COMUNITA' PROVVISORIA

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il mantra dell’ospedale

metto qui l’ennesimo articolo uscito oggi sul corriere del mezzogiorno sul tema della sanità. racconta l’infelice giornata di protesta ad avellino. il 12 si va a napoli.

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Io non sto combattendo contro la chiusura di un ospedale. So bene che tra quello che tolgono e quello che metteranno la differenza è piccola. Sto urlando per fermare la morte che ogni giorno avanza incontrastata. È come una peste. Non so se la si combatte meglio agitandosi o nascondendosi. Non mi è chiaro se conviene animare altre proteste, se vale la pena mettere insieme le persone con la scusa dell’ospedale o se è meglio disertare ogni forma di vita civile, lasciare una società che non è più tale e scegliere il silenzio, le selve. Sono anni che oscillo tra queste due pulsioni. Quella che mi porta a tentare di smuovere gli animi è comunque più debole di quella che mi consiglia di congedarmi dai commerci con gli umani e di limitarmi a scrivere, a raccontare il disastro infantile del mondo senza provare ad arrestarlo. Sono cose che non posso raccontare in un’assemblea in cui si parla di come evitare la chiusura di un ospedale. E per questo molto del mio tempo in questa battaglia è tempo sprecato. Dovrei avere il coraggio di dire ai miei concittadini che c’è un problema più grande, è la chiusura delle anime, sono i lucchetti dell’ipocrisia e della paura dietro cui giorno dopo giorno ci stiamo barricando. Sento frasi assurde, sento che se chiude l’ospedale è la morte di tutto. Per me la morte è già qui, l’ospedale non c’entra niente. Anzi, la sua annunciata chiusura sta dando un brivido di vita sulla pelle della nostra comunità. Si rizzano i peli, compare un poco di rossore. Peccato che il cuore sia perduto, inabissato in un luogo lontanissimo dalle nostre chiacchiere.
Il mio corpo stamattina mi dice tutto questo, ma c’è da andare ad Avellino per un’assemblea con i sindaci della provincia. L’ha convocata il sindaco di Avellino targato PD e dunque è prevedibile l’assenza di quelli appartenenti ad altre forze politiche. Previsione azzeccata. Mancano però anche buona parte di quelli eletti dal PD. L’assemblea comincia. Introduce il sindaco di Avellino. Si capisce benissimo che non è molto convinto, le sue parole si perdono nella sala semivuota senza produrre alcuna emozione. Prende la parola il sindaco del mio paese. Lui non ha il dono della sintesi e la platea è composta di persone che conoscono a memoria quello che dice. La sensazione è di essere dentro un’altra cerimonia inutile. Il discorso del vice sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi è un monumento alla noia. Prova a riscaldare gli animi il sindaco di Lioni, ma la sua polemica con l’attuale governo regionale è inficiata dal fatto che il piano regionale di cui si discute è praticamente lo stesso licenziato dal governo Bassolino a cui lui aderiva.
A questo punto è previsto il mio intervento, in rappresentanza del comitato di lotta. Ringrazio i sindaci presenti e invito i miei concittadini ad alzarsi. Propongo di recarci in corteo dal Prefetto. Un po’ di persone si alzano, altre restano sedute. La mia è sicuramente una proposta poco educata: se ce ne andiamo noi in sala non resta nessuno, a chi dovrebbero parlare i pochi sindaci presenti? Insisto, si apre qualche discussione, alla fine tutti convengono che nel giro di un quarto d’ora si può sciogliere l’assemblea e si va tutti in prefettura, compreso i sindaci.
Arriviamo a destinazione. Salgono dal prefetto i primi cittadini, alcuni sindacalisti e quattro membri del comitato di lotta. Chiediamo al prefetto di chiamare Caldoro per dirgli che vorremmo incontrarlo. Lui pensa di cavarsela con le stesse parole di una settimana prima: lo chiamo e vi faccio sapere. Insistiamo per un riscontro immediato. Ci dice che lo stiamo ricattando e che dobbiamo andarcene altrimenti ci fa cacciare con la forza. Provo a convincere i sindaci a restare in sala. Quello del mio paese considera che la cosa è illegale e ci invita a uscire.
Mi pongo il problema delle persone che stanno fuori e aspettano qualche risultato. Dopo la penosa assemblea coi sindaci non si può tornare a casa con questa ulteriore umiliazione.
Chiamo il Presidente della Provincia e gli chiedo di incontrarci. Sono le due del pomeriggio. L’appuntamento è per le tre. Ho il tempo di registrare per telefono una trasmissione radiofonica su radio uno che andrà in onda nella notte. Mezz’ora di domande sul mio lavoro di paesologo. Strano effetto alla luce di questa giornata. Il mio è un parlare scheggiato dall’eccitazione che ha preso il posto della mestizia mattutina. È come se in me fosse rotta la manopola del volume: o troppo alto o troppo basso.
L’incontro col Presidente della Provincia è cordiale e rilassato. Lui si dichiara dalla nostra parte, ci consiglia di aspettare l’esito di un incontro tecnico che avverrà in regione fra un paio di giorni. Anche qui nessun conforto. Le persone possono avviarsi ai pullman. Io devo restare ancora ad Avellino, do a tutti appuntamento alle nove di sera per l’ennesima assemblea.
Quando torno a casa ho solo il tempo di cenare e vedere un po’ la posta. In ospedale ci sono un centinaio di persone. Ormai sembra un circo. I numeri sono sempre gli stessi: c’è chi fa il fachiro, chi fa l’acrobata e chi lo spettatore. A me è tornata la mestizia del mattino. Dopo la solita lunga narrazione del sindaco prendo un po’ di tempo per fare il mio immancabile intervento. Dico qualcosa sulle iniziative da prendere nei prossimi giorni. Invito il sindaco a stimolare i suoi colleghi della zona a presentare le dimissioni e a organizzare assemblee popolari nei vari paesi: è il caso che la protesta germogli dal basso, ma ormai nessuno crede al potere della partecipazione democratica.
Dopo aver parlato, un po’ ascolto gli altri, un po’ vago sperduto. Mi colpisce l’assenza di gratitudine del mio paese. Vale per tutti, ma mi sembra di percepirla in maniera più dolorosa degli altri. La cosa migliore a essere onesti sarebbe chiudere l’ospedale e aprire un grande manicomio. Il paese della cicuta diventa sempre più velenoso. Si parla tanto di ospedale, ma in filigrana va in scena un’umanità zoppa che trova nel vittimismo e nell’ambiguità le sue stampelle. L’assemblea serale è una perfetta sintesi della giornata. Non aspetto la conclusione, so bene che non c’è niente da concludere. Questo è il nostro mantra.
Mi butto nel letto come se tornassi dalla campagna di Russia. Penso sempre di più che il mondo degli uomini è morto. Siamo dentro una macchina senza ruote. Ognuno pensa di guidare gli altri verso la sua destinazione e invece stiamo tutti fermi. E non è che mancano solo le ruote. Ogni meccanismo è consunto, la ruggine scorre anche nelle nostre vene.

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Written by Arminio

7 ottobre 2010 a 7:55 am

Pubblicato su AUTORI

Una Risposta

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  1. Bellissimo pezzo di paesologia in trasferta nel capoluogo.

    Michele Citoni

    9 ottobre 2010 at 8:43 am


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