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Il ceppo natalizio e il vischio

IL GIARDINO DELLA GRANDE MADRE* _ a cura di Franca Molinaro

Molte sono le forme vegetali che compaiono nel periodo dell’Avvento, dal ceppo all’abete, dal vischio al pungitopo o l’agrifoglio, di recente introduzione la stella di natale. Tutti simboli provenienti da una antica tradizione pagana reperibile in ogni continente, così è l’albero simbolo del congiungimento tra cielo e terra, albero cosmico presente in tutte le civiltà. Nel nostro entroterra l’albero di Natale è arrivato nel secolo scorso, ma era comunque presente come simbolo nel ceppo natalizio. Praticamente il ceppo era una grossa sezione di tronco di quercia, di cerro o leccio, un legno duro che garantisse carboni e lunga durata. Si diceva che il ceppo posto nel caminetto la sera del ventiquattro doveva restare acceso fino al giorno dell’Epifania, cosa difficile, in effetti, il ceppo, per grande che potesse essere, resisteva un paio di giorni. La sera del ventiquattro, il capofamiglia sceglieva un grosso ceppo, vi incideva una croce e lo portava davanti al caminetto; prima della cena riuniva tutta la famiglia, si inginocchiava, baciava il legno e si segnava con una croce. Tutta la famiglia seguiva lo stesso rito poi si dava inizio alla recita delle preghiere ed infine si cenava.

Dopo la cena il vicinato si riuniva per il falò che aveva allestito nei giorni precedenti con materiali ecologici dismessi dall’uso. Intanto, nel caminetto, il simbolico ceppo continuava a dare calore e brace, in alcune località se ne conservava la cenere o i carboni spenti per successivi riti propiziatori o apotropaici. Di fama internazionale, invece, è una pianta la cui sacralità affonda le radici nella notte dei tempi, ai quattro angoli della Grande Madre. Le civiltà mediterranee la tennero in gran considerazione, quelle nordiche la consideravano la pianta sacra per eccellenza, persino nell’impero del sol levante era stimata per la sua filiazione divina. Stiamo parlando del vischio, Viscum album, della famiglia delle Lorantaceae, una pianta semiparassita di alcuni alberi ad alto fusto.

Quasi 2000 anni fa, Plinio il Vecchio scrive del vischio riportando i riti sacri dei Druidi della Bretagna. I sacerdoti Celti ne avevano una cura maniacale, il capo dei Druidi raccoglieva il vischio  con un falcetto d’oro e lo faceva cadere in un lenzuolo, poi, gli altri Druidi lo mettevano in un bacile d’oro che esponevano alla venerazione del popolo. Il ramo era infine immerso in acqua per trasferire le sue proprietà officinali ed apotropaiche, si riteneva infatti che tale acqua preservasse dalle malattie e dai sortilegi. Plinio spiega che il vischio raccolto proveniva dalle querce, alberi sacri al Dio dei cieli e della folgore, pertanto era considerato come una emanazione della divinità. Per placare la divinità della recisione del “fuoco sacro” erano sacrificati due tori bianchi legati per la corna la prima volta. Per i Celti era sacra la quercia e tutto ciò che vi nasceva sopra era manifestazione della divinità, impadronirsene significava entrare in possesso dei poteri divini. Nel cespuglio del vischio era presente lo spirito della folgore sopita.

Significativa è un’altra leggenda nordica secondo cui il figlio di Odino, divinità invulnerabile grazie ad una richiesta della madre Frigg a tutti gli esseri viventi, fu abbattuto da uno strade di vischio, unico essere che non aveva fatto giuramento di inoffensività. 

