COMUNITA' PROVVISORIA

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Comuntà e moltitudine

…pubblico un mio  articolo uscito oggi su “Buongiornoirpinia”….

Comunità e moltitudine

Nella morsa delle categorie interpretative di “comunità e moltitudine” ricerche territoriali sul malessere del Nord si esercitano sempre più su una “questione settentrionale” che non coinvolge minimamente la vecchia e residuale “questione meridionale”. Finalmente superato d’amblais tre secoli di “magnifiche sorti progressive”, cominciati con le utopie della Rivoluzione francese e dell’illuminismo europeo nelle parole “libertè,egalitè fraternitè”. Nella abitudine rottamatoria sono finite le parole classe, Stato, nazione, comunità e territorio lasciando una possibile e attardata “questione meridionale” agli storiografi di riporto o a sconclusionate improbabili derive politiche o antipolitche “leghe” borboniche, sanfediste, massoniche e quant’altro. Quali le conseguenze nella cultura politica e antropologica per la società civile e politica del sud con “il trionfo della moltitudine” come fenomenologia di una massa priva di coscienza di sém rappresentanza e rappresentazione e la liquefazione dei ceti medi e della neoborghesia non più proprietaria dei mezzi di produzione ma dei flussi globali?

 Nelle dinamiche sociologiche e culturali sempre più le distanze dei ruoli e delle funzioni delle classi dirigenti meridionali si sta facendo drammaticamente seria e conseguente. Mentre al Nord si discutono le parole del Novecento con neologismi ricchi di problematiche nominalistiche e di prospettive politiche al sud ci si mortifica o ci si attarda su sensi di colpa e improbabili e cervellotiche riscoperte identitarie fuori luogo e fuori tempo. Che ne è al Sud del “proletariato della diaspora”, dei “creativi messi al lavoro nella società dello spettacolo”, del “General Intellect”, della “neoborghesia dei flussi”? Accettiamo supinamente e senza sospetto la fine del conflitto fecondo tra economia e società e in nome di una ‘neutralizzazione’ indolore della funzione dello Stato come regolatore e redistributore di interessi e diritti senza alternative e futuro possibile C’è anche al sud una agenda politica seria ed articolata che riveda e rilegga criticamente ma concretamente la ridefinizione del potere politico e della statualità o ci affidiamo agli “spiriti animali” di un neofandamentalismo provinciale e comunque di fatto gregario ai populismi antipolitici elitari e governativi del Nord e delle sue classi dirigenti . Incanalando improvvidamente gli scontenti , i conflitti e le fibrillazioni sociali e territoriali in progetti e decisioni che si prendono elitariamente dall’alto a Milano, capitale della postmodernità politica, finanziarie ed economica e dal basso tra le “moltitudini” leghiste nella valli bergamasche delle medie imprese,del capitalismo molecolare e dei distretti economici e nelle Banche a vocazione locale e poteri territoriali. Il tutto declinato nella postdemocarzia amorale o extramorale del tramonto berlusconiano che cerca palcoscenici epigonali e farseschi nella tradizione peggiore della “commedia dell’arte napoletana” tra “immondizie,discariche e termovalorizzatori” salvifici in palese offesa, sottolineatura e denuncia della inadeguatezza e irresponsabilità delle classi dirigenti economiche, politiche ed amministrative meridionali in concorso di fatto con la società malavitosa. Tutto questo nella “coscienza infelice” della vecchia e nuova diaspora della migrazione meridionale interna che dalle residenze ovattate del Nord vede montare un soffuso, diffuso e metastatico “razzismo di Stato” e una ridiscussione continua della “identità nazionale” e su improbabili e riscoperte del tema del conflitto tra ‘etnie’ in base al principio di “sangue e di suolo” a discapito di un recupero fattivo del tema della ‘cittadinanza’ e di ‘responsabilità’ da sempre in agenda delle migliori democrazie europee ed occidentali. Di fronte alla selvaggia globalizzazione finanziaria e alle non regolate moltitudini migranti tutte le categorie antropologiche e politiche risultano insufficienti al governo dal Nord ma soprattutto diventano esplosive e distruttive per la società economica, civile e politica nelle realtà meridionali con tutti i ritardi e le contraddizioni che tutta la storia unitaria ha prodotto e alimentato nel corso del tempo tra denunce analitiche e irresponsabilità politiche varie ed eventuali che non aiutano comunque a trovare vie d’uscite non salvifiche e soluzioni concretamente possibili e governabili.

mauro orlando

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Written by Mercuzio

2 novembre 2010 a 6:09 pm

Pubblicato su AUTORI

8 Risposte

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  1. ti aspetto il 26 al borgo dei filosofi per la mia lectio su comunità a autismo corale

    arminio

    3 novembre 2010 at 9:05 am

  2. …mi sono liberato dell’Università……ci sarò per la tua “lectio” e anche per le altre
    mauro e edda

    mercuzio

    3 novembre 2010 at 1:23 pm

  3. Non è il “luogo” che fa l’identità degli abitanti di quel luogo, ma la loro “cultura”. Ma questa è data dal “tempo”, ovvero dall’influenza dei “valori”, usi, credenze di un “tempo determinato”, sui modi di vita in quel “luogo”, in quel determinato tempo. Ecco perchè, per dirla con Fabrizia Ramondino, non si abita nello spazio/luogo, ma nello spazio/tempo. Per questo condivido quanto sostiene Mauro in questo articolo, a tratti impervio, ma fecondo : le “identità” sono il portato di queste interazioni, non certo uno jus solis, sangiunis dato una volta e per sempre, immutabile, immodificabile. Occorre, giustamente, ripensare alcune categorie generali tradizionalmente usate per leggere le identità dei luoghi e forgiarne altre in modo “fluido”, non cristallizzato, a valenza “politica” (nel senso greco originario del termine). Una di queste, straordinaria, è quella dell’ “occhio paesologico”, questa nuova forma di umanesimo che è, insieme, una negazione e una esaltazione delle “moltitudini”, non più “masse” ma “comunità”, comunità di singoli pensanti, senzienti, tra sé interagenti, nel luogo/tempo del territorio in cui è loro dato vivere.

    Salvatore D'Angelo

    3 novembre 2010 at 1:28 pm

  4. Mauro parla di riscoperte identitarie fuori luogo e fuori tempo. Direi: esse lo sono ‘sempre’ e ‘ovunque’.
    E se il mio bignami non mi inganna, in nome dell’umanesimo (delle montagne?) è bene rottamare senza indugi questa idea dell’identità, caro Salvatore, fluida o solida che sia.
    E’ un concetto infondato, è il portato di narrazioni fallaci. Suggestive talvolta ma inesorabilmente fauze.

    paolo

    3 novembre 2010 at 6:04 pm

  5. Paolo, ma sei sicuro di avere bene inteso il concetto di identità dfescritto da Mauro e ripreso, con altra sfumatura, da me?

    Facciamo così, Mauro di certo non ha bisogno di esegeti del suo pensiero. Se lo ritiene opportuno, interverrà di persona.

    Per quanto mi riguarda, ciò che voglio dire senza equivoci è questo :

    Per me l’identità è il portato di vari elementi di specie, di genere, di funzione (ciò che si fa per vivere), di cultura (ciò che si è appreso, dall’esperienza pratica e teorica), di comunità in un luogo, di lingua , di credo (religioso, politico o altro), di “sentire”, nel senso psicologico: chiusura, apertura, paura,apertura eccetera.

    Tutto questo non è dato una volta e per sempre, ma EVOLVE nello SPAZIO/TEMPO in cuici è dato vivere. Dunque l’identità, come la vita materiale, è FLUIDA.

    Ma tutto questo non è “un lungo fiume che scorre tranquillo”, al contrario è un PROCESSO DIALETTICO accidentato, il dato di forze dinamiche che si scontrano e giungono a una sintesi; che ci piaccia o meno poi la sintesi che ne deriva.

    In tutto questo c’è una variabile” importante : la RAZIONALITA’, vale a dire la capacità – che denota/connota il genere UMANO – di pensare se stesso e il mondo, la natura, l’universo in cui è inserito.

    Purtroppo questa sua caratteristica, storicamente parlando, è stata utilizzata solo al 5-10% delle sue potenzialità e, il più delle volte, sotto l’influenza di sistemi di pensiero affatto “razionali”, tutti più o meno informati sotto il segno del dominio”: dominio sul genere, la specie, nelle sue varianti di razze, popoli, culture ecc.;dominio della stessa “specie umana” sulla natura, attraverso lo sfruttamento, la rapina insensata dei beni disponibili eccetera eccetera…

    QUESTO E’ UN DATO OBIETTIVO. E’ LA FOTOGRAFIA DELLA EVOLUZIONE UMANA FIN QUI DETERMINATASI, NON E’ UNA NARRAZIONE FALLACE.

    Tra l’altro, questo è il nucleo duro del concetto filosofico di “crisi” del postmoderno, su cui si discute, ai massimi livelli economici, politici, filosofici, culturali e di pensiero in senso più lato, da Eidegger in poi -tanto per rimanere negli ultimi cinquanta-sessanta anni- ivi incluso l’attuale dibattito sulle intelligenze artificiali.

    Vuoi che in tutto questo non suoni ASSURDO e IRRAZIONALE un concetto di identità basato su una concezione del suolo e del sangue, che ha radici irrazionali, tribali ( e fauze), perchè ogni tribù è convinta di essere portatrice del giusto e dell’assoluto?

    Se non ho letto male, è questa idea di identità che critica Mauro.

    Ed è ciò che faccio anch’io, aggiungendovi una chiave di lettura ulteriore: cioè di ripensare l’identità in termini di “pensiero fluido”, per utilizzare una felicissima espressione di Michele Ciasullo; vale a dire un’idea non cristallizzata, ma aperta, in evoluzione, che “verifica il suo farsi mentre si fa”, a contatto con tutte le variabili sopra esposte.

    E’ un po’ anche quello che dice Elda Martino quando afferma – con efficace e tragico paradosso- che “il mondo è morto”.

    In altri termini, lei ci segnala che di questo passo stiamo inesorabilmente “andando oltre” l’umanizzazione del creato ( o dell’universo materiale, per usare espressione più consona).

    Con ciò Elda, col suo estremismo paradossale, non ci sta dicendo che bisogna tornare a una “mitica età dell’oro”.

    Tutt’altro.

    Ci segnala che questo sistema, se portato alle estreme conseguenze, distruggerà il mondo così come lo conosciamo.

    Occorre imparare a porvi rimedio.

    Questo concetto E’ UN SEGNO DI UN NUOVO UMANESIMO.Affatto nuovo, tra l’altro. Magari perdente, come lo è. Ma non per questo “fallace” o fauzo.

    Di quali contenuti, poi, lo riempiamo, non so e non sono in grado di dire oltre.

    Come metodo, mi piace molto l’idea del pensiero ( e dell’agire) fluido.

    Se ti ritrovi con questo modo di pensare, mi pare allora che da ROTTAMARE sia l’idea identitaria che ha prodotto i Bossi in tutte le salse e in ogni luogo/spazio: qui da noi, in Ruanda, in Bosnia-Serbia-Montenegro, e chi più ne ha più ne metta; quell’idea cristallizzata, sempre e comunque, che si è fin qui imposta con tutte le sue tragedie.

    E sono certo che su questo siamo d’accordo.

    Salvatore D'Angelo

    3 novembre 2010 at 7:23 pm

  6. E’ che non credo all’identità dei luoghi. Punto.
    Ma sono certo che la vediamo uguale.

    paolo

    3 novembre 2010 at 8:46 pm

  7. Infatti. Anch’io ( e Mauro, pure- se ho letto bene) non crediamo all’identità dei luoghi in quanto tali, avulsi da questa dinamica. Essi non fanno, in quanto tali, che isolare e rinsecchire gli individui in una “moltitudine” chiusa, dalla quale è facile trarre tutto il peggio possibile per manovrarla contro altre “moltitudini” altrettanto chiuse, isolate.

    Salvatore D'Angelo

    3 novembre 2010 at 9:53 pm

  8. Anch’io sono contro una concezione dell’identità essenzialista o legata a “sangue e suoli”, anch’io sono per la provvisorietà e fluidità…Attenzione, però! In versi indimenticabili Fortini scriveva:
    «Gli oppressi
    sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
    parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
    credo di non sapere più di chi è la colpa.
    Scrivi mi dico, odia
    chi con dolcezza guida al niente
    gli uomini e le donne che con te si accompagnano
    e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
    scrivi anche il tuo nome.»
    Mi pare che sia doveroso indicare avversari e nemici (fra cui noi stessi). Mauro ha cercato di fare questo. Chi oggi nel Sud e nel Nord è contro di noi?

    Donato Salzarulo

    5 novembre 2010 at 8:49 am


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