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Sabato 16 ottobre 2010 _ ex Fornace di Sant’Andrea di Conza / / / Colori d’Autunno : Nuova stagione di seminagione culturale / Mostra di pittura del maestro armeno Khachik Abrahamyan  / Contributo al dibattito

Divido questa mia riflessione in cinque parti con l’impegno a non superare i dieci minuti, correndo vari rischi di incompletezza, approssimazione ed oscurità.

  1. 1.   Una premessa di carattere generica sull’impresa culturale in Italia e, più nello specifico,  a Sant’Andrea
  2. 2.   L’arte contemporanea. Significati generali ed ambizioni
  3. 3.   L’arte contemporanea degli artisti  armeni
  4. 4.   Il valore didattico e formativo per i giovani  di eventi artistici di questo tipo
  5. 5.   Conclusioni   provvisorie

Una premessa sull’impresa culturale in Italia e a Sant’Andrea

In un’intervista a Radio3 Rai di giovedì scorso, Walter Santagata, grande esperto di politiche culturali ed autore tra l’altro di testi come Patrimonio culturale e cultura materiale,commentava, con non celato rammarico, la grave affermazione del Ministro Tremonti “la cultura non si mangia”, con la quale quest’ultimo ha liquidato le pur tardive proteste del Ministro Bondi  ai tagli alla cultura.

Santagata ha dovuto, invece, ricordare che in Italia lavorano nel settore culturale ben 2 milioni ed 800 mila persone: dai musei, al design, dalla pubblicità al software, dalle mostre all’industria editoriale, dal teatro al cinema e così via, senza parlare di Scuola, Università e ricerca.

Penso che questo dato da solo possa mettere fine alla stucchevole riproposizione, nel terzo millennio, del carmina non dant panem di medievale memoria.

Al contrario, tutto spinge a dire che un significativo elemento della crisi italiana, economica ma soprattutto morale, consiste proprio nell’incapacità di trasformare tutto ciò che chiamiamo genericamente cultura in risorsa: eppure è a tutti noto che da solo, il patrimonio museale dell’Italia corrisponde ad oltre la metà dell’intero patrimonio mondiale: e noi continuiamo a non avere una visione adeguata per utilizzarlo!

A tal riguardo, ho spesso dovuto richiamare la mia personale esperienza in Irlanda, nell’ormai lontano 1993, allorquando ad un gruppo di insegnanti italiani e spagnoli, gli irlandesi presentarono un sito archeologico con all’interno un parco della preistoria.

Era davvero straordinario, attrezzato di punti ristoro, di spazi per la didattica; ci offrirono persino della carne cotta alla maniera degli antichi uomini primitivi: c’erano centinaia di visitatori paganti e gaudenti. Ebbene, dov’è il punto? Tutto appariva bello ed interessante, ma, purtroppo, era un falso, si erano inventati tutto!

Per contrasto, da allora penso con rammarico ai tanti parchi archeologici, veri!, in Italia, che vivono negletti ed abbandonati: l’antica Compsa, nonostante tutti gli sforzi generosi dei giovani della pro-loco, docet: eppure esiste un progetto dell’arch Miche Carluccio di Conza che potrebbe dare agli scavi proprio quella dimensione funzionale e quell’eleganza europea di cui abbiamo bisogno, di cui ancora non si parla.

Non aggiungo altro per l’Italia, per carità di patria.

Vengo a Sant’Andrea per richiamare ai presenti il ruolo svolto da questo nostro paesino dal lontano 1977, anno in cui si inaugurò il teatro all’aperto presso l’Episcopio con l’indimenticato attore Bruno Cirino che mise in scena l’opera di altissimo impegno politico e civile Rocco Scotellaro, vita scandalosa di un giovane poeta.

Da allora ad oggi per quel teatro, diventato salotto buono estivo per l’intera Irpinia, è passato il meglio dello spettacolo italiano, non escluso il jazz e la musica moderna e contemporanea. Purtroppo, però, dopo 33 anni, ancora non siamo in grado di parlare di impresa culturale, nel senso proprio di capacità di produrre reddito ed occupazione, seppure saltuaria.

