COMUNITA' PROVVISORIA

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I pilastri del “bene pubblico” e la mancata felicità

___ di  TONI IERMANO
I bucolici cinquanta e più pilastri di cemento, sorti a Piazza Kennedy ad Avellino – un agglomerato urbano che fatica ad essere “città” -, al posto di
alberi che andavano semplicemente curati, sono l’icona e la metafora di quanto sia capace l’amministrazione del bene pubblico in assenza di gusto, di estetica e anche di buon senso. Quel terribile, irrazionale cemento dovrà accoglie un rinnovato teatro degli Arcadi, tra suadenti filari di edera e canzonette del Metastasio, ed aprire le porte all’ingresso di quella buia, raccapricciante discesa agli inferi che ci si ostina a definire tunnel. La creazione di un insieme di luoghi da integrare seguendo un affiancamento di funzioni molteplici e la indispensabile visione ecologica della conservazione vengono ingoiate, a suon di milioni di euro, dalla costruzione di un paesaggio bizzarro, artificiale, a metà tra lo scarabocchio dall’involontaria vocazione al nonsense e l’ingresso ad una anonima, fredda metropolitana laddove si raggrumano emarginazione e solitudine.

Quei pilastri sono il tempio dell’afasia, della negazione del senso delle arti
e della felicità, della incomunicabilità del presente, l’allegoria di una
mostruosa “assenza”, di un vuoto. La comunità appare distante, incurante
del proprio destino “pubblico”, mentre tutto si riavvolge in un intimismo
frustrato e nevrotico.

Penso che nel tempo, chiunque voglia misurare la lontananza tra la città –
edifici, monumenti, palazzi, strade, piazze che raccontano il susseguirsi di
generazioni – e gli scarni pensieri dei suoi odierni singolari amministratori,
potrà utilizzare quella devastazione per spiegare quanto, invece, sia
impellente una difesa del Bello e dell’educazione civica proprio quando si
decide di avviare una importante trasformazione dello spazio, della sua
funzionalità e delle sue esigenze estetiche, che mai possono separarsi
traumaticamente dalle attese ideali della collettività.
Le forbici, il nastro tricolore, gli omini sui trampoli, le musiche da
discoteca balneare, gruppi di famiglie distratte ed ignare, i volti sorridenti
di una politica dagli atteggiamenti naive, quasi in buona fede, ma esausta,
incolta e senza respiro, sono ancora una volta lì a spiegarci,
fotograficamente, le ragioni delle occasioni perdute, degli inutili sprechi,
dell’uso lazzarone della spesa pubblica. La cementificazione degli anni
Settanta e il dopo terremoto del 1980 avevano annunciato i pericoli di
un’assenza dell’estetica urbana e la sopraffazione di una violenta volontà
d’impresa, di affare che si andava mescolando, confusamente, alla politica.
Come spiegare altrimenti i quartieri periferici, luoghi di caccia, talvolta, di
un forzato voto di scambio, la distruzione selvaggia del Rione Terra
oppure la scomparsa del complesso del Carmine, che pure doveva essere
recuperato, come ben sa qualche ancora autorevole “testimone” del tempo?
Purtroppo, in questo mediocre teatro delle repliche, settimanalmente è
facile scivolare nella critica del “male vecchio” trascurando, come mi
scrive il mio intelligente lettore Franco Arminio, il “bene nuovo”.
Arminio – diventammo sobri amici dopo una sua critica alle mie iniziative
di assessore alla cultura – è uno scrittore dal linguaggio lirico e ferroso,
così come i paesaggi della sua mitica Irpinia d’Oriente, che ha saputo
estrarre dai ventosi borghi dell’appennino i succhi di un’umanità arcaica e
vitale, che un malinteso senso della modernità tenta di divorare senza
pudore. I suoi libri e le sue iniziative – bella ed originale la recente
Cairano 7x – sono pezzi di una civiltà non domata dal conformismo e da
un nuovo oscurantismo, conseguenza di una resa incondizionata al laissez
faire, laissez passer, all’esplicito “libero commercio” di chi scambia il
consenso democratico ottenuto per gestire la cosa pubblica, e dunque
anche le esigenze del “bello”, come delega personale, insindacabile.
In queste terre la cultura, perenne Giobbe, indebolita dalla diaspora e dalla
sostanziale solitudine dei numeri uno, non riesce ad adempiere al suo
compito, ossia quello di continuare a porsi problemi, “a scoprire nuove
mete”. E’ lì che la politica deve trarre “incentivi – secondo il Vittorini del
«Politecnico» – per nuovi sviluppi della propria azione”. Attualmente la
politica campana, e in particolare quella irpina, priva di proposte e di
progetti, si ritrova nuda, senza incentivi, costretta ad un personale
incolore, tutto orientato alla conquista delle fonti della spesa e per nulla
capace di governare il presente.
Il Bosco Parrasio di Piazza Kennedy, intanto, non può passare sotto
silenzio. E’ in gioco quel Resto di niente del maledetto “bene pubblico” di
una città che annega nell’indifferenza di nuotatori senza felicità.

