COMUNITA' PROVVISORIA

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Come ho vissuto Cairano 7x…

 “Come ho vissuto Cairano 7x…” –di Laura E. Ruberto

Da casa in California voglio riflettere su ciò che ha rappresentato per me la settimana di Cairano 7x.

Ho vissuto Cairano 7x da figlia nata negli Stati Uniti da padre cairanese ma anche nella mia veste di professoressa, studiosa della storia dell’e/immigrazione italiana e della cultura italo-americana. Per me è stata una settimana vissuta tra queste due identità che sono di solito scisse ma vicinissime, come due nazioni che condividono una frontiera, una frontiera permeabile, porosa, aperta alle infiltrazioni. Ma a Cairano le frontiere sono sparite completamente, le mie due identità si sono intrecciate in continuazione in maniera certe volte incomprensibile, certe volte addirittura comica, ma sempre in modo potente e ricco di possibilità. E a questo proposito non posso di certo passare oltre senza accennare all’intervento di Lidia Curti a Cairano che ha riunito queste mie due realtà in un dialogo globale e femminista, sottolineando l’aspetto etereoglossico del migrante come autore della storia.

Inoltre ho vissuto Cairano 7x con un’energia tremenda, un’energia che passava da persona a persona, che si sentiva sprigionare dalla Chiesa di San Leone mentre il gruppo jazz di Pasquale Innarella faceva le prove o che si vedeva ogni mattina quando un “graffito” nuovo del gruppo di artisti Qreuse sfiorava uno dei muri del paese.

Ma soprattutto ho vissuto Cairano 7x parlando con la gente di Cairano. E per me sono stati questi i momenti più sinceri, più vivi, più completi. Certe volte in compagnia di altre persone del laboratorio, ma sempre con l’aiuto e l’occhio della macchina fotografica di Raffaele Maglione, abbiamo fatto una serie di interviste— un lavoro di tipo etnografico (ma non in senso tradizionale).

Il nostro laboratorio sul tema della migrazione è stato organizzato da Elda Martino, ma è stato Mario Festa per primo a coinvolgermi nell’iniziativa, spiegandomi da lontano le idee per il laboratorio. Quando ci siamo messi a raccogliere storie e foto avevo in mente il lavoro che avevo già fatto in Irpinia nel 2006 (per saperne di più date un’occhiata a http://rubertolaura.blogspot.com/ ). Per di più, eravamo motivati dalla struttura del “carro dei migranti” che si realizzava durante la settimana ed a cui si è lavorato in tanti. Nonostante si tratti di “un’opera collettiva e, quindi, anonima” (secondo la descrizione della stessa), è stato ideato da Mario Festa insieme a Fiore Penta Faretra ed è stato concepito per esprimere il tema della migrazione visivamente e in modo partecipato, utilizzando le considerevoli storie di migrazione del paese stesso.  (L’idea del carro e la sua teoria di base sono temi su cui io e Silvana Carotenuto abbiamo fatto una presentazione l’ultima mattina a Cairano e su cui scriverò in un altro momento.)

Quindi, tornando al progetto etnografico: si è rivolto a qualsiasi persona con un’esperienza migratoria. In poche parole, volevamo parlare sia con la gente nata a Cairano che abita adesso o ha vissuto nel passato in qualche altro posto, sia con i nuovi immigrati, che da poco tempo si trovano a vivere e lavorare a Cairano. Come molti abitanti del Sud quasi tutti i cairanesi a qualche punto sono stati “fuori,” perciò non è stato difficile trovare gente con cui parlare. Individuati come punti di arrivo e partenza su una cartina geografica, i nostri intervistati ci hanno portato dall’Australia al Marocco, dall’Uruguay all’Ucraina, e da Torino a Pittsfield, in Massachusetts.

Nei pochi giorni che avevamo (e ben sapendo l’impegno necessario per un’etnografia complessiva) abbiamo deciso di trovare una forma espressiva per rappresentare le storie di migrazione e, di conseguenza, abbiamo chiesto ai nostri intervistati se ci potevano far vedere qualche oggetto che gli ricordasse la loro vita di migranti. Cioè, qualche cosa che, per esempio, rappresentasse o la casa adottiva o la casa nativa, un oggetto che si potesse tenere in mano—una fotografia; un documento; un souvenir; un ricordo messo da parte in un cassetto; un bigliettino che portano sempre con loro nel portafoglio; ecc. Un ricordo tridimensionale, concreto. I risultati sono stati straordinari e in tanti casi imprevisti—da foto a giornali, da braccialetti alla musica. Camminando per il paese abbiamo trovato persone che ci hanno aperto casa e cuore, con una gran voglia di raccontare, e con idee molto chiare sulle loro vite da migranti.