Per chiudere questa primo paragrafo, oggi siamo in pieno autunno e molto opportunamente siamo nell’ex Fornace Clemente Malanga. Oggi come nel 1995, quindici anni fa! Anche allora proponemmo alcuni appuntamenti autunnali, di astronomia. Non penso che abbiamo fatto molta strada, anzi quindici anni sono una gran quantità di tempo che non è facile recuperare, specie se, oggi come allora siamo ancora alle premesse, allora il mio pensiero è che quando si parla di attività culturali non si debba parlare più di singoli paesi, bensì di tanti quartieri di un’unica cittadina, l’Alta Irpinia, allargata almeno a Pescopagano e a Castelnuovo di Conza: solo insieme potremo sperare di farcela..Mi fermo qui.

L’arte contemporanea. Significati ed ambizioni

Ha detto il ministro Bondi in una intervista di agosto del 2008 al quotidiano La Stampa di Torino “Faccio fatica a trovare segni di bellezza nell’arte contemporanea: se visito una mostra faccio come molti, cioè fingo di capire. Ma sinceramente non capisco”

Ecco, penso sia giusto tenere in conto proprio questo punto di vista, perché se da un lato mostra quale sia il livello culturale di chi ci governa, dall’altro ci ricorda quanto sia difficile valorizzare un museo di arte contemporanea, poiché ad una mostra d’arte, in generale, lo spettatore non si può accostare solo utilizzando il proprio istinto estetico, bensì egli dovrà servirsi di un vero “gusto estetico” e quest’ultimo si forma attraverso la l’educazione e la formazione, scolastica e non solo.

Senza farla lunga, io credo che comprendere l’arte contemporanea implica prima capire che essa nasce dal tentativo di superare la crisi della modernità, ossia di andare oltre la delusione prodotta dalla scoperta che la ragione da sola non è in grado di farci pervenire alla verità assoluta, e, dunque alla felicità, come ritenevano, fino a fine ottocento, tutti quei fenomeni di pensiero razionalisti, dall’illuminismo al positivismo allo scientismo.

Al contrario, il pensiero filosofico di Nietzsche,di Freud, di Heidegger, per citare alcuni; la crisi dei fondamenti della matematica, della logica della fisica ( si pensi alla fisica dei quanti) in campo scientifico; il decadentismo in letteratura, l’impressionismo di fine ottocento e tutti gli artisti del novecento come  Picasso, Munch, Magritte, De Chirico Mirò nelle arti pittoriche, solo per citare i maggiori: tutti  questi autori e movimenti di pensiero sono la massima rappresentazione di ciò che chiamiamo cultura contemporanea e sono tutti caratterizzati dall’avere indicato nuove modalità di rappresentazione della realtà,  nuove forme di espressione del vero.

Per restare all’arte grafica e pittorica, si può dire che al disegno dal vero , praticato in tutte le scuole del mondo, gli artisti hanno contrapposto e contrappongono il “vero nel disegno”, per cui se della realtà non si dà verità assoluta bensì rappresentazione, essi danno della realtà una propria rappresentazione personale e, quindi, la loro verità: ecco perché gli oggetti prendono forme insolite, gli animali disegnati sono inesistenti, le unità di tempo e di spazio perdono di significato, in una stessa opera convivono sia il passato che il presente, e le strade di Londra si mescolano con palazzi che ricordano Parigi.

Ma, questo non avviene perché gli artisti non sanno disegnare, o disegnano come bambini, ad esempio.

Al contrario, essi posseggono la tecnica pittorica fino in fondo, ma essi si spingono oltre l’ordinario, sono alla ricerca del vero più intimo e personale.

Chi ha visitato il museo Picasso di Barcellona ha avuto modo di vedere l’evoluzione che portò il giovane talento da grandissimo ritrattista ad astratto cubista, come  quando dipinse nel 1957  Las Meninas di Velasquez  in oltre 20 modalità diverse, tutte apparentemente inafferrabili.

Credo che Bondi non possa capire l’arte contemporanea perché, forse, non ha visitato quel museo e, di sicuro, ignora quale fatica e quanta tecnica ci sia dietro il lavoro di un artista contemporaneo, quella fatica che fece dire a  Picasso: quando ero piccolo sapevo dipingere come Raffaello, mi ci è voluta però una vita intera per imparare a disegnare come un bambino.  

