COMUNITA' PROVVISORIA

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4. Diario di viaggio

Domenica 30 maggio 2010

Ore 20,00

Piove.

Josipdol è un piccolo paese immerso nelle colline croate. Le graziose casette con i tetti spioventi fanno pensare a inverni nevosi. Noi cerchiamo una chiesa e una linea ferroviaria. Qua il tempo non ha alterato nulla e i ricordi si sovrappongono alle immagini. Davanti a noi la scarpata ferroviaria e duecento metri al di là della scarpata, un po’ più in alto, la chiesa con il suo campanile. Tutto intorno la campagna esibisce il suo bel verde bagnato. Il cielo plumbeo non ha varchi.

Papà ha occhi che si riempiono di lacrime.

Siamo lì fermi, sotto una pioggia che non riesce a lavare tutto.

Josipdol, 17 febbraio del ’43

Rapporto al comando

Il ten. Mengoli Ercole impiegato della banca nazionale del lavoro di Bologna, aveva invitato a pranzo il Sottotenente Serra Vincenzo figlio del capostazione di Voghera, e due amici, sottotenenti del GAF (Guardie alla frontiera) di un’altra compagnia, per festeggiare il rientro dalla licenza matrimoniale. Per il felice evento aveva cucinato le tagliatelle fatte dalla madre che aveva portato da casa.. Hanno bevuto del vino rosso. Poco dopo è arrivata la soffiata. I partigiani stavano minando la linea ferroviaria. Contagiati dal momento di felicità e dal calore del vino, tutti e quattro hanno voluto condurre la compagnia sul luogo. Il compito normalmente spetta a un solo ufficiale. C’era la neve alta e per non affondare ci hanno detto di camminare sulla scarpata, tra i binari, dove si avanza più speditamente. Non eravamo ancora arrivati quando abbiamo udito un crepitio di armi provenire dall’alto della chiesa. I quattro ufficiali che camminavano davanti sono stati tutti colpiti. Due soldati subito dopo. Il ten. Mengoli, impiegato della Banca Nazionale del Lavoro, ferito al basso ventre, ha avuto però il tempo di ordinarci di riparare al di là della scarpata, e così che ha fatto anche lui. È morto due ore dopo. Gli altri cinque, sono stati raggiunti dai partigiani e finiti a colpi di baionette. L’ultimo ricordo è di noi, dietro la scarpata che lanciavamo bombe a forma di scatolette di carne, le chiamavano Balilla. Affondavano silenziosamente nella neve. I partigiani avanzavano come stambecchi sparando a ripetizione terribili proiettili che esplodevano all’impatto. Con le mani gelate caricavamo ad ogni colpo i nostri comici fucili. Vinceremo!!! Incitava lui dal balcone con mossette da avanspettacolo, rivolgensodi a una massa di alterati coglioni felici di servire un invasato e un Re nano. Nano in tutti i sensi.

Ore 20.30. Josipdol

Piove incessantemente. Location e ambientazione cinematograficamente appropriata. Sembra un film, si, sembra proprio un bel tragico film. La scena successiva è un lungo piano fisso del retro del Camper che occupa tutto l’inquadratura. Il mezzo s’allontana e scopre gradualmente la campagna uggiosa. A poco a poco diventa più piccolo, fino a scomparire dietro un dosso. La pioggia sui campi non fa rumore. Come il dolore.

Direzione Cocevie, Slovenia.

La strada è tortuosa e piccola. È bello passare una frontiera sperduta nei monti con un militare che, per la prima volta da quando siamo partiti, ti controlla finalmente i documenti. Stavo per buttarli via. La Slovenia mi sembra uguale alla Croazia e fatico a capire la divisione. Contenti loro. L’unica differenza è che gli sloveni si sentono più europei perchè utilizzano l’euro. Che culo!

Lunedì 31 maggio 2010

Ore 10.35. Cocevie.

Papà ha riconosciuto la chiesa con i due campanili gemelli ai lati dell’imponente portale gotico. Bella cittadina. Ordinata. Pulita. Con un bellissimo parco. Una laguna con piante e fiori acquatici. Ponti di legno a volta. Zanzare. Tante zanzare. Fa freddo e io e Antonio non riusciamo a trovare un bar aperto per comprare acqua, né un’anima viva per chiedere. Un bel paesino privo di umani. Beffarda metafora di questa lunghissima giornata. Adieu.

Giugno 1942. Cocevie

“Va bene” disse il Ten. Della Ragione Nicola di Napoli “ho capito, tu vai a quota 1022, ci mando un altro”. Il compito spettò ad un sergente pugliese. Fu lui a comandare il plotone di esecuzione. Non so per quale ragione me la passo sempre liscia. Quando il tenente me l’aveva detto non avevo esitato a dirgli che piuttosto mi sarei sparato un colpo di rivoltella in testa. Fui convincente. Decise diversamente. Così il gemelli Semic, temuti capi partigiani, morirono e a me toccò fare la guardia di notte a quota 1022, da dove si vedeva la bellissima vallata di Cocevie con i suoi campanili gemelli come i fratelli Semic.

