COMUNITA' PROVVISORIA

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lo scrittore sul tetto

metto qui un lungo articolo uscito stamattina sul “manifesto”.
ci vediamo il 25!
armin

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La lunga e quasi interminabile marcia per impedire la chiusura dell’ospedale di Bisaccia in questi giorni si è spostata sul tetto. Bisaccia è il mio paese e sta in Irpinia d’Oriente, stessa terra che fu l’epicentro del terremoto dell’Ottanta. Il nostro ospedale era pronto da anni, aprì perché quello più vicino, a Sant’Angelo dei Lombardi, era crollato uccidendo moltissime persone. Ora, a trent’anni di distanza, una vasta area montuosa e ancora non desertificata rischia di rimanere completamente scoperta di ogni forma di assistenza sanitaria. Sono questi i prodigi della macchina salvacrisi allestita dal ministro Tremonti. Faccio fatica a scrivere di questa faccenda per un fatto molto semplice, mi sembra di ripetere sempre le stesse cose. C’è una frase che spesso mi è capitato di usare negli oltre trenta articoli che ho scritto sull’argomento: noi ci occupiamo dell’ospedale mentre l’ospedale non si occupa di noi. Forse questo è miglior riassunto della questione. Abbiamo fatto centinaia di assemblee contro l’insolente tentazione di tagliare che va avanti da decenni. L’ospedale che c’è non dipende da quello che si scrive nei piani, ma dalla qualità dei medici. Molti di loro sembrano più portati ai contatti coi politici che coi pazienti: non è un caso che nel sud molti sindaci fanno i medici: il camice bianco è un formidabile strumento di consenso elettorale. Sono cose risapute. quello che voglio raccontare è ciò che sta accadendo in queste giornate di settembre.
Il consiglio comunale di Bisaccia decide di riunirsi a oltranza sul tetto dell’ospedale. In altri tempi una protesta del genere avrebbe suscitato immediate risposte da parte dei partiti e delle istituzioni. In questo caso la politica è rintanata nel cavo dei cellulari e i partiti si trincerano dietro la gestione commissariale. Il signore che ha predisposto il piano di rientro dal mostruoso debito sanitario della Regione Campania si chiama Zuccatelli ed è uomo di sinistra. Ha cominciato a lavorare con Bassolino e ora se lo tiene anche Caldoro. Evidentemente la sua visione delle cose va benissimo anche per il centrodestra. In via di principio la necessità dei tagli è indiscutibile, ma quando si va a vedere come sono stati realizzati viene fuori la solita Italietta laida e meschina, forte coi deboli e debole coi forti. In Irpinia d’oriente c’erano due ospedali. Secondo il piano presentato al Governo dovrebbe rimanere solo un reparto di medicina generale da venticinque posti. Niente pronto soccorso, niente rianimazione, niente chirurgia. Si potrà obiettare che queste operazioni sono già state realizzate in altre regioni. Ma una cosa è tagliare in Toscana e una cosa è farlo in una zona ad altissimo rischio sismico e che d’inverno è assai spesso coperta dalla neve. Siamo solo a settembre, il tempo non è particolarmente inclemente, ma sul tetto dell’ospedale di Bisaccia bisogna essere abbigliati da esquimesi. Di fronte a noi c’è l’altura del Formicoso dove per quindici anni abbiamo combattuto contro l’apertura di un’enorme discarica. Quella battaglia almeno per ora è stata vinta grazie all’impegno congiunto di cittadini e amministratori, un impegno proteso a indicare soluzioni alternative, non un semplice diniego. È così anche adesso. Nessuno vuole conservare l’ospedale così com’è. I sindaci e il comitato popolare che presiedo hanno più volte indicato le necessità minime delle popolazioni che poi si riassumono in un pronto soccorso decente. La risposta è una fantomatica struttura che chiamano SPS, struttura polifunzionale per la salute. L’idea non è mai quella di dare servizi effettivi ai cittadini ma di continuare sulla via della finta sanità a servizio dei medici, i quali a loro volta sono al servizio dei politici. Nessun settore in Italia è così compromesso con la politica come quello sanitario. Le varie riforme realizzate non si sono certo preoccupate di estirpare questo cancro.
A questo punto il lettore potrebbe chiedersi: cosa ci fa uno scrittore sul tetto di un ospedale? La risposta è che la mia battaglia è nel provare a ricreare un senso di coesione in comunità che vanno disgregandosi: non scompaiono solo i servizi, muore lentamente anche la speranza, la fiducia che nei piccoli paesi possa esserci una vita dignitosa. Ai tempi della discarica la battaglia aveva un valore simbolico più alto perché in quel caso era attaccata la terra e la terra è indifesa. L’ospedale invece è un pezzo di una macchina che sembra fatta più per tenere in vita le sofferenze che per lenirle. Io che sono sempre stato per la demedicalizzazione della società adesso mi ritrovo a combattere contro la chiusura di un ospedale. Ogni volta devo spiegare che combatto contro il virus del falso che il berlusconismo ha potentemente inoculato nel corpo sociale. Sarebbe il caso che qualcuno di quella che una volta era la sinistra venisse a darci una mano. Berlusconi in televisione è incontrastato, ma quando il suo dictat viene applicato nei diversi territori, a volte, incontra resistenze inattese. Non immaginavano i feudatari campani del cavaliere di trovarsi di fronte a tanta resistenza, pensavano di cavarsela con le solite promesse: adesso vi chiudiamo, poi vi daremo tante cose. Noi abbiamo rifiutato il gioco dell’intrallazzo a cui tanti sono adusi. Il tetto è un luogo aperto, ventilato. È da lì che facciamo domande, è lì che devono arrivare risposte chiare, non quella sorta di linguaggio col profilattico che ci piomba addosso negli studi televisivi.