 

L’arte contemporanea degli artisti  armeni

Questa sera abbiamo il piacere di ammirare le opere del maestro Khachik Abrahamyan,  nato ad Erevan in Armenia nel 1960. Le sue opere sono davvero godibili, ricche di vitalità e di colori avvolgenti, con le figure femminili in primo piano, prevalenti, quasi a volere ricordare, anche per contrasto con la realtà perduta dell’Armenia distante, il profondo significato di donna portatrice di vita e di bellezza. I colori che egli utilizza esprimono una forte e gradevole tensione emotiva  con una non celata, anzi esibita, sensualità che rasenta l’erotismo. Una sua espressione molto sentita conferma esattamente quel che sostenevo prima a proposito dell’arte contemporanea come libera espressione dell’io dell’artista, e mostra in maniera evidente ciò che le neuroscienze hanno scoperto, ossia che la creazione artistica lungi dall’essere appannaggio del solo emisfero destro, della creatività, come si riteneva, coinvolge molti centri nervosi dei due emisferi, perché l’atto creativo non è solo immediatezza bensì è il risultato dell’intreccio più elevato tra emozioni, sentimenti e ragione. Egli, infatti, così si esprime.   

La pittura mi dà la forza, comprendo la vita attraverso di essa, con l’aiuto della pittura io guardo al mondo e il mondo parla a me, e quello è un mondo diverso nel quale ci sono particolari colori, tempeste fantastiche, passioni infinite e affetti; tutto ciò che non si può descrivere con le parole si può solo far vivere con la pittura.”

Per concludere, gli Armeni, com’è noto, sono un popolo dalla civiltà millenaria che si confonde con quella degli Assiri, però, essi hanno sempre subito violenze ed oppressioni, fino alla vera e propria diaspora seguita al genocidio del 1915 ad opera dei Turchi. Penso che nelle loro opere si rispecchi proprio questa loro sofferta memoria, ma al tempo stesso soprattutto nell’uso dei colori vivaci e vivi si esprime un non sopito ottimismo che in qualche caso perviene anche ad una manifestazione gioiosa: il loro proporsi assieme, oltre ad essere una espressione di sapienza vuole essere anche un monito, che travalica lo spazio ed il tempo, per la difesa in positivo dei valori di solidarietà e di identità di un popolo, validi anche per noi italiani, oggi a 150 anni da una Unità da molti messa in discussione e da tanti poco difesa. 

 

Il valore didattico e formativo per i giovani  di eventi artistici di questo tipo

Sono un uomo di scuola, Dirigente scolastico da quattro anni dopo essere stato insegnante nei licei per 27 anni. Ogni volta che mi trovo a vivere un’esperienza culturale esterna alla Scuola mi chiedo cosa ne pensano i nostri ragazzi, cosa accade  nella loro testa.

L’aspetto che più temo è una non risolta scissione tra ciò che imparano sui libri e ciò che vivono nella loro realtà quotidiana, col rischio reale di una loro sostanziale indifferenza a tutto ciò che li circonda.

Noi abbiamo il gravoso compito – oggi più di ieri – di far crescere in loro un amore vero per il sapere, per il bello, noi abbiamo la responsabilità di educarli al rispetto del mondo che ci circonda, della natura, dell’ambiente, della tradizione, della memoria storica del nostro passato, delle nostre vestigia dei beni ricevuti in eredità. Ed è una impresa quasi impossibile, perché mentre noi lavoriamo con difficoltà in questa direzione, altri, con ben più suadenti arti, impongono stili di vita e valori di segno opposto.

Quando dico noi, penso alla scuola in primo luogo, ma subito dopo io aggiungo tutta la società civile, a partire dalle Istituzioni, a finire alle associazioni ed ai privati. 

Ebbene, io credo che le conoscenze e le competenze apprese a scuola dai nostri ragazzi debbano vivere e trovare espressione nella realtà quotidiana, esaltare ed arricchire il territorio in cui vivono: una scuola forte rende ricco il territorio; al tempo stesso, il territorio deve vivere nelle aule scolastiche entrare dentro la quotidianità dei nostri ragazzi: un territorio stimolante e pieno di opportunità rafforza la stessa azione scolastica. Ecco perché sono così interessato affinché chi intende agire in un contesto territoriale possa coinvolgere innanzi tutto le scuole e, prime fra tutte, le scuole superiori.