 Contemporaneamente, la civiltà mediterranea assumeva il vischio come pianta magica per eccellenza. James Frazer riferisce il sanguinoso rito che si svolgeva nel boschetto di Nemi, sacro a Diana: il re-sacerdote di tale bosco custodiva un “ramo d’oro” sopra una pianta di quercia e si aggirava inquieto, con una spada sguainata per impedire che un legittimo successore potesse ucciderlo ed impadronirsi del ramo per regnare egli stesso con lo stesso terrore. Virgilio, nell’Eneide, fa dire a Enea dalla Sibilla Cumana, che non può scendere nel Tartaro per rivedere il padre Anchise, senza aver staccato da un albero un ramo dalle foglie d’oro. Una coppia di colombe, messaggere di Venere sua madre, aiutano Enea a recuperare il virgulto aureo. In possesso del ramo d’oro poteva placare l’ira del barcaiolo infernale convincendolo a traghettarlo sull’altra riva dello Stige sulla fragile barca che s’inclinava sotto il peso di un corpo vivente. Il vischio, spiega il Frazer, nei boschi secchi d’autunno, conteneva simbolicamente il seme del fuoco, solo questo poteva condurre seco Enea per affrontare il buio del Tartaro e gli spaventosi spettri che avrebbero insidiato il suo passo, non a caso, da sempre svolge una funzione apotropaica. Dopo la cristianizzazione dell’Europa, in Francia, nel XV secolo, si svolgeva una cerimonia simile a quelle druide detta “guilanleuf” cioè vischio dell’anno nuovo, a questo si ricollegano le odierne usanze che lo vedono come un buon augurio nei delicati periodi di transizione. Passare insieme ad una ragazza sotto una porta dove è appeso il vischio autorizza a baciarla.  Se questo non accade la ragazza resterà zitella ancora per un anno, per ovviare al problema, se problema costituisse, la giovane dovrà bruciare un rametto di vischio il giorno dell’Epifania.

Frazer riferisce ancora che in Svezia era raccolto nei due equinozi e si utilizzava per costruire delle bacchette da rabdomante ma invece di scoprire l’acqua cercavano l’oro. La verga era riposta a terra al tramonto e si muoveva se in quel luogo c’era un tesoro. La Chiesa non volle subito accettare la simbologia del vischio, una leggenda narra che il legno della croce fosse stato di vischio perché fu l’unico albero a non cadere in pezzi davanti ai carnefici che cercavano un buon pezzo su cui crocefiggere Gesù, da quel momento fu maledetto e costretto a crescere rachitico e senza radici.  Ma la legenda non oscurava la gran fama del vischio allora l’istituzione trovò la giusta applicazione per commutare l’usanza pagana in simbolismo cristiano; la pianta che nasce dal cielo, senza radici, luminosa e misteriosa non poteva che essere associata a Cristo.

Il vischio è un semiparassita insinuatosi sotto la corteccia di un albero tramite l’aiuto degli uccelli, questi mangiano le bacche appiccicose poi si puliscono il becco sulla corteccia di altri alberi e lasciano attaccati i semi. Le piante ospiti sono di solito salici, pioppi, meli selvatici, querce, peri selvatici. È difficile raccoglierlo perché è posizionato molto in alto sui rami ma, a volte cresce sugli arbusti di Pirus piraster, come in Alta Irpinia. In inverno si copre di splendide bacche bianche molto tossiche per gli uomini. L’intossicazione si manifesta con diarrea sanguinolenta, vomito e sete, fino alla brachicardia, l’ipotensione e infine lo shock. Già conosciuto da Galeno e Dioscoride, è menzionato abbondantemente da Plinio che lo ritiene utile contro scabbia, gonfiore ed epilessia, favorisce inoltre la fecondità nelle donne o nelle femmine in genere.

In Irpinia Beniamino Tartaglia lo riporta nei suoi quaderni come una panacea impiegata nelle cardiopatie, circolazione del sangue difettosa, epilessia, indigestione, ipertensione, malattie dell’infanzia, paralisi, reumatismi, scabbia, sciatica. Paola Silano lo menziona nel testo “Vegetazione spontanea lungo il Regio Tratturo”, come simbolo festivo sotto cui scambiarsi gli auguri.

 Le parti utili sono le foglie ed i rami giovani ma va comunque evitato l’automedicamento. È indicato attualmente in erboristeria come pianta ipotensiva e diuretica, antiarteriosclerotica, emostatica, utile nei casi gravi di epilessia e isterismo. Componenti attivi sono: colina, acido oleanolico, alcoli resinici, arginasi, sierina. È utilizzata in decotto, tisana o tintura madre.

Arteriosclerosi

Decotto:  in mezzo litro di acqua si fanno bollire per cinque minuti 5 gr. della pianta tritata. Si filtra e se ne prende una tazzina ogni quattro ore.

Epilessia

Tisana: triturare un cucchiaio di foglie di vischio e lasciarle in infuso in una tazza di acqua bollente. Ripetere l’operazione tre volte al giorno.  

_* rubrica su Ottopagine a cura di Franco Molinaro

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Written by A_ve

6 gennaio 2011 a 12:06 pm

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