COMUNITA' PROVVISORIA

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L’ULTIMO CAPRICCIO

di Donato Salzarulo

Al funerale della zia Teresa,
la pioggia comincia verso Pescara.
Quando arriviamo al paese, a notte fonda,
ci immergiamo nella nebbia
con rivoli interminabili sulla fronte.
L’unico ombrello ce l’ha squarciato il vento
a Casalbordino dove mio fratello
è uscito per il pieno di metano.

A Ferragosto la zia s’era arresa: non aveva più voglia di mangiare, guardare e raccontare.
Dopo la rottura del femore anche camminare le era diventato fatica.
Si riaccese così nel corpo il focolaio di una vecchia malattia, una strana forma di leucemia e cominciò a congedarsi da tutti noi.
Spero solo che muoia prima che voi partiate…
E noi a scongiurarla di non farsi invadere da tormenti depressivi. Da viva l’ho vista l’ultima volta in ospedale. A ferie concluse ero lì per salutarla. Mangiò qualcosa; pochissimo, sollecitata dalla mia consorte. Uscendo ci guardammo a lungo negli occhi e ci stringemmo.
Ora sta qui fredda e composta nel suo letto di morte; sta in casa sua, alla Cavallerizza, così come aveva disposto. Rosanna, mia cugina, che per lei senza figli è stata una figlia, ha fatto quello che desiderava.
Ora è immobile, con un rosario e un vangelo fra le mani. Di fronte, sul parapetto del camino, la sua foto anni sessanta: bellissima, capelli lunghi e mossi, sguardo vivo. Un quadro celeste tenuo, un tempo di splendore. Quello di oggi, invece, è minaccioso, pieno di nubi e di vento.
Zia Teresa nacque nel Ventisei, penultima delle quattro sorelle di mia madre. Ultima, però, a sposarsi.
E’ capricciosa, dicevano le altre, è capricciosa… Non le va bene nessuno. E via con l’elenco di chi le aveva chiesto la mano ed era stato rifiutato.
All’epoca ero un adolescente e ricordo il suo penultimo pretendente.
Forestiero, era nato a Guardia Lombardi, un paese vicino. Emigrato, mi pare, dalle parti di Torino. Aveva un’aria signorile. La zia gli disse di sì, e lo ammise a frequentare la casa di Via Forno
Giardino, dove viveva insieme con la madre Lucia, mia nonna materna.
La frequentazione appariva ben avviata. Aperta parentesi: al mio paese quando un uomo veniva ammesso a casa di una donna a frequentarla si diceva che andava “a fare l’amore”.
In realtà, si può essere sicuri, sotto lo sguardo vigile di mia nonna, potevano scambiarsi al massimo chiacchiere e un po’ di occhiate furtive.
Comunque, essendo forestiero, il guardiese veniva scrutato capillarmente. Di lui non si sapeva
la provenienza famigliare, la condizione sociale, l’attività lavorativa (onesta o disonesta?), la reputazione… Tutte variabili che si riassumevano in un proverbio: “Scegli la razza, non il cavallo”. E, dunque, per l’avanzamento della relazione esisteva un problema di raccolta d’informazioni,
di attività investigativa da svolgere: chi era questo Carneade che voleva la mano della zia?
In uno stesso paese l’informazione circolava, ma con gli stranieri c’era bisogno d’intelligence.
Il delicato compito fu delegato ai tre cognati: mio padre, lo zio Antonio, marito della zia Maria,
e lo zio Salvatore sposato con la zia Elvira, la più giovane delle cinque sorelle.
Misero a punto il piano: dovevano far finta di essere capitati una domenica a Guardia Lombardi e assumere informazioni sul Tizio. Per rendere più credibile la finzione, mi portarono con loro. Avevo dodici anni e si poteva far credere che stavano facendo una specie di gita con l’imberbe.
Ricordo che la missione fu concertata a lungo.
Così una domenica partimmo col pullman per Guardia.Cercammo la via, chiedemmo del Tale e alla fine bussammo ad un portone più simile all’entrata di un magazzino che di una casa.
