COMUNITA' PROVVISORIA

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Un colloquio con Wilfing Architettura #2

Comunità Provvisoria,

Per Rebecca Solnit* una città è tale fin quando i suoi abitanti, qualunque cosa facciano e qualunque sia il loro reddito, possono ancora incontrarsi “casualmente” per strada. La strada era ed è la chiave della democrazia.

Che cos’è la strada nei vostri paesi?

* Rebecca Solnit, Storia del camminare, Bruno Mondatori, Milano, 2002, p. XI
Le altre domande:

Prima domanda: Un colloquio con Wilfing Architettura

Terza domanda: Un colloquio con Wilfing Architettura #3

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Written by wilfingarchitettura

5 novembre 2010 a 12:08 pm

17 Risposte

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  1. caro salvatore
    ti ringrazio per la considerazione che hai della cp.
    io sono cresciuto e ho vissuto per trentaquattro anni in via mancini e conto di tornarci quanto prima in quella strada.
    prima del paese
    una volta c’era la strada, a ciascuno la sua.
    oggi nei paesi ci sono più strade, ma è come se non ci fosse nessuna strada.
    mi fermo qui, sono curioso di leggere le risposte degli altri comunitari.

    Arminio

    5 novembre 2010 at 1:10 pm

  2. E’ dove passano le macchine.

    paolo

    5 novembre 2010 at 4:23 pm

  3. la strada è uno stato d’animo.

    fabio nigro

    5 novembre 2010 at 5:57 pm

  4. sia SEBASTIAN REDECKE che LUCA GIBELLO, durante i giri fatti nella ricostruzione in irpinia, sono rimasti colpiti dalla sproporzione che esiste tra larghezza delle strade di accesso e paesi. col dopoterremoto abbiamo ricevuto questa dilatazione delle sedi stradali come se qui dovessero ancora arrivare le colonne dei soccorsi…
    oltre la dilatata larghezza delle strade hanno colto la indefinizione degli accessi, la sciatteria dei reccordi, la mancanza di marciapiedi e di arredi, la segnaletica mancante o divelta …
    sono fuori tema, vero ?
    ma quanto sopra premeva dirvi, per il resto abito su una interpoderale, una stretta stradina di campagna, quando esco passeggio nel vento e non incontro nessuno

    verderosa

    5 novembre 2010 at 6:28 pm

  5. Fu il luogo dove:
    imparai a giocare
    a ‘costruire’ gli amici e le amicizie
    ad inseguire i primi amori.

    Divenne il luogo dove:
    lasciai le speranze,
    per il quale mi allontanai
    lungo il quale ritornai.

    E’ il luogo dove
    si compie ogni destino,
    dove senti la voce del mondo,
    dove diventi un’altro.

    EnzLu

    enzlu

    5 novembre 2010 at 7:17 pm

  6. Rebecca Solnit a pagina 11 del suo libro scrive: “Il camminare riguarda l’essere all’aperto, in un luogo pubblico, e anche nelle città più antiche lo spazio pubblico e’ abbandonato ed eroso, eclissato dalle tecnologie e dai servizi che non ci chiedono di uscire di casa, e in molti luoghi e’ oscurato dalla paura (i luoghi sconosciuti incutono sempre più timore di quelli noti, così che, meno si vaga per la grande città, più essa ci appare allarmante, e là dove vi sono meno passanti, le vie diventano effettivamente più solitarie e pericolose). Intanto, in molte località recenti, lo spazio pubblico non e’ nemmeno programmato: quello che un tempo era spazio pubblico ora e’ destinato a dare accoglienza e protezione alle automobili, i centri commerciali sostituiscono le vie principali, le strade non hanno marciapiede; negli edifici si entra dal garage; i municipi non hanno una piazza; e ovunque muri, barriere, cancelli.”

