COMUNITA' PROVVISORIA

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per salvare un alone di noi stessi

Davanti a noi c’è sempre un paesaggio, un lenzuolo aperto tra le tempie. Noi siamo qui, tra alture e colline che ci danno uno spazio, un confine. Qui erano le corse infantili, il pallone che rotolava in ogni luogo, gli asini che risalivano dai sentieri, i maiali davanti alle porte delle case. Adesso a un altro secolo si apre il libro dell’Irpinia e tutti abitiamo in una sostanza senza letizia e senza dramma: il limbo di una vita passata a vagare intorno al cerchio in cui non si entra. In una società che ha sempre coltivato una sua fastidiosa e compiaciuta allergia al futuro, in una terra carente di iodio, il lento metabolismo degli individui non poteva non produrre una maggioranza bradicardica, priva di guizzi creativi, murata in una muta, letargica ruminazione delle proprie debolezze. Ormai può dirsi compiuta la mutazione dalle miserie della civiltà contadina alle ricchezze di una modernità incivile. Ogni cosa sembra alludere all’epilogo della sua forma più che alla sua aurora. Perso e vivente è il nostro passato, è una lingua che perde pezzi se non viene detta, è lo spreco di chi non si pronuncia e consuma i miraggi che ci propone il mondo dell’economia, gigantesca fossa comune dello spirito. Eppure un’aura resiste, e certi pomeriggi hanno il polso leggero. Nei più nascosti luoghi, nei nidi del silenzio e della luce, qualcosa ancora si protende verso noi, ma come se fosse consapevole del suo non potersi mostrare. Inutile camminare sopra il vetro del disincanto, inutile stabilirsi nel vuoto d’anguria che c’è altrove. L’importante è andare e venire, guardare e divagare. Queste sono le quattro ruote motrici per attraversare la “palude definitiva”, l’isteria, l’arroganza di chi si comporta con il mondo come un adulto verso un bambino. In realtà, il mondo è più grande di noi e più incomprensibile. È  necessario che ognuno di noi scriva il suo romanzo civile, fatto di sogno e ragione. Basta andare dietro il paesaggio, misurarne con calma le luci e le ombre. Non c’è bisogno di alcun giudizio preordinato. Le cose si riveleranno per quello che sono. Forse niente può darci riparo una volta per sempre, ma possiamo costruire una comunità degli affetti per salvare un alone di noi stessi e degli altri e quello che resta del nostro paesaggio, la sua bellezza senza ornamenti, il suo petto che sa di ginestre adolescenti, il suo mento reso aguzzo dal vento.

franco arminio, 17-04-1999

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Written by Arminio

22 dicembre 2010 a 10:48 pm

Pubblicato su Franco Arminio _

3 Risposte

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  1. L’oratorio è possente, non solo bizantino.
    Me ne rallegro con apprezzamenti preliminari lusinghieri, ma attendiamo la tua consacrazione Mondadori per scalare le classifiche di ogni libreria, di ogni biblioteca, di ogni grande medio pccolo lettore di questa Italietta in decomposizione.
    Grazie Franco per questi doni natalizi.
    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    23 dicembre 2010 at 5:03 am

  2. come mai nessuno commebnta il dono bizantino che Franco ci fa ogni giorno invitandoci a frequentare il suo “oratorio”???
    ahi ahi ahi, qui quo qua
    Rocco

    rocco quagliariello

    23 dicembre 2010 at 8:51 pm

  3. C’è poco da commentare, caro rocco. parole scontate per dire la bellezza di una prosa che parla da sola. Un brano di undici anni fa, che diceva già allora tutto l’arminio di ora. Un grande artigiano della forma, che lavora fino allo sfinimento per ottenere una misura semplice, densa, di grande impatto e freschezza, che sembra appena concepita, all’impronta ..invece si sa quanta applicata concentrazione consumano gli artigiani per trar fuori prodotti belli e durevoli.

    Salvatore D'Angelo

    23 dicembre 2010 at 11:36 pm


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