei lirici

greci,l’introversione del dattilo e l’estroversione del giambo, ci hanno trasmesso i due grandi

filoni su cui si è mossa e si muove la lirica mondiale ,quello amoroso e quello civile. Accanto

infatti alla “canso” della donna idealizzata, nasce infatti il “sirventese”(canto del servo),

commento aspro ,riflessione arguta, opinione politica su tutto quel che succede nel mondo,là

fuori.: alla tenerezza dolce e dolciastra del corteggiamento ,alla tristezza per la perdita di un

bene amato (come in Saffo), i trovatori hanno saputo unire la passione e la rabbia ,la

costernazione e la gioia per le cose del mondo (come Archiloco) soggettivizzando e

oggettivizzando , un mondo nell’io e un io nel mondo.

Tutti gli argomenti della poesia a venire saranno o questi o corollari di questi così come tutte le

forme per esprimerli corrisponderanno al loro duplice modo di poetare ,il”trobar plan” e il

“trobar clou”. Il trobar plan altro non è che naturalismo, realismo ,descrizione chiara e lampante

,perfino ingenua dei sentimenti, mentre il trobar clou è antesignano dell’ermetismo, del buio del

novecento, della poesia che da Baudelaire in poi sopprime l’evanescenza dell’oggetto in sé e fa

dell’anima individuale il metro spesso assurdo e astruso della realtà.

Non si poteva, in un’epoca impregnata di divino, chiedere di più e di meglio, ma non si poteva

nemmeno tacere questo apporto, questo tramite con l’antico.

Per capire quanto la poesia moderna sia impregnata di dubbio e sconsolata solitudine, di squarci

infinitesimi di verità, di speranze percorse ,di speranze tradite dobbiamo aspettare Francesco

Petrarca. ‘E lui molto più di Dante,l’uomo nuovo.

Senza il “Canzoniere”, senza le “Rime sparse” noi non avremmo né i Canti leopardiani, né il

vecchio marinaio di Coleridge e tantomeno Goethe, Byron, Shelley ; ci mancherebbero i cimiteri

di Young , i varchi di Montale, Neruda, Cavafis e paradossalmente persino Campana ,la sua

follia ,il suo disadattamanto feroce.

Petrarca apre un abisso tra passato e futuro. Poemi unitari come l’Iliade, l’Eneide, La divina

commedia sono pervasi da un afflato divino, provvidenziale che li fa immensi e al contempo

lontani,distanti : forse solo nella “Gerusalemme “del Tasso riusciamo a scorgere qualcosa della

modernità petrarchista.

In cosa consiste questa modernità?

Innanzitutto in aver scritto “frammenti”, frammenti di cose volgari e cioè insieme popolari e in

italiano. L’anima dell’uomo è un “puzzle”, un mosaico spezzato di tessere disordinate ,sparse

come le rime , un disegno di pezzi da ricongiungere , un disordine esistenziale e ,appunto,

frammentario.Non esiste una verità assoluta, non c’è una guida certa sicura, non si può

percorrere una ed una sola strada: Petrarca coglie il senso ultimo di tutta la poesia lirica : cercare

nel buio,sistemare provvisoriamente il buio. Non c’è più in lui una visione teologica unitaria,

come quella di Dante, che porta dall’amore per Beatrice a quello per Dio,ma al contrario,una

pratica giornaliera di un amore che a volte è vita,a volte è morte ,estasi e disastro ; l’amore non è

più virtù teologale, ma esperienza psicologica ,insieme “vaneggiare”(sbagliare?) e riprendersi,

cercar l’ascesi ,in una tempesta di contrastanti emozioni per Laura ,che come Daphne per

Apollo, è la ninfa desiderata e sfuggente al suo desiderio.Non esiste in lui una precisa ricerca

teologica o filosofica : l’amore è vissuto nella sua immediatezza, in una sequenza di momenti

frammentari fino a quando l’individuo si trova solo di fronte a sé ;e al ripetersi di questi

momenti prende forma un nuovo modo di conoscere che nient’altro è se non la psicologia

individuale moderna.Il corpo di Laura che lo porta a scrivere, lo scrivere che lo riconduce allo

spirito. Il Barocco non dimenticherà questa lezione e Petrarca sarà l’autore più musicato

(Palestrina, Monteverdi, Sigismondo D’India) e più imitato, tanto che i librettisti d’Opera lo

terranno sempre presente e gran parte dei “parolieri” del novecento lo scimmiotteranno in

maniera deplorevole.

Da Petrarca in poi la poesia è l’uomo. Lo era già stata ad esempio in Catullo, ma là non esisteva

quella tensione fra il terreno e l’eterno ,semmai lo strazio che il terreno non fosse eterno. La

bellezza solare del Rinascimento, l’orrore gotico, le esagerazioni romantiche, lo sgomento

estetizzante dei “Decadentisti”, corrono in questo solco rapportandosi al proprio tempo, perché

ogni sforzo poetico si muove entro il modello speculativo della propria epoca per poi

trascenderlo alla ricerca di di significati e valori eterni.

Così in Sofocle la fine è un’accecante luce nel bosco di Colono, in Leopardi l’abisso che tutto

inghiotte, in Montale il muro cosparso di cocci di bottiglia, ma oltre l’immagine, di là della

metafora, dettate dal momento ,dai modelli imitativi a disposizione, resta l’inesorabile mistero

della fine.

Cosa ci comunicano, cosa ci lasciano dunque i versi? Un’infinita tenerezza ,un malessere, un

riconoscerci nella nostra fragilità e grandezza.

Inutile ripercorrere tutta la storia della poesia, non serve.Ci basti ricordare che il novecento è

stato, in quest’ambito secolo grande e disperato di comunicazione esistenziale, di comunione

esistenziale ,una sequenza ininterrotta di “Rerum vulgarium fragmenta”.

Ogni poeta in parole o in musica assomiglia in fondo alla sua vita ,nessuno assomiglia ad un

altro ,ma sono in fondo tutti uguali. I loro versi sono pelle, ossa, denti, e sangue purissimo se

l’estro li coglie e in quell’attimo diventano l’uomo, l’uomo di sempre. Essi sono come un’eco :

Dio,la verità, la vita urlano in una valle oscura qualcosa di incomprensibile e loro ci rimandano

come un messaggio la coda, il finale di quelle parole ,a mo’ di eco appunto, perché di più non

possono, di più non gli è dato ripetere.

Il segreto sta ,come si è già detto nel saperli leggere, nel saperli ascoltare, riallacciare i fili della

tela numinosa che ci vanno tessendo e dipanando. E in fondo forse aveva ragione Pascoli,

“Zvanì”: Giovannino e svanire sono la stessa cosa, ma prima ,prima di finire nelle acque del

Reno, il segreto sta nel credere al “fanciullino”.

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Written by Mercuzio

17 giugno 2010 a 7:19 am

Pubblicato su AUTORI

Una Risposta

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  1. Grazie del post, saluti cari,Calabrese.

    Gaetano Calabrese

    17 giugno 2010 at 9:50 pm


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