Se poi teniamo in debita considerazione il fatto che, tra le scuole che dirigo, vi è l’Istituto d’Arte di Calitri, oggi liceo artistico, spero si capisca ulteriormente e bene perché ad un evento che propone una rassegna d’arte così originale non solo non potevo mancare, ma ho fatto di tutto per coinvolgere tutta la scuola in almeno una delle iniziative di questo programma.   

Conclusioni … molto provvisorie

Onore al merito di tutti quelli che hanno lavorato alla ideazione di questi incontri ed alla realizzazione di questa prima serata: elencarli sarebbe come la solito rischioso, poiché c’è sempre il pericolo di lasciare fuori qualche nome. Ma è ovvio che l’ing. Giacomo Tropeano a cui dobbiamo la presenza degli artisti qui a Sant’Andrea, e l’arch. Verderosa, l’amico Lillino, meritano un grazie particolare. Del resto, è stato proprio quest’ultimo, assieme all’arch. Michele Carluccio e al prof . Augusto Vitale, ad essere l’artefice dell’esistenza di questo spazio multiforme, come lo vediamo oggi, aperto alle innumerevoli possibilità delle iniziative culturali per l’intero territorio.

Ed è a lui, in primo luogo, che , richiamando anche quello che dicevo sul ruolo delle scuole, voglio dire che bisogna passare finalmente da eventi provvisori ad attività di tipo stabile, altrimenti si rischia di lasciare solo tracce del nostro passaggio, ma mai strutture, come invece amano fare gli architetti. Dobbiamo imparare a condividere, a mettere assieme le cose belle, che funzionano, come nel piccolo hanno fatto gli artisti armeni. Non c’è gelosia da coltivare, mai più guerre di campanile: nel 1979 si realizzò l’Estate culturale in Alta Irpinia, oggi non possiamo contrapporre Cairano a S.Andrea o, che so,  a Monteverde!

Allora se ricreiamo quello spirito io penso che possiamo, assieme, coltivare finalmente un grande sogno: fare dell’Alta Irpinia un intreccio di strutture ideative e culturali, a partire da questa ex fornace di laterizi che può divenire in breve tempo un vero e proprio Beaubourg, aperto tutto l’anno a tutte le espressioni artistiche di tutto il Mondo, seppure in piccolo: non più, finalmente, struttura di Sant’Andrea, ma contenitore di bellezze collocato in Sant’Andrea a disposizione del territorio.

Io penso che se vogliamo ancora sognare, ( siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni [Shakespeare], ma i sogni, spesso, finiscono all’alba [Eluard]) allora bisogna essere di nuovo in tanti a farlo: i sogni dei singoli sono destinati a diventare incubi, come è accaduto tante volte alla nostra generazione.

Coerentemente dovremo passare dai buoni propositi alle buone azioni ( best practices in inglese), e se non vogliamo accendere fuochi di paglia, allora è giunto il momento di osare e pensare in grande il ruolo della cultura in Alta Irpinia. E ciò automaticamente comporta mettere finalmente attorno ad un tavolo quelli che ancora vivono e lottano in questi paesi ( comuni, scuole, imprese, professionisti ecc) ma anche, una volta per sempre,  il passare dal volontariato culturale al fare impresa culturale, e mi riallaccio con le premesse,  con tanti giovani coinvolti anche con sufficienti possibilità di far reddito: in fondo, si parva licet, anche mettere su una mostra è un mestiere, anzi, oserei dire, un bel mestiere!  Grazie.

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Gerardo Vespucci è Dirigente Scolastico all’Istituto Istruzione Superiore A.M. Maffucci di Calitri _

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RACCOLTA degli altri contributi PUBBLICATI per COLORI D’AUTUNNO http://it.wordpress.com/tag/z-colori-dautunno-a-s-andrea/

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Written by A_ve

19 ottobre 2010 a 9:01 am

10 Risposte

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  1. COLORI D’AUTUNNO, il contributo di Gerardo Vespucci, fa seguito a quello di Anna Fierro ed apre un dibattito che va oltre gli appuntamenti che terremo nella ex-Fornace di Sant’Andrea di Conza; va oltre anche qualche commento di ridurre a fenomeni di paese pensieri e fermenti che in questo momento servono fortemente, in Irpinia come in Valtellina. Qui le persone vivono.