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Written by Arminio

12 luglio 2010 a 9:12 pm

Pubblicato su AUTORI

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28 Risposte

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  1. prova

    Luigi Capone

    13 luglio 2010 at 1:55 am

  2. premesso : avrei messo alberi anzichè pilastri di cemento; avrei rimesso dei pinus pinea alti almeno 12 metri; ogni albero, compreso traporto e messa a dimora sarebbe costato 1/5 di quanto speso per ogni pilastro di cemento con opere accessorie (fondazioni, corde, rampicanti, ecc); con grande beneficio di abbattimento di Co2 durante e dopo l’opera … preferisco non entrare, per il momento, nel giudizio architettonico.
    fatta la premessa, una domanda -non solo a iermano ma a tutti coloro che scrivono di opere pubbliche solo dopo averle viste realizzate- : le opere hanno un lungo iter amministrativo, programmazione, studio di fattibilità, affidamento incarico, approvazione progetto preliminare, poi definitivo, poi ancora esecutivo; poi c’è l’appalto, spesso con offerta migliorativa … infine l’esecuzione con varie varianti in corso d’opera.
    Perchè scriverne solo dopo l’esecuzione ?

    Perchè non entrare nel merito delle scelte durante le varie fasi di approvazione ? La partecipazione democratica e attenta è questa altrimenti rimuginiamo infine tra pochi -spesso oppositori- e il popolo non segue, non capisce … otteniamo effetti contrari

    Oggi le opere pubbliche sono precedute da modelli, disegni tridimensionali, passeggiate virtuali nei computer …
    Dove eravamo quando si è messo in moto il lungo iter amministrativo ? A volte parliamo di iter che durano decenni.
    Riguardo il caso specifico e il correlato tunnel mi piacerebbe leggere -vi assicuro non per polemica- i nomi dei vari consiglieri e assessori che a vario titolo, negli ultimi 15 anni, hanno contribuito a ‘disegnare’ il nuovo volto del nostro capoluogo di provincia.

    Ecco, vorrei chiedere -ad esempio- se i disegni erano poco chiari (nel senso di leggibilità tecnica) oppure ingannevoli (nel senso che mostravano artifici magari utili all’approvazione ma che non si sono poi realizzati).

    verderosa

    13 luglio 2010 at 8:33 am

  3. Con altrettanta cordialità devo dirLe che il suo commento contiene alcuni elementi del classico velleitarismo meridionale. Generoso, critico, capace di convinti slanci ideali, ma pur sempre permeato da una componente di irrealtà. Quel pretagno “dove eravamo”, mi creda, suona molto male e non porta da nessuna parte. Sono certo, invece, che il Suo impegno e le sue critiche vanno in altra direzione, ed io, almeno in questa occasione, Le ho clamorosamente fraintese.
    Ringraziadola per l’attenzione che ha voluto riservare al mio scritto, La saluto con sincera cordialità ed amicizia.
    Toni Iermano

    toni iermano

    13 luglio 2010 at 10:32 am

  4. Altro che velleitarie le considerazioni di verderosa (angelo?). Prima parte a parte, trovo coerente e giusto il commento.

