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FRAMMENTI DI SISMA DELL’80 DALLA CALIFORNIA

RICORDANDO IL TERREMOTO IN IRPINIA TRENT’ANNI DOPO

di

Laura E. Ruberto ( 22 Novembre 2010)

 

 

 

 

 

 

Cairano (AV), edificio danneggiato dal sisma del 1980 in Irpinia e mai riparato (foto scattata a  Giugno 2010)

Considerazioni sulla cultura materiale di una tra le peggiori calamità dell’Italia Meridionale, il Terremoto del 23 Novembre  1980 in Irpinia.

Il 23  Novembre 1980 ricorre il trentesimo anniversario del Terremoto in Irpinia, occorso in una delle aree rurali tra le più arretrate di Campania, Basilicata e Puglia, con 2.735 morti 679 paesi colpiti in 8 Province e 400.000 senzatetto. Sisma che ha prodotto una spaccatura  che ha attraversato la politica, l’economia, la cultura e la storia a un grado tale che gli  effetti si avvertono ancora oggi nella vita delle persone che vi lavorano e vi abitano e tra le decine di migliaia che ne sono emigrate  a causa del terremoto.


Catastrofi simili spesso rinsaldano i legami di parentela tra l’emigrazione, grazie all’ afflusso  delle rimesse di  danaro e alle altre  forme di assistenza provenienti dalla diaspora. Di certo questo genere di aiuto si è manifestato nelle settimane e nei mesi successivi alla scossa (  come ho brevemente accennato in questo precedente post, già da tempo il Terremoto del 1980 in Irpinia mi aveva impartito questa lezione di solidarietà transnazionale).


Un esempio di aiuto Italo Americano alle vittime del terremoto. “Gli Irpini residenti a Erie(PA) aiutano a ricostruire la città di Altavilla.(Il Progresso Italo-Americano, 14 Dicembre 1980)

Simili intrecci geopolitici informano molti aspetti delle grandi catastrofi, sia naturali che dovute all’uomo.  La cultura materiale – e per essa gli oggetti concreti che formano  il tenore di vita quotidiano –  diviene dunque parte di questo scambio.

Sicché oggi voglio ricordare il trentesimo anniversario del disastro dell’Irpinia prendendo in considerazione come le narrazioni dell’emigrazione possono diventano scritti  sui manufatti quotidiani,  che connotano il dislocarsi  di comunità e singoli.

Gli oggetti delle foto – qualche piastrella in ceramica, una scatola di alluminio – e altri  sono stati tutti raccolti  (per meglio dire “asportati”) da una delle case di Cairano, luogo d’origine di mio padre, un paesino in provincia di Avellino, a poche miglia appena dall’epicentro dello sciame sismico.

Parti di piastrelle in ceramica rinvenute in Italia in  un edificio danneggiato e abbandonato, ricollocati nei pressi delle Faglie di San Andreas and Hayward , Nord California.


Scatola di biscotti “Plasmon” visibilmente erosa, rinvenuta in Italia,in una cucina di  edificio danneggiato e abbandonato

Gli oggetti provengono da una casa danneggiata dal terremoto e mai riparata (che la casa  fosse con ogni probabilità abbandonata molto prima del 1980, presumibilmente perché i proprietari erano emigrati è un’ulteriore indizio di lettura)

L’interno dell’edificio dove sono stati rinvenuti gli oggetti di cui sopra (foto scattata a giugno 2010)

Provo interesse per gli oggetti rinvenuti, perché essi sono reminiscenza materiale del passato e allo stesso tempo agiscono come palinsesto per il futuro. Per dirla con Ilaria Vitiello, Professoressa di Urbanistica, a proposito di uno spaccio di fortuna messo su qualche giorno dopo il sisma:

“nella discontinuita’ creata dall’evento, nel cratere apertosi nell’esperienza quotidiana….si incontra il tempo passato e quello presente abilitando un nuovo contesto di senso, una realtà praticabile, dove il futuro diventa possibile”(“Irpinia 1980,” 2010, pg. 2)

Vederli questi frammenti, allineati nella veranda e nel cucinino d’un  villino californiano stile anni venti, mi induce a riflettere sulle maniere di codificare le esperienze del quotidiano. Privi d’ intrinseco valore d’uso e objets trouvés, essi diventano ricordi struggenti. Per quanto  vadano  ora deteriorandosi  sotto  il sole della West Coast – vicini in modo strano e sinistro alle faglie  attive di San Andreas and Hayward –  essi tuttavia permangono  come segni di viaggi mai intrapresi, di  scambi culturali impossibili a farsi. E nel contempo come simboli duraturi delle molteplici traiettorie di storie d’immigrazione.

Il classicista Antonio La Penna da Bisaccia ( altro paese irpino raso dal terremoto del 1980), in una conferenza del gennaio 1981  all’Istituto Gramsci di Avellino, considerando  gli effetti del trauma della scossa sismica  sulla diffusione della storia, scriveva:

“Disastri come il terremoto mettono meglio in  luce le condizioni permanenti della storia, i fattori di lunga durata, di secoli o di millenni” (Antonio La Penna, pg. 112, in 19:35, Scritti dalle macerie, Ed. Paolo Speranza, Laceno, 2005)

Pensando al trentennale del Terremoto del 1980 in Irpinia, mi rendo dunque  conto che gli oggetti da me trasportati al di qua dell’oceano, presa dal fascino della catastrofe, sono indice di nuove direzioni –  ulteriori possibilità scritte, circa  la cultura materiale che denota il nostro quotidiano.

(Tradotto dall’Inglese Americano da Salvatore D’Angelo)

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Written by soter54

25 novembre 2010 a 12:39 am

Pubblicato su AUTORI

3 Risposte

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  1. grazie a laura e salvatore

    paolo

    25 novembre 2010 at 12:13 pm

  2. Anch’io vi ringrazio.

    Michele Citoni

    25 novembre 2010 at 7:19 pm

  3. il gesto di salvatore è molto nobile.
    grazie a laura che ci segue da lontano….

    Arminio

    25 novembre 2010 at 8:09 pm


I commenti sono chiusi.

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