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BISACCIA LA DOPPIA

(Alberto Alfredo Tristano, dal “Riformista” del 23 novembre 2010)

Il brivido della terra cavalcò Sella di Conza per un minuto appena, si infilò in costoni e faglie tra l’Irpinia e la Basilicata, seppellì persone con le pietre delle loro case e chiese, assomigliò a un bombardamento di guerra senza Stukas per i cieli. Tutto avvenne sotto i piedi e affondò ogni cosa. Tremila morti, ottomila feriti, quasi trecentomila sfollati.

Quella sciagura mobilitò la coscienza del Paese come prima solo l’alluvione di Firenze del 1966. Poi fece ricco il “partito dei tecnici” e potenti i politici occasionisti, secondo la felice espressione di Isaia Sales. Si continuò a parlare di terremoto dell’Irpinia, che però ingrassò smisuratamente Napoli. Oggi, trent’anni dopo, di questa materia così vasta val la pena concentrarsi su un dettaglio emblematico per osservarlo tutto intero e tentare di capire cosa è accaduto. Abbiamo scelto Bisaccia. Il paese che non subì crolli ma si ritrovò moltiplicato per due. Bisaccia Vecchia e Bisaccia Nuova. La pietra e il cemento. Il passato che non c’è più e il futuro che non c’è ancora.

«Avevi anche tu i tuoi cenci, le tue miserie e le tue discordie. Ma le occultasti come ne’ dì di festa, e mi accogliesti lieta e cortese. Molti gentili pensieri io colsi in te. Quel garbo nella conversazione, quell’accordo de’ visi, se non de’ cuori, quella nessuna giustificazione e nessuna vanteria. Addio, Bisaccia la gentile». Così Francesco De Sanctis annotava quella tappa felice nelle pagine del suo straordinario Viaggio elettorale.

Bisaccia conserva il gusto della conversazione nella piazza della domenica mattina. Capannelli di persone, gli immobili e i peripatetici. Si direbbe un luogo animato se non fosse che nel centro storico di questo paese, su 4mila abitanti, ne vivono poco più di cinquanta. I bar, l’edicola, i circoli sono qui. La gente no. Non più. Da oltre vent’anni. Quasi tutti si sono trasferiti nel paese nuovo realizzato a tre chilometri da qui.

Bisaccia è bipolare. Mezza scuola elementare sta al paese di sopra e metà al paese di sotto. Metà degli uffici del Comune sono nel paese nuovo e metà nel vecchio. Il mercato una volta si tiene in alto, una volta in basso. Bisaccia è piena di ragazzi che fanno l’autostop. Mica per andare in città, perché città intorno non ce ne sono. No: vanno in paese. Quello vecchio, se si va; quello nuovo, se si ritorna.

Intorno ci sono gli ultimi monti dell’appennino, prima che la Campania scivoli nella Puglia: quei monti «così sfumati, così fluttuanti, che parevano nuvole» scriveva De Sanctis. Oggi quei monti hanno in cima filari di pale eoliche, che lanciano gigantesche ombre roteanti sui campi di grano. Bisaccia è il terzo paese in Italia per numero di pale, disseminate sopra i suoi cento e più chilometri quadrati di territorio. E se ci sono i mulini a vento, non manca su queste alture un Don Chisciotte cantore dell’«umanesimo delle montagne», come lui lo chiama. Franco Arminio, scrittore di talento, paesologo per autodefinizione, bisaccese all’anagrafe. «Di questo terremoto e del sistema di potere che vi si è edificato sopra si è parlato come della mafia. E come per la mafia sono nati i “professionisti dell’antisisma”. Io credo semplicemente che il terremoto ha accelerato un fenomento di bruttura i cui semi erano stati gettati già. Io odio Bisaccia Nuova, ma i mostri c’erano fin dai primi anni Settanta. Nessuno qui ha scientemente deciso di brutalizzare il territorio. Semplicemente alle famiglie fu offerto qualcosa che sembrava riscatto senza esserlo e solo in pochi lo rifiutarono. Gli altri, tutti sedotti dal potere. Vinse il modello della legge 219, quella che a una famiglia di cinque persone in 30 metri quadrati diede una casa di 100, col garage e il giardino. Tutto questo non si poteva fare dove c’era il vecchio paese, peraltro minacciato ai lati da frane incontrollate tuttora: basta vedere certe case nuove e già sventrate dalle faglie che corrono sotto di loro. Si decise così di andare altrove. La Dc poi ha fatto il resto».

Il terremoto è da sempre associato al nome di Ciriaco De Mita. Irpiniagate fu lo scandalo che travolse senza annientare il leader democristiano. Ma qui, a Bisaccia, quel blocco di potere, il demitismo, aveva un altro nome e un altro volto. Salverino De Vito. Quando venne il terremoto, De Vito era diventato sindaco da pochi mesi (conservò l’incarico per quindici anni). Dal 1968 era senatore della Balena bianca. Dal 1983 e per quattro anni consecutivi sarebbe stato ministro per il Mezzogiorno. De Vito applicava a Bisaccia da sindaco le leggi che scriveva a Roma da ministro e senatore. Una straordinaria concentrazione di potere in poche mani: appena due, le sue. Bisaccia che non tremò nell’80 ma che franava inesorabilmente da secoli si ritrovò nella lista dei comuni di fascia 1. Quelli più colpiti: quelli coi morti, quelli rasi al suolo.

E così a Bisaccia arrivarono negli anni montagne di soldi: 300 miliardi è la stima. Arrivarono le industrie, a valle, nell’area del Calaggio, dove c’è il casello dell’autostrada Napoli-Bari. A Bisaccia atterrarono perfino le astronavi. Così fu chiamata la chiesa disegnata da Aldo Loris Rossi, a cui il sindaco De Vito affidò la progettazione del nuovo paese. Rossi è professore di Progettazione architettonica all’Università di Napoli. È bisaccese. «Non riesco davvero a comprendere le critiche verso il modo in cui abbiamo concepito la ricostruzione. Il terremoto aveva fornito l’occasione storica di ripensare la vita nei nostri luoghi e farvi entrare la modernità anche nel modo di costruire, di organizzare la vita sociale. La mia chiesa è un’astronave? E allora ci salgano, quelle persone, e si facciano trasportare verso il futuro in cui non hanno voluto entrare mai! Rimpiangono il vecchio paese, ma vogliono capirlo che ballavano su una piattaforma spaccata in quattordici punti e, fossero rimasti lì, prima o poi si sarebbero ritrovati giù nei valloni? Mi accusano che il paese nuovo non è un presepio, ma io presepi non ne faccio. Parlo un altro linguaggio, e loro sono renitenti al nuovo. Oggi c’è un’occasione storica, il corridoio 8 europeo Napoli-Bari-Sofia-Varna. Un’infrastruttura formidabile. Si agganceranno a questo treno o rimarranno nel loro presepio? La verità è che bisognerebbe abbandonarli, questi paesi. Abbandonare il Sud. Io ho due figli, uno egittologo a Cambridge, l’altro pediatra a Lione. E dopo aver pensato per una vita che occorreva restare, oggi mi arrendo al fatto che sono loro ad aver fatto la scelta giusta».

E così, ci risiamo. L’emigrazione. A trent’anni dal terremoto, per il quale, dopo il dolore, baluginò l’idea di attivare finalmente lo sviluppo anche qui, nella “terra dell’osso”, come la battezzò il grande meridionalista Manlio Rossi Doria, a lungo senatore di questa Alta Irpinia, oggi ritorna il grande spettro dell’abbandono. Il regista Gianni Amelio sentì il bisogno di girare nel cratere del sisma dell’80 un documentario intitolato La terra è fatta così. Amelio ripensa a Bisaccia e racconta: «La tragedia dell’Irpinia mise ogni meridionale come me dinanzi a una verità inoppugnabile: che tutti noi eravamo terremotati, ognuno col suo sisma, il più terribile dei quali è la necessità di dover abbandonare la propria terra. Sono nato anch’io in un paese, giù in Calabria, dove le case erano, come a Bisaccia Vecchia, grandi pochi metri quadrati. Ma il punto è che la vita dei paesi non è una casa, ma una casa e una piazza e una strada». Sostiene Arminio: «La verità è che sarebbe scoppiata la rivoluzione se De Vito non avesse fatto così, nel mio paese, il paese della cicuta, col suo clima di inferno e i suoi gironi di accidiosi e di avari… In ogni caso bisogna avere l’onestà di dire che la Democrazia cristiana qui non era il notabilato del latifondo, ma una forza popolare e cinica, che ha dato alla gente quel che voleva, l’ha assecondata nei suoi errori e nella fame. Oggi quell’assistenzialismo non c’è più, è svanito quel flusso di cassa, tutto è più magro, e forse il Sud può davvero riscoprire la forza povera che gli appartiene, la sua terra».

C’è una struttura che racconta simbolicamente cos’è stato questo luogo dal 1980 a oggi: l’ospedale. Costruito negli anni Settanta con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno, aprì la notte del 23 novembre 1980, in tutta fretta, perché l’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi era crollato. Uno dei medici allora era Salvatore Frullone, veniva da Napoli, era stato da poco assunto. Oggi Frullone è il sindaco di Bisaccia ed è primario, sempre in quell’ospedale. Che nel frattempo, per la riorganizzazione sanitaria decisa dalla Regione Campania, è destinato a chiudere. Dice Frullone: «È vergognoso il comportamento della politica, che sta realizzando un ritorno agli anni ’50. Mi rifiuto di pensare che il welfare possa essere valutato sui costi-benefici. Mi ricordo un giorno, proprio in quest’ospedale, un primario di Bari colpito da infarto: lo salvammo e lui apprezzò molto questa struttura. Mi disse: dovreste tenervi caro De Mita, noi in Puglia avevamo Aldo Moro e finito Moro è finita la Puglia. Oggi, malgrado tutto, devo ammettere che aveva ragione». E la Bisaccia di domani? «Se solo avessi 30 milioni di euro… Potremmo riportare in vita finalmente Bisaccia Vecchia. Io credo che il futuro sia in quelle pale, nel nostro vento. Però dovremmo riuscire a creare un distretto energetico. Oggi siamo come beduini di un deserto il cui petrolio arricchisce altri…».

L’eolico in mani straniere, l’ospedale verso la chiusura, l’eterna minaccia di una super-discarica sull’altopiano del vicino Formicoso, l’area industriale rimasta con solo un paio di aziende attive. Agostino Pelullo, consigliere comunale con delega allo sviluppo locale, afferma: «Bisaccia come tutto il cratere è stato l’Eldorado dell’industria del Nord. D’altronde non si fa il premier o il ministro della grande spesa meridionale senza oliare quel sistema. Mi piacerebbe solo che ci fosse uno scatto, una vera coscienza. Voglio ricordare un vecchio articolo del ’46 scritto da Giorgio Amendola per Rinascita: citava Bisaccia, il paese del Sud dove al referendum la repubblica aveva ottenuto la percentuale più alta. Oggi, invece, cosa succede qui? Ci difendiamo. Ci difendiamo e basta».

 


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Written by Arminio

3 dicembre 2010 a 10:42 pm

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4 Risposte

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  1. bell’articolo. una sola notazione: gli abitanti di bisaccia vecchia non sono 50, sono 200 e qualcosa, o forse più, se non sbaglio

    sergio gioia

    3 dicembre 2010 at 11:13 pm

  2. Condivido l’ultimo pensiero estendendolo a molte realtà del sud: invece, cosa succede qui? Ci difendiamo. Ci difendiamo e basta».

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    Salvatore D'Agostino

    4 dicembre 2010 at 12:07 pm

  3. se ci fossimo difesi davvero, se davvero tutti insieme ci fossimo difesi, le cose non starebbero come stanno.
    non ci siamo difesi, ci siamo sbranati a vicenda. questo abbiamo fatto, per lo più, quando, invece, non ci siamo ignorati.
    e.

    eldarin

    4 dicembre 2010 at 1:53 pm

  4. Ci siamo difesi secondo convenienza: secondo l’esperiena e le scelte politiche di ognuno.
    Ciascuno ha scelto “il proprio maestro” come spirito guida, (vedere le scelte della politica degli ultimi 50 anni). Nessuno ha mai eccepito di fronte a tanti sguaiati comportamenti politici o culturali o etici, in questa provincia. Nessuno ha mai contrastato i “ras locali con evidenti comportamenti camorristici” che hanno guidato e scelto in nome e per conto di tutti.
    Non mi meraviglio che siamo come siamo, ed è stucchevole voler ad ogni costo far finta “che solo ora …”, “che invece io …”, “che ora è possibile …” ed altre ipocrite amenità
    E’ evidente che ci siamo sbranati quando occorreva e ignorati se più comodo. E continueremo a farlo con la maestria di sempre, ed anche con un certo gusto, perché in questi luoghi farabutti possa cambiare solo il tempo dell’azione non i modi.

    EnzLu

    enzlu

    4 dicembre 2010 at 2:25 pm


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