    vittorio

    13 luglio 2010 at 10:52 am

  5. A questo punto ne sono convinto anch’io.
    Cordialità a Voi tutti

    toni iermano

    13 luglio 2010 at 10:54 am

  6. Mi sfugge sinceramente il senso e l’utilità di una critica così impostata. Che è tardiva rispetto allo scempio che si suppone compiuto, come dice indiscutibilmente Verderosa, ma soprattutto, aggiungo io, inefficace a prevenirne di nuovi.
    Mi convinco sempre più che la democrazia (quando c’è) è al massimo una garanzia formale del processo e mai una garanzia sostanziale del prodotto.
    Ma è di là che bisogna passare. Quelli che conducono a “nuove mete”, gli altri li chiamano classe dirigente.
    cordialità
    paolo bruschi

    paolo

    13 luglio 2010 at 12:37 pm

  7. Essendo stato gentilmente invitato a ripubblicare l’articolo sul blog di “Comunità provvisoria” non è mia intenzione fare inutili polemiche. Anzi. Ringrazio nuovamente chiunque voglia leggerlo e commentare. In particolare mi preme sottolineare la intelligente ricerca al dialogo dell’arch. Angelo Verderosa e dell’amico scrittore Franco Arminio.
    Trovo, però, l’ultimo intervento punteggiato di ingenerosità. La critica non è mai inutile o tardiva, anche quando si rivela, nel migliore dei casi, pura, fragile testimonianza. Così come lo scrivere può non essere efficace nel prevenire nuovi accidenti. Occorre avere una meravigliosa, invidiabile supponenza per credere il contrario. Le due cose – esercitare la critica e scrivere, magari senza risultati -,credo, non sono in contraddizione. Tutt’altro. Pertanto a me riservo il diritto di pensare e di scrivere quel che ho pensato. Riconoscendo, naturalmente,a chiunque il diritto (e il dovere) di dissentire. Possibilmente dialogando.

    toni iermano

    13 luglio 2010 at 3:20 pm

  8. Ogni giudizio critico può apparire impostato, giacché prevede un’impostazione verbale e riflessiva, laddove la prima può resistere da sola, mentre la seconda, in solitudine, resta pensiero. La malattia dell’attuale società, palesemente privata di qualunque coinvolgimento ideologico e di qualsivoglia complicità con ciò che riguarda la praxis, sembra proprio la coatta inclinazione al pensiero silenzioso; tutti sanno ma non dicono; tutti capiscono ma non agiscono. Sovente l’inazione è la conseguenza dell’incapacità di agire, specie quando non si sa a chi appellarsi o si è stanchi di trovarsi di fronte ai no, o, ancor più, al cospetto di quella volgarità che regola buona parte delle azioni pubbliche. Ma altre volte si rileva quanto l’inazione sia anche la conseguenza di un’assenza di democrazia, non più come in passato (e per fortuna), dall’alto verso il basso, ma al contrario, dal basso verso l’alto, dove l’alto è suggellato da quella necessaria eppur sempre più carente e quindi elitaria ricchezza di conoscenza, intelligenza, sensibilità, senso della storia, del bello, del giusto e del bene civile, per la quale, verrebbe da dire purtroppo, occorre scomodare pensatori, architetti, intellettuali, artisti, e quanti altri possono insegnare, sensibilizzare, educare e di conseguenza, se non prevenire, quanto meno curare; ma l’elitarismo, come accennavo, è applicato al contrario, poiché chi ha potere non ha gusto e chi agisce non ha cultura, e se possiede l’uno e l’altra tende a stuzzicare la sensibilità acquiescente della maggioranza, sì, quel di più di umanità, sempre meno umana, che non vuole critiche impostate, che desidera la gallina oggi, perché intanto l’uovo per il domani glielo darà colui che ha ricevuto il suo favore… e se non glielo darà? Ebbene, preoccupatevi di questo, poiché non sarà al mosaico preraffaellita di San Paolo dentro le mura o alla vetta della croce di San Pietro, all’eremo assisiate di Francesco o al Centre Pompidou di Piano, a una sonata di Mozart o alla Citadellarte di Biella che costui penserà come armi per reclamare il suo uovo. No, imposterà una battaglia molto più pressante, quella che ha il peso del cemento, perché se della verità si vuole essere latori allora eccola: ogni popolo ha i politici che merita, e se anche al diritto di parola per la salvaguardia del bello e del giusto ci si oppone, allora che il cemento ricopra e oscuri ogni cosa, e che resti soltanto l’eco eterna di una lotta culturale, poiché non esiste rivoluzione sociale se prima non si attua una rivoluzione culturale.

