COMUNITA' PROVVISORIA

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APPUNTI PER UN SESSANTOTTO DELLE MONTAGNE

QUESTO ARTICOLO è USCITO OGGI SUL MANIFESTO

Io sono un maestro elementare, ma invece delle aule scolastiche, da qualche settimana, frequento il tetto di un ospedale. Mi sono messo in aspettativa non retribuita con lo scopo di partecipare liberamente alla battaglia per reclamare quello che non abbiamo mai avuto: una sanità decente.
Dovrei fare il paesologo, girare per i miei amati paesi e invece sto qui su questo tetto a vagheggiare la nascita di un sessantotto delle montagne. Sono io che deliro o è veramente possibile scuotere la polvere e la miseria spirituale partendo proprio dai luoghi marginali e dalle cause perse? Non so che pensare, un giorno mi sembra che l’esercizio della lotta si vada allargando, il giorno dopo mi sembra di vivere nella solita democrazia sempre più anginosa, dove perfino la lotta è una fiction e nessuno crede veramente all’idea di cambiare il mondo.
Questa è l’epoca delle oscillazioni. Nello stesso giorno si intrecciano pulsioni autistiche e pulsioni comunitarie. Immunitas e communitas non stanno su due fronti contrapposti, convivono in noi in adiacenza nuziale.
Il sessantotto delle montagne dovrebbe avere come cuore pulsante la richiesta di un modello economico basato sulla decrescita e di un modello culturale basato su un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne. Non più l’uomo come ingordo produttore e consumatore, schiavo insonne nella piramide capitalista, ma essere che si muove tra le cose sapendo che siamo qui per passare il tempo e spesso per non venire a capo di nulla, siamo qui per immaginare, per emanciparci dalla nostra psiche ristretta e avara e accasarci in una mente più grande, più generosa, più accogliente: i nostri impulsi intrecciati al moto delle nuvole e al grano che cresce, al fiuto delle volpi, al richiamo dei falchi, insomma una nuova alleanza con la natura.
Questo nuovo movimento può nascere solo nelle zone dove l’umano è più fragile e dove il mito della potenza è stato dismesso a favore di sentimenti più arresi, più umili. È questo il paradosso della rivoluzione che mi piace evocare, una rivoluzione che metta al centro la resa. Più che barricate si tratta di organizzare ritirate. Più che l’esposizione al mondo, quello che immagino è un sessantotto basato su un vivere nascosto, un rimanere sui margini, sui confini. Non c’è un centro da abbattere o da conquistare, ma un orlo che sia fatto di sfilacciature riammagliate che mai prima si erano incrociate. È una rivoluzione artigianale, fatta sui gesti che ognuno sa produrre, senza slogans che valgano per tutti. Ulteriore paradosso: un movimento collettivo che esalta il dettaglio, l’eccezione, il singolare. Quando nevica nessun fiocco è simile a un altro e il nostro sessantotto deve essere così: un movimento che si accende e si spegne, che avanza e si ritira, che si apre e si chiude, un movimento fatto anche di timidezze, di affanni, di ritrosie, di debolezze, di esposizione, di furie. Una rivolta concepita come sistema di depurazione, come tentativo di accogliere con lo stesso amore il rigore, il furore e la desolazione.
Il sessantotto delle montagne non può che essere silenzioso, frugale. Oggi le cose vere quando arrivano alla ribalta mutano segno, un po’ si perdono. E allora avanti, con pazienza e a testa china: essere in pochi è il nostro successo, produrre perplessità è la nostra missione, non abbiamo un vangelo da sostituire agli altri, non viviamo quest’epoca in attesa che ne arrivi un’altra. Siamo qui, provvisoriamente felici, provvisoriamente perplessi.

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Written by Arminio

7 ottobre 2010 a 6:29 pm

Pubblicato su AUTORI

21 Risposte

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  1. forse scrivo troppi articoli, prendo troppe iniziative. sabato scuola di paesologia sui monti dauni con partenza alle 9.45 dal casello di lacedonia. anche su questo silenzio tombale dei comunitari.

    Arminio

    7 ottobre 2010 at 8:03 pm

  2. Spero che questo Sessantotto, che questo nuovo umanesimo dalle montagne travalichi e scivoli,silenzioso e fecondo, anche a valle e ai quattro punti cardinali. Mi piace.
    Per sabato, mi basta sapere orario e luoo di appuntamento. Se ci sarò, lo vedremo.

    Salvatore D'Angelo

    7 ottobre 2010 at 11:11 pm

  3. Non lo avevo ancora letto……spendido.Spero che i notti comunitari non scrivono commenti perchè lo stanno rileggendo ,meditando le sue grandi e nuove verità e preparando scarpe nuove per questo viaggio difficile ma molto intrigante e impegnativo.Socrate nei suoi dialoghi ai suoi interlocutori chiedeva insistentemente se erano disposti a cambiare vita una volta cosnosciuto la verità…….

    Mauro Orlando

    8 ottobre 2010 at 8:13 am

  4. caro salvatore
    si parte dal casello di lacedonia alle 9.45
    con me ci sarà elda, paesologa eccelsa….
    mai come in questo caso il numero non è importante….

    caro mauro
    penso che ieri sera al telefono hai sentito il mio affanno
    che altro posso dire?

    Arminio

    8 ottobre 2010 at 8:20 am

  5. “medicina e potere” ed il movimento che nacque con Giulio maccacaro, basaglia, ecc propose all’epoca la chiusura dei manicomi e la stessa riforma sanitaria con al centro la prevenzione e la salute. Caro Franco ti invito a leggere la lettera che maccacaro nel 1972 fece al presidente dell’ordine dei medici e che gli costo un provvedimento disciplinare. la rivoluzione è già in atto: chiudere ospedali definiti “aziende” che hanno stravolto il senso della presa in cura della persona. L’uomo è stato fatto a pezzi. Oggi non c’è nessuna differenza tra l’uomo e la macchina. C’era un ospedale dove erano bravissimi nella micro chirurgia della mano. Dopo un po gli operai di una fabbrica siderurgica li vicino fecero una battaglia per eliminare gli infortuni da schiacciamento delle mani sotto le presse. L’ospedale fu chiuso. Ecco dovremmo parlare di bisogni veri di salute e di bisogni indotti. Forse così potremmo comprendere meglio oggi quali sono i nostri nell’attuale contesto. cia

    nanosecondo

    8 ottobre 2010 at 9:16 am

  6. “Una rivolta concepita come sistema di depurazione, come tentativo di accogliere con lo stesso amore il rigore, il furore e la desolazione.”
    questo per me è lo spirito della cp.
    grazie, franco, non ho molto altro da aggiungere.
    rigore
    furore
    desolazione
    e, perché no?, inattualità…
    a sabato

    eldarin

    8 ottobre 2010 at 10:51 am

  7. “una rivoluzione che metta al centro la resa. Più che barricate si tratta di organizzare ritirate. Più che l’esposizione al mondo, quello che immagino è un sessantotto basato su un vivere nascosto, un rimanere sui margini, sui confini. Non c’è un centro da abbattere o da conquistare, ma un orlo che sia fatto di sfilacciature riammagliate che mai prima si erano incrociate. È una rivoluzione artigianale, fatta sui gesti che ognuno sa produrre, senza slogans che valgano per tutti.”

    Il testo è splendido e lo condividerei in pieno se non fosse fuori tempo: sarà ottimo per il “tempo di pace” che sapremo costruire (?) …

    paolo

    8 ottobre 2010 at 11:28 am

  8. caro paolo
    ma forse la guerra è sempre un gioco di superficie
    in fondo al mondo forse c’è una pace minerale a cui dovremmo imparare ad attingere.
    in ogni caso la mia è una resa combattiva…..

    Arminio

    8 ottobre 2010 at 11:35 am

  9. Dubitare
    Disobbedire
    Trattare

    Michele Citoni

    8 ottobre 2010 at 3:05 pm

  10. «Ritornando in Italia da Korogocho la cosa che ho notato è che subito si respira nell’aria questo fenomeno sociale dell’“atomizzazione”, dove ognuno fa per sé, si rinchiude nel proprio buco e vive la sua vita, generando disgregazione nella propria comunità e nella società. Direi che questo forse è il fenomeno che più spaventa e che più ci porta alla morte, non tanto la morte fisica, ma quella interiore propria di una società che vive in funzione di sé stessa, che ha fatto delle cose, dei soldi, il suo idolo, il suo dio. Non riusciamo neanche più ad esprimerci, a sentire la bellezza dell’essere insieme, del toccarci, di un cammino comune verso una meta. Ma l’umanità può esistere solo se la si coniuga al plurale: io ho bisogno degli altri, ho bisogno della verità degli altri, della loro esperienza culturale, di altre culture ed esperienze religiose. La cosa che mi ha rincuorato, girando per l’Italia, è che c’è volontà di rinascere, nelle parrocchie e fuori, nei quartieri, di rimettersi insieme, di creare piccole comunità: c’è un tentativo chiaro di risalire la corrente. A differenza del Sud del mondo, tuttavia, le nostre “comunità di resistenza” invece di essere unite vanno ognuna per la propria strada, pensando di fare una cosa importante contro l’impero del denaro, ma poi ci si scopre impotenti perché proprio tale individualismo, conseguenza di questo tipo di economia, lavora anche nelle “sacche di resistenza”.

    L’impero dei grandi agglomerati economici, invece, riesce a collaborare e ad autoalimentarsi alla perfezione: è in questo meccanismo che pulsa il cuore della globalizzazione. Alla “globalizzazione economica” noi dobbiamo rispondere con una “globalizzazione dal basso”, in chiave di “resistenza”. Si tratta di mettere in atto una “strategia lillipuziana”: i minuscoli lillipuziani, alti appena qualche centimetro, catturano Gulliver, il gigante predone, legandolo nel sonno con centinaia di fili. Di fronte alle soverchianti forze e istituzioni globali, la gente può, in modo analogo, utilizzare le modeste fonti di potere che ha in mano e combinarle con quelle in possesso di altri, partecipanti ad altri movimenti e in altri luoghi.

    La “strategia lillipuziana” intreccia molte azioni particolari, pensate per ostacolare il livellamento verso il basso –perché l’economia tende a spostare gli investimenti dove minori sono i costi– e spingere, invece, il livellamento verso l’alto, per permettere cioè ai poveri di elevarsi. Che cosa possiamo fare? Bisogna innanzitutto collegare gli interessi dei poveri con i nostri, le identità specifiche con comunità più ampie, le problematiche con i soggetti sociali, chi è minacciato con chi è marginalizzato; collegare diverse fonti di potere; collegare le lotte contro l’istituzione come oggetto di contestazione, la resistenza con il mutamento istituzionale; collegare questioni economiche e democratizzazione. Questa è la vera strategia politica (…)

    Pablo Richard, un teologo della liberazione del Costa Rica, dice che “il tempo delle profezie è passato; oggi è il tempo dell’apocalittica”. L’Apocalisse biblica è la letteratura di resistenza delle prime comunità cristiane, il libro in cui profetizzavano la caduta di quell’impero che le perseguitava. Anche noi dobbiamo abbandonare i sogni di un tempo, nei quali immaginavamo di prendere il potere. “Oggi, dice Richard, anche se si prende il potere non si va molto lontano. Alle soglie del Duemila, quando si può governare solo entro i limiti imposti dal Fondo Monetario, dalla Banca Mondiale, è irrilevante chi governi. La speranza si sposta dalla politica alla società civile, ai movimenti popolari, affinché costruiscano un nuovo potere dal basso.

    Qualcosa di alternativo, di bello, di gioioso, di felice, che, con grinta, crei nuove culture, nuove preghiere, nuove maniere di vivere insieme, nuove prospettive economiche, perché vinca la vita”.»

    [da Alex Zanotelli, “Inno alla vita. Il grido dei poveri contro il vitello d’oro”, Emi, Bologna 2000 (seconda ristampa)].

    Michele Citoni

    8 ottobre 2010 at 3:59 pm

  11. “Dubitare, disobbedire, trattare.”

    Questa veniva bloccata, la rimetto perché mi pare il posto giusto.

    Michele Citoni

    8 ottobre 2010 at 4:10 pm

  12. Anche le tue, sante parole, caro e altro Michele! ( e siano rese grazie a Pablo Riochard e al Alex Zanotelli…

    Salvatore D'Angelo

    8 ottobre 2010 at 4:37 pm

  13. “una rivoluzione che metta al centro la resa” arrendiamoci…arrendiamoci al vento, ad un orto coltivato con amore, ai cani randagi, ai vecchi seduti al sole…non arrediamoci a questa politica.è morta.
    sul manifesto di ieri l’articolo non c’era.In edicola è stata distribuita l’edizione fiorentina.ma in fondo è l’articolo di franco il vero manifesto …che si aggira per le montagne.

    fabio nigro

    8 ottobre 2010 at 6:15 pm

  14. caro fabio
    è arrivata l’edizione sbagliata
    ma sul sito c’è….
    è un pezzo che contiene qualche spunto su cui lavorare.

    arminio

    8 ottobre 2010 at 6:37 pm

  15. bello il testo zanotelliano

    arminio

    8 ottobre 2010 at 6:38 pm

  16. @ nanos:
    ricordo bene la lettera di Maccacaro, un testo bellissimo e frutto di grande passione. Il discorso sulla prevenzione andrebbe ripreso con forza anche se allora si inscriveva in tutt’altro scenario politico-sociale. È vero che oggi manca del tutto, anche nei discorsi tecnici più ragionevoli come quello che ha inviato Mario Perrotta come commento a un altro post. Si dovrebbe essere di nuovo capaci di farlo, ma in modo adatto alla contemporaneità: per esempio, nel tuo apologo sui traumi da lavoro alla mano citi una fabbrica siderurgica. Quelle certo ci sono ancora ma (anche lasciando da parte per un attimo la questione specifica che in Alta Irpinia ci sono più che altro dei fantasmi di “fabbriche in montagna” post-sismiche…) c’è differenza tra un mondo del lavoro caratterizzato principalmente da concentrazioni produttive nella tradizionale fabbrica capitalistica e il nuovo scenario della fabbrica-rete, della produzione diffusa, del lavoro autonomo di seconda generazione ecc.
    Così come si dovrebbe sviluppare una critica dei bisogni indotti di salute, come li chiami tu giustamente, intesi come medicalizzazione – a fini di profitto – di stati di salute normali, o “disease mongering” (en[dot]wikipedia[dot]org[slash]wiki[slash]Disease_mongering; notizie su questo tema si trovano in un sito peraltro non particolarmente rivoluzionario come partecipasalute[dot]it).
    Detto ciò, non è la chiusura degli ospedali nell’ambito di una politica di riduzione del welfare che ci porta a un altro modello di salute in cui scompaia l’ospedale-azienda e si metta al centro l’essere umano e i suoi bisogni. Questo nuovo modello se lo deve conquistare la società nella sua autonomia, il conflitto politico e culturale dal basso, non scaturisce certo dalle trovate di Tremonti e Caldoro. Non è affatto in atto una “rivoluzione”, bensì una controrivoluzione. Come ha scritto il sindacalista Giorgio Cremaschi in un bel capitolo del suo libro in uscita oggi, stanno “riavvolgendo all’indietro il film del progresso sociale”. Non vedo di che ci dovremmo rallegrare.

    Michele Citoni

    11 ottobre 2010 at 12:59 am

  17. Ottima e onestissima analisi. Bravo Michele. Ecco, se si riuscisse a unire questa lucidità, questa onestà di analisi e l’allegra/malinconica saggezza dei clown , per fonderli in una sola/plurale volontà di cambiare il mondo (la sola salvezza nel “qui e ora” del nostro vivere), avemmo fattop un bel passo avanti sulla strada del cambiamento.