    verderosa

    19 ottobre 2010 at 9:08 am

  2. Ho letto l’intervento di Gerardo Vespucci e l’ho trovato ricco, stimolante, condivisibile nella parte cricico-analitica e soprattutto nella parte propositiva, che condivido appieno. Soprattutto laddove traccia un possibile disegno di Rete di Iniziative Culturali Territoriali al fine di impostare una possibile , vera e propria Impresa Culturale, nel senso di imprenditoria culturle.
    Aggiungo, però, che a tal fine mi sembra decisivo il ruole delle Associazioni di Volontariato e senza fine di lucro, perchè – più e meglio di altri e proprio per la loro specificità- hanno uno sguardo lucido e talvolta a 360 gradi sul problema.
    Ciò detto, faccio i miei più vivi complimenti al Professor Vespucci per la passione e per la qualità del suo intervento. E mi dolgo per non aver avuto l’opportunità di partecipare. Spero di assicurare la mia presenza in una o più delle altre giornate in calendario.

    Salvatore D'Angelo

    19 ottobre 2010 at 12:15 pm

  3. […] more: dal volontariato all'impresa culturale « COMUNITA' PROVVISORIA … Pubblicato in […]

  4. non condivisi l’intervento di gerardo vespucci sabato a sant’andrea nella parte in cui disse che non esiste la verità, ma le verità. non mi vorrei dilungare e quindi mi limito a dire che la verità, secondo me, è unica e oggettiva per definizione e coincide con l’evidenza; parlare di verità al plurale è una contraddizione in termini. sarà vero che l’arte contemporanea si fonda sull’affermazione delle verità al plurale e forse è per questo che è mediamente scadente e, soprattutto, disumana

    sergio gioia

    19 ottobre 2010 at 5:23 pm

  5. L’impresa culturale è un tassello fondamentale per nuone direzioini da percorrere per lo sviluppo sociale ed economico in irpinia. Purtroppo non mi sembra ancora nelle corde di molti il concetto di impresa culturale, considerato che ancora non si da il giusto peso anche economico e capace di remunerare(non speculare) l’impegno di chi fa attività ed intrapresa culturale. Anzi, persiste lo strano principio che il mondo dell’associazionismo che è avamposto di impresa culturale deve agire in nome e per conto del puro volontariato.

    luca b.

    19 ottobre 2010 at 11:24 pm

  6. Luca sono d’accordo con quanto dici. Voglio comunque precisare che nel mio commento, quando richiamo il ruolo delle Associazioni di volontariato senza fine di lucro (il che non vuol dire giusta remunerazione), mi riferisco all’esperienza da esse accumulata, alle loro capacità e competenze in un’ottica di “servizio”, non di speculazione. Giusta e necessaria deve essere la remunerazione del lavoro di chi produce “impresa culturale”, ma in un’ottica di “servizio” alle idee e alla cultura, all’accensione di quel circuito virtuoso. Diversamente si va dritti dritti nella logica di piegare la “cultura” all’ottica del profitto, tale e quale come quella che vede gli ospedali quali “aziende” che dalla salute debbono spremerne utili… Cultura e salute, come l’acqua e l’aria, dovebbero essere fuori da questa ottica, no? Credo che l’intervento del professor Vespucci, soprattutto nella parte relativa agli studenti e alle scuole, in un certo qual modo inclinasse a questo. M’è parso giusto dare un contributo in tal senso.

    Salvatore D'Angelo

    19 ottobre 2010 at 11:48 pm

  7. C’era una volta un bambino che abitava vicino al mare. A lui piaceva costruire pupazzi con il sale. Lo induriva e poi faceva omini piccoli e grandi e li lasciava li sulla spiaggià. Un giorno uno di loro si incuriosi e vole avvicinarsi al mare …prima da lontano poi da più vicino fino a toccarlo… con una mano ….che subito si sciolse nel mare …poi con un piede ed anche il piede si sciolse nel mare….poi cadde di fianco e sciolse il corpo ….la testa ancora fuori dall’acqua….pensò…però adesso sarò mare.