    Grazie per l’attenzione. Cordialmente e con stima.

    G.V.

    13 luglio 2010 at 4:25 pm

  9. Professore, non le appaia ingenerosità il mio tentativo – riconosco semplificatorio al limite del maldestro – di rimettere la discussione su un piano che ritengo più “utile”, se desidera più problematico: come provare a uscire dal paradosso democratico per effetto del quale alla maggiore distribuzione di potere facciano riscontro esiti che vanno (o sono percepiti, che è quasi lo stesso) a detrimento dei più.
    Perché questo non accada o accada sempre meno, ce ne dobbiamo fare carico, anche rischiando velleitarismi e supponenze. Questo è (o spero che sia) una delle idee di fondo della comunità provvisoria.
    saluti

    paolo

    14 luglio 2010 at 10:25 am

  10. Il suggestivo e ben argomentato commento di G.V. (che sta per un nome qualsiasi, mettiamo Giovanni Ventura) mi ha fatto pensare alla MALEDIZIONE DEL NUOVO emersa nefasta e violenta con l’odierna prassi costruttiva. Oganizzammo un convegno a Paestum nel 2008 che porta questo nome, ognuno disse la sua, a quei tempi la mia battaglia aveva un nome si chiamava “Concorsi di Idee”…. una battaglia portata avanti con ogni mezzo e vinta in loco doppiamente, perchè intanto se ne fece uno e poi perchè con mia sorpresa lo vinsi pure (era un concorso di idee anonimo- i nomi dei progettisti comparivano alla fine- dopo cioè scelto i tre progetti vincitori)
    Di questo convegno resta un bel video esplicativo

    ps::: BIsogna pur costruire, è nella natura delle cose che ciò avvenga, gli architetti attualmente sono una massa omogenea che vivacchia nello spazio buio che intercorre tra le archistar e le fetenzie… ed è questo il problema..

    lucrezia ricciardi

    14 luglio 2010 at 11:10 am

  11. n.b. “così impostata” vuol dire impostata in questo modo, con questa impostazione. G.V. hai scritto un romanzo su un equivoco. Il dato di fondo, ma forse non ti interessa se non hai cura neanche del tuo nome, è come/chi attende alla salvaguardia del bello e del giusto. A me, per intenderci, non piace né lo stato etico né lo stato estetico.

    paolo

    14 luglio 2010 at 12:35 pm

  12. Ola, che vivacità, mi sembra di assistere a quei bellissimi dibattiti televisivi durante le campagne elettorali della prima repubblica moderate da Iader Iacobelli. Il professore Iermano ha aspresso semplicemente una critica a quello che io chiamo ” sacrario militare ” perchè se lo osservate bene somiglia molto a quei luoghi di nefasta memoria che popolano l’Europa teatro di sanguinose battaglie durante la seconda guerra mondiale. Angelo da parte sua bene fa a chiedere ad un ex amministratore perchè ci si accorge degli scempi sempre dopo e non si pone in atto, quando si amministra una campagna contro gli obbrobri che poi verrano propinati alla cittadinanza facendo in modo che appaiano delle opere atte allo sviluppo sostenibile di una città. Premesso che io e credo come me molti cittadini avellinesi abbiano storto il muso e lo storcono ancora in quanto una amministrazione non può pensare di abbattere alberi per costruire pilastri in un luogo poi da destinare al relax dei cittadini. Nno riesco a capire come mai si debba abbattere il vecchio a tutti i costi . La cultura degli spazi cittadini ad Avellino è da sempre controversa, gli amministratori ed i tecnici hanno compiuto delle scelte ingiustificabili. Corso Vittorio Emanuele, perchè usare la pietra lavica quando in Irpinia non mancano di certo pietre più idonee e sopratutto di colore diverso, provate a passeggiare per il corso in questi giorni di afa, la sera il calore emanato dalle pietre nere ti taglia il respiro. L’arredo urbano che fine ha fatto ??? Dinanzi alla chiesa di San Ciro si è provveduto a collocare delle panchine in metallo, senza alberazione o altra schermatura dal sole, sto seriamente pensando durante una pausa pranzo di andare a cuocere un uovo sulle medesime panchine, sono certo che il risultato sarà brillante.
    Il fossato del carcere borbonico, l’ascensore e le panchine … follia, pura follia. Inutile parlare poi del tunnel. ma la storia ci insegna che in questa città le amministrazioni hanno spesso preso decisioni al limite della decenza, ricordate le fontane di Piazza Libertà, uno dei simboli sulle cartoline illustrate della città di Avellino, tramutate in fioriere … che dire forse un giorno ci sveglieremo e troveremo la Villa comunale con gli alberi abbattuti per far posto ad un rilassante piazzale con panchine di alluminio e luci psicadeliche ad illuminare le lunghe notti avellinesi.

