COMUNITA' PROVVISORIA

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L’ITALIA CHE CERCO

cari amici, metto qui un pezzo uscito oggi sul manifesto. farà parte del libro che uscirà con mondadori a settembre 2011. intanto sto limando quello che esce a febbraio. sono stati giorni durissimi e la giornata di ieri è stata molto penosa. sinceramente tutto questo sforzo mi pare una sorta di suicidio…..

spero che tutti gli amici si facciano vivi circa il viaggio a roma, anche solo per dire che non possono o non vogliono venire: non c’è nessun problema. ricordo ancora una volta che sabato otto la comunità è convocata presso il castello di grottaminarda (ore 10.30).

*****

L’Italia che cerco ogni giorno è annidata nei paesi più sperduti, l’Italia che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, l’Italia che vive ancora solo dove è più dimessa, che non crede alla pagliacciata del progresso, l’Italia dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe file che si attorcigliano. Questa Italia vive ancora solo nel sud interno ma bisogna andare a cercarla. Ci vuole che non ci sia città, che non ci sia pianura, ci vuole che non ci sia l’industria o l’industria dell’agricoltura, ci vuole che non ci siano uffici e grandi scuole e strade dritte e mare e serre e nani nei giardini. L’Italia che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontana dall’Europa calvinista e dall’Africa animista, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. Io voglio frugare tutta la vita in questa Italia fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. Sono un guardiano della più solitaria disperazione. Sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nei bar degli scapoli. Sono vivo ad Aquilonia, a Roscigno, a Conza, ad Apice.

L’Italia che amo è quella che appare a lampi su strade periferiche, un’Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso. Amo i salti, le crepe, i vuoti che ancora allignano tra un luogo e l’altro. In certe zone il mondo sembra un panno di biliardo e anche dove è scosso e scosceso tutto è comunque in qualche modo omogeneo. Amo questa residua densità del nostro passato che ti viene incontro all’improvviso con una faccia, con un muro. Mi piace vivere in un paese spaiato, un paese che somiglia a un calzino rotto appeso a un ramo in un giorno di vento. Mi piace un’Italia felicemente sconclusionata, mai compita, sempre un po’ indisciplinata ai doveri dell’epoca. Forse per questo dell’Italia mi piace più il sud, ma solo quando non si dà arie che non sono sue, solo quando il sud pensa se stesso, non si fa pensare da altri. Mi piace l’Italia che trovo all’inizio di certi paesi, un paese in pigiama o in pantofole, un paese che non si è lavato i denti, senza moine pubblicitarie, un paese indisposto e indisponibile in cui è ancora bello viverci perché la vita tiene ancora un suo sapore, una dolcezza da consumare senza colpe, perché davanti a noi c’è sempre un paesaggio, un lenzuolo aperto tra le tempie.

Noi siamo qui, tra alture e colline che ci danno uno spazio, un confine. Qui erano le corse infantili, il pallone che rotolava in ogni luogo, gli asini che risalivano dai sentieri, i maiali davanti alle porte delle case. Adesso a un altro secolo si apre il libro dei paesi e tutti abitiamo in una sostanza senza letizia e senza dramma: il limbo di una vita passata a vagare intorno al cerchio in cui non si entra. In una società che ha sempre coltivato una sua fastidiosa e compiaciuta allergia al futuro, il lento metabolismo degli individui non poteva non produrre una maggioranza bradicardica, priva di guizzi creativi, murata in una muta, letargica ruminazione delle proprie debolezze. Ormai può dirsi compiuta la mutazione dalle miserie della civiltà contadina alle ricchezze di una modernità incivile. Ogni cosa sembra alludere all’epilogo della sua forma più che alla sua aurora. Perso e vivente è il nostro passato, è una lingua che perde pezzi se non viene detta, è lo spreco di chi non si pronuncia e consuma i miraggi che ci propone il mondo dell’economia, gigantesca fossa comune dello spirito. Eppure un’aura resiste, e certi pomeriggi hanno il polso leggero. Nei più nascosti luoghi, nei nidi del silenzio e della luce, qualcosa ancora si protende verso di noi, ma come se fosse consapevole del suo non potersi mostrare. Inutile camminare sopra il vetro del disincanto, inutile stabilirsi nel vuoto d’anguria che c’è altrove. L’importante è andare e venire, guardare e divagare. Queste sono le quattro ruote motrici per attraversare la “palude definitiva”, l’isteria, l’arroganza di chi si comporta con il mondo come un adulto verso un bambino. In realtà, il mondo è più grande di noi e più incomprensibile. È  necessario che ognuno scriva il suo romanzo civile, fatto di sogno e ragione. Basta andare dietro il paesaggio, misurarne con calma le luci e le ombre. Non c’è bisogno di alcun giudizio preordinato. Le cose si riveleranno per quello che sono. Forse niente può darci riparo una volta per sempre, ma possiamo costruire una comunità degli affetti per salvare un alone di noi stessi e degli altri e quello che resta del nostro paesaggio, la sua bellezza senza ornamenti, il suo petto che sa di ginestre adolescenti, il suo mento reso aguzzo dal vento.

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Written by Arminio

5 gennaio 2011 a 8:27 am

5 Risposte

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  1. Non so quando,

    ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo

    per sviluppare arti e scienze,

    porre i semi della nuova cultura

    che fiorirà, inattesa, improvvisa,

    proprio quando il potere si illuderà di avere vinto.

    Giordano Bruno (Nola 1548 – Roma 1600)

    Arminio

    5 gennaio 2011 at 11:04 am

  2. Franco questo tuo scritto è un testamento. Descrivi un mondo che sta andando via, trasportato dalla corrente tumultuosa di questo fiume in piena della globalizzazione ad ogni costo.
    Ci vediamo domattina.
    Ciao.

    giovanni ventre

    5 gennaio 2011 at 11:47 am

  3. giovanni ti sto cercado.
    quando ci vediamo e dove e con quale macchina si incede….
    chiamami
    388 7622101
    0825 89259

    Arminio

    5 gennaio 2011 at 1:05 pm

  4. limpido il tuo pensare e il tuo scrivere.

    ma ti vorrei dire due cose (paiono a me):
    1) quasi alla fine (e tutti insieme) fuoriescono dal sacco male serrato del tuo umanesimo: romanzo, civile, ragione, sogno (se contrapposto a ragione), misurarne, giudizio, preordinato (addirittura!). forse stai ancora cercando la tua visionedelmondo, ovviamente provvisoria…
    2) “In una società che ha sempre coltivato una sua fastidiosa e compiaciuta allergia al futuro…”. Io non sono certo che sia così. una società contadina è per definizione ‘previdente’: ogni gesto è radicalmente costitutivo di fatti futuri, tra l’altro finalizzati a prendere e non a dare.
    oggi, l’unico rapporto con il futuro del cittadino medio sono le scadenze delle rate…
    3) con grande affetto

    paolo

    5 gennaio 2011 at 1:41 pm

  5. paolo
    non si può dire che non mi leggi….

    Arminio

    5 gennaio 2011 at 1:43 pm


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