Non c’era nessuno. Domandammo alla vicina. Conoscete Tizio e Caio?…Siamo i parenti della fidanzata di Bisaccia, siamo capitati…La donna, piuttosto anziana, disse di sì, e che forse è andato al bar con gli amici, adesso lo vado a chiamare.
Dopo una decina di minuti, infatti, ecco presentarsi il pretendente a fronteggiare, non del tutto nei suoi panni, una situazione imprevista e abbastanza incresciosa.
Fece del suo meglio e ci invitò a pranzare con lui. Avrebbe cucinato la vicina.
Cosa che facemmo. In fondo, si trattava di far parlare ed osservare l’eroe nel suo ambiente.
Tutto il suo comportamento, al ritorno al paese, sarebbe diventato oggetto di giudizi, interpretazioni, valutazioni collettive per giorni.
Quando togliemmo le tende dall’angolo di androne dove avevamo mangiato, l’innamorato volle regalarmi un paio di scarpe, di quelle lucide, a punta. Erano nuove e a lui non andavano più bene. Le presi volentieri e le calzai. Il sottoscritto, che non si può dire abbia mai avuto una camminatura perfetta, col baricentro che consuma tacchi a tutto andare, continuando a mettere le dita dei piedi nell’imbuto delle punte (prima o poi si faranno la casa, insisteva mia madre), si ritrovò dopo qualche settimana con il primo callo della sua vita. Gettai le scarpe in un angolo di ripostiglio e da allora le scelsi sempre a pianta larga e a barca.
Dopo la nostra missione, la zia continuò ogni sera ad aspettare il pretendente, ma il guardiese non si fece più vedere. Evidentemente l’attività d’intelligence gli era apparsa invasiva ed umiliante. Agli occhi, invece, dei cognati e delle sorelle, il suo non ripresentarsi era un chiaro segnale di smascheramento. Chissà quali furfanterie aveva da nascondere!
Dopo di lui, si fece avanti un bisaccese, quello che la zia, trentasettenne, sposò. Si trattava di zio Teodoro, un uomo buono e di buona famiglia (si chiamava Lo Buono), un contadino che la sera si faceva bello e si recava nella casa di via Forno Giardino. Lo zio aveva un mangiadischi e ascoltava canzoni con la promessa sposa. Qualche volta, provava anche a ballare. Esercizio per il quale non aveva granché orecchio. La zia, infatti, scherzosamente lo chiamava “ciampone”, con riferimento alla staticità delle sue gambe. Epiteto che spesso rivolgeva anche a mio padre. Da adolescente, la sera poteva capitare di ritrovarmi a passare di lì: per ascoltare canzoni dell’epoca (Strada anfosa, Volare, ecc.) o per prendere lezioni di ballo dalla zia che, insieme alla sorella Elvira, facevano un po’ da maestre a tutti noi nipoti.
Morto zio Teodoro, una quindicina d’anni fa, la zia lasciò la casa della Cavallerizza, costruita con il lavoro di due vite e se ne andò ad abitare con la sorella più giovane in via Santa Croce. Si facevano compagnia e si aiutavano. Ogni tanto, però, faceva i capricci. Piantava il muso, la mattina si alzava e se ne andava per un giorno alla casa coniugale. Poi la sera, prima di cena, tornava. Anche quando non voleva più alzarsi dal letto, prima di Ferragosto, per un po’ abbiamo tutti pensato che stesse facendo capricci. Se era un capriccio, lo ha sostenuto fino in fondo. Infatti, è qui, viso bianchissimo e veste nera, nella casa della Cavallerizza a ricevere l’ultimo saluto. Non ha più paura della solitudine.
Noi ora stiamo in silenzio ad osservarla: somiglia tutta alla madre, alla nonna Lucia. Vicino alla bara, ci alterniamo. Le tocchiamo le dita o la fronte ghiacciata. Agostino tiene lontano le mosche. Chi arriva la guarda e le invia un bacio. E si velano gli occhi ad ascoltare il pianto frequente di zia Elvira. Sono rimasta sola, lamenta, sono rimasta sola.
L’ultimo capriccio è stato il più duro. E senza ritorno.

13 settembre 2010.

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Written by Arminio

16 settembre 2010 a 12:49 pm

Pubblicato su AUTORI

8 Risposte

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  1. E’ sempre bello leggerti…anche su temi luttuosi!
    mauro

    mercuzio

    16 settembre 2010 at 5:44 pm

  2. bellissimo, una finestra aperta sul vissuto dei nostri paesi. Almeno la tua cara zia è morta dove è nata.Il tuo racconto ha molto di paesologico. Complimenti

    giovanni ventre

    16 settembre 2010 at 6:57 pm

  3. Tua Zia Teresa sarebbe molto contenta se sapesse che tutti la pensiamo e che, purtroppo in ritardo, tutti l’abbiamo conosciuta leggendo le tue parole così chiare e compassionevoli. Anch’io avevo una Zia Teresa che ha quasi sempre vissuto con noi, aiutava mia madre …con i suoi 10 figli….! Grazie per averci regalato un pezzo della tua vita. Un abbraccio. Edda

    Edda Canali

    16 settembre 2010 at 7:34 pm

  4. Bellissimo, davvero complimenti.

    teoraventura

    16 settembre 2010 at 9:17 pm

  5. Donato, quanto tempo!..Complimenti, una scrittura asciutta e malinconica, senza fronzoli.

    Salvatore D'Angelo

    18 settembre 2010 at 8:23 am

  6. Bello leggerti. grazie. Anch’io nella mia vita ho avuto una zia Teresa. Siamo in un paesino della romagna-toscana, Terra del Sole, dove sono nata e cresciuta fino a che mi sono spostata a Bologna per andare all’università. La zia Teresa, anche lei senza figli, era la madre adottiva di mio babbo. Ha vissuto intensamente i suoi 99 anni animando la nostra casa di famiglia, il mulino di Terra del Sole dove era andata a vivere “del ’21”, come diceva lei, (cioè nel 1921) una volta andata in sposa allo zio Pierino che era un Lambertini, famiglia di mugnai. La zia teresa senza figli e tanti nipoti l’ho vista l’ultima volta sul suo letto di morte qualche giorno prima che si spegnesse nel giugno 1999 e l’ultima sua parola verso di me è stata: An et di fiòl? …te t’fe cme mè!…profezia profezia!!!

    rita lambertini

    18 settembre 2010 at 1:14 pm

  7. Care amiche ed amici comunitari, grazie per le vostre annotazioni e per i vostri elogi. Il pezzo ha, indubbiamente, “molto di paesologico”, come scrive Giovanni. Ed è vero che la scrittura è “asciutta e malinconica”. Per il resto, caro Salvatore, prometto di essere più presente sul blog, che – per carità! – non deve chiudere (è una delle realtà più vive del nostro sud e non solo)…E’ bello scoprire che c’erano in giro altre zie Terese (grazie, Edda e Rita). Speriamo che continuino ad esserci. Nella mia scuola, su quasi 400 bambine, non ce n’è una che si chiami Teresa o Elvira…Il futuro distrugge!
    Ciao
    Donato

    DONATO SALZARULO

    19 settembre 2010 at 7:17 pm

  8. Caro Donato,raccontare in questo modo così tenero e commovente di una persona è un dono unico. Zia Teresa, che ho conosciuto sia pure per pochi attimi aveva occhi vivi e curiosi e questo mi ha colpito molto. Essere “capricciosa” come dici tu in quell’epoca, in cui le donne dovevano comunque sottostare al giudizio degli altri, voleva dire avere un certa personalità degna di essere raccontata in un tuo scritto. Uno scritto che è anche un dipinto entri così bene nei particolari che sembra di essere in un film…
    Ancora una volta grazie Donato
    Un saluto Angela

    angela

    19 settembre 2010 at 9:27 pm


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