Lunedì 31 Maggio2010.

Non c’è frontiera tra la Slovenia e l’Austria. Corriamo veloci verso la nostra nuova meta: Hannover. La notevole distanza ci obbliga ad una tappa intermedia. A Salisburgo fa un freddo cane: 7 gradi il 31 maggio fanno un po’ girare le scatole. Sostiamo in un campeggio ai bordi della città. Bella la città, forse troppo .

A me piacciono di più i luoghi dove è visibile il passaggio del tempo. Ma questa citta è la città di Mozart “tutto il resto è noia”. Vaghiamo intirizziti. Chiese e chiese. Tante chiese. Belle. Troppe per me. Gli italiani on the round abbondano. Manco a dirlo piove. Portiamo in giro papà e zia Carmelina. A loro le chiese piacciono. Anche a Manzù che ci ha lasciato il segno. Io, non so perchè, ma continuo a pensare a quanti disgraziati si poteva dare aiuto con tutti soldi che sono serviti per farle. Meno male che c’è Mozart. Buonanotte.

14 settembre 1943

Schnell, Schnell, Schnell!!!

è la prima parola teutonica che ho a forza imparato. Schnell, Schnell Schnell! Soldati armati come non avevo mai visto nessuno, facevano da corridoio dalla nave al carro bestiame. Schnell, schnell, schnell! Efficienti e spediti come operai alla catena di montaggio, i militari sistematicamente riempito il vagone, chiudevano il portellone. Un vagone vuoto sostituiva il precedente. Schnell, schnell, schnell! Venezia è nell’imaginario collettivo di tutti gli uomini di buona volontà. Avrei voluto vederla più comodamente. Sulla nave io e Bagnoli avevamo a malapena trovato posto sul ponte, stretti uno all’altro. Sedersi fu difficile. Era l’inizio e non lo sapevamo. Schnell, schnell, schnell! Il suono di quelle parole mi arrivava più preciso mano a mano che mi avvicinavo al boccaporto della nave oramai ancorata al molo del porto di Venezia. Stretti uno all’altro ci si muoveva a fatica verso l’uscita. Malmenati più dal suono delle parole che materialmente.

Riempito il vagone ne arrivava un altro. Una perfetta catena di montaggio. Attraversai il corridoio di soldati svuotato dal terrore. Il rumore sordo del portellone che si richiudeva dettava il ritmo. Schnell, schnell, schnell! Sulla parete del vagone leggo “8 cavalli-40 persone. Trascinato dal flusso mi ritrovo nel vagone senza capire come ci sono salito. Due aperture in alto sono l’unico varco con l’esterno. Gli spazi ristretti sono il mio incubo. Ho paura di non farcela a respirare L’incubo si materializza. Non conto quelli che vengono a forza scaraventati dentro. Sono terrorizzato dallo spazio che si restringe inesorabilmente. Non posso più muovermi. Guardo Bagnoli. Ma lui non ha risposte. Non può averne. Schnell, schnell, schnell! Il suono del comando ossessivamente ripetuto si fa più ovattato filtrato dai corpi ammassati. Respiro a fatica. Soffoco. Il tonfo del portellone che si chiude ghigliottina la luce. Il respiro per qualche secondo si ferma. Sono sicuro di non farcela. Guardo Bagnoli. Lui guarda me. Nessuno dei due parla. Non c’è più domani, solo l’incertezza dell’istante successivo. E’ la paura della Morte.

“Schnell, schnell, schnell!” vuol dire: Presto, presto, presto!

                                                                                     ( Francesco e Gianni Di Nardo)

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Written by eldarin

6 luglio 2010 a 1:08 pm

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3 Risposte

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  1. Ho aspettato qualche giorno prima di riprendere il diario di viaggio di Francesco e Gianni, per questa dilazione chiedo loro scusa. Un testo come questo merita una continuità più serrata. Cercherò di rimediare.
    Se solo noi umani potessimo, per un momento, fermarci, smettere i nostri commerci, abbandonare gli abiti dell’ovvio, dell’usuale, le corazze delle nostre così fragili certezze, e pensare a ciò che siamo, in fondo, tutti, io credo, ne sono convinta, che riusciremmo a parlarci davvero.

    grazie Francesco, grazie di cuore.La tua paura, il tuo tremore, il tuo disgusto per la violenza sono umanissimi, al punto da affratellarci tutti.
    grazie ancora
    e.

    eldarin

    6 luglio 2010 at 1:11 pm

  2. molto bene anche questa puntata, il racconto fila via senza pippe retoriche.a margine: la slovenia è una terra dove c’è molto rispetto per la poesia.

    Arminio

    7 luglio 2010 at 11:02 pm

  3. Molto bello. Mi affascina sempre di più questa sovrapposizione temporale dei pianI del racconto. Sì, davvero bello. Aspetto le altre puntate. Intanto, ancora un grazie a Gianni e Francesco Di Nardo.

    Salvatore D'Angelo

    9 luglio 2010 at 9:21 pm


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