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«DONNE SENI PETROSI» di E. Abate. Appunti di lettura.

di Donato Salzarulo

«Donne seni petrosi» recita il titolo, sintetizzando l’argomento: nelle pagine del libro, l’autore poetizzerà il suo rapporto con le donne. Rapporto non facile, visto che l’apposizione e la qualificazione successiva è quella di “seni petrosi”. L’aggettivo fa venire in mente le “rime petrose” di Dante («Così nel mio parlar voglio esser aspro») e il sostantivo coglie dell’altra metà del cielo un attributo fondamentale sia sotto il profilo erotico che nutritivo. Seni di pietra. Quindi, duri, insensibili, aspri, incapaci forse di nutrire, ma seni che, comunque, attraggono e strappano “il filo del respiro”, come recita un verso del componimento da cui il titolo è tratto.

Le donne, sì, seni petrosi

contro fantasticati, molli seni

a strapparmi il filo del respiro.

E bambocci si chinano gli ometti

dinanzi ai femminili simulacri:

terribile Madre, Figlia sventata

Amante che fra quelle si dibatte.

E più spazio rivendicano.

Ma dove?

Nel mio letto, nel cuore

o dentro il mio intelletto? (pag.69)

 

Seni reali petrosi e seni molli fantasticati. La realtà non corrisponde alla fantasia e gli ometti, i piccoli uomini, goffi e ingenui, immaturi e facilmente manovrabili (bambocci), si piegano in adorazione  di fronte alle statue o alle immagini di figure rese divine dalle maiuscole: Madre, Figlia, Amante. Apparenze tutt’altro che positive per l’Io poetante: il simulacro della Madre è, infatti, terribile; l’immagine della Figlia è sventata (sbadata, sconsiderata) e quella dell’Amante si agita e divide fra l’una e l’altra. Tutte e tre rivendicano più spazio. Ma dove? Si chiede l’Io perplesso. «Nel mio letto, nel cuore / o dentro il mio intelletto?». I due settenari con rima interna lasciano l’interrogativo senza risposta. Ma è probabile che lo spazio rivendicato dalle figure femminili riguardi, a seconda delle relazioni sociali e parentali, letto, cuore ed intelletto. Luoghi tutt’altro che separabili: non esiste un eros senza cuore ed intelletto.

Il problema posto da questo testo riguarda le relazioni di potere-influenza fra uomini e donne. L’Io quasi certamente non desidera comportarsi come gli ometti-bambocci piegati in adorazione di simulacri, ma è incerto e non sa quale spazio dare alle rivendicazioni femminili. Da qui l’assunzione della maschera di “Don Giovanni pezzente”, un sintagma in cui si condensano pulsioni contraddittorie riferite da un lato a moti di potere-seduzione, dall’altro a stati d’impotenza. In fondo il pezzente è colui che elemosina vita  ed amore. Questo Don Giovanni allora non conterà trionfalmente le prede femminili (“e son già mille e tre!…”), non terrà a bada la propria pulsione di morte passando da un letto all’altro, ma le accoglierà impacciato esponendo loro la sua «ferita di incerta lussuria». A pagina 85, infatti, è possibile leggere un testo in cui questo Don Giovanni, mosso dal desiderio di comprendere la qualità dei suoi rapporti con le donne, con una punta di rimpianto e nostalgia, traccia una sorte di bilancio della sua vita amorosa giovanile. L’espressione si fa viva e intensa, più aperta di altri testi, disposta alla ripetizione del vocativo, alla preghiera, all’esclamazione, all’interrogazione. La composizione, probabilmente nella tradizione dei “poemi in prosa”, formalmente è non versificata, ma le pause interne del respiro si colgono benissimo e tendono ad ordinarsi su metri regolari (prevalentemente settenari o ottonari).

«Tu, mio strabico amore assaggiato fra tempi di chiesa e di liceo; e tu, esile simulacro di sesso costruito da perfidi avventori di latteria; e tu, amore risicato in cuore battente d’impiegata.

Donne, giovanili prede, alle quali i seni belli, amaramente distratto, toccai: e alle quali impacciato esposi la mia ferita di incerta lussuria, ora che siete incorporeo fantasma di tiepida vergogna, datemi la chiave di quel mio comunissimo bisogno di congiungimenti coi vostri corpi smaniati.

Quanto seria fu, con voi, la mia non scafata giovinezza! Quanto freddi sarebbero ora gli sguardi sulle vostre polpe rugose!

Ah, maschili ardori di un’eopoca assuefatta ai profitti! Da essi assediato, vi assediai. Sudando e balbettando, che amplessi dolenti, che confusione nei cuori, che fretta brigante la mia sulla funivia di sentimenti barcollanti!

Pensarvi oggi è vano?Gli energici corpi di una volta, più che mai curati, saranno flosci e, come il mio, indeboliti. I ricordi inquietanti sepolti nell’assillo di più rapidi giorni. Ma sempre vi luciderò, madamine d’oré, con devoto, assiduo riguardo all’antico fulgore.»

 

Cosa apprendiamo da questa pagina?

a)      Che l’autore con la maschera del “Don Giovanni pezzente” parla in prima persona. Tra parentesi: quasi tutte le composizioni della terza parte del libro sono in prima persona, a differenza di quelle della prima parte e dell’antefatto.

b)      Che quest’Io ha avuto due amori: uno “strabico”, nel periodo in cui frequentava la Chiesa e il Liceo e un altro “risicato” con un’impiegata. Tra i due amori ha consumato o si è visto attribuire un “simulacro” di rapporto sessuale “da perfidi avventori di latteria”. Il vocativo (Tu, mio strabico amore…E tu, esile simulacro…E tu, amore risicato) con cui si rivolge al Tu femminile di queste esperienze è indice di relazioni consumate, ma ancora emotivamente attive. L’aggettivazione (strabico, esile, risicato) serve a prendere distanza e a consentire che l’Io possa stilare il suo bilancio, ma contiene in sé il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato: un amore meno strabico, meno risicato; un incontro sessuale meno esile. Un bisogno di approfondimento, intensità. Vorrei dire, qualcosa di diverso dal Don Giovanni consegnatoci dalla letteratura.

c)      Che i seni di queste donne evocate, di queste “giovanili prede”, erano belli. Peccato che l’Io li toccò mentre era “amaramente distratto”. A queste donne, comunque, l’Io espose impacciato la sua “ferita di incerta lussuria”.  Per comprendere questa espressione, bisogna ricordarsi che per la Chiesa la lussuria è uno dei sette peccati capitali e che prima l’Io ha parlato di amore “assaggiato ai tempi di chiesa e di liceo”. Ora, però, nel momento in cui l’Io intesse tra il sé che riflette e i Tu femminili che evoca questo colloquio interiore; ora che queste donne sono diventate un “fantasma incorporeo di tiepida vergogna”, l’Io chiede a queste donne amate in giovinezza «la chiave di quel mio comunissimo bisogno di congiungimenti coi vostri corpi smaniati». Francamente non so quali risposte potrebbero dare questi fantasmi. Essendo comunissimo il bisogno è come chiedersi perché gli esseri umani respirino, mangino, dormano, ecc. Ci si congiunge per ripodursi. Ovviamente il problema non è questo. E’ la smania, la ferita di lussuria, la tiepida vergogna che accompagnano i congiungimenti dei corpi. E’ la ferita d’amore; il fatto incontrovertibile che gli esseri umani non si congiungano soltanto per riprodursi, che non aspettino i periodi di calore. Eros lancia in qualsiasi momento le sue frecce ed egli è figlio, come insegnerebbe Diotima, di Pòros (abbondanza) e di Penia (mancanza). La contraddittorietà, il meno e il più sono dentro la relazione. “Don Giovanni pezzente” è maschera-sintagma che potrebbe significare proprio questo. Più che chiedere alle donne il perché dei congiungimenti corporei, la domanda di fondo forse dovrebbe essere: come è uomo quell’uomo e come è donna quella donna?

«Non so restare fra le donne / beato come sul filo delle onde / a fare il morto. // Facilmente m’insinuo fra le loro maglie / soffici odorose segrete / come il bimbo che la madre / portò in visita / da cugine e comarelle. // Presto pungo, ridacchio, mi svelo.» (pag 59). Viene ricordato un episodio d’infanzia per definire alcuni modi di essere dell’Io di oggi: il suo insinuarsi, il desiderio di pungere, il ridacchiare. Quest’Io si svela così. E bisogna prenderlo in parola e tenerne conto mentre si leggono queste pagine.

Scavare nel passato dei rapporti, rievocarli, tornare a leggerli, interpretarli, esplorarne i fondi oscuri, ecco un tema che attraversa tutto il libro: e si va dal rapporto con la “sposa femminista perduta” poetato nella prima parte, quando l’autore assume la maschera di Robinson, a quello con la madre nella seconda parte del libro in cui si maschera da leopardiano “discendente del pastore errante”,  a quelli con gli amori giovanili  evocati nel testo in esame. La qualità del rapporto viene ricostruito attraverso i ricordi soggettivi più o meno inquietanti, i racconti altrui («Raccontarono: la nonna, non volendo / ti ferì al dito col suo ferro da calza», pag. 45 ), le testimonianze, ma anche utilizzando i sogni. Diversi testi, infatti, sono costruiti implicitamente o esplicitamente con materiale onirico.

d)         L’Io ha vissuto questi amori giovanili con serietà e senza scaltrezza o malizia. Ora, però, i suoi sguardi sulle “polpe rugose” di queste donne sarebbero freddi. Freddezza dovuta non solo, probabilmente, al trasformarsi dei loro seni: da belli che erano in poco seducenti tessuti molli pieni di rughe, ma perché qualcosa è successo nella storia individuale di quest’Io-uomo che ha raffreddato la sua percezione. Sotto questo profilo appaiono illuminanti i testi di pag. 39 e 40. Nel primo si dà la parola alla “sposa femminista perduta” che, ad un certo punto, dice: «A te apparvi solo sposa amara, luccicante di lacrime, tenace nell’amore più proibito. Distante, fredda luna, piccola strega nervosa, non più amante apparvi. E le mie audacie e i lenti ragionamenti di donna sfrigolarono nella poltiglia dei tuoi timori.» (pag. 39). Nel secondo testo, invece, l’autore che fino a quel momento ha scritto quasi sempre in terza persona, entra direttamente in scena, in prima persona: «Il suo silenzio alla mia parola s’opponeva. Si velava di ricordi, paure, odi, pensieri, effimeri desideri. Mi smorzava. Estraneo allora il suo seno, falsificata la voce di mia madre, per suo conto e con altre risplendeva […] Adesso poco ci parliamo e più non ci sfioriamo. Penosa, incerta è la nuova ricerca. Ambiguo il paesaggio. Lento il passo. La cara ladra va per suo conto. Non più per me ruba, né semina, quando si contorce senza mete nella contorta vita, gli anfratti seguendone. […]. » (pag. 40). Sono testi che non hanno bisogno di commento e dicono il dramma vissuto della separazione, lo smorzarsi di un rapporto o, al contrario, il suo intensificarsi fantasmatico. Chissà se i seni delle persone che abbiamo amate ci diventino poi realmente estranei.

f)        L’Io accompagna la percezione fredda dell’oggi all’esclamazione dei “maschili ardori di un’epoca assuefatta ai profitti”, assuefazione che, a sua volta, condizionerebbe quegli ardori cosicché “assediato, vi assediai”. Classico: la vittima che si fa carnefice. Risultato di questi amori giovanili: sudori, balbettii, amplessi dolenti, confusione nei cuori, fretta brigante, funivia di sentimenti barcollanti…Un disastro verrebbe voglia di dire; ma in gioventù, si sa, scafati o non scafati, spesso i rapporti amorosi sono tutt’altro che il paradiso sognato. Ciò che conta in questa zona del testo è il nesso che viene postulato fra i propri ardori maschili e l’epoca capitalistica. Una relazione indubbiamente esistente, ma da maneggiare con cura. Molte pagine del libro vanno, però, in questa direzione: nel tentativo di comprendere il microcosmo individuale con la sua storia singolare immergendolo nel macrocosmo storico-sociale. Il testo più convincente in questa direzione a me sembra quello di pag. 81-82, dove l’autore fornisce all’Io un’altra maschera, forse più adeguata, quella di un “malandato Virgilio” che guida una fanciulla all’incontro con la storia, «una baldracca, annidata in anfratti rugosi, discariche fetide, oscuri broli». L’Io-Virgilio è animato da un insieme di preoccupazioni pedagogiche verso la fanciulla, intenta ad inseguire ancora chimere, pur avendo dolorini di pancia; vuole evitarle che venga scossa di botto “dall’immane urlìo” della storia vera, «che servitù, morte e nulla appannassero subito lo specchio del suo sorriso.» (pag. 81). L’incontro con la storia della fanciulla è incontro con lo studio della storia. Indubbiamente necessario, purché non si dimentichi che storia e storiografia non coincidono e che Dio (la società, la storia, la filosofia, la totalità, ecc.), almeno nella conoscenza e nelle scritture letterarie, vive nel singolo.

Certi testi, soprattutto quelli contenuti nell’Antefatto, sceneggiano incontri in terza persona con protagonisti sociali storici che hanno decisamente dell’onirico (cfr. pagg. 13-14-15) Appaiono, di primo acchito,  composizioni piuttosto oscure e bisognose di  letture psicanalitiche. Meglio il testo di pag. 16, quello che comincia con:  «Di suo padre poco seppe. Nulla del piacere che donò o ebbe da donne. Altri implorò per ammansire le ignote bestie azzuffantesi dentro.»

g)      L’ultimo paragrafo del testo rievocativo degli amori giovanili comincia con una domanda sulla vanità o meno di tornare a pensare a quelle figure e relazioni. Come quelli dell’Io i corpi femminili, una volta energici, ora saranno molli e indeboliti e i ricordi, per quanto inquietanti, verranno seppelliti “nell’assillo di più rapidi giorni”. Ogni storia, insomma, deve finire ed ogni pigna di glicine sfiorire. Ma la sepoltura di queste madamine doré, il congedo dai loro corpi non si trasforma in un Alzheimer della memoria. Per quanto incalzato dalla fretta quotidiana, l’Io promette che sempre luciderà queste madamine doré «con devoto, assiduo riguardo all’antico fulgore». Impegno solenne, importante. E’ il cuore direi di queste pagine, il senso più vero di queste scritture.«Parla di me solo a chi / sa trattenere la morte / fuori da voce e sguardo» (pag. 77). Fermare la morte, arrestarla, dentro le voci e gli sguardi è impossibile. Le voci si affievoliscono e gli sguardi si opacizzano insieme ai corpi fino a smorzarsi e spegnersi con loro. Fuori, invece, è forse possibile bloccare la morte. Fuori: sulla pagina ad esempio. Scripta manent. Altre persone devote, assidue, riguardose potrebbero tornare a far risplendere le madamine doré di questi amori giovanili strabici e risicati.

«Oh, se non scrutassi con la coda dell’occhio / quel seno maturo di moderni tormenti / la tua animella, la tua particella / nascosta fra sinfonia di piccole Odette! / E non t’appesantissi di dispiaceri / ricordi austeri! // Ma t’amo e non t’amo / solo con questa coda dell’occhio / e con te, con flebile gioia / una traccia inseguo.»

Confessione chiarissima di un Io che conosce seni petrosi, ma anche maturi di moderni tormenti. Dietro tante piccole Odette proustiane, raffinate e opportuniste, sa che si celano anime e particelle che potrebbero aiutarlo (ed aiutarci) ad affrontare le nostre solitudini e tutti i “moderni tormenti” dei Robinson e dei pastori erranti. Sa quanto potrebbe arricchirsi l’interiorità maschile da questi rapporti. Ma ammette di scrutare di soppiatto, “con la coda dell’occhio” come se uno sguardo diretto, frontale, faccia a faccia, non fosse possibile;  dichiara d’avere problemi di vista e di visione (pag. 61), ammette di appesantire relazioni con dispiaceri e ricordi austeri. «Il contatto dunque c’è / con lei, col mondo, spero» (pag.61). Ma la donna è amata e non amata. E, quindi, si riattiva l’amarezza distratta degli amori giovani, la ferita d’incerta lussuria. E’ una condizione mi sembra di amore-disamore, che potrebbe risultare paralizzante e che, comunque, affievolisce la gioia del rapporto di genere.

Forse questo libro andrebbe letto seguendo proprio questa traccia: quale aiuto fornisce alla crescita di un interiorità maschile che mentre racconta i propri naufragi nelle isole della solitudine, le proprie erranze rasoterra nella storia, i propri dongiovannismi pezzenti, sappia andare oltre. Uomini e donne hanno storie diverse ed intrecciate, incontri riusciti ed altri mancati, amori comuni e differenziati e credo che abbiano bisogno di scrutarsi non di soppiatto con la “coda dell’occhio”, ma guardandosi apertamente in faccia.

 

22 ottobre 2010

 

 

 

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Written by Arminio

2 novembre 2010 a 9:44 am

Pubblicato su AUTORI

6 Risposte

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  1. donato legge i libri degli altri con un’attenzione straordinaria. son orgoglioso di essere suo amico da tanto tempo. è un’amicizia che va avanti anche senza manutenzione

    Arminio

    2 novembre 2010 at 1:57 pm

  2. Donato,
    tu lo sai che ti leggo sempre con tanto interesse,curiosità e piacere? Volevo solo fartelo sapere…..
    mauro

    mercuzio

    2 novembre 2010 at 6:38 pm

  3. Leggere Donato è come partecipare a una vera e propria epifania del “piacere del testo”. Ecco, da centellinare con calma, per apprezzarne tutti i retrogusti. Ad maiora!

    Salvatore D'Angelo

    3 novembre 2010 at 10:31 am

  4. Finalmente è tornato Salzarulo!! Ma in quale isola o continente si era perso? Quale deriva? Il commento incuriosisce , se riusirò a trovarlo, comprerò il libro, ma vivo in una landa un po’ desolata, sarà un po’ difficile…Comunque, più che commenti di altre poesie, sarebbe bello leggere le sue poesie! Dobbiamo ancora attendere molto?
    Un saluto

    giulia

    4 novembre 2010 at 7:47 am

  5. Donato è abile a scavare nell’animo di chi scrive e soprattutto a cogliere i particolari dentro la scrittura evidenziando i toni e le armonie o le dissonanze. Donato lettore è persona profonda e sensibile. Poichè amo infinitamente Don Giovanni (nella versione di Mozart) sono rimasta molto colpita dall’accento che Ennio autore e Salzarulo lettore pongono su questa figura che diventa “pezzente” Ma Don Giovanni non elemosina, non ne ha il tempo …il suo mito è legato non solo alla paura della morte, ma soprattutto all’amore per la libertà. Don Giovanni vuole essere completamente libero, non vuole ubbidire a nessuna regola, non vuole avere nessun padrone e soprattutto nessuna padrona. Per questo cambia continuamente donna, per non essere legato a niente,per non dover vivere la fragilità dell’amore, per non avere obblighi. Don Giovanni è fedele solo a se stesso e a questa sua ricerca della libertà assoluta. Non fa mai nulla che possa allontanarlo dalla libertà, non segue mai le regole, nessuna regola. Nemmeno le regole dell’amicizia (tenta di sedurre la donna di Leporello!) o quelle della prudenza (con tutta la gente che lo insegue per dargli una bella lezione, organizza una festa anziché scappare!). E così radicale e coerente con se stesso che nemmeno l’imminente minaccia dell’inferno lo induce ad esitare, o a tentare una scappatoia.Pentiti gli dice il Commendatore e lui per tre volte risponde, sempre più convinto, e senza esitazioni, in un vero crescendo musicale no,no,no! Ha veramente paura di morire? Forse no.
    Un saluto

    angela

    4 novembre 2010 at 9:16 pm

  6. Care amiche e cari amici, grazie per le vostre annotazioni. La particolare curvatura interpretativa che Angela dà alla figura del Don Giovanni è oltremodo interessante. Il tutto meriterebbe riletture e, eventualmente, un saggio…C’è di che pensare! Abbracci.

    Donato Salzarulo

    5 novembre 2010 at 8:24 am


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