COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

Biccari, Roseto, Alberona

metto qui un pezzo paesologico uscito stamattina sul manifesto assieme a una riflessione sulla poesia (che posterò nei prossimi giorni).
forse il 25 agosto vi faccio un bel dono….

****
La paesologia è andare nei paesi per tornare il più in fretta possibile al proprio paese. Questa frase mi è venuta alle due del pomeriggio mentre guidavo su una strada sconnessa che da Biccari porta a Roseto Val Fortore. Ieri era la vigilia di Pasqua, sono andato a vedere gli ultimi paesi dei monti dauni che ancora non avevo visto. È stato un vedere senza guardare, non mi sono abbassato all’altezza del cane, lo sguardo tipico del paesologo, non ho annusato niente. La mia disciplina non è fatta di protocolli, ogni volta si comincia da zero, non basta attraversa un luogo, ci vuole che il luogo ti attraversi. E questa è una cosa che non riesce sempre. A volte ci vuole un’infiammazione, altre volte ci vuole un senso di estraneazione. Quello che dà vita alla scrittura paesologica non è sapere tutto di un paese, non è informarsi su di esso, non è rimanerci per poco o per tanto.
Sono passato per Troia per tornare alla pasticceria che avevo visitato qualche giorno prima. Ho fatto un paio di foto al rosone della cattedrale, ho preso il panino e comprato pure un chilo di fave, un chilo di ceci e un chilo di lenticchie. Legumi sfusi, speranza di aver comprato qualcosa di buono. Troia discretamente animata, tre contadini al passeggio, è la vigilia di Pasqua, i lavori nei campi restano faticosi, ma consentono qualche giorno di pausa. Faccio una foto al grano che sta crescendo intorno al paese. Ho nella testa una stupida recriminazione per il freddo preso la sera prima. Secondo me adesso mi sta per venire un raffreddore e questo mi innervosisce, già stare al mondo in perfetta salute è una cosa che mi procura più smanie che piaceri, figuriamoci col naso che dà cenni di volersi chiudere o colare.
Prendo la strada per Biccari. Non vado a vedere la bellezza di un paese, ma a verificane l’esistenza. Sulla strada nuova recriminazione che si stratifica sulla prima, contribuendo a formare il mio sandwich di impazienza odierno: ho con me la macchina fotografica, ma non ho portato l’obiettivo che mi permetterebbe di avvicinare certi alberi bellissimi in mezzo al grano. Qui il Tavoliere delle Puglie ha ceduto il posto a piccole increspature del suolo che poi più avanti diventeranno colline e più avanti ancora si faranno montagne moderatamente elevate. Prima acquisizione degna di nota: il paesaggio che vedo verso Biccari è bellissimo. Qui è tutto grano, non ci sono villette, non ci sono insegne, non ci sono capannoni, non c’è l’Italia che in pochi decenni ha coperto la meravigliosa penisola che è rimasta intatta per millenni.
Da lontano il paese esibisce una grossa chiesa che domina tutto l’abitato. Arrivo con la macchina fin sotto il portone. La chiesa è grande ed è piuttosto brutta. Mi chiedo con sgomento chi possa aver concepito una costruzione così gigantesca in un paese tanto piccolo. La quantità, come spesso accade, è andata a discapito della qualità, è la conferma della vittoria del pieno sul nostro occidentalissimo horror vacui
Mi faccio un giro un po’ svogliato per il paese, ci sono molte case coi mattoncini, altre con intonaci, alcune sono restaurate con l’attenzione all’antico, altre stanno qui a testimoniare le smanie moderniste degli anni passati. Il risultato: case che si vedono ovunque, case che ti spingono a risalire in macchina. Ripasso per la piazza dove un quarto d’ora prima avevo visto un po’ di persone. Sono tutte sparite, stavano semplicemente aspettando che si facesse ora di pranzo. Il sud non fa orario continuato. Alle due di pomeriggio tutti a casa.
Io il mio panino me lo vado a mangiare vicino a un piccolo laghetto che si chiama Pescara. Sembra di stare sulle Alpi. Sull’altra sponda c’è una famiglia, una sola, ma assai rumorosa. Penso a quanto chiasso fanno i meridionali, a come spesso i genitori inculcano nei figli il gusto del parlare a vuoto. Penso anche che questo parlare a tutti i costi sia un modo per riempirlo quel vuoto, per esorcizzare la paura che ci fa il silenzio.
La montagna attira le nuvole e il proposito di starmene una mezz’ora disteso al sole svanisce. Di nuovo in marcia, direzione Roseto. La carreggiata si fa ancora più esigua e sconnessa, a un certo punto compare un cartello: strada interrotta. Io, invece, proseguo e arrivo al paese. La strada non è interrotta. Meglio non andare a Roseto, dice in verità quel cartello, che rovinarti l’auto e poi chiedere a noi della Provincia il rimborso per i danni.
Roseto è bagnata da un bel sole. Sono le quattro del pomeriggio: alcuni vecchi sulle panchine, persone di mezza età davanti al bar, qualche donna davanti alla porta di casa. Qui siamo sul confine tra la Puglia e il Sannio. Cerco di ascoltare un poco la lingua, sono assai curioso di sentire come parlano, non di cosa parlano.