    Rispondere alla domanda: “che cosa è la strada nei vostri paesi”, dopo aver letto il bellissimo libro della Solnit che una singola frase non restituisce nel suo grande valore, significa riprendere in poche righe circa due anni di incontri e dibattiti su questo Blog. Lo spirito del libro della Solnit è paesologico nella misura in cui descrive con chiara evidenza l’”erosione dello spazio pubblico”, di cui le strade sono la parte preponderante. La mancanza di programmazione dello spazio della Città a vantaggio dei reali bisogni, la sostituzione della funzione svolta dalle piazze del mercato o del popolo con Centri Commerciali periferici, sono tra i tanti fattori emersi nei nostri incontri che hanno contribuito a svuotare di funzioni e significato gli spazi d’uso collettivo dei borghi storici e gli agglomerati edilizi dei paesi dell’Irpinia. Le strade di un certo numero Paesi e di molte Città in Italia, non solo in Irpinia, sono il triste risultato di una erosione di funzioni a dimensione umana a vantaggio di esigenze meccaniche, tecnologiche ed estetiche. L’ambiente pubblico di relazione per eccellenza –il vuoto urbano- è ridotto, in qualche caso, a puro esercizio architettonico autocelebrativo, che non risponde più ai bisogni del frequentatore ma all’estetica di chi lo ha ideato.

    mario perrotta

    mario perrotta

    5 novembre 2010 at 7:47 pm

  7. quando scendo nella mia strada, apparte il barista e il portiere del palazzo di fronte, mi passano davanti agli occhi centinaia di facce che non conosco. di ghiaccio. a bisaccia nella mia strada ci sono 4 persone in totale. mi piacerebbe fare tutto nella mia strada, togliere la macchina e ghettizzarmi nel mio vicinato. il mio sogno sarebbe diventare un bullo di quartiere, se potessi ricominciare tutto da capo

    sergio gioia

    6 novembre 2010 at 12:22 am

  8. la strada, per me, è sempre quella più difficoltosa, più lunga, più tortuosa.
    e.

    eldarin

    6 novembre 2010 at 11:54 am

  9. …cos’è la strada? la strada è l’elemento più invadente che ci sia…in senso positivo ed in senso negativo. E’ quell’elemento che stretto, tortuoso, a volte ripido, fatto spesso di pietre sconnesse, si incunea in ciò che c’è di più intimo, le case, le dimore, i palazzi…e ti permette di conoscere quel paese, quella città…perchè ne ha costruito la storia, è la base di un centro abitato, sia esso piccolo paese o grande città. la strada è la cultura di una civiltà,c’è tutto in una strada: il percorso, il disegno fanno fisicamente la città, il cammino in essa ti permette di guardare le case, di guardare nelle case, nei bassi napoletani come nelle cantinole calitrane…è invadente…così come lo è quando sfascia un territorio incontaminato per legare città a città…ma la strada siamo noi…la strada è la nostra storia…

    valentina

    6 novembre 2010 at 12:30 pm

  10. C.P.,
    la domanda non è: cos’è la strada?

    Buona domenica,
    Salvatore D’Agostino

    Salvatore D'Agostino

    6 novembre 2010 at 2:43 pm

  11. va beh…lasciamo perdere…tanto qui si è capito che in pensieri in libertà li possono esprimere liberamente solo alcuni…quindi, ho sbagliato luogo…ragazzi buon proseguimento sulla strada della vostra presunzione…della vostra prepotenza…se qualcuno non capisce il senso di qualcosa, forse, a volte, val la pena spiegare, non chiudere la porta e mettere veti sui pensieri….mi sbaglierò sicuramente io, ma non mi sento molto a mio agio con voi cervelloni super acculturati….io sono solo un’ignorante…le cose che so sono una percentuale bassissima delle cose che esistono, delle cose che ci sono da sapere, ma penso di avere la mente aperta…e questo mi rende felice perchè so di potere imparare ancora e ancora…ma non qui…

    valentina

    7 novembre 2010 at 10:55 am

  12. SENTI VALENTINA,
    non c’è bisogno che stai qui a dire che non ti piace starci, non ci stare e amen
    mica te lo ha detto il medico di farci compagnia?

