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di ANDREA DUSIO

C’è uno scrittore sul tetto. Si chiama Franco Arminio, e secondo me è anche il più interessante scrittore italiano, l’unico che abbia un mondo da raccontare, come fanno i grandi romanzieri americani. Cormac Mc Carthy scrive della frontiera e del New Mexico, Arminio scrive di Irpinia. Recuperate “Vento forte tra Candela e Lacedonia”, e farete conoscenza con la “Paesologia”, il racconto dei paesi in cui Arminio sente come la misura essenziale della scrittura, al punto di definirsi “paesologo”. E appunto, cosa ci fa uno scrittore paesologo sul tetto? Difende l’esistenza di un ospedale, quello di Bisaccia, che i tagli della legge Tremonti vogliono far chiudere. “Noi ci occupiamo dell’ospedale mentre l’ospedale non si occupa di noi”, ha scritto spesso Arminio, negli oltre trenta articoli che ha scritto sul tema. L’ospedale di Bisaccia esiste da trent’anni. Fu costruito allorché quello di Sant’Angelo dei Lombardi crollo, durante il terremoto del 1980, seppellendo moltissime persone. L’Irpinia Orientale è una terra molto vasta, dove le comunicazioni non sono facili. Un territorio che ora rischia di rimanere completamente senza assistenza sanitaria. Così Arminio, e con lui il consiglio comunale di Bisaccia, vive ora sul tetto, in riunione permanente. Non difende una cosa privata, ancorché sacrosanta, come il lavoro individuale. Non ha una causa personale da sostenere. Nel Sud Italia la condizione del medico è ancora una condizione privilegiata, che non a caso coincide molto spesso con quella dell’amministratore pubblico. Spiega Arminio che il nostro Meridione è pieno di sindaci in camice bianco. Che però si occupano dei politici e non dei pazienti. Se chiuderà l’ospedale di Bisaccia, l’Irpinia d’Oriente rimarrà senza pronto soccorso, senza rianimazione, senza chirurgia. Resterà solo un reparto di medicina generale da venticinque posti. Forse sarà il caso di invocare allora per un’area del nostro territorio nazionale l’intervento di Emergency o Medici senza frontiere. E questo perché il Governo effettua i suoi tagli al bilancio senza guardare alla realtà del territorio. L’Irpinia è una terra dove l’inverno è durissimo, e le strade spesso impraticabili. Possono cadere anche metri di neve.
Perché vi racconto dell’Irpinia? Che cosa interessano queste storie agli abitanti di Lecco, di Monza, di Como? Per spiegarvelo devo citarvi il nome di un altro Paese che comincia per B, come Bisaccia. Si chiama Bellano. Lì una volta c’era un ospedale, che gestiva un bacino d’utenza piuttosto ampio, quello della sponda orientale del Lago di Como. Che assomiglia, dal punto di vista delle criticità, all’Irpinia. Quando sta male una persona nei paesi della Val Varrone, della Val d’Esino, lungo quelle strade piene di curve che già alle prime piogge autunnali diventano dei torrenti, ci sono gli operatori del Pronto Soccorso di Bellano (in buona parte volontari) che accorrono. Ma un pronto soccorso non è un ospedale. E fa un certo effetto che una zona così “glam” come quella di Varenna non ci sia una struttura ospedaliera, o che dalle frazioni sovrastate dagli alpeggi del Monte Muggio si debba correre di notte sino a Lecco se si manifestano situazioni di una certa gravità. E poi ti parlano di qualità della vita: il primo indice dovrebbe riguardare la possibilità di scampare la morte.
E torniamo ad Arminio, di cui vorrei citare direttamente una frase. “A questo punto il lettore potrebbe chiedersi: cosa ci fa uno scrittore sul tetto di un ospedale? La risposta è che la mia battaglia è nel provare a ricreare un senso di coesione in comunità che vanno disgregandosi: non scompaiono solo i servizi, muore lentamente anche la speranza, la fiducia che nei piccoli paesi possa esserci una vita dignitosa”. E vi chiedo: vi sentite davvero esenti, cittadini, o meglio “paesani” delle località costiere del lago, di quelle terre che vengono divorate dalla speculazione edilizia, ma dove intanto non solo non c’è un ospedale, ma spesso manca tutto, persino il posto dove comperare il pane.
Forse ha ragione lo scrittore irpino: “Il paese è un luogo finto come sono finte le città. Il luogo comune che ci sia gente semplice è da smontare. In realtà il paese è un luogo altamente artificioso. La vita sociale non ha mai niente di naturale, di fluido. È sempre una sommatoria di inghippi, di grovigli”. E così succede che chi come i terrazzani dei comuni che stanno sulla sponda orientale, che spesso non conoscono nemmeno i nomi delle località di là dal lago, perché un lago divide ancor più di un mare, debbano far ricorso all’ospedale di Gravedona. E che una provincia come quella di Lecco abbia solo tre presidi ospedalieri: Lecco, Merate e Bellano, o quel che rimane. A giugno i lavoratori e i sindacati della struttura bellanese hanno protestato, perché si voleva dare luogo alla riapertura di posti letto, utilizzando una cooperativa esterna. Durante i presidi di protesta, i manifestanti hanno chiesto che venisse incrementato il numero degli infermieri dipendenti dall’Ospedale. Una richiesta sacrosanta, che va incontro peraltro al malcostume italiano di appaltare i servizi alla cooperativa vicina al potere politico regionale. Mi sarebbe piaciuto che i cittadini di Bellano protestassero assieme agli operatori dell’ospedale. In modo da difendere non solo il lavoro dei dipendenti, contro il ricorso sistematico in Lombardia alle cooperative sociali che di sociale hanno solo la denominazione. Ma anche il diritto a riavere il loro ospedale, e non solo, come sembra si sia deciso in alte sfere, una struttura specializzata nella riabilitazione. Mi sarebbe piaciuto, dicevo. Ma evidentemente Bellano è più indietro di Bisaccia.

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Written by Arminio

2 ottobre 2010 a 2:43 pm

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2 Risposte

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  1. bravo Andrea …….condivido tutto quello che scrivo.E’ sempre più importante che questo nostro Blog diventi vetrina delle tante belle persone che sono in giro per l’Italia….

    mercuzio

    3 ottobre 2010 at 11:53 am


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