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PAESAGGI IRPINI

Ricevo e pubblico volentieri questo articolo di Michele Fumagallo, con intervista al Delegato FMA Giuseppe Morsa. La Fiat di Pratola Serra è un “luogo” della produzione, (dunque un luogo della vita)  che va posto sotto l’occhio attento della nostra riflessione paesologica. Una delle suggestioni sollevate da Franco Arminio è quella della teoria della “decrescita” di Serge Latouche. Teoria che mette in discussione “questo” modo di produrre, fondato sull’idea dell’accumulazione dei beni ad libitum, cui la natura si sta incaricando di dimostrare che è pura follìa. E allora, se va “ripensata” una nuova organizzazione del lavoro, è possibile non interrogarsi su questo “modo” di produrre, che mostra ormai con evidenza tutti i suoi limiti?. E’ pensabile fondare la riorganizzazione del lavoro sulla liquidazione pura e semplice dei diritti di chi quella ricchezza la produce?  Tutto questo può essere avulso dalla riflessione sul territorio, sul paesaggio e su una nuova proposta di paesaggio, che qui andiamo elaborando, seppure in maniera non organica e – per fortuna- non apodittica?  Io credo che, “prestando ascolto” a questo articolo di Fumagallo  – e alla conseguente intervista a Morsa – gli interrogativi da me posti si arricchiscono di un nuovo punto di osservazione, affatto peregrino. (Salvatore D’ Angelo)

PRATOLA SERRA A MOTORI SPENTI

Rinnovamenti, fabbrica integrata, snellezza giapponese, modello partecipativo, prati verdi. Erano le promesse della Fiat per la fabbrica di motori più importante per la casa di Torino, «gemella» dello stabilimento di Melfi al sud. Invece ora impera la cassa integrazione e una classe operaia giovane, età media 28 anni, si trova senza futuro. Un rappresentante della Fiom e un docente universitario hanno raccontato il caos

di Michele Fumagallo

PRATOLA SERRA (AVELLINO) – Gli studi sul mondo operaio, e soprattutto sul rapporto tra mondo operaio e territori, non sono più all’ordine del giorno come in anni lontani quando hanno fatto da spartiacque per la cultura più avveduta in Italia. E sono stati momenti di crescita per molti perché lavoro e cultura stavano insieme, e c’era un mondo di intellettuali estranei alla fabbrica che aveva un grande desiderio di capire e di immedesimarsi nella condizione operaia vissuta come “maestra” di vita per tutti. Altri tempi. Tuttavia le analisi e le inchieste sulle fabbriche sono continuate, e sono state spesso di grande utilità per tanti. Una di queste è il rapporto sulla Fma, fabbrica di motori Fiat situata in Irpinia. Un rapporto che può aiutare a capire proprio in un periodo in cui la Fiom si sta mobilitando per difendersi dagli attacchi antidemocratici di Fiat.