Quando invitiamo i politici alle assemblee spesso ho la sensazione di trovarmi davanti a una cerimonia inerte. Sono stupito che i miei concittadini si facciano riversare nelle orecchie parole così logore senza protestare. Tanti hanno la foga di stare davanti a un microfono. Parlare è molto meglio che ascoltare. E così anche la lotta contro la chiusura di un ospedale diventa una fiera dell’autismo corale. Da un parte dichiarazioni bellicose, dall’altra il fascino irresistibile del potere e dei potenti. Troppi ormai scambiano il parlare in un buon italiano e una certa fluidità dell’eloquio per una prova di grande caratura politica. Le parole sono usate in modo sempre più improprio. Credo che farei bene a disertare qualcuna di queste assemblee. Ogni tanto bisogna far capire che noi non siamo sempre presenti, che la nostra partecipazione al consorzio umano non è un fatto scontato, ma va contrattata giorno per giorno, momento per momento. Io voglio combattere per ottenere una sanità migliore, ma se questo mi espone a una valanga di poltiglia linguistica ogni tanto posso anche decidere di sottrarmi. Il parlare più usuale è una gara a chi ripete le cose degli altri immaginando di dire cose nuove. Quello che manca in quasi tutti gli interventi è la capacità di aprirsi la pancia e far vedere i vermi che ci girano dentro. Lo senti quando qualcuno pronuncia una frase costruita nel corpo e non presa nei discount della politica televisiva.
Qualche giorno fa quando mi sono avventato verbalmente contro il commissario della nostra ASL ho compiuto un gesto da sofisticato intellettuale. Il ragionare dismesso a volte ha più ragione d’essere del buonsenso. La foga in genere è più sincera della pacatezza. Troppo spesso la pacatezza è la tana dei vili o di quelli che vogliono andare d’accordo con tutti. Qualche giorno fa ho anche capito che se scrivi una poesia molto bella è normale che quasi nessuno se ne accorga. Se invece attacchi un commissario dell’ASL diventi popolare. Non sei amato, ma almeno hai fatto una cosa che quelli intorno a te avrebbero voluto fare.
Il rapporto col paese in cui vivo è piuttosto complicato. Il mio riconoscimento è una pratica sempre aperta, mai chiusa. È come se sul mio conto la comunità avesse sempre in corso una sorta di accertamento perché in fondo intuisce che io non sono mai veramente lì dove sono gli altri. Dimoro sempre sulla soglia, mi infiammo e mi gelo molto più velocemente di quanto accada agli altri. Io voglio avere il riconoscimento del mio paese, forse tutto il mio lavoro sta in questa ricerca, le mie battaglie civili non sono altro che le vicissitudini di un orfano che cerca vanamente di farsi riconoscere dal padre. Qualche giorno fa ci sono andato vicino come non mai, poi il pendolo torna indietro, il paese mi vuole perché pensa che io possa aiutarlo, ma non vuole ufficializzare questo bisogno, non vuole sancirlo. Lo scrittore anche quando sta al centro dell’attenzione deve sempre apparire come uno che ci si è messo da solo, che non è stato messo dagli altri. Il nemo profeta in patria è come uno yogurt che non scade mai. Per fare i conti col proprio paese c’è una sola possibilità: lasciarlo. Fino a quando si resta dentro è sempre un saliscendi in cui non si sale e non si scende mai veramente.
Il paese è un luogo finto come sono finte le città. Il luogo comune che ci sia gente semplice è da smontare. In realtà il paese è un luogo altamente artificioso. La vita sociale non ha mai niente di naturale, di fluido. È sempre una sommatoria di inghippi, di grovigli. La questione dell’ospedale alla fine a me interessa proprio per questa complicazione: sono insieme studioso e protagonista della vicenda. Ecco un esempio della complessità della vita di paese. Non esistono persone semplici, non esistono persone lineari. Ognuno è un intreccio di pulsioni contrastanti. Chi è generoso è anche tirchio, chi è appassionato è anche freddo, chi fa politica la fa per se stesso. Per questo io sto qui, per questo sto in un paese che da trent’anni ha un ospedale che nessuno considera un ospedale. È bello lottare per difendere qualcosa che non c’è, è intimamente poetico. Ma queste sono cose che i relatori delle assemblee non capiscono. Si preferisce sguazzare o nel populismo di chi vuole difendere privilegi legati all’uso della sanità come forma di welfare o nel finto efficientismo di chi decreta la fine dei piccoli ospedali in nome di una presunta modernità basata sulla medicina territoriale e su pochi ospedali di eccellenza. Non avrei nessuna difficoltà ad aderire a questo secondo partito che non è solo quello dei manager, ma che è, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, molto diffuso nel senso comune. C’è un piccolo problema: la medicina territoriale da noi è in condizioni disastrose e i grandi ospedali non sono di eccellenza e sono anche assai lontani. I fanatici dell’efficientismo “modernizzatore” dovrebbero spiegarci perché viene chiuso l’ospedale di Bisaccia, l’ospedale della terra dell’osso che si occupa soprattutto di anziani e contadini e poi vengono lasciati intatti gli sprechi legati alla farmaceutica, alle convenzioni e all’apparato burocratico. A questa e altre domande non abbiamo ricevuto risposte. La conseguenza è che continueremo a rimanere sul tetto. Io mi auguro che questa protesta si allarghi. Potranno pure toglierci l’ospedale, ma nell’Italia di oggi almeno un po’ ci si può curare con l’esercizio della lotta e della democrazia.

