COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

comunità

metto qui un pezzo uscito sul mattino il 26 novembre, in occasione della lectio magistralis al borgo dei filosofi. il titolo del giornale era comunità provvisoria e autismo corale e il pezzo era corredato da una grande immagine della rupe di cairano nei giorni di cairano7x.

 

Non sono un filosofo, non sono uno che produce concetti. Non sono un politico, uno che dovrebbe risolvere problemi. Sono uno che scrive, produco visioni senza l’obbligo che siano coerenti, senza il rigore e la consequenzialità del lavoro scientifico. Il terreno in cui si muove da sempre la mia vita e la mia scrittura è un terreno che frana. Sono costantemente sospeso tra ritiri autistici e slanci comunitari. E forse proietto questa mia condizione anche sui luoghi che vado a vedere o a filmare nel mio lavoro che definisco di paesologo. La mia terra è una terracarne che mi appare a volte come segno del pericolo e altre volte come segno dell’opportunità. In certi giorni sento che in qualche modo forse stiamo già guarendo, che il mondo è bene accordato e che qui forse la vita ha ancora un senso proprio perché persiste nostro malgrado una trama comunitaria. Basta un soffio e mi ritrovo in un’altra percezione. Mi pare che anche qui l’autismo corale abbiamo steso i suoi teloni, sia la serra in cui stiamo appesi a maturare le nostre indifferenze, la nostra mancanza di compassione.

Sono nato nel 1960. Ho vissuto dentro la comunità del paese e dentro la comunità dell’osteria di famiglia. Quella casa era un luogo del paese, ma allo stesso tempo un luogo dell’altrove. Mi sono fatto l’idea che oggi nei luoghi in cui vivo sia accaduta una cosa molto complicata da spiegare. Mi pare che comunità e autismo corale stiano qui in  una forma rassegnata di infelice compresenza. Sono, come il nastro di Moebius, facce in cui non è dato distinguere l’interno e l’esterno.

Non mi fido delle astrazioni e non mi fido delle scienze umane in generale, per il semplice fatto che sono appunto umane e mi pare che risentano dello sfinimento morale e cognitivo della creatura che le ha prodotte. E allora invoco altre posture, invoco un sentimento del mondo che parta da riflessi più semplici. Per me la scrittura è un riflesso semplice, è un esercizio percettivo in cui la vecchia cassa con gli attrezzi servita fin qui per indagare il mondo mi pare piuttosto inutile. Abbiamo un martello che non batte, una pinza che non stringe, un giravite che non avvita niente.

A me pare che il discorso sull’esistenza o meno della comunità sia inficiato dal fatto che alla fine noi pensiamo sempre a un individuo con uno statuto forte, un muro di cemento che guarda il mondo come una grande palla di cemento. Con questa ottica nessuna comunità tiene, anzi lo stare insieme, la comunità diventano l’autostrada per arrivare in modo più diretto all’autismo corale. Il rischio drammatico che corriamo, che forse abbiamo già corso è quello che un volto di una donna, un albero, un telefonino, ormai siano sullo stesso piano, appartengano allo stesso ordine di cose e possano farci compagnia o darci solitudine, possano darci perplessità più che certezze.

Ma il problema non è il nostro singolo cuore e la costruzione di un cuore comune, è la capacità di accettarci come creature sgretolate in un mondo che si sgretola. La nostra esperienza delle cose consiste nel loro perenne svenimento. Nel primo bacio sentiamo l’ultimo. Nella parola che diciamo sentiamo l’agguato di altre parole che diremo o che diranno altri. Non c’è tempo, non c’è salvezza se non accettiamo questa nostra radicale disappartenenza. Siamo estranei alla comunità paesi, ma siamo in qualche modo estranei anche alla comunità di organi che costituisce il nostro corpo. Il cuore e la mente si parlano, il fegato e lo stomaco si parlano, ma noi dove siamo, dov’è questa fantomatica creatura che chiamiamo io? Dovremmo essere capaci di accettare questa nostra radicale contumacia, questa impossibilità di incontrare noi stessi. Soltanto possiamo disporci verso l’esterno, come un lenzuolo al vento. È necessario depensare se stessi e il mondo, è necessario in qualche modo depennarsi dal mondo, dimettersi dal commercio quotidiano in cui il nostro io ogni giorno firma assegni in bianco che non può onorare. La comunità, la vera comunità è possibile solo nella morte. Lì si è in un regno senza soprusi, dove nessuno ruba il fiato ad altri. In attesa di accedere a quella comunità perfetta e se non vogliamo marcire nell’inferno dell’autismo corale, dobbiamo disporci ad accogliere forme di comunità provvisorie.