Anche qui piccolo giro, Roseto mi fa più simpatia di Biccari e non dire perché, forse è cambiata la luce o magari dipenderà dal fatto che ho mangiato e nel mio sangue gira qualche vaga molecola di buonumore. La chiesa del paese non ha una piazza intorno, è assediata da case che non sono nuove, con tanto spazio sono andate a costruirle proprio dove comincia la scalinata.
Mi rimetto in macchina in direzione di Alberona. Sosta in seguito all’avvistamento di un piccolo caseificio. Acquisto di due caciocavalli e due barattoli di miele, specialità del posto. Il proprietario mi dice un po’ di cose sul suo lavoro e sull’aria che tira da queste parti. La più curiosa è che a Roseto devono ripetere le votazioni perché sono finite in pareggio: quattrocentotrentuno voti a ognuna delle due liste in campo.
Pochi chilometri e arrivo ad Alberona. Il paese secondo il Touring è uno dei cento borghi più belli d’Italia. L’onorificenza è sottolineata in maniera quasi ossessiva. In giro non c’è nessuno, le insegne turistiche sono più numerose delle persone. seguire le insegne è il contrario del mestiere del paesologo. Il paesologo non va a vedere i paesi, non segue le insegne, le evita il più possibile, così come e vita i percorsi obbligati, le corsie chiuse. Questo posto doveva avere una sua grazia appartata, volerla svelare a tutti i costi un po’ la fa svanire. Più che la bandiera arancione a me sembra un paese da bandiera bianca. Scambio un po’ di parole con alcuni pensionati. Gente saggia, lontana dalle velleità di sviluppo che la politica vorrebbe appiccicare a questo luogo. Mi dicono che molte persone di città hanno comprato le case, ma vengono solo in estate a ripararsi dalla calura. Ho la sensazione che Alberona sia il prototipo di quello che rischiano di diventare tanti piccoli paesi dell’Appennino: ospizi d’inverno, villaggi turistici d’estate. Io non sono in grado di indicare possibilità diverse se l’ambito rimane quello del modello capitalista e antropocentrico. E poi a me le vicende degli umani interessano fino a un certo punto e in certi giorni mi pare che non mi interessano neppure i paesi. Li uso per evadere dalla prigione del mio paese nella speranza di trovare un luogo in cui placarmi, un luogo in cui si sciolga il grumo di perenne inquietudine che mi porto dentro.
Ad Alberona il tentativo di darsi una patina turistica fa quasi tenerezza: hanno perfino tirato su un muro finto antico chiamandolo “muro architettonico”. Un lembo di boscaglia è segnalato come “area del cinghiale”. È l’ultima insegna che vedo, poi la strada comincia a scendere verso la pianura, in pochi minuti arrivo a Lucera. Qui di persone ce ne sono anche troppe e sono tutte dentro le loro automobili, sembra che in città sia in corso la maratona dell’ingorgo. Raggiungo a fatica il poderoso muro del castello. Pare di essere in Siria, qui il muro è antico per davvero.
Per finire in bellezza la giornata decido di passare per l’Ipercoop di Foggia, anche questo è un tentativo di placare l’inquietudine. Sono uno che guarda, ma sono anche uno che compra. Visitare un paese sperduto non è inconciliabile col passaggio in un centro commerciale. Forse in questo modo do sfogo alla mia vocazione eclettica. Spesso nelle mie giornate s’intrecciano epica e disincanto, nichilismo e passione civile. C’è una desolazione che mi rende euforico e un’euforia che mi rende desolato. Sono fatto così e la paesologia dice che l’amore per una cosa è sempre amore per qualcos’altro, che il dispiacere per una cosa è sempre dispiacere per qualcos’altro.
Qui nel capannone dei negozi è l’ora di punta, ci sono più persone qui dentro che in tutti i paesi che ho visitato in questi giorni. Un centro commerciale viene definito come non luogo, in realtà è un officina dove le persone vanno a riparare i guasti prodotti dalla vita quotidiana, è un ambulatorio dove le persone vanno a farsi medicare dall’acquisto delle merci. Il reparto alimentari è il più affollato. I carrelli sono stracolmi. Più che la vigilia di un giorno di resurrezione mi sembra di trascorrere un’eterna inumazione. Il mondo ha smesso di girare. I giorni non passano. Non succede niente nei paesi e neppure nelle città, di meno ancora succede niente nel cuore delle persone.
Intanto mi sento stanchissimo. Mi rimetto alla guida e penso ai settanta chilometri che mi dividono da casa. Penso a tutti i chilometri macinati in questi anni, a tutti i minuti, a tutti i secondi, penso a tutto questo come a una frana che mi seppellisce, a qualcosa mi passa sopra come un tir guidato da un ubriaco. Siamo tutti sotto un enorme massa di detriti. È la frana del tempo che passa. Il mondo è fermo, noi non siamo fermi, noi ci dibattiamo credendo di muoverci, in realtà, quando ci accorgiamo del tempo, quello se ne è già andato. Non aspettiamo che trascorra, perché non lo sentiamo andare via. Solo dopo che se ne è andato, lo rimpiangiamo. È questa la vera dannazione a cui siamo condannati, a cui è condannato chi non sa dare valore al suo tempo terreno. Che è anche l’unico che abbiamo. Tempus tantum nostrum est, diceva Seneca, solo il tempo è nostro, il nostro tempo mortale.

Annunci

Written by Arminio

21 agosto 2010 a 7:33 am

Pubblicato su AUTORI

6 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Come un fantasma forrei seguirti in queste tue fughe paesologiche! Ti seguo quando tu ce le descrivi”.C’è una desolazione che mi rende euforico ed un’euforia che mi rende desolato…” Ma cos’è questo gatto che si “mangia” la coda? E’ forse la netta sensazione della finitezza? RESISTERE RESISTERE RESISTERE. Non ti basta il nostro amore? ……Tanti bacini. Edda

    Edda Canali

    21 agosto 2010 at 11:07 am

  2. Non è il tempo a passare! Siamo noi che passiamo! Prima e dopo di noi il tempo c’era e ci sarà. Forse cambiare i parametri ci aiuterebbe a rapportarci diversamente con il nostro “dentro” e con il nostro “fuori”.

    Nicola Iacoviello

    21 agosto 2010 at 6:18 pm

  3. Siamo noi che ci muoviamo nel tempo o è il tempo che si muove dentro di noi?
    Ma forse non esiste nè spazio nè tempo, ma solo il sogno d’essere noi, d’essere vivi….d’essere qui.

    Salvatore D'Angelo

    22 agosto 2010 at 12:20 am

  4. Ciao Franco,te lo voglio proprio dire sono le tue descrizioni,il tuo dirmi quei luoghi che fa un po’ sognare chi vive l’abisso cittadino del quotidiano esiliato in quattro mura che scioglie soprattutto il grumo di perenne inquietudine che mi porto dentro facendo rarefare il malessere dai tanti gorghi che inghiottono le nostre esistenze.Grazie,renato

    renato

    22 agosto 2010 at 12:24 pm

  5. ieri un pò di paesologia anche io: valva, colliano e collianello. sporchi e pieni di zanzare. i paesi irpini sono più puliti. anche melfi è sporchina, molto più di ariano, se vogliamo fare un paragone

    sergio gioia

    22 agosto 2010 at 1:11 pm

  6. Caro Franco, quanto darei per poter uscire dalla agenzia per fare una passeggiata in uno dei nostri meraviglioi, desolati e acquietanti paesi. Il tempo lo trascorriamo a lavorare per produrre ricchezza e benessere mettendo da parte, purtroppo, il buon vivere. Ecco, io ora sto pensando al miele ed ai caciocavalli che hai acquistato più che alle cose che hai ammirato. Spero erano buoni e ti abbianofatto pensare al luogo dove li hai acquistati … ambasciatori inermi trastullatori del palato.
    Spero di incontrarci quanto prima per una giornata paesologica all’insegna del benessere e del discorrere.

    giovanni ventre

    23 agosto 2010 at 9:27 am


I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: