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molisannio dal manifesto

«NAPOLI LADRONA» VIA DALLA CAMPANIA / SECESSIONISTI CAMPANI (segnalato da Michele Citoni)

C’è chi dal Sannio e dall’Irpinia vorrebbe passare al Molise, e chi dal Cilento e dal Vallo di Diano sogna la Grande Lucania. E perfino chi sogna una Campania 2 senza Napoli e Caserta. Tutto per liberarsi dal «giogo napoletano» che succhia tutte le risorse. Ecco una mappa dei secessionismi sudisti, a 150 anni dall’unità d’Italia.

di Carlo Maria Miele / il manifesto, 21 luglio 2010

 Sognano la secessione, proprio come i cugini padani. Ma per i secessionisti campani il nemico da combattere non è Roma, bensì Napoli. «Napoli ladrona» che concentra su di sé tutte le risorse, che ignora i territori più remoti della regione e che se ne ricorda solo quando tornano utili per piazzare una discarica o qualche megacentrale elettrica. Gli ultimi a farsi avanti, in ordine cronologico, sono stati i fautori del «Molisannio», una fantomatica regione che dovrebbe nascere dall’unione della provincia di Benevento con il Molise. Ma l’idea di una fuga dalla Campania non è nuova e trova sostenitori in tutta la regione. Più che una reale proposta politica, si tratta di una sorta di chimera che di volta in volta viene evocata dai sindaci del Cilento, nell’estremo sud della regione, oppure da quelli del Sannio e dell’Irpinia, sul versante opposto. La formula con cui viene dichiarata la guerra è sempre quella: «Ce ne andiamo, lasciamo Napoli». In cambio c’è la prospettiva di andare a far parte della Basilicata, della Puglia o anche del Molise, di ritrovarsi in una realtà nuova che promette di restituire dignità ai territori negletti, di farli pesare per quello che realmente valgono. Qualunque ipotesi – affermano i promotori di turno della secessione – è migliore di quella di restare far parte della Campania matrigna.

___Sannio regione

La minaccia di andarsene torna utile in tante occasioni: quando di tratta di opporsi a una decisione che arriva dal capoluogo, ma anche quando è il caso di far avvertire il proprio peso sul tavolo della trattativa politica. Il caso più recente riguarda proprio quest’ultima tipologia. Protagonista Nunzia De Girolamo deputata berlusconiana di Benevento, già nota per aver invitato un anno fa il premier a Pietrelcina, città natale di padre Pio, per pentirsi delle sue scappatelle. Questa volta la coordinatrice locale del Pdl ha deciso di fare la voce grossa quando si è trattato di formare la giunta regionale. «Se il Sannio non avrà un assessore, siamo pronti ad abbandonare la Campania», ha tuonato rivolta agli alleati di centrodestra. Quando il neo governatore Stefano Caldoro ha annunciato la squadra di governo (in cui non compariva nessun assessore beneventano, così come nelle precedenti giunte Bassolino), la De Girolamo non si è arresa e ha rilanciato. «Il Sannio non ha assessori regionali – ha spiegato – eppure è chiamato spesso ad “aiutare” la Regione con discariche e supercarceri. Siamo pronti ad andarcene, a creare una nuova regione con il Molise. Ne ho già parlato con il presidente Iorio (il governatore molisano, ndr) e abbiamo fissato un incontro per i prossimi giorni».

Sulla scia delle dichiarazioni della deputata Pdl, sulla stampa locale è tornato il brutto neologismo «Molisannio» e il relativo dibattito tra favorevoli e contrari. Se ne parlò anche 150 anni fa, all’indomani dell’unità d’Italia, quando si trattò di tracciare i nuovi confini regionali. A quanto pare, l’idea di una regione corrispondente al Sannio storico trovò anche il sostegno dell’allora primo ministro Francesco Crispi, ma poi non se ne fece più nulla. Di tanto in tanto, però, il progetto viene tirato fuori dal cassetto. Gli argomenti usati per mettere a tacere quanti parlano di una mera boutade politica utilizzata per distogliere l’attenzione dai veri problemi sono sempre gli stessi: la nuova regione – affermano i suoi sostenitori – avrebbe il merito di essere più omogenea da un punto di vista storico e geografico, ma – soprattutto – libererebbe le zone interne dal «giogo napoletano», con indubbie ricadute in termini di sviluppo e prosperità per le sue popolazioni.

___Soluzioni alternative

In ogni caso, per gli aspiranti secessionisti campani le alternative non mancano. Quella principale è costituita dalla «Campania 2» o regione «Dei due principati», ossia di una Campania privata della presunta «zavorra» costituita dalle popolose Napoli e Caserta (con i loro tassi di criminalità e disoccupazione da record) e limitata invece alle province di Salerno, Avellino e Benevento. L’idea è stata rilanciata nel 2008 da una ventina di amministratori locali dell’avellinese, tra cui quelli di Ariano, Lacedonia, Vallata e Mercogliano, che sono arrivati anche ad approvare delle apposite delibere nei rispettivi consigli comunali, ma i tempi previsti per l’operazione (circa un paio d’anni tra procedura di richiesta del referendum ed effettiva separazione da Napoli) sono già abbondantemente saltati.

Qualcuno è andato anche oltre, pensando a una regione composta da Sannio, Irpinia e Cilento, ossia simile alla «Campania 2», ma privata anche della città di Salerno e del suo hinterland, e per questo più «omogenea». La vera alternativa al Molisannio, però, va cercata ancora più a sud, tra i fautori della «Grande Lucania», che qualche tempo fa si riunirono all’interno della storica Certosa di Padula con lo scopo dichiarato di riportare Sapri, il Cilento e il Vallo di Diano (in tutto circa 200mila persone) nella Basilicata, cui erano legati fino a un paio di secoli fa. «Vogliamo che ci venga riconosciuto il diritto a tornare dove siamo sempre stati per storia, cultura e tradizioni. Cioè in Lucania», dichiarò in quell’occasione alla stampa Tiziana Bove Ferrigno, architetto e presidente del Comitato Grande Lucania. La motivazione che anima i «secessionisti» è sempre la stessa: fuggire da Napoli, che tutto accentra e consuma, per poter finalmente spiccare il volo in termini di sviluppo. «Qui arrivano le briciole. Io faccio l’architetto e ho scelto di non andare via, ma sono anni che da queste parti non si presenta più un progetto di sviluppo del territorio», è la spiegazione che diede Bove Ferrigno. La proposta di Grande Lucania ottenne anche il sostegno degli amministratori della Basilicata. Gaetano Fierro, allora vicepresidente della giunta regionale, arrivò a prospettare una «regione dei parchi», capace di mettere assieme le aree protette del Pollino e dell’Appennino Lucano con quelle campane di Cilento e Vallo di Diano e di fungere da sicuro volano per il turismo.

Qualcun altro ha aspirazioni più limitate, e invece che fondare una nuova regione, si accontenterebbe di fare i bagagli e di trasferirsi in quella limitrofa. È il caso dei comuni dell’alta Irpinia, tirati in ballo puntualmente quando si tratta di individuare il luogo per la prossima discarica regionale, e fermamente decisi a «non diventare la pattumiera della Campania». Nell’estate del 2008 i sindaci dell’intera area del Formicoso firmarono un manifesto dai toni duri in cui affermavano di stare «valutando la possibilità di separazione» dalla Regione e di essere intenzionati a intraprendere «tutte le iniziative legali a tutela della integrità del territorio irpino, a costo di mettere a rischio la propria vita: perché le proprie aspettative future non siano calpestate dalla discarica nel polmone verde della Campania». In quell’occasione nel dibattito intervenne anche il cantautore Vinicio Capossela, che decise di farsi portavoce del malessere della terra dei suoi genitori. «Non si spiega come una landa di terreno come l’alta Irpinia che è in linea con i parametri della differenziata a livello europeo, invece di essere premiata, sia punita. Bisogna valorizzare chi fa bene», dichiarò ai giornali.

