COMUNITA' PROVVISORIA

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1980-2010 TRENTENNALE DEL SISMA

Ricevo e volentieri pubblico questa intervista a Michele Citoni, coautore del film documentario Terre in Moto, presentato ieri a Bisaccia e Avellino; intervista che appare  sulla rivista diretta da Paolo Speranza QUADERNI DI CINEMASUD di questo mese e curata da Stefano Ventura, un altro amico di Comunità Provvisoria

(Salvatore D’Angelo).

INTERVISTA A MICHELE CITONI  – di Stefano Ventura*

Da “Quaderni di Cinemasud”, diretto da Paolo Speranza, novembre 2010, numero speciale dedicato al trentennale del terremoto in Irpinia

 

 

 

 

 

 

 

(Stefano Ventura, l’intervistatore)

Terre in moto è un documentario curato a più mani da Michele Citoni, Angela Landini e Ettore Siniscalchi. Girato tra il 2005 e il 2006, è un viaggio attraverso alcune delle comunità delle valli del Sele e del Tanagro colpite dal terremoto del 1980. Diversi sono i temi affrontati e la narrazione prende il via dalle commemorazioni svoltesi a 25 anni di distanza da quell’evento; si parte dal comune di Auletta (Salerno), che in quella occasione invitò i volontari e i comuni gemellati che erano intervenuti nel 1980 per portare soccorso e aiuto nella fase più acuta dell’emergenza, per poi affrontare un percorso visivo e tematico attraverso le memorie individuali, le considerazioni riguardanti la situazione sociale e politica dell’area terremotata di allora e di oggi, le impressioni di chi ha svolto la sua attività politica prima nei movimenti spontanei dei terremotati e poi nelle istituzioni e nei partiti, il racconto della vita nei prefabbricati e poi dopo lunghi anni in una casa.

Parliamo con Michele Citoni delle idee e delle motivazioni che lo hanno spinto ad avvicinarsi a quell’avvenimento, così importante per i territori delle aree interne di Campania e Basilicata, e come il rapporto tra questo territorio e la sua attività cinematografica e intellettuale continua ancora oggi.

 

 

 

 

 

(Michele Citoni)

Terre in moto, che parte dal 25esimo anniversario del terremoto, contiene molti temi di riflessione e di memoria, importanti per il territorio che direttamente fu coinvolto ma anche per fare luce su un periodo e su alcuni caratteri della storia nazionale. Com’è nata in voi l’idea di girare questo lavoro?

Come spesso succede nel documentario, il lavoro è nato da relazioni umane già esistenti. Questo ci consentiva di prendere le misure dei temi da affrontare su un piano “ravvicinato”, insieme alle informazioni acquisite mediante le fonti documentali e le ricostruzioni storico-giornalistiche. La circostanza pratica iniziale fu costituita dal fatto che uno dei tre autori, Ettore Siniscalchi, conosceva da molti anni alcune persone che all’indomani del sisma erano diventate protagonisti della vita civile nell’area del “cratere” salernitano. Il padre di Ettore è infatti un giornalista che come dipendente Rai aveva lavorato per mesi sul campo tra l’80 e l’81 per preparare alcune interessantissime puntate del programma “Cronaca” di Rai 2 dedicate al terremoto. Su questo apro una parentesi che ci trasporta in un’epoca che sembra lontanissima. A realizzare “Cronaca” era il Gruppo ideazione e produzione, ovvero un collettivo orizzontale di giornalisti e tecnici che facevano cronaca sociale in condizioni produttive che consentivano una vera immersione nelle realtà indagate, con molto tempo a disposizione e soprattutto con un metodo di lavoro aperto alla partecipazione dei protagonisti stessi di quelle cronache; cose del tutto impensabili nella Rai di oggi e nella Tv in generale. Il gruppo della Rai lavorò a contatto con i comitati popolari nati dopo il terremoto e da lì nacquero rapporti personali durevoli, finché Michele Figliulo, all’epoca del sisma consigliere comunale di opposizione a Valva e in seguito divenuto il sindaco che ha reso possibile una delle più belle ricostruzioni dei paesi disastrati, con l’approssimarsi del venticinquennale ci ha proposto di fare un lavoro documentaristico grazie a un contributo della Provincia di Salerno. Il prodotto avrebbe potuto avere un carattere istituzionale e restare strettamente legato all’evento celebrativo, anche perché le risorse stanziate erano scarse; invece è successo che la temperatura emotiva della nostra ricerca è cresciuta moltissimo e questo ci ha portati a spendere molto tempo ed energie, nonché risorse nostre. “Scrivendo” il nostro documentario in itinere, da una parte abbiamo provato il senso della responsabilità di costruire un’immagine onesta e non semplificata di una lunga e complessa vicenda sociale, dall’altra ci siamo innamorati dei luoghi e delle loro storie; forse abbiamo sentito di potere raccogliere almeno in parte il testimone dal gruppo di “Cronaca”, di cui abbiamo anche utilizzato il materiale di repertorio concesso da Rai Teche per uso non commerciale. La nostra esperienza di esplorazione del territorio è stata intensa e su di me in particolare ha lasciato tracce profonde.

