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cartoline di oscura grazia

Domenico Scarpa, il sole 24 ore, 28-11-2010

«Stavo giocando a biliardo. Poi la solita storia: fatelo bere, fatelo sedere. Qualcuno che ti tocca il polso, qualcuno che pronuncia continuamente il tuo nome». La solita storia è quella che tutti sappiamo ma nessuno di noi conosce. In Cartoline dai morti – il titolo del libro e questo primo campione basteranno a capire cos’è – Franco Arminio ce la fa vedere dall’altra parte, dalla prospettiva appunto della morte. Arminio, che si definisce «paesologo» ossia visitatore e curatore di piccole geografie malvive, si trova stavolta a essere lui stesso una destinazione; le cartoline che ha raccolto sono 128, la più lunga copre tredici righe, le più brevi un rigo solo, la misura media è sulle tre-cinque righe, due o tre frasi che gli bastano ad aprire uno spiraglio narrativo: «Mio marito mi ha gettata nel pozzo. Gli è venuta una furia, una forza che non gli avevo mai visto. Ho gridato mentre mi trascinava, ma non c’era nessuno, solo le rondini che facevano avanti e indietro per farsi il nido sotto il tetto della nostra casa».

Nella sua energia lirica apparentemente impoverita, Cartoline dai morti non c’entra nulla con l’Antologia di Spoon River: i suoi morti non chiedono niente, non vogliono insegnarci niente, non emettono sospiri patetici. I paragoni (non i modelli) vanno cercati altrove, nelle Bestie di Federigo Tozzi e soprattutto nelle battute finali del Re Lear, quando Lear entra in scena tenendo sulle braccia Cordelia che non vivrà mai più – «never never never never never» – e un momento prima di schiantare a sua volta dal dolore si rivolge a Edgar, Kent e Albany con una frazione di voce: «Pray you, undo this button», per piacere slacciatemi questo bottone. Arminio ha saputo raccogliere tanto il dislivello tra futile e solenne quanto la loro coerenza. In un artista impaziente com’è lui, le Cartoline sono il risultato più alto (il più compendiario) perché sono il frutto di una pazienza tanto lunga a incubare quanto fulminea a scoccare: ogni pagina è il risultato di una grazia oscura, che chi ne è toccato deve implorare che smetta di scendergli sul capo: «Lo sguardo del panico dilata i sensi, li fa grezzi, non hai tempo di raffinare, di romanzare» si legge nella Nota conclusiva.

Vista dalla prospettiva della morte, la vita si chiarisce e si capisce. È una linea spezzata fatta di brevissimi momenti, che dicono tutto senza sparpagliarsi perché la voce che viene di là sa fonderli in un oggetto completo; così, la vita è un oggetto, e la morte è la voce: «Quando mi hanno detto che avevo il cancro non sono più uscito in piazza. Me ne andavo in campagna con la macchina. Abbassavo un po’ i sedili e aprivo i finestrini per prendere aria». Cartoline dai morti è tenuto insieme soltanto dal suo ritmo e da quel morso alle redini che è il farsi improvviso dei testi. È un libro che parla essendo muto, è uno schedario di storie senza appiglio: l’ansia che emanano deve fare a meno dell’io, così come la storia che narrano deve rinunciare allo scorrere del tempo, ed è così che la scrittura vive – dalla morte – la sua vita perfetta, sciogliendosi dai vincoli della persona e della durata.

«Io sono morto di vecchiaia, anche se non ero tanto vecchio, avevo cinquantanove anni»: Franco Arminio, cinquant’anni, originario di Bisaccia nell’Irpinia d’Oriente, sa praticare anche un umorismo non depressivo e tantomeno nero: un umorismo di deflazione. Il suo talento consiste nel dare levigatezza a una violenza percettiva asimmetrica, da cui la frase viene fuori come in una specie di controsistole. Cartoline dai morti non è solo il suo libro più bello, più maturo, più intimo, e il più sfaccettato nella sua compattezza. È un libro che impone alla letteratura una nuova «forma semplice»: nel 1930, alle forme semplici (Einfache Formen) dedicava uno studio memorabile André Jolles, che ne contò dodici. Oggi Arminio viene a prendere posto come tredicesimo a questa tavolata illustre senza dover temere nessuna disgrazia.

