COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

trenta note come regalo di natale ali amici della cp

VECCHIE STRADE

Via Orologio vecchio era molto lunga. Chi abitava all’inizio vedeva il tramonto molto prima di quelli che lo vedevano alla fine. La merda degli asini si raccoglieva nella curva dove i ragazzi giocavano a pallone. Facevamo sul serio allora, ci riempivano anche le vene di sudore.

Via Garibaldi era piena di logge insanguinate dal sangue del porco. Il vento di marzo dava nuovo slancio ai pazzi. Tutta una strada piena di risse e malumore, ma il giorno del santo si copriva di petali di rose.

Via Portolecchia aveva il grano e piccoli papaveri davanti alle porte. In fondo, verso la Ripa degli Impisi, c’era una barricata di spine.

Via Cafaro era una strada storta, squilibrata, con le nuvole che entravano e uscivano dalle orecchie dei muli.

Via Cavallo a gennaio aveva la neve che saliva fino alle finestre. Dentro le stanze imbiancate a calce ardeva il fumo, ardevano storie per stare insieme nella conca morta delle ore.

Via Cupa era la strada delle rondini e dei suicidi: almeno uno all’anno.

Via  Ponticello è la strada del meccanico che costruiva aeroplani di stagno perché ai suoi tempi automobili da aggiustare non ce n’erano.

Via Filangieri era la strada di Nicolina la pazza, quella che ogni tanto scopriva un seno e se lo faceva succhiare da qualche ragazzo.

Via San Nicola da qualsiasi parte la prendevi avevi sempre il vento contrario. Forse per questo c’erano varie persone che passavano il tempo a ubriacarsi e a picchiare le mogli.

 

 

 

SVANIMENTI

 

 

Ognuno porta le tracce di tutti sul dorso, tutti siamo nati e siamo morti miliardi di anni fa quando nessun dio poteva essere pensato, un tempo quando nessuna polvere e nessun fango era presente, quando ognuno di noi venne dal niente e formò con le sue mani il mondo, dio e le stelle, formò i propri occhi per guardare ciò che aveva formato e formò anche l’amore. A quel tempo non si può tornare, bisognerebbe mettere a macerare tutti i tempi che sono stati e che verranno, ma intanto in questo immenso fiume nero ognuno ha la sua occasione e in questo immenso luogo di miliardi di universi io posso scrivere, vagare sperduto dentro i miei umori e dentro gli umori del mondo e la storia del morire e dell’esserci diventa un filo di seta e questo filo si fa farfalla nella mente e il fiore del mondo e il sole e tutto il resto non potrà mai sparire come svanisce tra le mani ciò che scrivo.

 

SENZA SCUSE

 

 

La televisione è una fogna e un pagliaio: trombe, pulpiti e altari, cuori di pece incollati alla pancia, uccellacci e canaglie, garriti e gorgheggi di una democrazia totalitaria, cataste di servi e ceroni, filiera di menzogne, festini di sguatteri, masticatori di muffa senza poesia. Non ha scuse chi si abbandona a questa marmaglia, chi ancora si affida al guitto senile e bugiardo.

 

 

 

QUELLO CHE POTRESTI DIVENTARE

 

 

non ti affannare a seminare noie e affanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne, le gioie piccole, i piccoli piaceri richiedono troppa fatica, è la gioia solenne che ti compete, per quella sei qui e non altrove, nella polvere cosmica o come mosca nell’orecchio di un cavallo, sei qui per non fermarti a ciò che sei e non scansarti, non scansarti mai da quello che potresti diventare.

 

 

QUELLO CHE CONTA

 

 

Quello che conta per chi scrive è solo la furia, la commozione lo smarrimento,
la vita è vera quando è spezzata, quando la testa brucia.
dio non c’è quando siamo gentili, quando siamo pazienti, quando crediamo agli altri, quando ogni parola è puro sfogo, labile isteria. Dio crede in noi quando siamo in croce, quando buttiamo fuori l’inferno che abbiamo dentro
quando non misuriamo niente, ma vaghiamo fuori dai nostri nidi, fuori fuori fuori fuori, mille volte fuori dai nostri nidi.

 

 

 

 

PROVETTE

 

 

Considero il mio corpo una provetta e forse l’intero mondo è una provetta. Trovo sgradevole chi si attiene a una grammatica fatta per servi dell’esistenza e non per suoi inventori o sovvertitori. Ho sfondato il fondo di se stesso a furia di pensarmi e di saltarmi addosso. Non ho paura di vedere il vertiginoso nulla in cui si agita la ciurma delle nostre giornate. É veramente schifoso che si debba morire stando qui a fare finta di niente, a interloquire, a tacere, a coprirsi di polvere come un vecchio bicchiere.

 

 

MIA CARA TERRA

 

 

Fra poco non avrò più paura, fra poco sarò in te, mia cara terra che non mi ami, guarda come corro, come corre la mia voce, aspetta che io perda queste parole, aspetta che io perda tutto e mi vedrai in un tuo respiro mi vedrai piangere e cadere, sarò un albero, sarò un sorriso. Vengo da te senza seguire alcuna via, forse ho aperto una vena nelle stelle e non sono più nel mio corpo, se ci fossi non avrei questa faccia, se fossi nel mio corpo non avrei questi occhi che bruciano.

 

 

LE MILLE E UNA MORTE

 

 

Sempre più spesso vado in giro, lascio il mio paese ma non la mia mostruosa inquietudine, resto incollato al mio malessere con l’ansia disegnata sulla punta delle dita. l’euforia o l’ansia mi danno gli stessi problemi. se mi sento bene temo di sentirmi male, se mi sento male temo di morire. per stare al mondo io non mi devo sentire, il corpo non deve dare alcun segnale, non deve farsi sentire in alcun modo. il problema è sempre lo stesso: ogni volta penso che è arrivata l’ora della mia morte e lo penso per il fatto che penso di aver temuto troppo la mia morte e che questo timore mi abbia logorato il corpo. è una storia sempre uguale già scritta troppe volte, può intitolarsi le mille e una morte

 

 

LE MERCI

 

 

Basta vedere un film italiano degli anni cinquanta per capire come l’Italia è cambiata. Oggi le case sono colme di oggetti, le strade sono piene di automobili. Un paese zeppo di cose. Se c’è un muro qualcuno prima o poi ci incolla un manifesto. Sul frigorifero ci stanno adesivi magnetici. Non c’è superficie che non sia occupata. L’autostrada è piena di macchine e chi la guida porta con sé tanti oggetti: carte di credito, telefonino, agenda telefonica, ecc. Siamo sommersi dalle merci che produciamo e consumiamo. Abbiamo perso il senso del silenzio, del vuoto, della distanza. Tutto incombe, tra una cosa e l’altra ci sono sempre altre cose. Si soffoca in mezzo agli oggetti, in mezzo alle parole che vagano per l’aria. Le nostre città, i nostri paesi non sono scaffali della Standa da riempire. Servirebbe una politica della sobrietà, della sottrazione. Dobbiamo svuotare il mondo se vogliamo che continui a girare intorno al sole e non diventi una palla di sterco, un cumulo d’immondizia fermo in mezzo all’universo.

Torniamo per un attimo al film degli anni cinquanta, agli incontri delle persone, ai sentimenti che sembrano disegnarsi nitidamente dietro questi incontri. Un cane che abbaia, un bacio, un calcio ad un pallone, tutto avviene in un suo spazio, in un suo tempo. Adesso squilla il telefonino mentre mangiamo e stiamo vedendo la televisione. Il tempo e lo spazio sono trafitti dalle merci e noi non possiamo gettarci da nessuna parte senza dover spostare qualcosa: la legge della impenetrabilità dei corpi è la vera nemica del capitalismo selvaggio dei nostri giorni. Le merci, come le cellule cancerose tendono a moltiplicarsi in maniera incontrollata e incontrollabile. L’unico partito credibile è quello che ci promette la rivoluzione del vuoto o almeno il riformismo di perdere peso.

 

 

L’ANIMA DELLE COSE

 

 

Abbiamo questi uomini e queste donne dentro di noi e intorno a noi abbiamo questi paesaggi dentro di noi e intorno a noi, non sappiamo fino a quando guarderemo questa scena, fino a quando ci illuderemo di cambiarla. In ogni caso l’anima delle cose la trovi solo se vuoi trovarla. il mondo ti riesce vicino solo se gli corri dietro come un bimbo il suo palloncino.

 

 

 

 

LA VITA LIRICA

 
Dunque, come dicono tutti, la vita politica è incompatibile con la vita lirica. l’Italia ormai è un paese invaso dalla politica: dentro le case nei bar, dentro gli ospedali, nei letti degli amanti, ovunque non si fa altro che alzare teatrini, altari all’arte del potere. la vita lirica è riservata
ai cani, agli alberi sotto la tempesta ai folli che vagano lontano da questa immonda festa.

 

 

LA VITA è FUORI

 

 

Non è possibile che sia questa la vita che riusciamo a fare. No, la rimando dietro, in cucina, mi mangio il tavolo, mi mangio le mani, questa brodaglia quotidiana e serale, questa vivere come sparse appendici del televisore non è degno di niente, neppure della più vile zanzara, chiudiamo il ristorante, chiudiamolo, non è possibile che ci siano questi cuochi, queste pietanze vuote a caro prezzo e queste attese infinite del niente, la vita è fuori, è sgomento e avventura, non è appendere i coglioni alle grate della nostra clausura.

 

 

 

LA SOLITA STORIA

 

 

Il giorno in cui la vita si spalanca o almeno si apre in un soffio, in un crepa, per me sempre ne porta dietro un altro in cui sei vuoto e tutto ciò che vedi è inutile e si spreca. La so da tempo questa storia in cui cade l’attenzione per la realtà e solo si dà retta a ciò che non abbiamo, al mondo che non c’è, a noi che non ci siamo.

 

 

LA SALUTE FEROCE

 

 

Ci vuole una salute feroce per stare tutto il giorno davanti alla morte.
Mi sono stancato di chiedere ad altri di avere la stessa salute e mettersi il dinosauro sulle spalle e venire con me nella palude del mondo.
Io mi sono sfilato dalla vita corrente forse quando avevo tre mesi.
Non chiedetemi di incollarmi come figurina nell’album dei sopravviventi.
Io sono fatto per scalciare dal vivo, per tirare la coda all’universo e per accogliere lo sbadiglio della pulce. Neppure questo è molto, neppure questo può bastare alla mia salute feroce.

 

LA PERCEZIONE

 

 

Stiamo già cadendo, stiamo per schiacciarci, così ci vedrebbe la montagna se avesse un suo occhio. Semplicemente la nostra è una percezione estremamente diluita, per questo pensiamo di esserci e di fare ora questo ora quello, pensiamo di fare progetti o di realizzarli.

 

 

LA GIORNATA

 

 

Io dico che si deve partire da un punto qualunque, per esempio dal fatto che alle nove del mattino puoi andare in un paese vicino e sentire quello che dicono al bar un postino, un muratore, un vecchio ammalato e poi ti rimetti in moto senza sapere dove vuoi andare. sapendo che la giornata, una giornata qualsiasi è il tuo splendore.

 

 

 

 

 

IO

 

 

Io non vivo per vivere, quale che sia la forma immaginata la vita non mi può interessare. Io non vivo per morire, quale che sia la forma immaginata la morte non mi può interessare. Io non vivo proprio perché sono io: se una fiamma è solo una fiamma e un albero è solo un albero, io non potrò mai essere soltanto io e non potrò mai arrivare alla morte e resto qui disciolto in mezzo a quel che in aria è mosso e gira all’infinito.

 

 

 

 

INTANTO

 

 

Il nostro incontro e tutti gli incontri del mondo sono quelli che sono e non possiamo farci niente. Il mondo ci arriva come ci arriva e noi arriviamo al mondo con una distorsione inevitabile, è il prezzo, l’usura del viaggio. Dovremmo amarci da lontano e da fermi, statue che si guardano da pianeti lontanissimi, una fissità minerale che nulla vuole togliere e nulla vuole aggiungere. Ma intanto io adesso sono qui rinchiuso nel mio corpo che trema. E voi, voi dove siete, dove cazzo siete? Io qui che chiamo e voi non rispondete.

 

 

 

IL TAPPETO VOLANTE

 

 

Io non voglio languire in questa sonnolenza, voglio crepare e far crepare la mia ansia, voglio uscire dal mondo, voglio uscire adesso, adesso che è quasi mezzanotte, e non c’è nessuno al mondo, tutti uccisi dal sonno e dalla televisione, sono l’ultimo che è rimasto in questo paese, non c’è nessun altro, non ci sono nemmeno i morti al cimitero, non ci sono gli alberi e le panchine, non ci sono nemmeno i muri delle case e le nuvole e i fanali delle macchine, sono rimasto talmente solo che fuori di me l’universo è più leggero di un ago e questa ago è il mio cavallo, il mio aereo, la mia nave, il tappeto volante con cui voglio viaggiare.

 

 

 

 

 

 

IL PROBLEMA TOPOLOGICO

 

 

La qualità dello stare insieme non dipende dalla bellezza o dal fatto che ci odiamo o ci amiamo o ci stimiamo e dalla quantità di tali presunti sentimenti o risentimenti. Il problema è la forma che hanno alcuni individui e come la loro forma agisce con la nostra. Se un’amica ha una forma ad ago e noi una forma a palloncino è chiaro che ad ogni incontro ne usciremo bucati. Gli uomini non sono educati a percepire la loro forma e neppure quella degli altri. Sono educati a percepire la bontà o la cattiveria. Non dico che questi siano elementi inconsistenti, dico che sono percepiti in maniera deformata. Sono dettagli rispetto al cuore, al cuore estetico della faccenda. Guardate gli incontri di una qualunque delle vostre giornate, guardateli bene e vi renderete conto che è tutto un gioco di forme. Il pensare, il fare, il sognare nascono da una certa forma. Il rapporto tra le persone dipende da come ci sporgiamo fuori di noi, dipende da come i nostri bordi aderiscono ai bordi dell’altro. Alcuni pensano che il problema sia interiore. Il problema è fuori, è geografico, topologico.

 

 

 

 

 

 

 

IL MURO

 

 

In certi giorni la realtà è una palude e la rete è un muro, il mio muro del pianto. Non sto pregando dio, mi sto sbagliando: questo è il muro del vanto.

 

 

 

I CORALLI

 

 

Come se uno non potesse stare sempre con la testa giù  a raccogliere sul fondo i coralli e si accontentasse delle buste e le cartacce che stanno in superficie. Io credo che dobbiamo andare a prendere i coralli e salire su solo per l’aria. Adesso dovremmo lasciare veramente la nostra vita di sempre, lasciare nell’immersione cuore, stomaco e polmoni, per ritrovarci faccia a faccia coi coralli.

 

 

 

GLI ALTRI

 

 

Ma come sono gli altri? Non lo so, forse non lo sa nessuno. Ogni tanto provo a capirlo, getto uno sguardo, mi ritiro: gli altri non sono quelli che noi vediamo in giro.

 

 

ELOGIO DI CHI SA SPARIRE

 

 

Io dico che il sindaco non serve a niente, il vicesindaco pure e tutti gli assessori e tutti i consiglieri dell’opposizione, e gli impiegati ella posta e i mastri della scuola, e i bidelli e i  contadini, non serve a niente chi si ubriaca nei bar e chi vede la televisione, e chi passeggia in piazza e chi compra il giornale, adesso gli unici che servono a qualcosa sono quelli che sono partiti, quelli che sanno sparire, quelli che sanno liberarsi e andare via, via dai paesi e dalle città, via dai partiti e dalle chiese, dalle moglie e dai mariti, via dagli amici, via da ogni cosa vecchia e via da ogni cosa nuova, semplicemente via, via dalla banalità e anche dalla poesia.

 

 

 

 

DISPREZZA E VATTENE

 

 

Disprezza quelli che non vogliono fare la rivoluzione, disprezza quelli che si lamentano, disprezza quelli che si fanno solo i cazzi loro, disprezza quelli che disprezzano gli altri, disprezza te stesso, disprezza il fatto che hai pensato tanto a te stesso e che hai detto tante volte “io”, disprezza tutte le cose che hai provato, ma più di tutto disprezza le tue paure, disprezza quello che hai scritto, disprezza quello che hai detto, disprezza il fatto che non sei già morto e che non ti viene in mente di fare le valigie e partire nel cuore della notte verso un angolo del mondo molto lontano, vattene in Australia o Cile, vattene non per lavorare o per fare il turista, vai solo a vedere un altro angolo del mondo. La vita è solo in questi guizzi in cui ti scolli dall’abitudine.

 

 

 

DAL CONFINE DELLA CARNE

 

 

Il mio corpo vuole l’infinito, vuole uscire dal confine della carne. Se appena mi sento un po’ felice mi sento a un punto morto, l’attimo non vuole attaccarsi al successivo,  insomma non mi sento vivo.

 

 

 

ANCHE DIO

 

 

Il computer, l’automobile, la televisione, il telefonino, l’antifurto della casa, le vernici, le medicine, gli amici, le verdure, la politica, gli scrittori, la giungla chimica dei succhi di frutta, dei liquori, dei detersivi, dei biscotti, delle bambole. tutto è pericoloso, ma anche l’io è un’industria chimica, anche il corpo più sano produce veleni per vivere e pensare, anche dio è un prodotto di sintesi, non è una cosa naturale.

 

 

 

ALL’EDICOLA

 

 

Mentre leggo ad alta voce di venti bambini iracheni saltati in aria, uno stralunato inveisce a vuoto, un maestro in pensione parla dei candidati del centrosinistra, un giovane disoccupato si lamenta che hanno squalificato un calciatore per dieci giornate, il maestro in pensione vuole sapere cosa c’è in regalo oggi sul corriere della sera.

 

 

 

 

A PARTE IL MAL DI TESTA

 

 

Non c’è mai una sera che venga come una scintilla. Sempre questa fatica di essere una persona. Un esatto dir niente è quel che occorre. Rinunciare al riformatorio di se stessi, spalancarsi, chiudersi, cambia poco e quel che cambia non importa. Guardarsi forse da lontano può essere una cosa. Da lontano non si vedono certi sguardi complicati che mettiamo sulla faccia. Da dove li prendiamo? Perché il cuore resta aperto come un rubinetto e tutto il tempo è acqua che si perde? L’amore che  chiedo è disumano, è un delirio da opporre alla vile indolenza dei civili, alla noiosa sobrietà dei vivi. Non fatevi scrupolo di non pensarmi, non date cenni di gentilezza. Io sono già morto, a parte il mal di testa.

 

 

 

 

IL SINTOMO

 

 

L’agonia non è mai gentile. Non è una conversazione, non è un intrattenersi con gli amici a tarda sera. Messe, commenti, pubblici lamenti, tutto per smerciare un dolore che non hanno. La televisione, la vera chiesa del nostro tempo, ha trasformato la morte del papa in un collutorio per sciacquarsi la bocca. Ormai il mondo sta diventando un gigantesco sintomo nevrotico di un uomo che non esiste.

 

 

 

 

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Written by Arminio

24 dicembre 2010 a 8:51 am

Pubblicato su AUTORI

Una Risposta

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  1. Grazie, davvero belle queste note.

    Salvatore D'Angelo

    24 dicembre 2010 at 6:39 pm


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