Cosa ha indirizzato le vostre scelte sui temi e sui territori intorno ai quali incentrare la vostra narrazione?

Un ruolo importantissimo l’ha avuto, come ti dicevo, il repertorio a disposizione, che era quello delle tre puntate di “Cronaca”. Poter ritrovare gli stessi luoghi, alcune delle stesse facce, nelle immagini di 25 anni prima consentiva di dare spessore alla rappresentazione che stavamo costruendo. Naturalmente un ruolo l’ha giocato anche la scelta dei mediatori che abbiamo coinvolto e intervistato, perché risultava tanto naturale quanto utile seguirli sul loro terreno. Inoltre, essendoci aggirati nell’area del sisma soprattutto – anche se non solo – nel periodo delle celebrazioni di un anniversario che è stato senz’altro diverso dagli altri e ricco di eventi pubblici, abbiamo cercato di essere presenti nelle occasioni che presumevamo essere più “calde”, più rappresentative, più capaci di andare in profondità nella memoria e nel dibattito. Infine quando abbiamo capito, in corso d’opera, che ci saremmo mossi su un difficile intreccio di filoni tematici abbiamo cercato di rintracciare storie che potessero rappresentare paradigmaticamente le diverse situazioni, per restituire nel complesso un affresco convincente.

Tutte le persone che compaiono nelle interviste di Terre in moto sono chiamate al ricordo e all’elaborazione di un pensiero che parte da quel momento spartiacque, la scossa del 23 novembre 1980. La memoria e le sue forme collettive e comunitarie, i segni lasciati sulle vite individuali, le forme di trasmissione alle giovani generazioni (nel documentario c’è un momento in cui parlano i ragazzi delle scuole elementari e medie di Senerchia); tutti temi ancora oggi vivi e importanti, non solo in Campania e Basilicata ma in tutto il Paese, dove le calamità sono purtroppo all’ordine del giorno. Come ti è sembrato che le persone da te ascoltate conservassero ed elaborassero la memoria dell’evento e quella del dopo?

