COMUNITA' PROVVISORIA

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‘Fabbriche’, di Salvatore di Vilio

COLORI d’AUTUNNO / La mostra fotografica “FABBRICHE” , di Salvatore Di Vilio, resterà aperta, nella ex-Fornace di Sant’Andrea di Conza, fino a VENERDI’ 26 novembre 2010_

Scheda Mostra Fabbriche di Salvatore Di Vilio

Anno ricerca: 1981 – 2010  

Luoghi: Frattamaggiore 1981 (Canapificio)

Frattamaggiore 1996 (Canapificio SASA)

Frattamaggiore 1999 (Canapificio Italiano)

Caserta 2000 (St. Gobain) 

Capua 2000  (Zuccherificio)

Casandrino 2000 (Bunker)

Minturno 2002 (ex SIECI /Laterizi)

Napoli 2010 (ex Cirio)

Napoli 2010 (ex Manifatture Tabacchi)

Il primo nucleo della mostra  è  di 40 fotografie  in bianco nero stampate su carta baritata  impaginate in cornici 50X50 (anno 2001 Sala Mostra Biblioteca Civica di Mezzago MI)

Testi critici:

Fabbriche

Tutto è silenzioso, il lavoro è altrove, restano le rovine.

Ma queste fabbriche di ieri sono più indecifrabili dei frammenti di un tempio greco. Campi di fatica dove manca solo il cartello con ARBEIT MACHT FREI? O apparizioni surreali di una preistoria che dorme appena un po’ sotto la scorza della realtà? Evocato dai detriti e dalle scorie ci viene incontro il fantasma di un futuro remoto e vicinissimo, dove sembrano incrociarsi

il Tempi moderni di Chaplin e L’enigma dell’ora di De Chirico. Ma forse, a fissare a lungo lo sguardo su questi scheletri

di macchine-dinosauri, si potrà vedere anche qualcos’altro.

Si, guarda, guarda ancora.

            _ _  Giuseppe Montesano

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Detectus

Il fotografo è un veggente: vede con la mente. Nello stesso tempo “intuisce” che nell’avvenire avremo bisogno di guardare ciò che adesso egli registra. I tempi della percezione in lui viaggiano a ritmi elevati e allora ecco che scatta, affidando al dito il compito di seguire fulmineamente il pensiero. Il suo atto è quello di detegere: scoperchiare, svelare, mettere allo scoperto. Mentre gli altri si affannano a seguire piste dettate dal senso comune, egli, come un buon agente investigativo, percorre, col suo fiuto e con la sua macchina, spazi vuoti e abbandonati e arriva sul luogo del delitto prima di tutti. Inoltre, attestando pubblicamente ciò che ha visto, agisce da testimone (oculare) e -nel momento in cui esercita anche la facoltà di discernere dal mucchio, dall’ammasso, dal caos quotidiano- da giudice (imparziale). Salvatore Di Vilio persegue con coerenza maniacale sin dagli inizi degli anni ’80 questa ricerca: documentare gli effetti di una radicale trasformazione nelle attività umane. Restituire, con queste immagini di archeologia industriale, un senso ai luoghi e alle macerie del presente. Le sue foto -al di là della perfezione grafica e della quasi assimilazione del luogo rappresentato- nell’evidenza di un particolare, nella disciplina rigorosa dell’inquadratura, nell’apertura di uno spazio inatteso, riattivano la nostra attenzione. I segni della già avvenuta mutazione antropologica sono qui, sotto i nostri occhi. Le fabbriche di Salvatore Di Vilio denunciano l’assenza degli artefici, la distanza dall’uomo e dell’uomo.

Fiorenzo Marino

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5 Risposte

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  1. Caro Angelo, posto qui l’intervento fatto il 30 ottobre scorso a Sant’Andrea di Conza. Non so come fare a postarlo sul lato destro, come mi hai chiesto. Se vuoi, te lo mando via mail e lo impagini tu.

    ARBEIT MACHT FREI ?

    “Tutto è silenzioso, il lavoro è altrove, restano le rovine.
    Ma queste fabbriche di ieri sono più indecifrabili dei frammenti di un tempio greco.
    Campi di fatica dove manca solo il cartello con ARBEIT MACHT FREI?
    O apparizioni surreali di una preistoria che dorme appena un po’ sotto la scorza della realtà? Evocato dai detriti e dalle scorie ci viene incontro il fantasma di un futuro remoto e vicinissimo, dove sembrano incrociarsi i Tempi Moderni di Chaplin e L’enigma dell’ ora di De Chirico. Ma forse a fissare a lungo lo sguardo su questi scheletri di macchine-dinosauri, si potrà vedere anche qualcos’ altro.
    Sì, guarda, guarda ancora.