___Secessioni virtuali

Sempre la minaccia di una discarica, nel 2006, spinse alla mobilitazione il comune di Savignano Irpino, che riuscì anche a organizzare un referendum per sancire il passaggio dalla provincia di Avellino a quella di Foggia. La consultazione però non riuscì a raggiungere il quorum e il piccolo centro irpino rimase in Campania, beccandosi – un anno più tardi – anche la prevista discarica.

Il caso di Savignano però rappresenta l’eccezione. Difficilmente dalle parole si riesce a passare alle vie di fatto, e il più delle volte i proclami autonomistici si esauriscono nel giro di qualche settimana. Nonostante i fallimenti, quello dei secessionismi campani resta però un fenomeno per molti versi originale e degno di interesse. Se non politico, almeno sociologico. Interessante di sicuro lo è per altri accesi fautori della «autonomia dei popoli», come i leghisti di Umberto Bossi, che hanno seguito da vicino la cosa. In un documento del Parlamento del Nord, intitolato «La spinosa questione dei “comuni di confine”: L’effetto perverso della mancata attuazione del federalismo fiscale», viene dedicato abbondante spazio al caso campano. Nel testo, datato 2007 e tuttora reperibile in rete, la Lega sottolinea che «la motivazione più rilevante, nonché quella comunemente addotta dai comuni “secessionisti”, risiede nell’evidente disparità di condizioni socio-economiche tra realtà che distano fra loro solo pochi chilometri». Importante – a detta dei teorici padani – è anche un altro elemento, «comune a tutte le realtà che chiedono il mutamento degli attuali confini geografici», ossia che «tali iniziative nascono “dal basso”, sulla base della spinta popolare di associazioni e movimenti nati spontaneamente e in modo disomogeneo su gran parte del territorio nazionale, nonché trasversalmente rispetto ai partiti e agli schieramenti politici».

Per il momento gli emuli campani di Bossi devono accontentarsi di Internet. La rete è diventata un vero e proprio paradiso per coloro che vagheggiano un futuro di libertà, lontano da Napoli. Su Facebook la secessione è già avvenuta, e le nuove regioni fioriscono. Il gruppo della Grande Lucania (che porta il nome «Cilento annesso alla Basilicata», sottotitolo «Torniamo a far parte della Lucania») conta quasi un migliaio di iscritti. Ancora meglio fanno «Viva il Sannio, viva il Molisannio» (2663 iscritti che dicono «sì a un progetto effettivamente credibile e realizzabile») e «Salerno, Avellino e Benevento, una nuova regione», con 4449 iscritti che per darsi forza citano Victor Hugo: «Si può resistere alla forza di un esercito ma non si può resistere alla forza di un’idea».

Adesso però, grazie al Molisannio, le cose potrebbero cambiare. De Girolamo, la nuova paladina dell’indipendenza sannita non ci sta a ridurre tutto alla «provocazione politica» e dice di essere impegnata concretamente per organizzare il referendum previsto dall’articolo 132 della Costituzione italiana, che troverebbe il sostegno delle popolazioni locali. «Sono sommersa di mail, telefonate e proteste: tutti mi chiedono di andare avanti», ha detto di recente. In campo politico, però, la sua proposta ha ricevuto per lo più bocciature, se non commenti sarcastici. «Stravagante» è il termine più ricorrente utilizzato per definire l’idea. E scarsi riscontri arrivano anche dall’altra sponda, quella molisana. Forse anche perché in Molise – e sempre in queste settimane – ferve un acceso dibattito sulla possibile «riannessione» all’Abruzzo. A quanto pare, la «indipendenza molisana», sancita nei primi anni sessanta, non ha garantito i benefici attesi.

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Written by A_ve

7 agosto 2010 a 6:01 pm

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