Il terremoto è un luogo delle coscienze di tutti. L’evento catastrofico, con la sua potenza distruttrice di vite, ambienti, economie, relazioni sociali, ma allo stesso tempo con la sua capacità strutturante, di acceleratore dei processi e di catalizzatore di nuovi equilibri, ha rappresentato senza dubbio uno spartiacque storico e antropologico. Nell’ampio territorio dei paesi «più colpiti dal sisma e dal dopo sisma», per citare uno dei nostri testimoni, ognuno – qualunque siano le conseguenze subite o il modo in cui ricorda o conosce o ricostruisce i fatti, e persino il giovane che non li ha vissuti direttamente – in qualche modo si trova a fare i conti con la dimensione duale del prima/dopo l’evento: prima il mio paese era fatto in un modo, dopo in un altro; prima si andava in un certo posto, dopo non più; prima c’erano certe persone, poi se ne sono andate; prima si facevano certe cose… e così via. Ma la memoria del terremoto può avere diverse facce. Può alimentare uno sguardo critico sulla storia del Paese e sulla propria realtà locale, fornendo elementi per elaborare un’idea di futuro per queste terre, oppure può essere declinata in maniera conservatrice, retorica, nostalgica, fornire l’argomento privilegiato per una sempre rinnovata lamentazione vittimistica attorno a cui aggregare facili consensi, per costruire continuamente il conflitto contro l’esterno al fine di governare quelli interni occultandoli; o ancora può essere neutralizzata in psicologismi superficiali e in un’antropologia della domenica che non lasciano segno. In alcune celebrazioni istituzionali, in certi rituali dell’anniversario, magari anche emozionanti, percepisco questi limiti. Del resto l’ambivalenza è nella maniera stessa in cui il dopo terremoto fu vissuto. Da una parte accadde qualcosa di straordinario, superato lo shock delle prime ore intere comunità acquisirono la consapevolezza che il modo in cui il sisma aveva colpito le aree interne del Sud fosse il nuovo capitolo di una storia di subalternità ed espropriazione e reagirono prendendo la parola e rivendicando diritti. Dall’altra parte, nel terremoto fu colta l’occasione per liberarsi di un passato che veniva vissuto come un peso, un’ancora, e si determinarono pratiche di violenta autonegazione. Penso all’abbandono dell’agricoltura, all’investimento acritico di speranze in una improbabile industrializzazione, a certe sistematiche distruzioni del patrimonio abitativo tradizionale e addirittura dei monumenti, alle ferite irreversibili all’ambiente che furono accettate con leggerezza in cambio di grandi opere talvolta inutili. Del resto erano gli anni Ottanta… Passeggiando in Alta Irpinia l’estate scorsa mi sono accorto che i gabbioni di sostegno della scarpata a fianco di una strada invece di essere riempiti di pietrame contenevano i pezzi dei portali di pietra di qualche casa, buttata giù dal terremoto o forse dalla furia nuovista postsismica. Oggi però queste aree interne soffrono lo spopolamento e la disoccupazione, vivono quella crisi di senso che lo scrittore bisaccese Franco Arminio descrive in pagine straordinarie che mi hanno fatto da guida in questi ultimi anni. Chi resta percepisce il vuoto ed esercita una “controspinta” verso il passato. Ancora una volta, con ambivalenza. C’è qualche tentativo intelligente di rivisitazione delle culture e di recupero delle colture, finalmente il restauro di centri storici e monumenti abbandonati da anni, ma anche una retorica del tradizionale e del genuino che può al massimo sfornare qualche prodotto da piazzare sugli scaffali del supermercato globale e indicare scorciatoie identitarie; fino ai grotteschi salti all’indietro per riconnettersi al “guerriero sannita” di cui si nutrono certe retoriche neosecessioniste, una paccottiglia – qui per fortuna ancora debole – che fa da perfetto complemento alle ampolle nel Po.

Uno dei capitoli del documentario si intitola “La lotta necessaria” e affronta il tema delle lotte dei comitati popolari che prima citavi, formati dai terremotati nel periodo dell’emergenza per fare pressione e condizionare le scelte dei sindaci e del commissario straordinario di allora, Zamberletti. Ci sono anche molti filmati di repertorio che raccontano in modo molto significativo le forme, le parole e i sentimenti di quel momento di partecipazione e di sofferenza, per quelle popolazioni. Alla luce di quello che è avvenuto in Abruzzo dopo il 6 aprile 2009, dove il ruolo commissariale e delle Protezione civile è stato completamente diverso, quali sono le impressioni e le considerazioni che ti senti di fare? Penso, ad esempio, al “movimento delle carriole”.