    giovanni ventre

    14 luglio 2010 at 2:56 pm

  13. La notevole e accattivante analisi della scritto di T. Iermano e la scoppiettante e ricca discussione che ne è scaturita mi hanno –come si suol dire- ‘invitato a nozze’ …..Per le persone che vi hanno partecipato di cui ho stima ,per i temi e per gli argomenti trattati che mi interessano particolarmente ma soprattutto perché ho grande amore e interesse per il nostro Blog e per la comunità provvisoria come ‘bene comune ‘ da salvaguardare e arricchire sempre più. All’inizio del Visconte dimezzato Italo Calvino osserva che “nulla piace agli uomini quanto avere dei nemici e poi vedere se sono proprio come ci s’immagina”. Il senso di un vero scambio anche di” opinione nella diversità” è per me un altro:io non amo chi ha necessità di costruire nemici o antagonisti anche solo retorici totali o occasionali perchè c credo che è più interessato ai fantasmi che crea, perché gli danno un’identità per opposizione, che a verificarne la consistenza reale. Io non ho mai amato questo modo di pensare anche se spesso me ne sono servito nella mia vita pubblica e familiare ,per il gusto della polemica e per debolezza psicologica o argomentativa, mai ho inteso o preteso di fissare fortezze ideologiche, prigionio rifugi professionali, ritratti caricaturali e feticci persino fisici su cui scaricare la propria avversione peggio a nome del proprio gruppo.Questo perchè sono convinto che sull’identità per opposizione il tarlo del pensiero autoritario contemporaneo ha costruito la sua fortuna, aggredendo sistematicamente i principi e le pratiche della democrazia. Tre sarebbero i moduli ricorrenti delle retoriche dell’intransigenza anche quando sono mascherate o camuffate da ironia,sarcasmo,buon senso o altri artifici retorici: 1) la tesi della perversità, secondo cui ogni tentativo di pervenire a un ordinamento,comportamento o funzione politica nuova si risolverebbe nel suo opposto, esasperando ancor di più le contraddizioni esistenti; 2) la tesi della inutilità o estemporaneità, che insiste invece sulla natura del tutto apparente delle possibili trasformazioni avviate dagli avversari politici o professionali; 3) la tesi della messa a repentaglio o coerenza temporale , volta a dimostrare che i comportamenti professionali corretti messe in agenda .Io credo che l’esercizio della democrazia anche in una semplice discussione libera e consapevole sia un fatto di notevole importanza e di crescita civile soprattutto per gli interlocutori oltre che per l’istituto stesso.A patto che come saggiamente scrive Walser “quanto meglio comprendiamo le differenze esistenti, quanto più rispettiamo persone che stanno ‘dall’altra parte’, tanto più ci renderemo conto che ciò di cui abbiamo bisogno non è un accordo razionale ma un modus vivendi, che va faticosamente conquistato volta per volta”. Ecco perché anche i presupposti di democrazia da cui nascono i nostri ‘polemos’ dal momento che abbiamo rinunciato a costruire nuove ‘pòlis’, se non hanno legami effettivi con esperienze comunitarie non individualio professionali della società civile, e dunque con interessi e soggetti sociali in conflitto, si trasformeranno soltanto in esperimenti in vitro o in esercizio retorico o dialettico. Il pensiero e la pratica democratica , pur dettando le sue regole, non presuppone necessariamente l’accordo tra soggetti raziocinanti. “Piuttosto – come ha precisato Held – suggerisce un modo per mettere in relazione i valori l’uno con l’altro, e lasciare la risoluzione dei conflitti che nascono ai partecipanti di un processo pubblico, soggetto soltanto all’osservazione di alcune prescrizioni che hanno il compito di proteggere la forma e la regolarità del processo stesso”, ovvero le condizioni di libertà e di eguaglianza politica di tutti i soggetti” Anch’io sono convinto che l’idea di una conflittualità permanente e istituzionalmente regolata non rifletta soltanto un dato di fatto delle moderne democrazie, ma esprima altresì un valore rilevante della convivenza civile, perché valorizza le diversità individuali, combatte le diseguaglianze, affina la partecipazione politica dal basso ed è uno stimolo alla ricerca delle alternative possibili.
    mauro orlando