Questo punto morto della postmodernità forse richiede di affidarsi a  comunità provvisorie per sfuggire ai pericoli dell’autismo corale o a nostalgie regressive di comunità basate su ripiegamenti localistici. Per comunità provvisorie intendo la costruzione di luoghi, reali più che virtuali, in cui le persone si incontrano esponendosi agli altri generosamente e cercando di fare delle cose insieme agli altri, azioni che possono essere di svago o di contestazione, di riflessione intellettuale o di produzione artistica, ma sempre con l’intenzione di tenere vivo un intreccio di umori e di gesti in cui sia riconoscibile allo stesso tempo la matrice individuale e la tensione corale. È  inutile arroventarsi, aggrovigliarsi. Bisogna distendersi, arrendersi al tempo che passa.

La vita dell’individuo in lotta con tutti gli altri non ha senso, ma non ha senso neppure la vita dell’individuo inquadrato rigidamente nel corpo sociale. È un tempo che ci offre la possibilità di oscillare, di muoversi in diverse direzioni, non per predare il mondo un po’ qui un po’ là, ma per cercare nuovi  modi di sentire

Le comunità provvisorie sono necessariamente pionieristiche e rivoluzionarie, non hanno un modello di società da raggiungere, né un ideale di uomo da compiere. Anzi, si parte proprio dal ridimensionare il ruolo dell’umano nel mondo, dal considerarci non la specie intorno a cui tutto ruota, ma una specie un po’ goffa che ha riempito il pianeta coi suoi figli e con le sue merci ed ora sente il petto oppresso da tanto peso.

Le comunità provvisorie non vanno al mercato delle idee e delle opinioni e si abbigliano delle vesti più consone al contingente. Si preferisce l’inattualità, si preferisce il margine non battuto, il luogo non illuminato. Si abitano gli spigoli più che il centro, si sta nei territori che fanno resistenza all’omologazione produttivistica, nei paesaggi che segnalano il ritiro dell’umano piuttosto che il suo trionfo. La comunità che ci viene da un muro, da una busta che oscilla al vento, da una macchina parcheggiata, da un cane a cui diamo un pezzo del nostro panino, dal vecchio che ci guarda sulla panchina vicina alla nostra. Quello che propongo è semplicemente l’idea di congedarci dalla comunità fatta di umani, cioè di un insieme di io, ma di considerare una nuova alleanza tra noi e le cose che produciamo e la natura che ci accoglie. Bisogna prendere atto dell’inutilità di sé non in un’ottica nichilista e distruttiva, ma al contrario, considerando questo l’unico modo possibile per stare nel mondo, in tutto il mondo, nei suoi atomi, nelle sue parti.

La soggettività è il risultato di un processo di produzione che serve a controllare l’uomo, a tenerlo a bada, a dargli, dosando bene, paura e diffidenza verso l’esterno, che non è l’altro uomo, ma l’altro in generale.

La comunità non è mai esistita davvero, perché, quando c’era, era comunque escludente e esclusiva, la donne ne erano escluse, ne erano esclusi i cani, i bambini.

La comunità non è ancora nata. Tutta la storia dell’uomo è stato un processo di immunizzazione che ha portato a quello che adesso possiamo chiamare autismo corale. Un processo che ci dà la sensazione che non ce la facciamo a tenerci insieme vivamente e mitemente. Viviamo un’agonia ciarliera, dove le parole non si capisce se sono un tentativo di guarigione o un ulteriore approfondimento dell’agonia. Ed è piuttosto penosa la sensazione che la guarigione e l’aggravamento della malattia sembrano intercambiabili, come se ci trovassimo di fronte a una biforcazione formale, come se la sostanza fosse perduta, volatilizzata. Parlo della sostanza della nostra vita. In questo senso più che di fine della storia si deve parlare di fine di una certa idea di umanità e suo avvicendamento con una moltitudine di esseri viventi (o più precisamente esseri esigenti).