    Nanosecondo

    20 ottobre 2010 at 12:12 am

  8. …sulle verità caro sergio credo che abbia ragione vespucci il problema è decidere noi che cosa vogliamo essere ….se sale o mare. o tutto!

    sai una goccia d’acqua nel mare non sarà mai sola.

    che la bellezza ci circondi. nanos

    p.s. impresa o volontariato ….. non c’è nessuna contraddizione tra i due possono avere scopi unici ma chiaramente interessi diversi. carissimo angelo il dilemma di tutta questa storia è proprio questo.

    Nanosecondo

    20 ottobre 2010 at 12:16 am

  9. Penso che il concetto relistico del prof. Vespucci si possa racchiudere in una sua frase…”Al contrario, tutto spinge a dire che un significativo elemento della crisi italiana, economica ma soprattutto morale, consiste proprio nell’incapacità di trasformare tutto ciò che chiamiamo genericamente cultura in risorsa”.-
    Immaginiamoci al contrario, se noi fossimo in grado di trasformera il Ns grande patrimonio artistico-culturale in riso5sa. Saremmo il popolo più grande al mondo.
    Ma non lo siamo. Questo il grande rimpianto per chi capisce che abbiamo una grande potenzialità intorno a noi, ma che di ocntro abbiamo i peggiori uomini che l’amministrano.

