COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

Messaggero d’amore

.

….mi sono fatto     “angelo e …..messaggero ” pubblicando uno scritto di Franco sul manifesto ….sapendo di fargli cosa gradita e utile per noi comunitari…..dal momento che mi aveva confidato di voler avere “una pausa di riflessione e di astenzione dalla scrittura”  su questo suo e nostro  Blog…..

 

Sono stato a Napoli insieme a cinquecento miei concittadini e ad altrettante persone provenienti dal resto dell’Irpinia. Felice di vedere tanti ragazzi e anche tante persone anziane. Non è facile di questi tempi mettere insieme persone provenienti da paesi così piccoli e così assiduamente umiliati e offesi.La spedizione aveva l’obiettivo di ottenere un incontro col presidente della Regione. Sui giornali locali nei giorni precedenti i sindacalisti ci avevano assicurato che Caldoro ci avrebbe ricevuti. E invece all’arrivo del corteo con cinquanta sindaci, il vescovo e il presidente della Provincia, ci siamo travati con la porta sprangata.Ci sono giorni in cui il mondo ti appare più chiaramente nel suo losco intreccio di cose che non stanno più insieme. Più che intreccio, groviglio inestricabile.Prime avvisaglie del groviglio nell’organizzazione del corteo: tutti volevano stare avanti, i sindaci, i cittadini del mio paese e quelli di un altro paese direttamente interessato alla vertenza ospedaliera. Alla fine in prima fila ci sono finiti i sindacalisti. Il giorno in cui è stata decisa questa manifestazione io non c’ero. Avevo avuto l’idea di uno sciopero generale di tutta l’Irpinia, ma i sindacalisti non se la sono sentita di alzare il tiro. Meglio non entrare troppo nei solchi minimi della questione. Torniamo al corteo. I celerini fanno la guardia al portone. Esce un funzionario e ci dice che Caldoro non c’è, può riceverci il commissario Zuccatelli. Netto rifiuto dei sindaci e dei cittadini, siamo qui per parlare col Presidente e non ce ne andremo senza aver ottenuto questo obiettivo. La pensa così anche il presidente della provincia di Avellino che è dello stesso partito di Caldoro. Il pdl in Campania è guidato da Cosentino, non c’è da dire di più sull’argomento.

Sotto il palazzo della regione passano i minuti. La gente tira fuori dagli zaini le colazioni: avevo detto nell’assemblea preparatoria che la manifestazione sarebbe andata per le lunghe. A un certo punto i sindacalisti prospettano di andare a parlare con un emissario di Caldoro e fissare un appuntamento. Mi adopero per sventare l’ipotesi, il fronte si ricombatta, anche il sindaco del mio paese, sempre pronto alle soluzioni più moderate, riafferma l’idea che non vogliamo parlare con nessuno se non col Presidente. Ora mi posso distendere un poco al sole e  mangiare un panino. Dopo un poco vedo un po’ di animazione verso l’altro lato del palazzo. Mi dicono che alcuni sindaci sono entrati a parlare col vice presidente. La gente assiepata dietro le transenne continua a urlare.

Intanto in un’altra stanza del palazzo gli indomiti sindacalisti stanno perseverando nella loro iniziativa di farci ottenere l’incontro. Eccoli in mezzo a noi, ci annunciano che l’incontro si può fare il giorno 18. Non ci fidiamo della promessa orale, pretendiamo un documento scritto. Intanto mi rendo conto di non avere più con me lo zaino. Mi metto a cercarlo e la prospettiva di aver perso il mio amato zaino mi dà un altro sguardo sulla manifestazione. Ora i capannelli coi sindaci mi danno l’idea di un mondo con cui non c’entro niente. Penso alle cose che tenevo nel mio zaino. Erano mesi che non perdevo niente di significativo. A Napoli in passato hanno approfittato della mia distrazione alleggerendomi di tre portafogli. Napoli non è una città per svagati. Io non so come si faccia a vivere in un luogo in cui non si può essere distratti, in cui bisogna fare costantemente la guardia ai propri averi. Questo è un mondo “cancellato” nel doppio senso che la ferramenta di cui ci circondiamo, le grate, i cancelli, nascondono un tesoro che non c’è più. La vita è tale quando è vissuta nella svagatezza e nell’esposizione coraggiosa. Non si può respirare col lucchetto ai polmoni, non si può amare ed essere amati con l’antifurto sempre inserito.

Anche questo fa parte del groviglio, il ladro che si è portato via lo zaino, il sindaco del mio paese che dice una cosa e poi ne fa un’altra, il resto dei sindaci attaccati alla loro fascia come se fosse la corona di un re. E poi c’è questa strana compagine che governa la Campania. Dopo i disastri di Bassolino adesso c’è il cameriere del nulla.

Intanto i sindacalisti tornano in strada per leggere il documento che era stato richiesto. Si stabilisce che il giorno 18 ci sarà un tavolo tecnico con Caldoro i sindaci e i sindacalisti. Non c’è traccia degli esponenti del comitato. Il sindaco del mio paese annuncia che è tempo di chiudere la manifestazione. Qualcuno richiede che all’incontro del 18 ci siano anche un rappresentante di Bisaccia e uno di Sant’Angelo, i paesi interessati alla macelleria ospedaliera.

Non parteciperò ad incontri di questo tipo. Il mio compito di togliere questa vertenza dal giro degli addetti ai lavori l’ho svolto. Non posso fare di più. Se li facciano loro i tavoli, questi politicanti mediocri tutti uguali tra di loro. Oggi il berlusconiano presidente della provincia è stato il più a sinistra dei rappresentanti delle istituzioni. Il mio contatto col mondo della politica non può essere così diretto, me ne viene un dolore insopportabile a vedere questa trama di ipocrisie, questo castello di giochetti di cui è fatta la vita del politicante medio, cioè di quasi tutte le persone che vengono elette, dai comuni al parlamento. La mia azione politica invece è centrata sul nomadismo, lascio la vertenza sanitaria e nei prossimi giorni forse prenderò a occuparmi dello scippo che i palazzinari del vento hanno fatto alle terre dell’Appenino meridionale. Da domani smetto di occuparmi anche di un blog che avevo costruito insieme a molti amici. Bisogna essere veloci, bisogna lasciare il campo da gioco quando diventa impraticabile. E cercare altri spazi, sulla scena sociale o in luoghi più intimi. La lucidità sulle cose può venire da qualunque parte, oggi è venuta dallo zaino smarrito. È stato questo il dente aguzzo che ha squarciato la carta velina della protesta. È sempre così nella nostra vita, ruminiamo giornate piene di cose, pensiamo di fare chissà che, e invece tutto è infilato nella trafila dell’ovvio. Solo ogni tanto un anello della catena cede e vediamo il dissesto che compone ogni giorno la nostra vita e la vita di tutti. Io ho la felicità di essere portatore di un dissesto innocente. E non ho paura di raccontare il mio voltare le spalle a questa lotta. Il mio sogno di contribuire a accendere un 68 delle montagne non si ferma qui. Sto a sud da cinquant’anni avendo cura di non imbrattarmi della sporcizia di chi è divorziato da ogni autentica passione civile e non ha mai avvicinato i misteri della bellezza o della poesia.

Oggi a Napoli è stato un giorno brutale, non ci sono state cariche, non è morto nessuno, apparentemente nessuno ha perso niente, a parte il mio zaino, e invece si è persa una grande occasione di radicalizzare il conflitto, di far scendere fino in fondo nel nostro corpo e in quello dei nostri avversari le contraddizioni dell’epoca. Io non mi sono messo in questa vicenda per stare al servizio di medici profondamente corrotti, affascinati più dalla politica che dall’idea di curare la sofferenza. La corruzione di cui parlo non sta nel prendere una tangente o nel farsi raccomandare, cosa che non disdegna quasi nessuno. Io penso alla corruzione di chi crede ancora ai tavoli, ai documenti, di chi pensa di far passare la propria vita e quella degli altri in questo balletto della cenere in cui si è trasformata la democrazia italiana.

In questa gente non c’è disperazione. Nel pullman che ci riportava a casa io mi torcevo dal dolore. A un giornalista che chiedeva un parere sulla giornata al sindaco che stava leggendo il giornale, lui si è dichiarato moderatamente soddisfatto. Questa gente è bravissima a dimenticare quello che ha deciso un minuto prima. Possono fare i sindaci, i medici, i presidi, gli architetti, l’idea è sempre quella di stare nella vita per sistemarsi in essa, per sfruttarla, per derubarla. La vita è un’avventura brutalmente singolare, siamo soli, siamo soli con il nostro corpo di fronte alla morte, ma siamo anche profondamente e irrimediabilmente insieme agli altri. Non bisogna avere paura di vivere rigorosamente ognuna di queste condizioni che ci appartengono allo stesso modo.

Per stare alla giornata di oggi, il rigore avrebbe dovuto farci rimanere sotto il palazzo della regione, anche di notte, ad aspettare il giorno dopo l’arrivo del presidente Caldoro e impedirgli di entrare e fargli sentire che i suoi tavoli sono inutili, sono riti di menzogna, sono procedure per tenere in piedi lo scandalo di una società invaghita del potere, una società che ha voltato le spalle agli ultimi e agli umili. Parafrasando Croce oggi potremmo scrivere: perché non possiamo più dirci cristiani.