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Written by Arminio

21 settembre 2010 a 8:23 am

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5 Risposte

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  1. complimenti bellissimo articolo.

    giovanni ventre

    21 settembre 2010 at 2:44 pm

  2. sono sinceramente orgoglioso di essere amico di una persona che scrive e parla tragicamente male e dolorosamente bene della mia Irpinia ( per abundantiam cordis!)in spregio e lontano dai luoghi comuni della ‘gente’ e dalle nostalgie estetizzanti o paesane di tutti gli intellettuali da riporto o da sconforto delle nostre terre. Mi raccomando ,franco, congediamoci anche qualche disillusa accidia o esistenziale tristezza esistenziale ma non dimentichiamo mai che siamo nel giusto e che l’Irpinia ha bisogno di noi e noi di lei non solo per i demeriti degli altri ma per le sue proprie risorse naturali,storiche e culturali.Come vorrei che queste stesse parole non fossero esse stesse “luoghi comuni”
    mo

    mercuzio

    21 settembre 2010 at 5:51 pm

  3. Il tuo pensiero Franco, dovrebbe essere guida silenziosa di tanti che pensano di impegnarsi in politica.
    Ecco, io credo che se i tanti che oggi stanno nel guazzabuglio fangoso che ricopre le macerie dei partiti politici in Italia, senza dichiarare necessariamente che tu sei il loro mentore, ponessero alla base delle loro azioni il tuo pensiero, forse ci sarebbe qualche miglioramento vitale, per tutti.

    luca b.

    21 settembre 2010 at 10:38 pm

  4. tu caro luca
    sei uno dei pochi irpini che riesce a esprimere ammirazione, questa qualità te l’ho sempre riconosciuta.
    sono convinto che l’irpinia può migliorare solo se riesce ad affrancarsi dal suo astio, dalla sua incapacità di vedere da qualche parte qualcosa di bello.

    arminio

    22 settembre 2010 at 10:37 am

  5. Bravo Franco. Condivido tutto quello che scrivi e fai.
    Con la speranza che intrallazzatori, falsi efficientisti e “paesanologi” la comprendano una buona volta per tutte la tua paesologia.

    Salvatore D'Angelo

    22 settembre 2010 at 11:25 am


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