Questo legame con il paese, con i cairanesi stessi è stato il mio, il nostro, modo di vivere Cairano 7x. È stata un’occasione per pensare “con il sud” e non “al sud,” come ha suggerito Iain Chambers; per evidenziare come le esperienze migratorie sono accessibili tramite vari mezzi e che la memoria espressiva non è solo nostalgia o rimpianto ma invece fa parte delle esperienze vissute (partendo da Heidegger) e in questo senso riguarda il presente ed il futuro.

Le espressioni culturali, come i piccoli tesori personali che Raffaele ha fotografato,  rappresentano la storia transnazionale di migrazione di un intero paese e rivelano una capacità attiva della memoria. Nel 2006 l’artista italo-americana B. Amore ha costruito un’installazione multimediale, “Life-line—filo della vita,” per il Museo di Ellis Island fatto da oggetti, documenti, e storie di immigranti italiani; nel catalogo della mostra l’artista esprime il suo modo di concepire la memoria, spiegando come la realtà “è mutevole,”

… e anche ciò che ‘ricordiamo’ è soltanto un bagliore di luce su una superficie sfaccettata. Se ‘ricordiamo’ di ricordare, il ricordo assume una tinta diversa e siamo in grado di discernere che ciò che ricordiamo è in realtà solo una ‘verità’ molto parziale di un dato momento nel tempo, ma si tratta della ‘nostra verità’ e rappresenta un Punto di Partenza. (B. Amore, 2006, pg. 250)

Infine, ho vissuto Cairano 7x con la memoria come “Punto di Partenza,” con la storia viva del paese accanto a me, nelle parole, nei gesti, nei ricordi .

(Grazie a Raffaele Maglione per la foto e a Evelyn Ferraro per le correzioni di lingua.)

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Written by A_ve

23 luglio 2010 a 11:29 am

Pubblicato su AUTORI, CAIRANO 7x

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14 Risposte

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  1. L’esperienza di vita e i contributi teorici e pratici che porti sono tra le cose che più mi fanno amare Cairano 7X. Bellissimo anche il libro, perciò un doppio grazie.

    Michele Citoni

    24 luglio 2010 at 12:59 pm

  2. Caro Michele, grazie–apprezzo molto il tuo opinione e sono particolarmente contenta sentire del libro.

    Laura E. Ruberto

    25 luglio 2010 at 9:52 pm

  3. ” Non sapersi orientare in una citt´non vuol dire molto.Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta,e´una cosa tutta da imparare”. Cosi´scriveva W.Benjamin rivedendo la Berlino distrutta dai bombardamenti. Od ancora (Ales Steger)” A Berlino e´la citta´e non i suoi abitanti a decidere l´orientamento. A chi vive qui capita di perdersi e ritrovarsi,perdersi e ritrovarsi,due passi che non possono fare a meno l´uno dell´altro.Ecco! io mi ritrovo a Cairano e per non smarrirmi a Berlino ho creato la mia “LOCANDA”. Un modo,forse, per non smarrirmi del tutto. Grazie Laura!

    giovanni luigi panzetta

    26 luglio 2010 at 11:22 am

  4. E grazie anche a Mario ,Fiore, Silvana,Raffaele ed a tutti quelli che hanno lavorato all´idea ed alla realizzazione del CARRO.