    Salvatore D'Angelo

    11 ottobre 2010 at 8:14 am

  18. “Questo modello se lo deve conquistare la società nella sua autonomia…”, dice Michele.
    Avendo partecipato TUTTI ad una ‘(s)vendita’ colossale della prospettiva di progresso sociale (collettivo) per ‘comprare’ l’illusione di soluzioni individualiste, temo che ci sia in giro poca società disposta ad darsi nomìa.
    Non mi pare che ce ne sia neanche in giro per la Campania, al di là di Franco e delle sue generose e valorose visioni.

    paolo

    11 ottobre 2010 at 9:27 am


  19. Caro Michele, ma dov’è questa società e la sua capacità di auto-nomìa?

    paolo

    11 ottobre 2010 at 9:56 am

  20. @ paolo:
    sta nelle baracche più volte incendiate e sempre rimesse caparbiamente in piedi dove i montanari della val di Susa tengono da anni i loro presìdi No Tav, che ho visitato la scorsa primavera, … ecc. ecc.

    Per evitare di tediare con un lungo elenco commetto un altro peccato, quello dell’autocitazione: qui (comunitaprovvisoria[dot]wordpress[dot]com/2010/05/28/verso-cairano-7×2010/) e qui (comunitaprovvisoria[dot]wordpress[dot]com/2010/06/10/migranti-e-migrazioni/) ho dato conto di un’iniziativa itinerante che di per sé ha disegnato una mappa (o meglio: ha disegnato una mappa sintetica, che allude a una mappa molto più ampia e ricca) dei soggetti impegnati in Italia a “fare società”, secondo l’espressione di Marco Revelli, nella devastazione del legame sociale in cui ci muoviamo. Si tratta di minoranze, ma non commettiamo l’errore di pensare che il mondo là fuori sia solo una spianata post-atomica. È sì un deserto, ma con moltissime oasi (e uso questa espressione non a caso, perché le oasi non sono solo pozze d’acqua, ma strutture che incorporano culture e saperi).

    Come ripete spesso Salvatore, sarebbe utile impegnarsi a fare rete. Il settimanale Carta, che esce in edicola e pubblica molti materiali su www[dot]carta[dot]org, nacque anni fa esattamente per rispondere a questa esigenza. Una parte cospicua di questo mondo ha indetto dal 22 al 26 ottobre a Teano un grande incontro “per un nuovo patto tra gli italiani e una nuova unità”. Il manifesto di convocazione è qui (www[dot]versoteano[dot]it/?p=50), un articolo di Piero Bevilacqua che spiega le ragioni di questo appuntamento è qui (www[dot]versoteano[dot]it/?page_id=78). Leggete il ricco programma nel sito.

    Michele Citoni

    11 ottobre 2010 at 1:31 pm

  21. Caro Arminio,
    Ho letto il tuo intervento di oggi sul Corriere dell’Irpinia, “Per un sessantotto delle montagne” (almeno così credo di ricordare il titolo), e ne condivido in pieno lo spirito. Non è facile leggere sui quotidiani parole come le tue. Una mente fredda, abbastanza razionale e calcolatrice, non solo non le capirebbe, ma, ancor più, le bollerebbe come sintomo di debolezza teoretica. Ho letto velocemente quell’articolo, come faccio spesso per individuare se un testo mi dice o meno qualcosa. Quindi, non ricordo esattamente le tue parole, che andrebbero sicuramente rilette e meditate. Mi è rimasta, comunque, l’idea, anzi, lo spirito, un’intelligenza dello spirito. Retrocedere, disarmare, svuotare come dire ritornare, rianimare, liberare. Le tue parole sono davvero l’espressione di un pensiero nuovo e, secondo il mio punto di vista, l’unico possibile e necessario per i tempi in cui viviamo. Dentro la semplicità del paradosso, e che non sia semplice esercizio logico o retorico. Una vera e propria riconversione del pensare che guardi in alto ma anche qui, nella vita. Un atteggiamento che sia capace davvero di una riproposizione, di un ricollocarsi della parola e del pensiero. Un impoverimento della nostra intelligenza che sia in grado di raccogliere finalmente la terra. Non avanti ma indietro. E’ la lotta delle persone che ritornano. Guido Dorso pensava che una rivoluzione meridionale fosse possibile solo “laddove la gente ha molto sofferto …”. Anche per lui, come per noi oggi, si tratta di una semplice ma dura redenzione. Resistenza e resa, amava insegnare Bonhoeffer.

    Con affetto
    Antonio

    Se vuoi, mi farebbe piacere un breve cenno di …..

    Antonio

    11 ottobre 2010 at 10:24 pm


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