    arminio

    7 novembre 2010 at 11:05 am

  13. Solnit prosegue scrivendo:
    “La paura ha generato uno stile di architettura e di disegno urbano, specialmente nella California meridionale, dove essere un pedone in molte ripartizioni e “comunità” cintate, vuol dire essere una persona sospetta. Contemporaneamente, il terreno rurale e le periferie un tempo invitanti delle piccole città sono stati inghiottiti da lottizzazioni destinate ai pendolari dell’automobile o altrimenti sequestrati. In alcuni luoghi non è più possibile uscire in pubblico, una crisi sia delle epifanie private del passante solitario, sia delle funzioni democratiche dello spazio pubblico”.

    Nel 2000 Solnit descrive con estrema lucidità quello che oggi molti, dalle nostre parti, cominciano a considerare come un valore indispensabile per una Città: la dimensione fisica ed umana degli spazi pubblici.

    Ancora Rebecca scrive: “L’aleatorio, il non riparato, ci permette di trovare quello che non si sa di cercare, e non si conosce un luogo finché questo non ci sorprende. Muoversi a piedi è un modo per conservare un baluardo contro questa erosione della mente, del corpo, del paesaggio e della città, e ogni persona che cammina è una guardia di pattuglia a protezione dell’ineffabile”.

    Tutto quello di cui parla Rebecca, negli interventi a risposta del quesito, lo si ritrova e viene esplicitato utilizzando ognuno la propria sensibilità e la propria esperienza personale. Bisogna sforzarsi di comprendere le risposte nel profondo, collegandosi al contesto territoriale da cui provengono. Diversamente significa “tradire” il pensiero di Rebecca.
    mario perrotta

    mario perrotta

    7 novembre 2010 at 11:42 am

  14. …La strada nei nostri piccoli comuni è:
    “il red carpet per troppi cretini”.

    EnzLu

    enzlu

    7 novembre 2010 at 12:39 pm

  15. per vale. ma che ti frega di quello che ti ha detto salvatore d’agostino? su un commento ironico magari ci sono 99 che hanno apprezzato il tuo commento. guarda a quelli, non alla mosca bianca che si diverte a provocare. c’è posto per te qua, se vuoi, ma devi avere uno stomaco d’acciaio, e allora ti troverai bene

    sergio gioia

    7 novembre 2010 at 2:10 pm

  16. Comunità Provvisoria o C.P.,
    dalle vostre risposte mi sono reso conto che la domanda è stata sicuramente mal posta
    Perdonate l’equivoco che si è venuto a creare.

    La riformulo:

    Per Rebecca Solnit una città è tale fin quando i suoi abitanti, qualunque cosa facciano e qualunque sia il loro reddito, possono ancora incontrarsi “casualmente” per strada. La strada era ed è la chiave della democrazia.
    Che cos’è la strada nei vostri paesi?

    Quindi, la domanda non è che cos’è la strada?
    Bensì: per Rebecca Solnit ‘La strada era ed è la chiave della democrazia’ e per voi?
    Per il sud?

    Una buona giornata,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: Io non ho imbeccato nessuno (non mi sarei mai permesso) il mio commento era riferito a tutti. Infatti, iniziava con l’acronimo di Comunità Provvisoria.

    Salvatore D'Agostino

    8 novembre 2010 at 11:53 am

  17. “Il fine dello spazio pubblico è di essere indefinito, ma ricreato di volta in volta dalla creatività e dalla noia delle persone che lo usano per fermarsi, parlare, discutere animatamente di calcio, sonnecchiare, ammazzare il tempo, osservare ed essere osservati”.
    “Quando piazze e marcipiedi diventano oggetto di progettazione bisogna preoccuparsi, perchè queste sono le roccaforti della democrazia, i luoghi in cui la gente può ancora manifestare il proprio dissenso”
    Franco La Cecla

    “lo shopping è l’unica vera forma di democrazia rimasta!”
    Rem Koohlas

    verderosa

    11 novembre 2010 at 9:04 pm


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