Il sindaco del mio paese e il presidente della regione e il commissario alla sanità e tutti quelli che pensano di avere qualche potere e di gestirlo in realtà sono creature che hanno perso ogni contatto con la gloria di stare al mondo, con la gloria di sentire le cose per come sono. Un mondo di carta, un mondo di parole morte contrapposto alla luce del primo mattino, allo sguardo della volpe puntata dai fari.

Io oggi ho sentito da che parte sto, sto nella selvatichezza, sto nella nausea per una politica invaghita dei suoi riti, incapace di toccare veramente o di farsi toccare veramente dalla realtà. Per me la battaglia per l’ospedale continua ma su un altro piano, continua togliendomi dal giochetto estenuante in cui si finge di creare una soluzione e invece non si risolve niente per il semplice fatto che i patiti dell’egoismo e della moderazione hanno creato una dittatura gommosa, senza crepe, senz’aria.

Oggi a Napoli si sentiva benissimo che l’Italia è un paese perduto, un paese che non vuole e non sa andare da nessuna parte, governato da miserabili  a cui si oppongono altri miserabili. La gente vera, la gente giusta è negli angoli bui della scena, è fuori onda. Io sento di dovermi accomodare fuori dallo schermo, sento di dover continuare il mio lavoro nell’intimo di questo popolo senza voce, dominato da egoismi anch’esso, ma pur sempre venato dell’innocenza di chi sta ai margini, di chi non partecipa alla spartizione del vuoto, di chi non è affiliato a niente e nessuno.

Oggi a Napoli c’erano due umanità, c’erano i dispersi, vera e unica condizione possibile per un essere umano degno di tal nome, e c’erano i servi che si credono padroni. Io sto coi dispersi, sto con chi non si mette in bocca il ciucciotto del buon senso e della ragionevolezza. Non si può essere ragionevoli in questo mondo scandaloso, non si può discutere con chi dopo avere mangiato da solo pretende di spartire con te le briciole.

Nel caso del piano sanitario della regione Campania l’esempio è perfetto e la contestazione a questo piano per me o è un esercizio rivoluzionario oppure è niente. Non si possono cambiare le cose se si accetta la demagogia decisionista delle classi dirigenti. La dittatura in atto non ha bisogno di mandare nessuno al confino perché chi comanda si incarica anche di fare la parte di chi si lamenta, basti pensare al vittimismo patologico di Berlusconi. La dittatura arriva al punto di non avere neppure bisogno di governare: il Cavaliere è al governo semplicemente per non andare in galera. E l’Italia di oggi assiste imbambolata a questa squallida commedia di un guitto che si è arricchito e che  vorrebbe modellare l’intera nazione a sua immagine e somiglianza. Difficile dire se e fino a quando è riuscito nell’impresa.

Annunci

Written by Mercuzio

15 ottobre 2010 a 12:44 pm

Pubblicato su AUTORI

3 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. ho visto Franco cavalcare una transenna.spingersi in avanti a fronteggiare le forze dell’ordine…le urla, il suono possente dei tamburi attraversavano il suo corpo per infrangersi contro il portone chiuso…pochi metri indietro alcuni eletti,con fascia tricolore, pranzavano comodamente seduti al tavolo di un ristorante…

    fabio nigro

    15 ottobre 2010 at 5:59 pm

  2. Parole belle, forti, alte, di grande indignazione e passione civile, che risuonerebbero meravigliosamente bene tra i pastori e agricoltori sardi in lotta, tra i precari iperspecializzati della scuola, nei call center ghetto dove sono alla catena migliaia di giovani, una generazione bruciata nel presente, senza speranza; parole che rappresentano con bellezza e grande dignità le operaie in cassa integrazione di Faenza e tutti gli espulsi e i marginali del lavoro e chi un lavoro non l’ha ancora o non l’ha mai avuto..Parole di aria e di vento, e di luce, che dicono bene del un nuovo Sessantatotto degli isolati e dei marginali…Parole brucianti e vitali nella loro disperazione…Disperanti e vitali, perchè non c’è altro se non l’azione, se non agire per il corto circuito delle anime morte e l’accensione a catena dei mille piccoli fuochi di lotta nel grande rogo della nuova Utopia, che è libertà e partecipazione.

    Salvatore D'Angelo

    15 ottobre 2010 at 11:59 pm

  3. parole catartiche….

    medici online

    23 ottobre 2010 at 2:57 pm


I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: