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viaggi nei paraggi

Ciao Angelo, mi pare di capire che mi offri un passaggio sulla rete, nel blog, volentieri accetto, anche se in teoria non potrei, ho un impegnativo lavoro da consegnare dopodomani e-in teoria- ogni minuto è prezioso, -in pratica- invece no.

Imperturbabile bighellono come vedi… come se niente fosse.

  
VIAGGI NEI PARAGGI -parte prima- di Lucrezia Ricciardi
Ho aperto il photoshop ed ho iniziato a montare alcune immagini di Cairano del 23 luglio scorso, poi ho visto altre foto di quella stessa giornata e mi sono venuti altri pensieri che in questo momento vorrei veicolare attraverso il blog.
Non è di Cairano che voglio parlare, non perchè questo luogo non sia degno di nota anzi tuttaltro.  La scoperta di questo paese in sè e la scoperta simultanea dello stesso paese che si è generosamente acceso di idee e persone un mese prima è sicuramente qualcosa di speciale. Ho immaginato quello che è successo dalle tracce che sono rimaste sulla sommità , in quella luce filtrata sotto ancora immacolati velari ho immaginato sapienti simposi e poco oltre, di riflesso, anche gli spontanei rovi neri hanno pizzicato il mio senso estetico. Lassù nel silenzio e nella desolazione un’impossibile  prua con le sue corde al vento  ormeggiata nella terra e penso resterà lì ancora a lungo. Trattasi dunque di paesaggio poetico ed è cosa bella ed è cosa giusta, quel luogo pulsa.
Ma la mia terrestritudine quel giorno ha visto anche altro e altro da queste parti è sinonimo di terremoto e ricostruzione.
Dopo Cairano, senza alcuna fretta io e Nino siamo stati a zonzo nei paraggi: Calitri- Conza- Laviano-Santomenna-Quaglietta- Valva -Colliano… li metto in ordine sparso e forse siamo stati pure in altre entità “paese”  ma alcuni nomi sfuggono adesso alla mia memoria . Ho frullato tutto, la fabbrica dei laterizi, la venditrice di agli, il forno  bizantino di un ristorante, le facce dei giovani davanti ai bar, i monumenti senza fiori alle vittime del terremoto. Ho visto, deduco, un paese solo, il distinguo della sfumatura del campanile ci sarà pure ma bisogna scavare un pò per trovarlo.
La ricostruzione ha in qualche modo omologato la vita e le facce della gente, soprattutto nei paesi nuovi, qui qualcosa di stridente  prende allo stomaco. Le stesse statuine poste a decoro dell’urbanità suonano false e di cattivo gusto ed amplificano il senso di vuoto che si respira…
(continua)

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Written by A_ve

13 agosto 2010 a 8:37 am

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7 Risposte

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  1. …..il senso di vuoto che si respira…. (continua) non riesco a leggere il dopo, spero non sarà il mio… un lugubre presagio….( Sono sicura che sono io che non ho ancora bene imparato ad usare questo “aggeggio infernale”.) Grazie per questi “diari di viaggio” son sempre per me di grande consolazione, costretta nel mio “profondo Nord”, a presto. Un bacio EDDA

    Edda Canali

    13 agosto 2010 at 10:22 am

  2. Un benvenuto agli scritti di Lucrezia, che – a quanto leggo – si annunciano interessanti e belli all’occhio e all’intellgenza.

    Salvatore D'Angelo

    13 agosto 2010 at 12:26 pm

  3. Non c’entra, ma è sempre da VIAGGI NEI PARAGGI….

    Salvatore D'Angelo

    13 agosto 2010 at 3:15 pm

  4. Riapro il varco della comunicazione e ringrazio Edda e Salvatore.
    Nel frattempo ho perso un poco il filo del discorso.
    Si trattava di una specie di resoconto di una giornata trascorsa “nel cratere.
    Parlare della ricostruzione post terremoto 80 non è facile, troppi fattori concomitanti da valutare e difficili da liquidare con poche battute. Tuttavia avendo aperto questo discorso lo voglio pure chiudere anche perchè ho maturato di recente alcune considerazioni che vanno oltre i miei ed altrui consueti piagnistei

    sul DOPOTERREMOTO voglio dire questo:

    1) ERA INELUTTABILE CHE ACCADESSE CIO’
    Ad una lettura più approfondita di come sono andate le cose mi dico che umanamente e concretamente non si poteva fare diversamente. Non puoi chiedere ad un sarto che sa cucire solo pantaloni di cucirti tutto un guardaroba… è tutta una società “con i mezzi e gli uomini che aveva” che ha prodotto questa scombinata ricostruzione. Noi non siamo friuliani…Eravamo e siamo ancora “Socialmente Scombinati”

    2) CHIAMARE LE COSE CON IL PROPRIO NOME
    Se rifondi un paese di sana pianta è bene che anche nella toponomastica sia evidente altrimenti crei schizofrenia in chi ci vive ed in chi è di passaggio. Manca il prefisso o il suffisso “NUOVA Laviano” “NUOVA Conza” ecc. (magari scritto proprio così a caratteri maiuscoli). Non si può dare pari pari lo stesso nome di un paese che “fu” ad un paese che invece “è” ed è posizionato per giunta ALTROVE. Sono astuzie pscicologiche, ma anche queste aiutano ad instradare il futuro. A Conza NUOVA potresti anche viverci bene, le brutte case di Zamberletti sono tali a causa dei “sarti” che le hanno ideate (molti di questi insegnano addirittura Architettura a Napoli) ma queste fottutissime case sono sicuramente più comode e più ampie di quelle dove un tempo si viveva. E questo qualcuno lo deve pure dire.

    Miei cari amici Comunitari, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate… è tutta roba che ci riguarda credo.
    Lucrezia

    lucrezia r.

    25 agosto 2010 at 5:48 pm

  5. Dimenticavo di aggiungere che ogni paese ha il suo lapidario monumento alle vittime. Sotto quei nomi fiori e piante rinsecchite da tempo…. questa si chiama incuria anche per i propri morti. M’è venuto un moto di sdegno, le persone con il terremoto si sono incarognite. E non dico altro.

    LUCREZIA RICCIARDI

    25 agosto 2010 at 7:35 pm

  6. Cara Lucrezia, ……eravamo e siamo ancora “socialmente scombinati” …!queste tue perole, forti prese di posizione sono una tristissima realtà. Effettivamente quella che tu descrivi è la netta sensazione che si avverte venendo in Meridione: l’abbandono, la negligenza, la trscuratezza, l’assenza della cura per le cose piccole e grandi, la mancanza di un progetto comune, per il “bene comune”, l’anarchia…..Dico questo con dolore, io in Irpinia mi semto a “casa”, incontro persone vere, amici, e poi il silenzio, tanta natura, poche persone, insomma è bello essere “in sintonia” con i luoghi che incontri. Nel contempo il disagio è forte, la trascuratezza, la mancanza di amore per “il Bello” che esiste, mi rattrista molto. Spero di essere compresa. Un abbraccio. EDDA

    Edda Canali

    26 agosto 2010 at 7:21 pm

  7. Cara Lucrezia,

    i sarti che sapevano solo fare piccoli rammendi e si sono trovati a fare gli abiti hanno semplicemente intepretato quello che noi irpini volevamo; case con il garage, senza vicini, comode e anche appariscenti. Dove gli abitanti hanno preteso la casa e i vicoli di prima (caposele, in parte) li hanno avuti.
    Siamo socialmente sconbinati anche perchè siamo stati vulnerabili ad una oligarchia di interessi e di potere, a cui non interessava certo il lavoro certosino e puntiglioso di fare come a Gemona o a Foligno, ricostruire pietra su pietra.

    Disponibile a continuare questa discussione, che sul mio blog ho affrontato diverse volte.

    Stefano
    http://teoraventura.ilcannocchiale.it

    stefano

    28 agosto 2010 at 2:30 pm


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