Adesso il principio non è la speranza né la disperazione, il principio è un vago sfinimento, una sommatoria di destinazioni senza destino. Lo sfinimento non riguarda le nostre speculazioni teoriche, non arriva al culmine dell’esperienza religiosa, filosofica o letteraria, arriva ogni tanto, quasi casualmente, quasi distrattamente, mentre parliamo al telefono, mentre camminiamo per strada, mentre ancora proviamo a innamorarci o a combattere. Arriva e ci porta via senza curarsi della nostra noia, della nostra gioia

Siamo confinati in questo o quell’angolo, non c’è spazio per mitizzarsi, per indagarsi come luoghi misteriosi e non come semplici macchinari addestrati a cercare di far fruttare il tempo che passa. Una danza assurda, un girare a vuoto che ha trasformato le nostre giornate, le ha private di quel lievito colloso che ci univa alla terra, che ci teneva avvitati al cosmo. La verità che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile tutto il visibile non ci basta più e ci basterà sempre meno. Non ci resta che lavorare, lavorare fino alla fine, accudire la nostra ossessione, tenerci attaccati ad essa.

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Written by Arminio

30 novembre 2010 a 3:58 pm

Pubblicato su AUTORI

8 Risposte

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  1. Uno straordinario manifesto della “comunità provvisoria” umana che fu e che dovrà pur continuare a essere, passo a passo, come un nuovo inizio, per tessere davvero la tela di quella necessaria “communitas” senza la quale gli individui sono soltanto atomi impazziti, ammalati di autismo che girano a vuoto, una sorta di “oratorio bizantino” ove tutti declinano- in mille lingue diverse ma sempre uguali – l’unica monotona nota che suona “io io io”, di quell’io ormai vuoto, deprivato del “sé” che lo può connotare soltanto nella tela della “communitas”, una commuitas che va sfaldandosi…

    PS. Lettura che vale non solo per la Comunità Provvisoria astratta, delle singole vite generalizzate nella “lectio” di Arminio, ma anche di questa nostra “comunità provvisoria”, che andiamo elaborando col blog e con le iniziative fin qui succedutesi…

    Salvatore D'Angelo

    30 novembre 2010 at 5:11 pm

  2. La comunità non è ancora nata…..lo dicevo io che la terra è (ancora) incinta!

    Bella sta storia…..

    Nanosecondo

    30 novembre 2010 at 9:48 pm

  3. La comunità non è ancora nata? Te lo dicevo che la terra è ancora incinta!

    Carissimo Franco,
    molte volte ho detto che vorrei realizzare una squola di clown. Quando parlo di questa squola (di disertori) o meglio di “uomini interi” non ho mai pensato ad un posto diverso che non fosse un luogo dove la natura e la bellezza si sono raccolte in un uno.

    Ora se dobbiamo aspettare che nasca il nuovo uomo, donna o essere, credo che per questo non c’è bisogno di ospedali che si pongono solo oggi il problema di “umanizzare le nascite” e tanto vale farli partorire in casa, come dici tu e realizzare l’assistenza domiciliare integrata oltre a realizzare una rete dell’emergenza sanitaria fatta con criteri idonei eliminando strutture che non servono a prendersi cura di nessuno.

    Invece semmai, tornando alla nuova esigenza di costruire questa nostra comunità credo che, quando nascerà questo uomo nuovo ci sarà più bisogno di squole nuove dove più che praticare un educazione, si costruisca una nuova intenzione di imparare da se stessi e non dagli altri, il risveglio dell’intelligenza e la libertà.

    Dovremmo pensare ad un luogo capace di porre in essere una completa trasformazione dell’individuo in quanto possono dare vita ad una mente umana totalmente diversa.

    La libertà e il dialogo è la base e il significato di questa trasformazione. Questa non è concepita come libertà e dialogo esteriore, ma come libertà e dialogo interiore.

    La possibilità di esprimere un personale desiderio, interesse o scelta, è una condizione interiore che nasce dall’assenza di contraddizioni. Questa libertà crea da sé l’ordine e la disciplina necessarie in questa nuova squola come nel nuovo mondo, e nella stessa comunità … provvisoria…che non è ancora nata.

    La nostra “squola” dovrebbe sorgere in un ambiente meraviglioso sia dal punto di vista architettonico che naturale: Cairano? E, perché No!.

    La bellezza dovrà essere considerata importante non soltanto perché fonte di piacere, ma poiché l’essere sensibili al bello è considerato indispensabile per una sana crescita. Il contatto con la natura è inoltre fondamentale nell’esperienza poetica, paesologica, artistica, spirituale e materiale. Il ritorno alla terra e alla sua sacralità è parte fondamentale di quello sviluppo di un essere umano integrato che è il fine stesso dell’educazione e della vita.

    Inoltre al centro della nostra squola deve essere immersa oltre che nella bellezza anche in un luogo del silenzio. E dopo il museo dell’aria allestire un biblioteca dell’anima, il cuore da cui tutta l’attività educativa apprenda e si sviluppi. Il silenzio, quindi, è al centro e non alla periferia, così come il silenzio della mente è l’essenza, l’elemento che da vita all’atto di imparare. Qui va considerato nell’approccio rispetto all’educazione tradizionale che l’azione viene dopo, è una conseguenza dell’ “essere”.

    La stessa considerazione dei talenti, dovrebbe avere come metro di misura dei risultati accademici la indipendenza da qualsivoglia autorità: la squola è un luogo in cui s’impara l’importanza della conoscenza e i suoi limiti. Una squola di piccole dimensioni che dovrebbe accogliere studenti, farli sentire a casa e favorire un contatto diretto fra insegnante e studente.

    Lo stesso atto educativo vero e proprio concerne la totalità dell’individuo in tutti gli aspetti della sua vita (fisico, emotivo, intellettuale e spirituale) senza che uno prevalga sull’altro, in maniera integrata, poiché essi non sono realmente separabili. Tale relazione è contraddistinta dall’assenza di autorità, in tutte le sue forme. Questo sia nel rapporto fra insegnante e studente sia nella gestione stessa della squola.

    Lo stesso educatore per primo deve indagare in se stesso, osservare le proprie reazioni e tendenze, esserne consapevole; egli deve comprendere cosa significa libertà per poter fornire un insegnamento privo di autorità e di condizionamento.

    Fondamento e sviluppo di questa squola è quindi il dialogo, concepito come vero e proprio mezzo d’indagine sia spirituale e quindi umana delle verità come l’indagare “il non conosciuto”. Non si tratta di un’analisi o di un’accumulazione d’idee e conoscenza, e in questo senso il dialogo è qualcosa di molto diverso da ciò che comunemente viene considerato tale. Non è un dibattito, una discussione o una disputa intellettuale, nelle quali si mira a far emergere un punto di vista. Il dialogo è un incontro, un rapporto che mira ad esplorare, indagare, scoprire, annullando la distanza che ci separa gli uni dagli altri sotto forma di opinione o punto di vista, dissolvendo ogni forma di gerarchia e autorità. Il dialogo permette così l’emergere di significati nascosti dove ha spazio solo l’amore per la comprensione. E’ un’esplorazione umile che indaga sul “ciò che è” e trova il suo fondamento nell’osservazione e nell’ascolto.

    Una squola di ricerca individuale che non esclude ma fonda se stessa sull’interazione, insomma un viaggio verso la costruzione di una comunità corale e non autistica, si può intraprendere unicamente se si è liberi dai propri bagagli di idee.

    Il dialogo è un’azione totale, che coinvolge se stessi e l’altro in ogni sua forma: un altro uomo, un animale, un fiore, l’aria , la natura, ogni cosa. E’ contemporaneamente dentro e fuori. Una mente “in dialogo” è pura
    osservazione: implica “morte a se stessi” e ingresso a nuova vita.

    L’impostazione è quindi non vincolante e basata su un approccio critico: alle domande proposte segue un processo d’osservazione ed analisi a 360 gradi che non mira ad una soluzione definitiva, ma vuole essere uno stimolo per trovare da sé la soluzione, la Verità o meglio le verità.

    Questi sono solo alcuni dei principi fondanti costituenti un nuovo modo di educarci. Non deve essere fornito un metodo, ma il dubbio. Una squola che operi contro il metodo ma solo attraverso linee guida ottenute da un’attenta osservazione, un’osservazione dove c’è spazio per il singolo fluire, in accordo con “la terra senza sentieri”. È dunque attraverso la condivisione – quell’intelligenza comune a tutta l’umanità – che c’è educazione intesa come libertà di comprendere l’intero processo della vita.

    Ciò che nella nostra squola deve essere considerata “vera educazione” non è un tentativo di fornire soluzioni o correzioni temporanee ai problemi della società. La questione dell’educazione è proposta a fondamento della trasformazione dell’essere umano, concepito nella sua totalità, non solo quindi centrale nell’intenzione di liberare senza condizioni l’essere umano, ma come il fine stesso dell’educazione.

    Una squola che vada oltre le frontiere di una determinata cultura per stabilire un diverso sistema di valori capaci di dare vita ad una nuova comunità ..pur se provvisoria.

    Quindi essere definito globale e integrato, in quanto basato su un approccio educativo che prende in considerazione l’individuo nella sua totalità, che tocca ogni aspetto dell’esistenza, e mira a rendere l’individuo un essere umano integrato e quindi senza conflitti poiché nessuna parte viene esclusa o approfondita a scapito di un’altra.

    Fammi sapè che ne pensi…

    Nanos

    nanosecondo

    1 dicembre 2010 at 1:01 am

  4. che dire, un classico esempio di saper vivere, saper approciare saper guardare il mondo per come è, senza filtri o alterazioni mentali, Franco sei una continua scoperta, come una montagna, più saliamo e più sono belli i paesaggi che ci mostri. Comunità è stare insieme, condividere esperienze e vissuto, comunità è proporre nuove cose, comunità e far capice ai ciechi che esiste la luce, i colori, la vita. Grazie e conta pure su di me.

    giovanni ventre

    1 dicembre 2010 at 10:22 am

  5. Commento delle ore 1.01 am odierne: secondo “manifesto” della biblioteca dell’anima e dell’educazione europea paesanologica…
    Tutte le “q” di scuole mi auguro che siano state un “omaggio ” cordiale al mio cognome…
    Un caro saluto. Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    1 dicembre 2010 at 11:19 am

  6. Franco carissimo, la pubblicazione della lectio magistralis che raccoglie ed espone tutto il pensiero arminiano, intuizione compresa, ci rende orgogliosi ed anche lusingati di averci indicato come i tuoi compagni di viaggio prferiti ,amici che condividono un progetto ed un percorso.
    Aspettiamo la serata conclusiva con Bauman, sperando che questa volta non sia in video conferenza.Grazie
    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    1 dicembre 2010 at 11:28 am

  7. “La comunità non è mai esistita davvero, perché, quando c’era, era comunque escludente e esclusiva, la donne ne erano escluse, ne erano esclusi i cani, i bambini.”

    … le comunità sono esistite davvero ma oggi quelle cose lì sono improponibili, perché Kant c’è stato per tutti, anche per quelli come me che non l’hanno letto.
    E’ tempo di produrre innovazione e costruire nuove sintesi, perché la storia non è ancora finita…

    …Anche partendo dal Parco Rurale. Lo facciamo un manifestino mettendoci dentro le idee esposte sabato a s.andrea da Mario Festa e Elda Martino?
    Così contiamo quanti sono i visionari che vogliono praticare gli spazi portando doni (cum-munus) e quanti preferiscono essere im-muni…

    paolo

    1 dicembre 2010 at 12:45 pm

  8. ci vorrebbe un nostro manifesto, magari affisso nei locali frequentati dai giovani.
    per farlo dovremmo vederci e pare che nessuno ne abbia voglia.

    Arminio

    1 dicembre 2010 at 3:05 pm


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