 

 


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Written by Arminio

29 novembre 2010 a 12:14 am

Pubblicato su AUTORI

6 Risposte

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  1. Franco,
    non ho letto ancora il libro ma questa recensione sul domenicale è molto bella.
    A presto,
    Salvatore D’Agostino

    Salvatore D'Agostino

    29 novembre 2010 at 9:50 am

  2. Scarpa dice cose molto centrate su questo piccolo grande libro, soprattutto sull’invenzione o – se si vuole- sul rilancio di una forma lapidaria e di grande espressività; ancor più necessria al tempo di internet e della comunicazione veloce. Ecco, sta qui la differenza: questa forma di scrittura è si lapidaria, breve, ma non “veloce”, almeno nel senso che comunemente si dà alla parola, perchè queste “microstorie” dal dopomorte incidono,non scivolano via, si fermano dentro l’immaginario di chi legge e lì ristanno, prendendo il loro tempo.E’l’effetto del marchio di qualità letteraria
    E’ vero, sono altro da SPOON RIVER, ma dell’antologia di Edgar Lee Masters hanno il richiamo, seppure come controcanto al fine della massima sottrazione, per la massima espressione. Folgoranti piani sequenza dove ciascun personaggio dichiara il proprio esistere nell’attimo in cui dissolve, come aleggiando da un immediato dopomorte.

    Nell’ora fatale ciascuno, come per uno squarcio di luce improvvisa, mostra la ferita della propria esistenza,in un tragico, grottesco – e a volte drammatico – susseguirsi di microstorie suggerite in una frase, una parola.

    Una nuova forma-romanzo, direi. Scarnificata dalle strutture, ridotte a orpelli altrove.

    Una Spoon River dove i morti non esprimono rivendicazioni o il desolato rimpianto come nel testo di Lee Masters; qui le CARTOLINE invece hanno l’asciutta evidenza delle istantanee e un humor nero appena rattenuto, il segno d’un Arminio che, rispetto a “Circo dell’Ipocondria”, ha fatto passi da gigante nel personale sforzo di dar vita artistica compiuta ai fantasmi della propria ipocondria.

    Per dirla con Fabio Nigro, un Arminio che la morte se la mette in tasca. Da un intemporale dopomorte che è la vita e la forza dei personaggi di queste CARTOLINE.

    Sì, sono d’accordo con Scarpa che, citando Jolles e il suoi magnifici dodici della forma semplice, dice che Arminio può essere degnamente il tredicesimo a quella tavolta illustre senza temere alcuna disgrazia.

    soter54

    29 novembre 2010 at 10:20 am

  3. Scarpa dice cose molto centrate su questo piccolo grande libro, soprattutto sull’invenzione o – se si vuole- sul rilancio di una forma lapidaria e di grande espressività; ancor più necessria al tempo di internet e della comunicazione veloce. Ecco, sta qui la differenza: questa forma di scrittura è si lapidaria, breve, ma non “veloce”, almeno nel senso che comunemente si dà alla parola, perchè queste “microstorie” dal dopomorte incidono,non scivolano via, si fermano dentro l’immaginario di chi legge e lì ristanno, prendendo il loro tempo.E’l’effetto del marchio di qualità letteraria
    E’ vero, sono altro da SPOON RIVER, ma dell’antologia di Edgar Lee Masters hanno il richiamo, seppure come controcanto al fine della massima sottrazione, per la massima espressione. Folgoranti piani sequenza dove ciascun personaggio dichiara il proprio esistere nell’attimo in cui dissolve, come aleggiando da un immediato dopomorte.

    Nell’ora fatale ciascuno, come per uno squarcio di luce improvvisa, mostra la ferita della propria esistenza,in un tragico, grottesco – e a volte drammatico – susseguirsi di microstorie suggerite in una frase, una parola.

    Una nuova forma-romanzo, direi. Scarnificata dalle strutture, ridotte a orpelli altrove.