    (Giuseppe Montesano)

    di Salvatore D’Angelo

    Campi di fatica o surreale preistoria dormiente sotto la scorza della realtà?
    Tra le altre suggestioni evocate da FABBRICHE –Immagini di archeologia industriale- una mostra del 2004 del fotografo Salvatore Di Vilio , Giuseppe Montesano invitava a posare a lungo lo sguardo su un paesaggio su cui già s’era posato quello intenso e attento di Salvatore Di Vilio, non in un luogo lontano d’un lontano passato, ma qui nel corpo in putrefazione di paesi – periferia che ebbero una loro storia, una loro dignità,perfino una loro grandezza.
    Con occhio intenso, attentissimo, fatto di cuore emozioni pulsioni, che guarda dietro un freddo obiettivo adoperato con precisa maestria, la camera posta da un punto di vista che traduce in fieri quell’ emozione, Di Vilio coglie non solo la semplice archeologia industriale (ché questa sembra etichetta a posteriori, da addetti ai lavori) ma evoca un mondo da un passato non tanto lontano – la civiltà della canapa, ad esempio, le cui immagini la cui dura fatica è ancora presente in tanti di noi – che si fa futuro remoto, arte non museificata ma corpo vivo e dolente, che coglie il non visto, il non sentito…
    “Guarda, guarda ancora”, invita Montesano dalla manchette di presentazione, proponendoci frammenti di sue suggestioni.
    Ho guardato, incamerato, sedimentato. Chissà perché, come un fiume carsico queste Fabbriche sono saltate fuori da un luogo interiore, che evocava un mondo post- atomico, da un passato remoto che rimonta a non più di dieci anni fa…
    E un altro occhio si è sovrapposto a quei luoghi fissati dal primo obiettivo… Ho preso appunti sul mio taccuino quella sera del due dicembre del 2008, giorno in cui ho visitato la mostra che voi vedete qui a Sant’Andrea di Conza e ora – ed è la prima volta che lo faccio in pubblico- voglio qui rendere omaggio all’amico e fotografo Salvatore Di Vilio, leggendogli/vi quegli appunti:

    ARBEIT MACHT FREI?

    tutto è silenzio
    occhi indecifrabili

    i fratelli mi guardano
    da un passato che ha sguardo
    di futuro remoto…

    frammenti d’architravi
    sbriciolate
    tempio greco che s’ergeva
    nella pianura rigogliosa

    averno metallico
    di fumi e ferraglie

    tra le rovine guardo
    per vedere se c’è ancora qualcosa

    niente e nessuno qui

    guardo
    guardo ancora

    detriti

    le macchine dinosauro
    incrociano braccia di metallo
    scorie residue d’un lavoro
    ch’ è altrove…

    le fabbriche di ieri
    eruttano
    travi d’acciaio
    capannoni putrelle

    fantasmi alacri
    d’un passato remoto
    che m’ insegue

    antico familiare

    puro sguardo
    di cemento e lamiere
    dal fiume dei morti…

    l’occhio è memoria

    dal vetro rotto
    la fabbrica è fluido
    che vomita facce

    carcasse rigonfie
    di quello che fu
    il mondo a venire

    fratelli invisibili
    che siedono a riva

    l’occhio
    come da un greto
    ne trae frammenti

    guarda
    guarda ancora
    l’enigmatico scheletro

    la preistoria
    raggelata nella camera oscura

    tutto è silenzio

    liquame d’un mondo
    che fu vita e rumore…

    guardo
    guardo ancora..

    donne vecchi bambini
    semi nell’ umida terra

    piantine incardate
    sudore fatiche

    azzurro cicale cèceri vino
    carezze di spatola e fibre

    flash da un passato
    ch’è futuro remoto

    andato dissolto svanito…

    tutto è silenzio

    dal bianco e nero
    i fratelli levano le mani
    in un vago saluto

    nel tintinnio di mute catene…

    (S. D. A . , 2 . 12 . 2008)

    Salvatore D'Angelo

    9 novembre 2010 at 11:11 pm

  2. in questi giorni c’è un motivo in più per andare in un paese come sant’andrea. il paese è bello
    ma la cosa migliore sono gli abitanti, bella gente…
    salvatore merita una grande mostra,magari al goleto!

    arminio

    10 novembre 2010 at 12:22 am

  3. Bello, amici! Salvatore Di Vilio merita certamente; vedrò quanto prima di fare un salto – se potrò- a Aant’Andrea. Complimenti a tutti – dico a tutti voi, amici; un abbraccio circolare, Gaetano.

    Gaetano Calabrese

    10 novembre 2010 at 12:57 am

  4. nonostante la tempesta fuori stamattina è bello leggere il blog c’è un’aria nuova

    verderosa

    10 novembre 2010 at 8:38 am

  5. l’aria nuova che si respira nel blog è aria di “resilienza” che rispetto alla “resistenza” appare più leggere, più respirabile, meno contrita e più soave.
    un’aria autunnale che coincide sia col trentennale del sisma del 1980 sia con il terzo compleanno di quel che fu la originale originaria comunità provvisoria, una specie di arresto del passo del gambero, una rinnovata rafforzata qualità di passo di alpini e di pellegrini viaggiatori della clemenza che si ritrovano dopo aver vissuto tre anni della loro esistenza in vita vicini lontani ma sempre presenti.

    Quest’aria, carissimo postatore webmaster, è l’aria di andretta di aquilonia di bisaccia di bagnoli irpino di cairano di calitri di conza della campania, di calabritto, di caposele, di guardia dei lombardi di lacedonia,di lioni, di montella di morra de sanctis, di nusco,di quaglietta, di santangelodeilombardi, di santandreadi conza,di torella dei lombardi, di senerchia, di vallata.
    Ma anche di grottaminarda, mirabella eclano, di vallesaccarda, di melito irpino, di flumeri, di greci, di zungoli e di ariano irpino.

    E’ l’aria nostra. Profuna, non emana cattivi odori, nonostante il percolato delle aree vesuviane e limitrofe che abbiamo per fratellanza saputo accogliere e sistemare in sicurezza.
    Ma ora BASTA!!!!!! Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    10 novembre 2010 at 11:39 am


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