Questo paragone mi pare di grande efficacia per narrare la trasformazione, o meglio la devastazione, avvenuta nel cosiddetto “trentennio neoliberista”, perché i due eventi si collocano proprio all’inizio e alla fine del periodo. Nell’80 il terremoto innescò una grande spinta collettiva. Si mossero migliaia di singoli volontari, amministrazioni locali, consigli di fabbrica, partiti di massa, sindacati, gruppi e collettivi della nuova sinistra, organizzazioni cattoliche di base, tutto un mondo di persone e strutture che accorsero spontaneamente; avvenne il sollevamento delle popolazioni locali, nacquero comitati popolari anche favoriti dall’incontro tra i terremotati e i volontari, poi si formarono le cooperative di lavoro che ereditarono in parte questo patrimonio di mobilitazione nel segno dell’autonomia (anche se purtroppo, prive di ogni sostegno, ebbero quasi tutte vita breve). In particolare mi interessa il tema della mobilitazione popolare nel “cratere”, che è poco raccontata. Quando Terre in moto viene proiettato nel resto d’Italia, la parte che ricostruisce l’azione conflittuale dei comitati popolari utilizzando il bellissimo repertorio Rai suscita sempre sorpresa, quei momenti non li ricorda nessuno. Anche nella letteratura storico-sociale non si trova granché, a parte poche eccezioni come i tuoi studi. Si tratta di un territorio in gran parte ancora da esplorare ma mi sono fatto l’idea che, se pure quell’esperienza durò solo un anno o forse meno e la politica dei partiti alla fine riassorbì la sua spinta, i comitati ebbero un ruolo importante. Riuscirono a spostare qualcosa nel governo dell’emergenza, ruppero il monopolio della politica esercitato dai notabilati locali, favorirono il ricambio di qualche amministrazione migliorando la qualità della democrazia e furono un’esperienza di formazione che conta molto nella biografia di persone che oggi ritrovo nelle parti attive della società civile irpina.