    Una Spoon River dove i morti non esprimono rivendicazioni o il desolato rimpianto come nel testo di Lee Masters; qui le CARTOLINE invece hanno l’asciutta evidenza delle istantanee e un humor nero appena rattenuto, il segno d’un Arminio che, rispetto a “Circo dell’Ipocondria”, ha fatto passi da gigante nel personale sforzo di dar vita artistica compiuta ai fantasmi della propria ipocondria.

    Per dirla con Fabio Nigro, un Arminio che la morte se la mette in tasca. Da un intemporale dopomorte che è la vita e la forza dei personaggi di queste CARTOLINE.

    Sì, sono d’accordo con Scarpa che, citando Jolles e il suoi magnifici dodici della forma semplice, dice che Arminio può essere degnamente il tredicesimo a quella tavolta illustre senza temere alcuna disgrazia.

    Salvatore D'Angelo

    29 novembre 2010 at 10:25 am

  4. Mimmo Scarpa, senza fare mai offesa ad alcuno degli illustri recensori di Franco Arminio, è sempre il più intimo critico dei libri di Franco, il più dirompente osservatore dei prodotti letterari del nostro amico perchè mira a far emergere l’anima inquieta dalla scrittura prosciugata di Franco, perchè sa leggere l’ironia e l’ineluttabilità degli accadimenti della vita. Ricordo la sua mirabile recensione orale alla prima presentazione festosa de “IL circo dell’ipocondria” a Bisaccia del 22 febbraio 207. Scarpa sa cogliere le novità stilistiche e non dimentica mai che Franco è un poeta e che la sua prosa è una passeggiata sulle vette della poesia, è un trattenere per mano il lettore che incredulamente ha raggiunto una vetta insieme a lui e che poi, standosene un po’ in disparte per prendere fiato, può contemplare in silenzio il più vasto orizzonte dei pensieri che si schiude dopo la pagina.
    Ecco, amici, un raggio di luce in più dietro le nuvole basse di questo novembre che stenta a regalarci una smagliante giornata di sole, per bearci dei colori della nostra terra e della bellezza delle anime dei poeti, buonagiornata a tutti, Gaetano Calabrese.

    Gaetano Calabrese

    29 novembre 2010 at 10:51 am

  5. mi piace riproporre qui il post dell’amico adelelmo che è uscito qui qualche giorno fa in un momento in cui sul blog sono uscite molte cose.
    aveva scritto due commenti rocco
    con un interessante riflessione sul cervello viscerale.

    E allora puoi solo parlare della tua vita o di quella degli altri.

    Il tempo allevia agli uomini il dolore.

    Terenzio

    Svariatissimi sono i modi di morire, eppure a tale impensabile varietà si oppongono un po’ di cose certe: una di loro per esempio è che a ognuno toccherà, quando sarà, si spera il più tardi possibile per ognuno, il proprio modo di morire, e solo quello lì. Ma per l’ipocondriaco non è così. Egli ha una specialità specialissima: in lui ogni sintomo produce panico – paura; e tutto diventa abnorme istantaneamente, ma istantaneamente non si muore, tranne nei casi di “devastazione fisica” – di morte violenta. Ci vuole anche il suo tempo per morire. Anche se hai novantanove anni è molto improbabile che la morte ti colga istantaneamente – improvvisamente: le occorre anche in quel caso il suo tempo. Una delle 128 Cartoline dai morti (nottetempo, 2010) di Franco Arminio si occupa proprio del Caso della quasi centenaria:

    Avevo novantanove anni. I miei figli venivano alla casa di riposo solo per parlarmi della festa dei cento anni. A me la cosa non faceva nessun effetto. Io non li sentivo, sentivo solo la mia stanchezza. E volevo morire per non sentire più neanche quella. È successo sotto gli occhi della prima figlia. Mi stava dando uno spicchio di mela e mi parlava della torta col numero cento […]

    la Cartolina non è ancora finita, la novantanovenne non è ancora morta, ma manca poco. Molto poco in questo caso. La figlia le sta dicendo della torta col numero cento. Le sta dando uno spicchio di mela. Lei, la Centenaria, magari la sta guardando o guarda quello spicchio, sente che sta avvenendo qualcosa, ma non morirà subitissimo, morirà di lì a breve probabilmente, ma non subitissimo. O meglio, di lì a breve inizierà un processo, prenderanno a cessare le sue funzioni: prima quella cardiocircolatoria e allora sarà morta clinicamente, poi quella respiratoria e allora sarà morta realmente, e infine quella nervosa, e allora sarà morta legalmente.

    […] . L’uno deve essere lungo quanto un bastone e gli zeri quanto le ruote di una bicicletta, stava dicendo.

    **

    In coda alle sue 128 cartoline Franco Arminio scrive una “Nota”:

    Ho scritto queste cartoline dopo i piccoli attacchi di panico che continuano a visitarmi. Non sono più gli attacchi di una volta, quelli per cui cerchi qualcuno che ti accompagni all’ospedale e se non lo trovi ci vai da solo e quando ci arrivi ancora non ti è chiaro se stai morendo davvero o sei a un altro capitolo della tua penosa ipocondria. Ho provato a scrivere delle cartoline anche in altri momenti, ci ho provato un po’ di volte, ma ho buttato tutto. Erano simili alle altre, il disegno delle frasi era quello, ma la stoffa era asciutta, non era bagnata in quell’umore che ti viene dalla morte appena trascorsa. Allora puoi scrivere intorno a questa cosa che forse regge tutto, intorno a questo niente che sorregge e corrode ogni cosa. Lo sguardo del panico dilata i sensi, li fa grezzi, non hai tempo di raffinare, di romanzare. Dopo dieci, venti minuti sei di nuovo sul binario morto della calma o dell’agitazione usuale e allora puoi solo parlare della tua vita o di quella degli altri. I morti non ti pensano, non ti mandano nessuna cartolina.

    Da questa Nota finale appare quanto mai esplicito che una delle cifre più perspicue del libro è che non sono “i morti” a mandare queste 128 Cartoline, ma sono quei 128 io visitati dal panico. È il panico a fare “bagnata” “la stoffa” di queste frasi: “bagnata in quell’umore che ti viene dalla morte appena trascorsa”.

    **

    Nella quarta di copertina è scritto di questo libro come di un “resoconto ironico e fulminante dei tanti modi di morire”, e appena dopo di queste cartoline viene detto che ci sono inviate “da un posto sconosciuto”, e che con esse ci vengono spediti “un soffio impercettibile, una leggera pena, una vertigine, una sorpresa”.

    E tutto ciò si mostra per l’intero nel libro, ma quel “posto sconosciuto” non è tale, perchè c’è (quasi) sempre qualcuno che raccoglie quel soffio, quella pena, quella vertigine e quella sorpresa, e quel qualcuno è proprio “qui” e “subito dopo” – è questo “il posto” -, e anche quando non c’è qualcuno o qualcosa, c’è magari ancora dell’altro a raccoglierlo quel soffio e quella sorpresa. Nella più breve fra le cartoline, l’ultima: “Pure io, sì pure io.” il soffio sta come nell’articolarsi della stessa lingua – in quel “,sì”.

    Insieme alle 128 Cartoline e alla Nota c’è un’altra pagina nel libro, la prima; è la dedica: “A mio padre/ che non ha più bocca a quest’ora/ e non ha più dormito/ dal giorno della sua morte.” E in questa prima pagina, per niente casualmente, assenza e [non] sonno vengono posti insieme.

    Una delle ultime Cartoline, la centodecima, è invece questa: “All’inizio che ci ama vorrebbe riaverci, poi si abitua al fatto che siamo morti, poi per tutti stiamo bene dove stiamo.”

    E questa qui è proprio una di quelle cartoline – resoconto fulminante di cui dice l’estensore della quarta di copertina, perchè funziona proprio così per non pochi; e da un certo punto in poi, elaborato il lutto, accettato in sé il dolore e accettata la paura, si farà strada in chi è rimasto la convinzione che lì dove sta – chi non c’è più – sta bene. Che quell’assenza non è, inevitabilmente, sonno, ma almeno un poco lo rammenta o lo richiama che sia.

    arminio

    29 novembre 2010 at 11:37 am

  6. grazie Franco per la citazione , ho solo divulgato quel che la scienza biomedica ed in particolare psiconeuroendocrinoimmunologica(pnei)ha scoperto. Rocco

    rocco quagliariello

    30 novembre 2010 at 5:22 am


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