    giovanni luigi panzetta

    26 luglio 2010 at 11:25 am

  5. grazie a Laura quest’anno Cairano 7x ha vissuto la continuità del suo spirito paesologico e comunitario più autentico e profondo. E’ il “genius loci” che si esntiva circolare e aleggiare in tutte le nostre discussioni e chiacchierate all’ombre dei tigli e in giro per il paese….memoria,identità e futuro per la nostra provvisoria comunità di viandanti venuti da lontano e che vanno lontano.Laura è la nostra icona e la nostra anima nomade e curiosa che bene ha discusso Lidia in un incontro originale e vero……attraverso Laura un grazie affettuoso e fraterno a tutte “le donne” che a Cairano ci hanno donato dolcezza,leggerezza e profondità di pensiero esentimento.
    mauro

    mercuzio

    26 luglio 2010 at 12:17 pm

  6. Giovanni Luigi Panzetta 26 luglio alle ore 13.07
    Benjamin non trovava piu´la citta´della memoria ,dei suoi ricordi,della sua infanzia,dei suoi amori. E lo cercava nella tracce ancora riconoscibili a terra ,in un lampione ancora in piedi,in un marciapiede ancora intatto.Steger descriveva gia´la citta´di oggi,del futuro ,della multiculturalita´,ma soprattutto della capacita´della citta´di digerire tutto (qualcosa di simile diceva anche Marinetti,che a Berlino aveva vissuto).Ma i grandi viali, le piazze non sono sufficienti a trovare l´orientamento interiore che cercava Benjamin e che io ritrovo solo sul Formicoso (la mia montagna magica) e a Berlino nella mia LOCANDA. E tu Laura ,dove ti ritrovi?

    giovanni luigi panzetta

    26 luglio 2010 at 12:41 pm

  7. Naturalmente,tra le righe,si evince come vivo Cairano…

    giovanni luigi panzetta

    26 luglio 2010 at 12:49 pm

  8. Sono troppo pigro per scrivere un testo intero.Che Franco mi perdoni! Un abbraccio a tutti

    giovanni luigi panzetta

    26 luglio 2010 at 12:51 pm

  9. Complimenti a Laura per il post ricco di spunti e di riflessioni. Mi dispiace proprio non esserci stato a Cairano 7×2010; sono sicuro che l’esperienza dei laboratori dev’essere stata davvero interessante. Mi sarebbe piaciuto ( e mi piacerebbe) riprendere un’idea di progetto che suggerii per Cairano 7x 2009 e riproposta a febbraio ad Enzo Tenore, Assessore alla Cultura del Comune di Aquilonia: preparare un progetto attraverso i fondi Europei FSE Cultura, in partenariato con altri Comuni di Grecia, Spagna, Francia: intervistare le persone ultrasessantacinquenni, che hanno vissuto la fase di passaggio dalla cultura materiale agricola a quella attuale della terziarizzazione. Tra il vario materiale, ricavarne anche un film documentario da inserire quale documento audio video nel Museo Etnografico di Aquilonia, di modo che la viva voce dei protagonisti “racconti” le fasi della vita contadina, dalla nascita alla morte, passando per il ciclo della vita e del lavoro, riti, matrimoni, fidanzamenti, mercato, lavoro agricolo, mestieri eccetera. Un film docomentario narrato in flash back e montaggio alternato, tipo Cairano/paesino Greco/contadini/e spagnoli/e/vs contadini/e francesi, tutti intervistati sullo stesso canovaccio, teso a ricostruire la vita vissuta, a confronto con i nuovi migranti, sempre sugli stessi temi. Ecco, mi piacerebbe coinvolgere Laura in questo progetto.
    Tra le riflessioni di Laura, mi stimola molto questa :”Ho vissuto Cairano 7x da figlia nata negli Stati Uniti da padre cairanese ma anche nella mia veste di professoressa, studiosa della storia dell’e/immigrazione italiana e della cultura italo-americana. Per me è stata una settimana vissuta tra queste due identità che sono di solito scisse ma vicinissime, come due nazioni che condividono una frontiera, una frontiera permeabile, porosa, aperta alle infiltrazioni. Ma a Cairano le frontiere sono sparite completamente, le mie due identità si sono intrecciate in continuazione in maniera certe volte incomprensibile, certe volte addirittura comica, ma sempre in modo potente e ricco di possibilità. E a questo proposito non posso di certo passare oltre senza accennare all’intervento di Lidia Curti a Cairano che ha riunito queste mie due realtà in un dialogo globale e femminista, sottolineando l’aspetto etereoglossico del migrante come autore della storia.”
    Questo passaggio mi suggerisce riflessioni abbastanza delicate. Anzitutto il dato “relativo” dell’identità, che non è mai legato in maniera assoluta, esclusiva allo “spazio geografico” e al “sangue” (questa una vera mistificazione), ma interagisce in maniera decisiva con il “tempo” – e dunque con la “cultura”, materiale e astratta. L’identità è data dall’interazione tra questi elementi. Dunque, “pensare il mondo” , il “sé “rispetto ad esso in termini nuovi, non può MAI essere un fatto ESCLUDENTE o in contrapposizione all’ALTRO DA SE’, visto come alterità. Al contrario, l’altro è specchio del proprio “sé”, che meglio si definisce se si specchia nell’altro. Ecco , allora, il grande valore dello “sguardo paesologico”, che è un umanesimo inclusivo e democratico, mai “paesanologico” e reazionario rispetto a culture “altre”. Proprio perchè esso arricchisce il “sé identitario” nel confronto con le culture “allotrope” che, una volta conosciute, poi, si rivelano per essere non così “allotrope”, cioè aliene o sconosciute, ma simili alla propria, appena appena arricchite degli elementi di diversità materiale (ad esempio la cucina, il modo di vivere e/o organizzare certi rituali , che hanno una invariabile radice comune eccetera). Dunque , parafrasando una grande “migrante” della cultura e del pensiero, “prima di abitare lo spazio noi si abita il tempo” (Fabrizia RAMONDINO). Quindi spazio e tempo sono sinonimo di movimento, evoluzione, cambiamento. Dunque “sincretismo, apertura” e non chiusura o esclusione.
    Pertanto, mi lascia molto perplesso il post dell’Associazione Silenia-Terra Nuova, dove la propria identità la si definisce “per esclusione”; alla maniera Leghista, pertanto la Regione Silena (Avellino, Benevento, Salerno – e perchè no l’Alto casertano che costituisce più del 65% dell’intero territorio provinciale?) si definisce a partire dall’identificare come tratto negativo la pianura della Campania felix (Napoli- Caserta), vista come sentina di ogni negatività che corromperebbe la pretesa “purezza” montana. No, non ci siamo. Sento, fortissimo, l’odore reazionario dei “paesanologi”, le assurde querelles dei “montanari” contrapposti ai “signori” delle pianure, in una sorta di subalternità codina al gioco dell’egoismo leghista, ai temi e tempi dell’agenda politica da essa dettati. Intendiamoci, non è che non sia legittimo ripensare e/o ridefinire un nuovo assetto dello Stato ( e dunque delle Regioni e dei Territori), anzi la cosa sarebbe auspicabile. Ma questo dibattito non può e non deve avvenire sulla base degli antichi pregiudizi etnografici, culturali, economici , ideologici, che di scientifico non hanno alcun fondamento. Al contrario, proprio perchè noi del Sud si è vissuto sulla propria pelle l’emigrazione, lo sfruttamento e il pugno di ferro centralista sabaudo prima, e fascio-clericale dopo, si deve essere capaci di “pensare in termini nuovi”, sulla base della ricca elaborazione “paesologica”, che ha contenuti democratici, fondati sulla consapevolezza della pura “accidentalità” di appartenere a un determinato territorio, consapevolezza che di per sé deve spingere a definire in termini di reciproco confronto e collaborazione, nonchè di comune elaborazione, i popoli che vivono contiguamente i territori e formano le Regioni e gli Stati, frutto di compromessi , se non di vere e proprie forzature. Dunque è fondamentale ciò che dice Iain Chambers – e ripreso da Laura nel suo post: bisogna “pensare con il Sud”, non “sul” o “per” il sud. E mai in termini di contrapposizione reazionaria ad altri territori, culture, etnie.
    Mi fermo qui, perchè ritengo che la questione vada approfondita e ripresa in altri post.
    Voglio comunque ringraziare Laura Ruberto per gli spunti offerti e dirle che il lavoro di editing e pubblicazione delle memorie di Leonilde Frieri Ruberto, raccolte in SUCH IS LIFE /LA VITA E’ FATTA COSI’, Bordighera Press, bilingue,California USA $ 10, è splendido, le fa onore e dà voce a chi non ha mai avuto voce, in termini correttamente “femministi”, come ha fatto sua nonna senza aver percezione “ideologica” di essere femminista, ma sulla base della forza del vissuto e della propria cultura materiale; la forza e la bellezza di quel libro sta in “tutto il sottaciuto”, nei “silenzi” di Leonilde, quando dice che “dentro di me ho ancora tanti ricordi e sentimenti, ma non ho le parole per dirli”. Invece tutto il non detto viene fuori prepotente dal “modo”come Leonilde ha organizzato il racconto, con quella sua vivissima “lingua” intessuta di parlato, di ricalchi dialettali e di inglese fonetico: un autentico tesoro linguistico, tanto più interessante e “vero” quanto più urgente e sincera era ( ed è) la spinta a narrare qualcosa che è sentito come ineludibile e da trasmettere, nonostante la “corazza” culturale della “sottomissione” femminile e dell’educazione religiosa. Laura rende onore alla nonna con una traduzione in un inglese lineare ed efficacissimo, quasi senza punteggiatura, per rispettare il ritmo del “parlato” originale. Le rende onore e si inserisce, con tutta la consapevolezza femminista – non tanto delle “due culture”, ma della “nuova cultura” – per “sottolineare l’aspetto eteroglossico del migrante come autore della storia”.

    Grazie Laura.

    Salvatore D'Angelo

    26 luglio 2010 at 1:22 pm

  10. UN MIO PERSONALE OMAGGIO EMOTIVO A “SUCH IS LIFE/MA LA VITA E’ FATTA COSì”: 1^ PARTE :

    “Iddio quando creò il mondo lo fece bello, ma noi che lo abitiamo labbiamo fatto cattivo, la mia storia e finita.questo che ho detto dallinizio e tutto vero, ci sono cose che con la mente me le ricordo, ma non le so scrivere, perche non ho cultura, fece 60 anni fa la quarta classe in un piccolo paese come ho detto allinizio con mia madre ammalata, ora mi mancano tre mesi per compire 70 anni, o tanto lavorato o avuto tanti dispiaceri, ma sono ancora su questa terra (…..) domani se Iddio vuole arriva mio marito dall’Italia con mia figlia e mi raccontano tutto, ma e meglio a non saperlo. Fra 8 giorni ritorniamo a Pgh (Pittsburg). Dove mi aspettano i miei figli e nipoti e anche il gatto, poveretto stava sempre con me chi sa come mi cerca( ….) la vita e fatta così. Anchio lasciai mio padre e tutti i miei cari per non vederli mai più .” (Leonilde Frieri Ruberto, ending of SUCH IS LIFE/MA LA VITA E’ FATTA COSI’. A memoir).

    Ecco, immagino una dissolvenza, Leonilde seduta sui gradini di casa…carrello all’indietro, dissolvenza incrociata……lei giovanissima, appena sposa, in un viaggio di nozze sognato e mai realizzato….Santuario di San Michele Garganico…giovani coppie vestite di bianco e foulard rossi…una musica sale a poco a poco..inquadratura dall’alto, in totale, restringimento di campo e siamo nel pieno del ballo…ora la musica è nitida e netta….è un’esplosione di ingenua sensualità,che viene direttamente da quel sentimento “che è nella mente, che me lo ricordo ma non lo so dire” e che ora si libera nella danza immaginata …la giovane Leonilde e il suo sposo con tutti gli altri. Questa la musica :
    Garofano d’ammore

    Eugenio Bennato – chitarra, chitarra battente, plettri, organetto, tammorra, voce.
    David Blazer – violino.
    Carlo D’Angiò – canto, chitarra.
    Teresa De Sio – canto, chitarra.
    Toni Esposito – percussioni.
    Robert Fix -flauto, cromorno.

    RODIANELLA

    Mi trovo dint’a n’orto di viole
    ma pi crianza non ne tocco una
    e aja fatto a liti pi lu sole
    e vulevo cuntà li stelle a una a una
    ma li stelle non ci contino a una a una
    e ci contino a centinaia di miliune
    vojellà ci voglio bene e non lu sa
    e si bene non ci voleva a cantà non ci veneva
    bene ci ajo voluto a cantà ci aje venuto.

    L’aria tutti pi ‘ntorni
    mò ca lu vecchio amanti è riturnato
    cientu campani al giorno pi mme sunavano
    e dicevano ca jevi morti assassino
    ma nun so’ morti no, so’ vivo ancora
    e aje campà a lu munno pi amà ‘sta donni.
    L’occhi pi l’occhi e lu cori pi lu cori
    a chi vo’ male a nui l’hanno ascì l’occhi da fori.

    A lu spuntà lu suli aje visto ‘na donne
    putenzia de lu Cristo quanni era belle
    et l’avea capilli ricci e faccia tonne
    bianca come la nevi a la muntagne
    Dio, assammilla avé ‘sta donna belle
    giuvinotti di quattordici anni
    da picculini m’aje cavatu lu core
    quanno ti metti chilli puliti panni
    mi pari nu mazzetto di viole appena colte
    prima di abbandunà voglio la morte
    voli videre chi mi chiangi forte
    e mi chiangi chella mamma che m’aje fatti
    e mi chiangi chillu pati che m’aje crisciuti.

    E lu surcio ‘ncopa la tina,
    ‘ncoppa la tina lu surcio stà
    ma la gatta malandrina piglia lu surcio ‘ncoppa la tina
    e lu surcio sotto la cascia
    sotto la cascia lu surcio stà
    ma la gatta vascia vascia piglia lu surcio sotto la cascia
    e lu surcio dint’ a lu letto
    dint’ a lu letto lu surcio sta
    ma la gatta malidetta piglia lu surcio dint’ a lu letto
    a bella si’, e pazzia lu fa
    e si bella tu non c’ivi, pazzia non lu facivi
    e me n’ha fatto annamurà la cammenatura e lu parlà
    la donna quann’è bella te n’addune alu cammenà
    e lu passo lungo e stritto la vunnella fa girà.

    Salvatore D'Angelo

    26 luglio 2010 at 5:02 pm

  11. Mi piacciono molto il post di Laura e tutti i commenti, in particolare quello di Salvatore.

    paolo

    26 luglio 2010 at 6:56 pm

  12. Caro Salvatore, sei in grande forma. Peccato veramente che non fossi anche tu con noi. Spero di vederti presto.

    Michele Citoni

    26 luglio 2010 at 11:02 pm

  13. Vorrei esserci di nuovo in Irpinia per poter parlare di tutti questi commenti al vivo….

    Gianni-che bello che citi Walter Benjamin e il suo modo di pensare allo spazio della citta’ in confronte alla memoria. E poi, la tua domanda a me: dove trovo il mio orientamento? Beh…qua in california e’ senz’altro guardando il panorama della citta: dalle colline di Berkeley si vede la baia, e le citta’ di berkeley, oakland, e san francisco…un’immensita’ urbana completamente al contrario da cio che si vede dalla rupe di Cairano! A Cairano credo che direi: camminando dentro il paese stesso (si capsice che sono una “city girl”)—come quel pomeriggio con te, e Michele, Andrea, Lello e altri quando abbiamo intervistati i signori dell’uruquay.

    (A proposito, Michele—quando possiamo vedere i film che hai girato?)

    Mauro-grazie per le tue parole dolce e serie, proprio un’icona non lo voglio essere (scherzo…forse…!) ma vorrei tanto vedere la comunita provvisoria estendersi ancora di piu da lontano—i “viandanti venuti da lontano” che si ritrovano in irpinia. O forse un giorno possiamo fare Cairano 7x a Pavia o a Berkeley…

    Salvatore-ho sentito tanto la tua mancanza a Cairano quest’anno ma ora che ti leggo qua mi sembra che c’eri anche te, perche dai voce ai miei sentimenti in un modo cosi’ tenero, esplicito, e vero. Mi piace un sacco quest’idea di un performance/teatro ispirato dalle parole di mia nonna. Quando possiamo farlo?

    Grazie ancora a tutti per i commenti e l’amicizia.

    Laura E. Ruberto

    28 luglio 2010 at 5:49 pm

  14. Laura pensavo proprio a una riduzione teatrale di Such is Life…ma un teatro post-avanguardista, multimediale, con inserti video e documentaristici…giochi di luce come scrittura e rappresentazione, non solo recitazione su una scena fissa, ma anche mimo e danza e inserti-cinema!Forse si potrebbe coinvolgere Gianni Di Nardo, che ha fatto una bella riduzione di Cartoline dai Morti” di Franco Arminio.
    Sì, sarebbe bello provarci. Ho bisogno solo di un po’ di…tregue emotive!
    Quanto al libro di tua nonna, ancora non sai quante emozioni, ricordi, fantasticherie mi ha scatenato. Ho tutto dentro. Spero di non disperdere nulla. Vorrei provare a metter tutto giù. Poi vedremo…

    Salvatore D'Angelo

    28 luglio 2010 at 6:54 pm


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