    mercuzio

    14 luglio 2010 at 5:10 pm

  14. avremmo preferito leggere la tua opinione al riguardo; penso avrai visto ad avellino i ‘pilastri’ di cui si discute

    verderosa

    14 luglio 2010 at 5:58 pm

  15. a questo punto servirebbero le foto…

    lucrezia ricciardi

    14 luglio 2010 at 6:05 pm

  16. si evince che il protagonista di cotanta messa in scena è lo Jasminum polyanthum… barili e barili e barili di concime serviranno per dargli forza

    lucrezia ricciardi

    14 luglio 2010 at 6:14 pm

  17. Caro angelo
    Per l’amicizia che ci lega e la stima che ti porto devo dirti che questa tua polemica non mi piace nel metodo e nel merito.
    Una premessa :
    a)ogni autore di questo Blog ha la possibilità di postare un contributo( la giornata del porco o della cicoria,il turismo in Irpinia,Il parco rurale, la paesologia o la paesanologia ,la programmazione o la salvaguardia del territorio, l’architettura o la programmazione edilizia, le scelte e funzioni politiche o amministrative ecc, ecc……) personale e non solo che pensa possa essere utile al dibattito sui temi che interessano la comunità provvisoria come editore di riferimento e il dovere di salvaguardare “l’ospite” ….”amico e/o nemico” nel rispetto comunque delle idee o opinioni anche diverse…..senza sentirsi prevaricatore autoritario .
    b) non spetta a noi stabilire ( in nome di un presunto ‘comitato di salute pubblica …..etico ,politico o professionale) presunte o oggettive deontologie professionali,coerenze politiche ,attuali o inattuali,preventive o postume se non a livello individuale nella libertà di espressione e possibilmente senza preconcette convinzioni .
    c)nel merito mi si chiede un giudizio tecnico o estetico rispetto i risvolti o i risultati di una opera pubblica attraverso foto. Sono abbastanza avvezzo,avvertito e a volte infastidito simpaticamente da ‘querelles’ nazionali ed internazionali sulle scelte tecniche-estetiche di opere pubbliche di grandi maestri della architettura mondiale che spesso sono autorefernziali e strettamante personalizzate. Non voglio essere ‘pilatesco’ e dichiarare che questa opera ad Avellino non mi convince del tutto nella sua realizzazione tecnico-estetico ma sopratutto nelle sua funzione pubblica e sociale evidenziando un uso della ‘architettura’ spesso per realizzare idee strettamente personale dell’autore ( ma esiste una libertà e autonomia dell’archietto anche rispetto al committente o all’uso ???????) Mi stridono ancora le orecchie su alcune considerazioni tecniche-estetiche e non solo lette sull’intervento sulla casa “Dragone” a Cairano , recupero del castello di Bisaccia o altre opere di ristrutturazione …… “ medice cura te ispsum’……
    d) “ ultimo e non ultimo” voglio ripetere fino alla noia io ritengo che tutti gli autori di questo Blog debbano ritenere prioritario la difesa di questo spazio libero ,democratico e pluralistico …….”a prescindere” come ironicamente sole va ripetere il grande …il saggio Totò.
    …ancora lungo,articolato e complesso per necessità e per ‘abundantiam cordis’…
    mauro orlando

    mercuzio

    15 luglio 2010 at 8:18 am

  18. riguardo al modo di usare questo blog, ricordo gli insegnamenti di enzo luongo: quando ci si allontana dal tema del post è opportuno telefonarsi o scriversi in privato (come ho fatto pocanzi)_
    https://comunitaprovvisoria.wordpress.com/cose-la-comunita-provvisoria/le-regole-del-blog/

    nel tema specifico, punto c. del precedente commento : bene, condivido

    punto d.: importante che su questo blog ci siano commenti liberi a liberi post (a prescindere, purchè firmati); fin dall’inizio è stato scoraggiato il metodo del silenzio conviviale o reverenziale_ il dibattito, anche polemico, aiuta molto in una terra silenziata; non a caso il blog della C.P. ha un migliaio di lettori giorno.

    verderosa

    15 luglio 2010 at 9:42 am

  19. Perdonate la leggerezza: G.V. sta per Giuseppe Varone. Un vezzo che pago a causa della posta elettronica e degli sms. Non credo cambi il senso dell’intervento ma ho inteso interessare particolarmente. Nessun equivoco – come del resto nessuna recriminazione, e pregherei di valutarlo per bene, evitando in tal modo inutili diaspore – soltanto un dato di fatto: l’etica è estetica, altrimenti sarebbe non espressa; l’estetica deve essere etica, altrimenti sarebbe vuota; un’azione estetica, dunque, oltre che estetica, è anche politica, altrimenti sarebbe sterile; un’azione politica, in ultimo, deve essere culturale, altrimenti viene meno quel bene di ogni comunità: la coscienza, del fare, nel fare, del fruire, nel fruire. Capita sovente di criticare ciò che viene prodotto, ma resta di fatto l’unica arma per evitare che gli errori si ripetano, e, perché no, che a questo vi si ponga tempestivamente rimedio, se non immediatamente oggettivo, almeno, appunto, culturale, e quindi di senso e proveniente dagli angoli visuali più diversi, con l’inclinazione a creare nel tempo una coscienza collettiva del giusto, del bello sia etico sia estetico, dunque anche politico e civile.

    G.V.

    15 luglio 2010 at 12:31 pm

  20. Ma allora qual’è l’antidoto ai “pilastri”?
    Tiro fuori dalla rete questa notizia:
    http://www.sarzanachebotta.org/2010/06/via-muccini-il-comitato-lancia-un-concorso-di-idee/
    La segnalo perchè anch’io sono convinta che l’Etica E’ Estetica, la dicotomia dunque non esiste. Si realizzano “cose” etiche quando esiste una COMMITTENZA reale che si muove cioè con cognizione di causa. Quando il senso della Civitas è forte si scavalcano in una botta sola le archistar, i grigi funzionari di enti vari ed i politici di turno.
    Una giuria popolare è qualcosa di inedito e di corroborante…quasi quasi partecipo.

    lucrezia ricciardi

    15 luglio 2010 at 2:24 pm

  21. Cari amici, inizio a temere di non aver frainteso la natura dell’intervento iniziale di questa vivace discussione. Ma le polemiche servono solo quando aprono frontiere.
    Le storie personali sono sempre inutili e puerili, anche quando sono dignitose. Ricordo soltanto che mi sono dimesso da assessore tecnico quando non ho più avuto identità di vedute con chi, democraticamente, era stato eletto a governare la città.
    La mia azione è nota per essere ripercorsa.
    Sarebbe opportuno, invece, riflettere sulla realtà contemporanea e riuscire, intelligentemente, a “condividere la sconfitta”. Solo così si potrà pensare, non irrealisticamente,ad un impegno capace, come scrive il lettore paolo, di ottenere risultati efficaci.

    toni iermano

    16 luglio 2010 at 9:03 am

  22. La politica tende sempre più a legittimarsi attraverso un consenso passivo. Il “ghe pensi mi”, da questo punto visto, è la brillante e efficace trovata comunicativa per dissimulare un disegno cinico e spregiudicato di svuotamento degli istituti formali della democrazia, attraverso una suadente e cialtrona dissuasione a occuparsi, a prendersi cura, a partecipare.
    E invece no. La strada deve essere invece quella di esserci, in forme non sterilmente protestatarie, ma di confronto sugli obiettivi e sulle soluzioni. Bisogna razionalmente rioccupare il tempo vuoto tra una elezione e l’altra, costruendo nuove solidarietà, che la rete facilita enormemente. Gli esperimenti della Comunità provvisoria indicano che i campi della politica da arare lontani dalle poltrone ci sono e sono molto divertenti. Cordialità

    paolo

    16 luglio 2010 at 10:39 am

  23. In un marasma di incomprensibili parole, ringrazio il prof. toni iermano per la chiarezza e la radicalità della posizione che ha assunto. Siamo stanchi di architetti che si nascondono dietro le chiacchiere per farci dimenticare gli infiniti scempi compiuti in questa provincia. Quel parco di cemento è uno schifo senza fine e insieme una sconfitta per la società civile che non ha saputo impedirlo. Il resto è aria fritta. Saluti

    piero

    17 luglio 2010 at 12:13 pm

  24. Esiste su FB un’altro spazio di discussione sull’argomento(Pasquale Pirone: Il “Parco delle 70 Forche”)dove, a proposito di prossime opere da realizzare, ho fatto un intervento che credo vada nella direzione indicata da Angelo Verderosa e cioè informare e discutere prima che un’opera venga realizzata.
    Segue intervento : “Vorrei segnalare prossimo intervento di ri(o de)qualificazione che dovrebbe iniziare a settembre : piazza Duomo via Seminario piazza Castello-
    Previsione personale : corsa alla spesa dei fondi a qualunque costo, mancanza di trasparenza del progetto previsto verso l’opinione pubblica, sistematico mancato riutilizzo dei preziosi basoli in pietra lavica … ammucchiati nel parcheggio del Mercatone, anzi rimozione di tutti i rimanenti basoli su piazza Castello (attualmente sepolti da uno strato di asfalto bituminoso) per la messa in opera di nuova pavimentazione(?) con l’unico scopo di spendere i fondi, tempi di realizzazione raddoppiati rispetto alla previsione per solite manfrine legate ai ribassi prodotti dall’impresa per aggiudicarsi l’opera e regolati successivamente con varianti di spesa, sospensione dei lavori ecc. ……solite prassi.
    Se ho dimenticato qualcosa potete aggiungere grazie.”
    “La critica non è mai inutile o tardiva, anche quando si rivela, nel migliore dei casi, pura, fragile testimonianza.” scrive il Prof.Iermano.
    Condivido, le discussioni sono sempre necessarie, ma è necessario anzi urgente, come in questo caso, che gli uomini decidano di intervenire e “sporcarsi le mani” unendo le proprie capacità.
    Ognuno per le sue competenze, che siano tecniche, di conoscenza ed anche di prestigio, affinchè non si ripeta la solita ed annunciata DEQUALIFICAZIONE di quel poco che resta ancora della storia e delle pietre di questa città.
    Se un cittadino come me chiedesse all’Amministrazione Comunale un incontro aperto alla cittadinanza per esporre il progetto esecutivo dell’intervento ( e quindi partecipazione) non credo sarebbe la stessa cosa se a farlo fosse un gruppo di persone (magari attraverso un annuncio pubblico) formato da architetti, intellettuali, scrittori o cittadini di ogni estrazione.
    Mi piacerebbe che questo intervento venisse percepito per quello che è : un appello senza supponenza, che umilmente cerca di mettere insieme chi ha cura della bellezza, al di là dei soliti steccati che ci soffocano.
    Un saluto fiducioso.

    massimo vietri

    17 luglio 2010 at 4:01 pm

  25. dal web, approfondimenti
    http://lnx.rete3.net/blog/?p=3901

    REDAZIONE

    19 luglio 2010 at 9:21 am

  26. Ringrazio Michele Vietri per la chiarezza del Suo intervento e per aver segnalato il documentato articolo di Pasquale Pirone sul “Parco delle 70 Forche”. Credo che rappresenti (molto più del mio scritto) un proficuo terreno di confronto e di discussione. Farò in tempo a richiamarlo in uno dei miei prossimi interventi domenicali sul “Corriere dell’Irpinia”. Intanto avrei piacere se potessimo proseguire ed approfondire il confronto sulla città di Avellino. La mia email è la seguente: toniermano@tiscali.it. Un Saluto davvero cordiale a Voi tutti e un a presto Toni Iermano

    toni iermano

    19 luglio 2010 at 12:21 pm

  27. Naturalmente mi riferivo a Massimo (e non a Michele) Vietri (intervento del 17 luglio 2010). t.i.

    toni iermano

    19 luglio 2010 at 1:26 pm


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