    domenico cambria

    29 ottobre 2010 at 3:50 pm

  10. caro franco e amici della comunità
    il volontariato è una risorsa che deve essere coltivata con pazienza.Non so cosa sia la felicità ma posso affermare che dopo aver trascorso un pò della mia giornata con i volontari mi sento meglio.
    trascrivo la presentazione dei dieci anni della nostra associazione
    “E’ con viva soddisfazione che pubblichiamo quest’opuscolo, per noi rappresenta solo l’inizio di una riflessione collettiva che deve impegnare l’intera cittadinanza sul “fenomeno”volontariato.
    Per descrivere 10 anni della nostra attività abbiamo scelto un modo alquanto semplice e per certi versi inusuale : poche parole e una serie di fotogrammi che rappresentano i momenti salienti del nostro vivere quotidiano.
    Sono trascorsi dieci anni , sembrano tanti ma per alcuni di noi ed in particolare per i soci fondatori è come se fosse successo ieri, sono volatilizzati troppo in fretta è non c’è stato il tempo di soffermarsi a riflettere né sugli errori commessi né sugli elogi, a volte eccessivi, per gli interventi svolti.
    Non siamo nati per caso o per grazia ricevuta, in molti di noi era nitido e mai sopito il desiderio di realizzare nuovamente un sogno che si era bruscamente interrotto alcuni anni addietro.
    Il legame che ci teneva avvinti a quell’esperienza terribile legata al terremoto dell’80 ogni tanto appariva era una immagine sempre viva e mai sbiadita dai ricordi di quei giorni in cui fummo costretti a vivere sotto le tende o in qualche camper.
    E fu allora che si sentì, per la prima volta, parlare di volontariato: erano accorsi in tanti da ogni parte d’Italia per portare soccorso a noi ed ai nostri fratelli del cratere che stavano ancora sotto le macerie.
    E così anche a Grottaminarda, grazie alle due ambulanze donate dalla Fratellanza Militare di Firenze e dalla Humanitas di Scandicci fu fondata la Pubblica Assistenza , la prima Associazione di Volontariato del Sud d’Italia.
    All’inizio la nostra attività non era vista di buon occhio dall’Amministrazione Comunale del tempo, molti ostacoli furono posti sul nostro cammino ma alla fine la città di Grottaminarda diede una risposta alla grande con 800 soci tesserati , sì eravamo entrati in tutte le famiglie di Grottaminarda.
    Oggi molte cose sono cambiate non vi più quella gretta ostilità delle Istituzioni nei nostri confronti, anzi numerosi sono gli accordi di partnerariato che abbiamo stipulato con l’ASL, con l’Amministrazione Comunale, con le scuole, con l’ Istituto di Vulcanologia e Geofisica e con tutti gli enti che ci chiedono la collaborazione.
    Quindi, anche se il seme fu portato anni fa dai Volontari della Toscana, la pianta è ben cresciuta e come tutti gli esseri viventi ha bisogno, per crescere, di essere curata ed alimentata quotidianamente da forze sempre più numerose e disponibili ad aiutare gli altri e a servire una buona causa.
    D’altronde è bene ricordare che su questa vita noi siamo di passaggio, siamo ospiti ed in quanto tali anche se siamo autonomi e/o a volte condizionati nelle nostre scelte comunque cerchiamo di vivere in questo mondo che ci ha dato qualcosa non solo in termini economici.
    E qui ci viene in soccorso Dante e come dice il sommo poeta nella sua opera poco conosciuta “la monarchia” : “non dobbiamo essere come una voragine, che prende senza restituire ma dobbiamo restituire ciò che ci è stato dato”.
    Che senso avrebbe la nostra vita se il nostro pensiero fosse ridotto a becero egocentrismo e all’ingordigia pura senza riflettere sulle contraddizioni della realtà che ci circonda e senza vedere le ingiustizie che si ingigantiscono ogni giorno.
    Don Paolo Gessaga la spiega così, quasi con uno slogan pubblicitario: «La povertà non è più “senza fissa dimora”». La povertà è accanto a noi. «È meno apparente, ma è più profonda», aggiunge il sacerdote che ha fondato la catena degli empori della Caritas.
    Purtroppo, ed è una fortuna, la sua brevità(della vita) richiederebbe di dare un senso alle nostre azioni con metodi e comportamenti coraggiosi possibilmente senza arrendersi o piangersi addosso.
    Come conciliare questi atteggiamenti a partire da noi nel nostro agire quotidiano, ci rendiamo conto che non è sempre facile avere sempre il sorriso sulle labbra essere disponibile comunque verso persone che stanno in uno stato di bisogno e poi combattere per sbarcare il lunario.
    Chi sono i volontari che prestano servizio nell’Associazione? sono persone vive in carne ed ossa, la maggioranza è ancora in cerca di lavoro altri sono occupati in modo precario, pochi sono quelli che hanno un lavoro stabile eppure sono sempre disponibili e sensibili ad affrontare i problemi e le carenze dei più deboli.
    E’ questo ritorno in termini di umanità e relazioni umane che ci tiene uniti, anche se a volte ti viene la voglia di lasciare tutto poi prevale il senso di responsabilità perché ci rendiamo conto che stiamo realizzando un’esperienza democratica, umana e culturale unica e per certi versi irripetibile.
    Sicuramente abbiamo avuto una dose, alquanto elevata, di incoscienza se all’inizio abbiamo risposto all’ASL con un’organizzazione non ancora perfetta ma la fortuna aiuta gli audaci e non è un vanto se in circa diecimila interventi in emergenza non siamo mai stati ripresi o segnalati per alcun tipo di disservizio.
    E’ inutile nascondersi o essere falsi modesti siamo un bella realtà e la città di Grottaminarda deve essere orgogliosa dei suoi figli, ce la possiamo fare per altri dieci anni? Il futuro non dipende solo da noi, abbiamo bisogno di altre forze per dare il ricambio a chi ha già dato.
    Di qui l’appello all’intera cittadinanza di fare uno sforzo per condividere alcuni momenti della giornata insieme a noi non solo con le nostre attività ma anche organizzando momenti lieti di tempo libero.
    Certamente non è da tutti e non è semplice partecipare alle iniziative di volontariato, chi si accinge ad intraprendere tale attività viene formato e seguito per l’intero percorso iniziale e mai mandato allo sbaraglio.
    Chi ci conosce sa che non lasceremo niente al caso, come facciamo per i corsi di formazione sanitaria così faremo per la protezione civile con il piano di emergenza approvato recentemente dal comune, cui abbiamo dato un valido contributo per la redazione stessa.
    Andremo alla presentazione ufficiale alla cittadinanza, a breve, dopo aver concordato con l’Amministrazione il percorso da seguire e poi insieme ai tecnici in tutte le scuole di Grottaminarda per sensibilizzare i giovani ad avere una coscienza civica per agire di conseguenza alle calamità che potrebbero verificarsi sul nostro territorio.
    Ringraziano, infine, i cittadini e gli esercenti le attività commerciali, artigianali ed industriali che con il loro contributo hanno reso possibile realizzare gli eventi programmati per il decennale della nostra Associazione.

    nicola cataruozzolo

    31 ottobre 2010 at 11:25 am


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