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Oro incenso e mirra

Il Giardino della Grande Madre di Franca Molinaro

Con l’Epifania del Signore una nuova luce si è irradiata sull’umanità, la luce del Salvatore che è nato contemporaneamente al nuovo anno. Gli Orientali chiamavano questa festa “eortè ton phothon” cioè “festa delle luci” eco dell’antica tradizione mazdeica del Fuoco e della Luce, in alcuni dialetti, invece, è definita “Pasqua bofania” che sta a significare all’incirca la stessa cosa. L’Epifania, festa cristiana, è anche epifania della vita sopita nei rami spogli degli alberi, nei semi dal cotiledone gonfio, nascosti sotto la neve. La Befana, che appare alla fine del periodo di transizione tra il vecchio e il nuovo anno, per la Chiesa fine del Tempo di Natale, è una delle immagini di Madre Natura che giunta alla fine del ciclo vegetativo appare rinsecchita e prima di morire affida al nuovo ciclo i suoi doni, i semi, grazie ai quali ricomparirà come giovane vergine primaverile. In alcuni paesi è festeggiata il primo dell’anno allo stesso modo di Giano, la divinità con un volto vecchio rivolto al passato ed un volto fanciullo rivolto al futuro.

Questo simbolismo cristiano-pagano è convalidato dalla strana festa di Santa Cristina di Sepino, l’antica città romana di Saepinum in provincia di Isernia. La santa è celebrata il 24 luglio, ma la festa più rilevante è quella del 9 gennaio. La sera del 9 gennaio, le autorità locali, accompagnate dalle “vergenelle”, si recano in chiesa portando in dono alla martire, sopra un vassoio d’argento, oro, incenso e mirra, gli stessi doni che i Magi offrirono al Signore. Probabilmente, la festività della santa è una filiazione della befana e, ancora più a ritroso della vecchia Madre che in questo periodo si rigenera. L’oro è simbolo della divinità, in molte culture rappresenta la carne del dio. L’incenso, una gommoresina ricavata dall’arbusto Boswellia carteri dell’Ordine Terebinthales, è stato usato a scopi medicinali e rituali sia nell’area del bacino del Mediterraneo che nelle regioni mesopotamiche o dell’altopiano iranico.

L’organizzazione del traffico dell’incenso e della sua commercializzazione, dal II millennio a.C. in poi, è stata detenuta dalle varie culture yemenite chesi con i regni di Saba, dei Minei, del Qataban, di Awsan e del Hadramawt. Frequentemente i regni etiopici hanno invaso le aree sud-arabiche proprio per controllare tali traffici e trarne profitto.

L’incenso è simbolo di unione tra il visibile e l’invisibile, il fumo che emana durante la bruciatura  ascende al cielo e mette in contatto con la divinità che vi ha sede per questo l’uso liturgico è attestato fin dalle epoche più antiche. In tutto il mondo, dalla Cina alle Americhe, da sempre, l’incenso ha accompagnato i riti sacri. Tuttora numerose religioni usano stabilmente questo prodotto per glorificare simbolicamente la divinità.

Ma l’incenso ha anche virtù terapeutiche, nell’arte medica antica erano prescritte fumigazioni a base di incenso per scacciare i vapori nocivi alla salute e le antenate sapevano che l’inalazione dei suoi fumi aiutava nei catarri e fungeva da espettorante ed antisettico delle vie respiratorie. Ancor oggi, nei paesi arabi, l’incenso conserva un posto ben preciso nella farmacopea popolare come espettorante e antisettico per mezzo di fumigazioni e inalazioni sfruttanti la gommoresina estratta dai rami e dalle foglie della pianta. In Occidente è utilizzato l’olio aromatico estratto dalla resina gommosa. Nell’aromaterapia è noto per le proprietà rilassanti a carico della mente e del corpo, antinfiammatorie e astringenti. Infine è consigliato nella cura dell’asma, delle malattie da raffreddamento, contro le rughe, la depressione e l’ansia. Attualmente il consumo di incenso è in forte calo. Il periodo di più larga diffusione e consumo si ebbe negli anni ’30 e ’40 del Novecento, anni del colonialismo italiano difatti, una quantità considerevole proveniva dalla Migiurtinia, territorio della Somalia Italiana ed era commercializzato sul mercato di Aden. L’Asia orientale conosce l’incenso ricavato dal legno del sandalo (Santalum album) delle Santalaceae. 