Tutto ciò avveniva in continuità con la mobilitazione sociale diffusa che era stato il carattere distintivo del decennio italiano precedente, anche se ne fu – insieme ai 35 giorni di occupazione della Fiat – la manifestazione finale. Pierluigi Sullo, che seguì da cronista l’emergenza nell’Alto Sele per il Manifesto, dice che il volontariato in irpinia fu «l’ultima grande prova della sinistra italiana». Era veramente un altro mondo, in cui i corpi ancora si toccavano nello spazio pubblico e i rapporti sociali non erano mediati solo dalla televisione. E quando la tv interveniva, lo faceva anche alla maniera del programma “Cronaca”. Nei trent’anni successivi si è consumata la scomposizione delle domande sociali e dei conflitti che si erano dispiegati in quella che gli storici dell’Italia repubblicana chiamano la “stagione dei movimenti”, la mobilitazione collettiva è calata drasticamente, c’è stato l’avvento del “pensiero unico” neoliberista, il declino fino quasi alla scomparsa della sinistra politica, la vittoria del “decisionismo” craxiano e del populismo autoritario berlusconiano, e si sono intrecciati a questi processi i mutamenti dello scenario geo-politico, dell’economia, del lavoro, dei consumi, della cultura popolare. Arrivati alle vicende dell’Aquila, il confronto è impressionante. Nell’80 l’intervento dello Stato fu tardivo e carente, la struttura della Protezione civile ancora non esisteva e regnava l’improvvisazione, ma la partecipazione popolare costituì l’asse quantitativo e qualitativo dell’intervento di emergenza; oggi che la Protezione civile è strutturata a livelli molto avanzati e si è guadagnata nel tempo delle medaglie sul campo, si è presentata però a L’Aquila con gli stivali chiodati. L’intervento di emergenza del 2009 si è risolto in un esercizio congiunto di assistenzialismo e repressione, in una politica che ha avuto come linea guida lo sradicamento di decine di migliaia di persone private di ogni autonomia, come nerbo la negazione della libertà di associazione e di critica e come simbolo il televisore al plasma negli appartamenti del piano C.a.s.e.. Io sono d’accordo con quanti non vedono in questa “mutazione antropologica” della protezione civile semplicemente la degenerazione di un apparato dello Stato italiano, ma un vero e proprio paradigma di governo che sta dentro una tendenza internazionale, un enorme esperimento di “governance” autoritaria destinato a rinnovarsi ed espandersi. Pensa a come viene in questi giorni affrontata ancora una volta la questione rifiuti a Napoli, non come un problema sociale ma di ordine pubblico, in cui si affida ancora la soluzione a Bertolaso e alla polizia. Per fare un esempio, non è che non ci fosse stato anche trent’anni fa il tentativo commissariale di trasferire sulle coste gran parte della popolazione terremotata, ma allora il piano fallì, mentre nel 2009 la deportazione di massa da L’Aquila è stata portata a termine senza sostanziale opposizione e migliaia di aquilani hanno finito per assistere alla propria vita in tv. E la tv trasmette una fiction, che purtroppo è capace di convincere non solo chi abita a Roma o a Milano, ma molti degli stessi Aquilani. Una differenza fondamentale la fa il grado di autonomia e la forza dei soggetti sociali. Per questo per me non c’è niente di più essenziale, a L’Aquila, di quell’ex manicomio che ospita il comitato 3e32, di quei tendoni bianchi dove la gente discute cercando di contare qualcosa e di quelle carriole che hanno simboleggiato la ripresa di parola. Purtroppo sono esperienze fragili, in un contesto ostile. Ma se la ricostruzione dovesse essere fatta senza di loro, aggiungerà disastri a quelli già compiuti con il piano C.a.s.e..

Chi ha acquisito esperienza sul campo, come le persone che avete intervistato, può e vuole dare il suo apporto perché non sia lasciata all’improvvisazione la gestione degli eventi catastrofici che inevitabilmente tornano a colpire. Tuttavia, l’Irpinia è usata solo come paradigma negativo in assoluto, parlando di ricostruzioni fallite e di ruberie. Non ti sembra che le narrazioni giornalistiche su quell’evento siano state troppo liquidatorie e non del tutto giustificate?

Sono d’accordo. Ciò che del sisma del 1980 si è sedimentato nell’immaginario collettivo del Paese è sostanzialmente lo scandalo degli utilizzi impropri e criminali di parte delle risorse pubbliche stanziate per la ricostruzione e lo sviluppo. Il cosiddetto Irpinia-gate è una vicenda reale, ma è diventato un pattern narrativo obbligato e pervasivo che uccide ogni altro tipo di sguardo. Sembra che una telecamera non si possa nemmeno avvicinare all’Irpinia se non si è deciso già in partenza che dovrà inquadrare un’opera pubblica interrotta o una fabbrica che ha preso i contributi e ha chiuso i battenti. Tra l’altro, proprio questo tipo di attenzione univoca finisce spesso per non comprendere la portata vasta, generale, di quelle pratiche del potere politico-economico, riducendo tutto a una fenomenologia regionale; e non a caso molti riconoscono che all’inizio degli anni Novanta lo scandalo irpino, con la diffusione dei risultati del lavoro – sacrosanto, intendiamoci – della commissione Scalfaro, alimentò la spinta del nascente leghismo e del nuovo antimeridionalismo. Invece ci si avvicina di più alla verità se si comprende che attorno a quei fenomeni avveniva una ristrutturazione complessiva degli assetti del potere in Italia, e se si legge il modello di intervento post sisma come prova generale di pratiche di governo poi utilizzate in tutto il Paese. L’evento naturale catastrofico ha fatto da apripista ad ogni successivo “grande evento” sportivo o culturale o religioso che giustificasse trasformazioni emergenziali del territorio a colpi di deroghe ai piani e ai vincoli. Detto questo, ciò che a noi interessava era provare a narrare i mutamenti antropologici, sociali, politici avvenuti nel “cratere”. Ci siamo detti subito che il nostro sforzo sarebbe stato quello di «non fare come in televisione». Del resto il genere documentario ha forse la vocazione di praticare uno sguardo più complesso e più autenticamente curioso. Se il nostro film, che non ha particolari innovazioni linguistiche, presenta un merito, è quello della fedeltà al proposito di ascoltare i soggetti ed esplicitare le contraddizioni.

Terre in moto ti ha permesso di andare in giro nei paesi della provincia di Salerno ed Avellino per presentazioni e dibattiti. La tua attività si è poi concretizzata attraverso un rapporto abbastanza continuo con questo territorio, portandoti a documentare ad esempio il festival “Cairano 7x” nelle sue due edizioni, e non solo. Come vivi il rapporto con l’Irpinia, anche alla luce di trent’anni di post terremoto? Qual è la tua opinione sulle risorse e i problemi sul tappeto oggi?

Il rapporto con l’Irpinia è diventato ormai un pezzo importante della mia vita e spero che da questo nasca presto un nuovo documentario basato sui materiali che sto girando da qualche anno. Prima di tutto noto la bellezza di queste terre, nonostante abbiano subito le offese che sappiamo, la distruzione di monumenti minori e case storiche nella prima fase postsismica, poi la costruzione di nuclei industriali nelle aree golenali dei fiumi, di opere assurde come gli svincoli della Fondo Valle Sele, la moltiplicazione dei volumi edilizi, la diffusa “villettopoli” nelle campagne. Ma se osservo soprattutto la parte orientale più spopolata, quella che conosco meglio, ho l’impressione che tutto ciò che vedo si trovi su un crinale tra la nuova distruzione e il deserto. Da una parte l’Irpinia non ha forti difese da una possibile colonizzazione né dall’introiezione dell’ideologia dominante dello sviluppo e della privatizzazione del bene comune, per cui subisce il prelievo indiscriminato delle risorse idriche, il pericolo di megadiscariche invocate per risolvere i problemi della costa, il consumo del territorio; magari qualcuno si accorgerà delle qualità paesaggistiche che possiede e inizierà la loro megasvendita sul mercato di un turismo di rapina. Però tutto resta in potenza senza mai accadere, se si fa eccezione per l’espansione lenta ma costante di una brutta edilizia minore. Dall’altra parte del crinale c’è la prospettiva di un abbandono definitivo, lo svuotamento totale. La situazione è tragica ma interessante, perché tra queste due lente derive c’è ancora lo spazio per una nuova immaginazione sociale. È l’idea del gruppo organizzatore di “Cairano 7x”, la Comunità provvisoria, cioè il sogno di un Appennino interno dei “piccoli paesi” che possa essere il luogo di una “grande vita” e persino il laboratorio di nuovi modi di abitare, lavorare, consumare, essere in relazione con gli altri. Le ambivalenze, le tensioni irrisolte dell’Irpinia, le lacerazioni tra restare o andarsene, amare o odiare la propria terra, tra legame col passato e spinta verso il futuro attraversano i soggetti più dinamici della società civile che ho conosciuto, e sono una risorsa creativa. Secondo lo studioso di culture postcoloniali Iain Chambers, «bisognerebbe smettere di pensare al Sud come oggetto per incominciare a pensare con il Sud come soggetto, forse subalterno, ma pur sempre parte integrante e attiva della modernità».

 

* dottore di ricerca in Storia contemporanea – collaboratore dell’Osservatorio sul Doposisma

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Written by soter54

24 novembre 2010 a 11:37 am

Pubblicato su AUTORI

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