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Su “Cuore comune” di Renata Morresi

di Viola Amarelli

 

“Cuore comune” (Pequod 2010) è la raccolta di esordio di Renata Morresi, studiosa universitaria e traduttrice,  esordio lontano dalla fretta e dall’ansia editoriale.  I sei “movimenti” che compongono il libro segnano, infatti, un’attesa e un ascolto collocati soprattutto nella dimensione dello spazio, che  compare sin dall’incipit ( (tutto era spazio)  per marcare  anche i titoli di molte sezioni (da “Casa delle case” a “Nel campo”, dal “Mare alto” a “La terra distesa”) fino a caratterizzare il testo  forse più compiuto della raccolta (forme uniche della continuità dello spazio).

I luoghi qui  non sono tuttavia  solo e tanto deposito di memorie, specie familiari , pure presenti  negli Album iniziali con un sotteso  rilievo di  perdita agrodolce. Con la  loro concreta fisicità le case, i letti, il quartiere, il campeggio, il promontorio si delineano piuttosto nella trama della scrittura come matrice di una comune individuazione  e di un possibile senso (La posizione orizzontale sul mare/ci livella frontali al cielo; Il letto  si allunga a terra//girata sul fianco ne sento/più chiaro il suo cuore comune; Siamo tutti al completo, stretti/ in questi condomini).  Gli stessi confini corporei si palesano liquidi, aprendosi ad un’alterità, a tratti ambigua, che diventa nel finale accoglienza (distesa come un prato/dispersa in molti fili uguali; non finisci in te/ continui dopo la maglietta),  quasi a risolvere l’aporia di Bauman (quella per cui se essere individui significa “essere tutti diversi”, allora ognuno è uguale all’altro) con quel “cuore comune” che ambisce ad esserne via d’uscita (e “Vie d’uscita” è fra l’altro un  ulteriore libro  del filosofo polacco).

In questa ottica,  le coordinate spazio-tempo sono vissute antinomicamente, in un a vis-à-vis che vede la netta prevalenza del primo termine,  l’unico ad assicurare all’autrice una durata e un senso (e si veda,  per la scelta manifesta, la poesia  “Del tempo”). E’ un’ottica  dove si percepisce l’influsso della Anedda, non a caso richiamata con la Dickinson in uno degli eserghi,  ma anche le  caratteristiche di una pur mai compiutamente definita “linea marchigiana” (l’attenzione al paesaggio, la ritrosia di sentimento e di parola).

La sequenza armonica del libro, come giustamente rimarcato nella nota di Gezzi, parte da un ritmo “percussivo” e più sperimentale nelle sezioni iniziali, quelle apparentemente più private ma anche più segnate da una percepibile rottura” dell’eden originario, per pervenire a una prosodia estremamente lineare  dove il lessico familiare – anche quello infantile del rapporto con il figlio –  è utilizzato nella limpidezza di un legame musicale assunto anche  a rassicurazione del quotidiano.

Nella forma lirica di un diario di formazione “Cuore comune” rivela così in controluce  il tentativo, forse non casuale in una studiosa di letteratura anglosassone,  di coniugare  “ragione e sentimento” in un tracciato di discendenza austeniana  e richiano che dà conto di un percorso ormai consapevole.

 

——–

da Album I

vii. (babbo davanti la vecchia mercedes, anni 80)

se mi ricordo di te

a dieci anni quando ero macchina e tu centro

il cinema vivente il volante senza mani voli

e città tu eri – il giappone

la penna elettronica che segnava il tempo

la foto davanti al tempio

sull’elefante

 

da  Il mare alto

 

Mare alto

 

Sulla groppa del bufalo notturno,

costone ricciuto del promontorio,

il mare alto si beve il mio sguardo.

 

Se lo beve per intero, mi sta

sopra non come a riva dove arriva

schiacciato sotto i fianchi. Chi lo sa

 

 

come si vede il mare. Come finge

di stare per una ed essere molte

figure che non una sa capire.

 

da La terra distesa

Il viale

 

se così si può chiamare quella discesa spaccata

d’inverno e d’estate…

R. Pagnanelli

 

 

Rientrando a casa l’altra sera

l’auto incideva la linea del viale

come un laser scagliato dallo spazio.

Spiego così quel verde dalle piante

più giallo cedro rame che verde,

un colore di linfa lenta-densa

che colava da quel taglio che io ero.

Col mio cyborg rugginoso aprivamo

la cerniera nel buio della terra

l’ultima striscia virente nel nero di nulla.

 

 

Dov’erano finiti torrioni, merli, catacombe,

tutte le mura turrite, le torri merlate,

tutte le stanze scavate nel colle, le celle,

i francesi, i conventi e i feti aggrappati

ai cantucci di pietra? E le camere

iperbariche cogli ibernati umani,

gattini e gli altri amati a spiare dagli oblò

le vendette delle selve che in assalto regolare

staccheranno la corrente?

Un no muto suona uguale da ogni corpo,

oblungo come un loculo di Poe.

 

 

 

Tra statue di sale, ex-persone,

locuste, ulcere, gramigne e rane,

era già tutto avvenuto e l’eterno pediluvio

riavviato verso nuove mutazioni.

Cosa ci facevo io, post-galattica eroina

senza manco una tutina di neoprene

a ritornare a casa

come se la terra fosse immune

come se sterpaglie e barricate non crescessero

col ritmo di un contagio all’ora?

 

 

Forse era solo il sogno

di me rinchiusa nel pianeta,

nelle asme del pianeta,

nelle sue stive nodose,

nelle tane di formiche del pianeta,

insieme ai cento milioni ripieni

d’unguenti e scongiuri

a ripetere l’ultimo sogno comune,

l’ultima comune linea

che ci tiene insieme,

il mio viale, il tuo viale.

 

 

da Cuore comune

 

1.

Non ci sono cose

senza evento in questa casa

 

 

come: contenitori,

cubi, coperture.

 

 

Il letto si allunga a terra

 

 

girata sul fianco ne sento

più chiaro il suo cuore comune.

 

 

Da parte a parte si scambiano

l’aria, la luce

 

 

venendo dall’incavo

dell’appartamento

 

come se fosse nato ora

dall’interno, un fiume

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Written by Arminio

28 ottobre 2010 a 5:41 pm

Pubblicato su AUTORI

9 Risposte

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  1. cara viola
    molto bella questa tua nota.
    scrivi più spesso per noi.

    arminio

    29 ottobre 2010 at 4:26 am

  2. grazie Franco, è il libro di Renata a essere bello, io oramai scrivo poco, un abbraccio a voi tutti

    viola

    29 ottobre 2010 at 7:21 am

  3. Evviva “Cuore comune” di Renata Morresi.
    Evviva l’acutezza di Viola Amarelli.
    Un abbraccio
    Adelelmo

    adelelmo

    29 ottobre 2010 at 7:40 am

  4. Oh, che bella sorpresa stamattina!…”Venendo dall’incavo / dell’appartamento”…Mi procurerò, quanto prima,il libro. Grazie Viola, grazie Renata.

    Donato Salzarulo

    29 ottobre 2010 at 8:33 am

  5. non riesco a postare un comento che era solo un grazie a voi tutti e un abbraccio,aggiungendo solo che è il libro di Renata a esere bello Viola

    viola

    29 ottobre 2010 at 11:29 am

  6. eppure …la vita ha bisogno della parola ….un abbraccio a donato , adelelmo e nache a viola per il suo scritto che mi ha creato al curiosità di conoscere renata……
    mauro

    mercuzio

    29 ottobre 2010 at 1:32 pm

  7. ciao carissimi, grazie per l’accoglienza in comunità, un posto che ammiro (e vi invido!) da anni – questo libro prova a dire qualcosa (sottovoce) su quanto vi sia di politico nell’impolitico delle nostre vite sparigliate e alienate… anche nel nudo e umanissimo viaggio giornaliero nel proprio vuoto (nel proprio pieno) c’è traccia della ricerca di una parola condivisa, di una rappresentanza, di diritti civili costantemente aggrediti. è un libro personale, sì, ma che cerca altre persone. sono felice di aver trovato voi.
    un saluto caro,
    renata

    renatamorresi

    30 ottobre 2010 at 11:17 am

  8. cara renata
    scrivi quando vuoi per noi, siamo qui, questo spazio deve essere sempre più aperto. non vogliamo chiuderci nella nostra provincia.

    Arminio

    30 ottobre 2010 at 12:58 pm

  9. Molto belle. Direi che qui lo spazio è riplasmato nel pieno immateriale della percezione dell’ io rievocante, ed è lì che fermenta l’accensione del poetico che connota i testi. Una percezione attenta alla selezione e, Viola ha ragione, a tratti dal ritmo percussivo, elegante, come dal brano (davvero perfetto di sintesi associativa) che apre la selezione qui presentata. Ho apprezzato.

    Salvatore D'Angelo

    31 ottobre 2010 at 1:32 pm


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