La mirra, terzo elemento nei doni dell’Epifania, da sempre è mezzo di purificazione grazie ad un miracoloso potere apotropaico. Il termine “mirra” deriva dal latino myrrha, che a sua volta derivato dal greco e da una radice semitica che significa “amaro”. È  una gommoresina aromatica che può essere anche alterata come polvere. Trasuda dalle piante di Commiphora myrrha, arbusti della famiglia delle Burseraceae. La storia della mirra è parallela a quella dell’incenso, era conosciuta nell’Egitto dei faraoni ed era utilizzata nell’imbalsamazione. Nella Bibbia compare già nel libro dell’Esodo, è uno dei principali componenti dell’olio santo per le unzioni. Nel Cantico dei Cantici è citata ben sette volte come profumo. Nella Grecia antica era ampiamente utilizzata, fino a mescolarla con il vino. Compare nella mitologia antica come Smirna. Le fonti sono discordi, non tutte danno la stessa versione ma si è propensi a far risalire la sua filiazione a Cinira re di Cipro. La regina sua madre si vantò della bellezza della fanciulla tanto da farla apparire più bella di Afrodite, in questo modo attirò sulla fanciulla la vendetta della dea che fece innamorare Mirra, di suo padre. Approfittando di un momento di ubriachezza di Cinira, Mirra si coricò con lui ed ebbe un amplesso restando incinta. Quando il padre si rese conto dell’incesto compiuto inseguì la fanciulla per ucciderla ma, dietro clemenza di Afrodite, Mirra si trasformò in albero. Intanto la spada di Cinira colpì il tronco della pianta e ne uscì un fanciullo bellissimo che Afrodite prontamente prese con sé; il fanciullo era Adone destinato a morire per via di una ferita letale procuratagli da un cinghiale. Dalle gocce del sangue di Adone, sparso al suolo, nacque il bellissimo anemone (Anemone hortensis) che fiorisce in febbraio nei boschi di querce, negli uliveti e nelle zone a mezz’ombra.

Esistono circa cinquanta specie di piante del genere Commiphora, crescono sulle rive del mar Rosso, nel Senegal, in Madagascar e in India. La specie più comune per la produzione della mirra è la Commiphora myrrha propria della penisola arabica, della Somalia, dell’Etiopia e del Sudan. L’arbusto fiorisce alla fine dell’state, sul tronco compaiono una serie di noduli dai quali cola, in piccole gocce gialle,  la resina. Questa viene raccolta quindi seccata e commercializzata grezza o polverizzata.
Una gomma simile, detta balsamo della Mecca, è prodotta da un’altra pianta della stessa famiglia, la Commiphora opobalsamum. Attualmente la mirra è una componente di diversi prodotti farmaceutici proprio per le sue proprietà disinfettanti ma è usata soprattutto in profumeria. In Francia ed il Belgio si trova sotto forma di tintura ed è utilizzata sia pura, da mettere direttamente sulle piaghe oppure con acqua per risciacquare la bocca, per curare le afte, le infezioni delle mucose del cavo orale e le ulcerazioni di detti tessuti. Dalla distillazione della mirra si ricava un olio essenziale utilizzato nella cura dell’apparato digerente, da oltre 3000 anni è infatti utilizzata come disinfettante delle vie intestinali. Recenti studi effettuati da un docente universitario toscano, Paolo Dolara, e pubblicati sulla rivista Nature, hanno segnalato la mirra come un potentissimo analgesico che ha lo stesso meccanismo d’azione della morfina. In alcuni paesi, la mirra è utilizzata come conservante per cibi rapidamente deperibili.

Franca Molinaro scrive su Ottopagine

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Written by A_ve

22 gennaio 2011 a 1:35 pm

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