COMUNITA' PROVVISORIA

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l’ABETE

IL GIARDINO DELLA GRANDE MADRE _ a cura di Franca Molinaro

 

Trascorsa l’Epifania, “Ogni festa piglia la via” come dice un vecchio proverbio irpino ma “Rispunnivo Santo Bonito: Ce stace puro ancora la mia”, il permaloso santo bonitese voleva ricordare che le feste invernali finivano il 15 gennaio, appunto il giorno di San Bonito, giorno in cui “Ogni mogliera vatte a lo marito”. Ma non si prenda la cosa alla lettera perchè non accadeva affatto questo altrimenti il resto dell’anno sarebbe diventato un inferno peggiore a quanto già non fosse. In ogni modo, con queste festività terminava il ciclo invernale e ci si avviava verso un’altra ricorrenza calendariale, quella del 17 gennaio e cioè di sant’Antonio Abate, giorno in cui inizia il carnevale momento di intervallo e rivoluzionamento di un vecchio stato di cose per avviarsi alla rinascita primaverile. Il solstizio invernale, in cui il sole ha toccato il fondo, è ormai superato da giorni, la vita sopita nella terra ricomincia a pulsare con le prime gemme, la Grande Madre si risveglia dal sonno della “nera” notte. Il nero era il colore della divinità, oscurità-utero in cui si emulsionava la vita e la morte in attesa della resurrezione. Nero, colore trasmesso ad alcune icone di Vergini mediterranee ed infine alla Vergine cristiana e non a caso il primo gennaio è dedicato alla Vergine Maria, unica donna, nella cultura occidentale, che potesse ereditare la simbologia arcaica della vita feconda e, come la Grande Madre, capace di generare senza compagno. La rinascita, dunque è affidata alle gemme tenere che cominciano a gonfiarsi sui rami del gelsomino invernale o della cydonia del Giappone, a tutti quegli arbusti decidui che presto si copriranno di magnifici fiori.

Non occorre più un albero sempreverde che testimoni la presenza della vita vegetativa durante il lutto di Demetra, l’abete, compagno delle feste natalizie è smontato e riposto in giardino. Le luci sono spente, ormai c’è una luce nuova ad illuminare il mondo, una luce che si rivela ai maggi con l’Epifania e mano mano, nel corso dell’anno si manifesta con diversi avvenimenti. Sebbene l’albero di Natale sembri una modernità, come già dicemmo nella scorsa puntata, la sua presenza è da riscontrarsi nel ceppo natalizio mentre, più a fondo nelle civiltà mediterranee lo troviamo in Egitto come albero della Natività non meno importante della palma sotto la quale era nato il dio Biblos, prototipo di Osiride predinastico. In Grecia l’abete bianco era sacro alla dea Artemide, la Luna protettrice delle nascite e sacro anche per Elàte, dea della Luna nuova. L’abete è considerato come un albero cosmico infatti, in alcune tradizioni, è presente un abete altissimo che nasce dall’ombelico della terra e raggiunge il cielo collegando, con le radici gli inferi, con il tronco la terra e con i rami il cielo. A Nord delle Alpi, i montanari ritenevano che l’abete ospitasse il Genio della foresta perchè, probabilmente, quest’albero è il più maestosi dei boschi europei. i boscaioli credevano che il Genio si lamentasse ogni volta che un abete doveva essere abbattuto. Si credeva che il Genio dell’abete vegliasse sul bestiame e sulla prosperità. Nell’Hannover, il martedì di carnevale si battevano, simbolicamente, le donne, con rami di abete per favorire la fecondità. I Celti consacravano l’abete nel giorno della nascita del Fanciullo divino, giorno che seguiva il solstizio invernale. Alla stessa matrice simbolica può essere paragonato l’albero che caratterizza le feste natalizie baianesi, il Maio, ovvero un altissimo Laburno secolare, ma di questo parleremo in futuro. Nei paesi latini, la tradizione dell’abete natalizio è assente, venne istituita nel 1840 dalla principessa Elena di Mecklenburg, sposa del duca di Orlèans, figlio di Luigi Filippo, ella lo introdusse a corte suscitando la sorpresa di tutti. Presto la novità si diffuse più a Sud e la Chiesa riciclò il simbolismo dell’abete per farne un emblema proprio del cristianesimo, l’albero divenne immagine di Cristo dispensatore di bene e luce per l’umanità.

Oggi l’abete è impiegato per il rimboschimento di aree scoscese in ogni parte d’Italia, in tal modo è diventato tipico del paesaggio anche meridionale. L’impianto di boschi artificiali favorisce la vita di diverse specie. Man mano che le conifere crescono permettono alla luce di filtrare la chioma e raggiungere il suolo favorendo lo sviluppo di un discreto sottobosco composto di felci, rovi, digitale, epilobio. Anche gli animali si trovano a loro agio tra i rami o nel bosco più folto. Scoiattoli, rapaci, e uccelleti di diversa taglia trovano cibo e protezione tra gli aghi mentre nel sottobosco vi scorazzano mammiferi vari quali la volpe, il tasso e il cinghiale.

L’Abete bianco è spesso confuso con l’Abete rosso sia per il suo habitus che per il nome comune attribuitogli. Entrambi usati come albero da addobbare in ricorrenza del Natale. Il primo, Abies alba, il secondo Picea abies, entrambi della famiglia delle Pinacee, del genere Abies l’abete bianco, del genere Picea l’abete rosso. L’abete bianco si riconosce con facilità per alcune note caratteristiche, ha forma conica con apice spesso tronco, può raggiungere i 40-50 metri di altezza, la chioma verde cupo con riflesso grigiastro, il tronco chiaro simile al faggio, i rami disposti orizzontalmente, mai penduli, gli agli disposti a pettine ai lati dei rami, lo distinguono per la presenza nella pagina inferiore di due linee bianche, sono piatte e lunghe fino a 30 mm.. È tipico dell’Appennino anche se è possibile trovarlo anche sulle Alpi. Alto fino a sessanta metri, l’abete rosso è ricercato per il legname fornito, veloce alla crescita produce grandi quantità di legno utilizzato in falegnameria, per la produzione della carta, per la realizzazione di strumenti musicali, in particolare per la cassa del violino. In passato, dalla resina dell’abete rosso si ricavavano pece e trementina mentre dai rametti si distillava una sorta di birra. In alcuni Paesi, la corteccia ricca di tannino è usata per la concia delle pelli. I frutti sono conici e femminili che si sfaldano a maturità lasciando cadere le brattee ed i semi in esso contenuti. La droga consiste nelle gemme e nei rametti giovani muniti di foglie. Si possono conservare essiccandole all’ombra in luogo aerato e asciutto. La pianta ha proprietà balsamiche, espettoranti, leggermente antisettiche, diuretiche, rubefacenti. I suoi principi attivi sono un olio essenziale, resine e tannini. Principale proprietà è quella di alleviare i disturbi connessi alle vie respiratorie ma anche disinfettante delle vie urinarie. Per l’uso esterno si sfruttano le proprietà rubefacenti per stimolare la circolazione sanguigna valido nei reumatismi e come antisettico e deodorante. L’assunzione per uso interno, a taluni soggetti possono risultare di difficile digestione per questo, chi vuol provare i decotti a base di abete, deve iniziare con preparazioni diluite. Una manciata di gemme o rametti freschi, legati in un sacchettino di tela e immersi nell’acqua del bagno o del pediluvio hanno la proprietà di alleviare la stanchezza, tonificare e deodorare la cute dopo una intensa giornata di lavoro.

Decotto per i disturbi dell’apparato respiratorio e delle vie urinarie.

Far bollire 2 grammi di gemme di abete in 100 millilitri di acqua, per 10 minuti. Filtrare e assumerne una tazza due volte al giorno.

Decotto per attivare la circolazione cutanea e disinfettare la cute

Far bollire 5 grammi di gemme, rametti e foglie in 100 millilitri di acqua. Filtrare e applicare sulla cute per mezzo di garze imbevute di decotto.

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la rubrica domenicale “il giardino della grande madre” è tenuta da franca molinaro su ottopagine; l’abete è stato pubblicato il 9 gennaio 2011

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Written by A_ve

10 gennaio 2011 a 8:03 pm

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