È stata sempre vissuta come la fabbrica gemella di Melfi perché anche qui furono promessi a iosa dalla Fiat rinnovamenti, “fabbrica integrata”, snellezza giapponese, modello partecipativo tra operai e azienda, prati verdi e quant’altro. Ma col tempo, anche qui si è rivelato l’inganno. Una fabbrica è una fabbrica comunque la si chiami, il lavoro dipendente è lavoro dipendente comunque lo si nomini, lo sfruttamento è sfruttamento e basta anche se gli cambi il nome. Parliamo della Fma (Fabbrica Motori Automatizzati) di Pratola Serra alle porte del capoluogo irpino: l’insediamento più importante per i motori delle autovetture Fiat. Un insediamento dove si è abbattuta da tempo la spada di Damocle di Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, nonostante si parli di una fabbrica dove gli operai hanno lavorato, tanto e bene. Senza molti “capricci”: qui la flessibilità è stata notevole, i ritmi rispettati anche nel lavoro notturno che prevedeva la seconda battuta (cioè due settimane di lavoro notturno continuato), l’assenteismo è stato quasi assente. E naturalmente il tutto è avvenuto, come a Melfi, usando i privilegi (per la Fiat) del contratto di programma che prevedeva, all’inizio degli anni 90 del secolo scorso, finanziamenti congrui dalla Stato e diritti e salari ridimensionati. Qualcosa col tempo è cambiato anche in meglio per gli operai, soprattutto dopo la grande lotta degli operai di Melfi del 2004: pensiamo tra l’altro al lavoro notturno meno massacrante. Ma le cose si sono aggravate con la crisi economica e l’assoluta incapacità della Fiat di dare un futuro serio ad un azienda che pure aveva raggiunto obiettivi ambiziosi dopo l’accordo con la General Motors. Oggi la Fma è una fabbrica dove si cammina a tentoni, senza nessun progetto per il futuro, con la cassa integrazione imperante che ha decurtato i salari di operai che spesso pagano mutui per la casa di 600 euro, impegni presi quando le cose tiravano e non si immaginava però l’orlo del precipizio di oggi. Un baratro che si è aperto per una classe operaia giovane (in media 38 anni), lasciata per ora in balia dell’incertezza più assoluta. Viene perciò a puntino lo studio che una avanguardia di fabbrica, Giuseppe Morsa, Rsu Fiom, e un docente dell’università di Salerno, Francesco Pirone, hanno elaborato sulla Fma.

 

È un rapporto dal titolo significativo: “A motori spenti”. E mette a nudo, nella crudeltà dei numeri, il caos in cui si trova la politica industriale in Italia. Al sud poi è peggio, con industrie spesso avulse dal territorio (poco è cambiato dalle “cattedrali nel deserto” degli anni 60 e 70), nel senso che la cultura industriale (generale e sociale) di cui dovrebbero essere portatrici, è spesso inesistente, e in pratica si lavora, non in un territorio specifico, ma in un territorio astratto, “sulla luna”. È un discorso complesso che ci porta all’incapacità delle classi dirigenti (e anche dei sindacati) di analizzare il territorio di intervento in modo corretto, con un approccio che integri i vari settori produttivi, che usi le risorse locali, che apra agli investimenti dentro una logica di radicamento sui luoghi e sulle esigenze delle persone (dei lavoratori innanzitutto). La Fma, pur importante, come del resto la Sata di Melfi, non è mai stata questo. Discorso lungo e indispensabile per capire e intervenire. Discorso inutile da fare con personaggi come Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, figlio perfetto della globalizzazione capitalistica, per cui i luoghi non sono storia e relazioni ma posti da sfruttare e consumare.

 

Il rapporto di Morsa e Pirone non è certo completo perché manca la vita delle persone, degli operai, di ciò che pensano, di come si sono formati; insomma l’aspetto più prettamente e completamente politico della faccenda, cosa che in altri periodi storici (pensiamo agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso) sarebbe stata non solo normale ma prioritaria, ma tant’è. Ce ne fossero di analisi e dati che ti aiutano a capire e a leggere una realtà non più semplice come nei decenni passati ma complessa e spesso sfuggente come del resto la società che ci circonda. Dunque nel rapporto viene evidenziata, con ricchezza di dati, l’assurda situazione che vive la fabbrica, dapprima produttrice del settore medio alto dei motori, oggi appesa al filo dell’incertezza del futuro, tanto più dopo la fine della collaborazione con la General Motors da cui dipendeva ben un terzo della produzione dei motori di questa fabbrica. Poi la messa a nudo che il “prato verde”, cioè l’inizio dei nuovi rapporti tra operai e dirigenti e tra operai e territorio, è stata una leggenda. Ancora: che l’azienda è estranea al territorio, una cultura industriale complessiva degna di questo nome non c’è mai stata.

 

E oggi? Come sarà usata la sapienza di questi operai irpini? Per quali segmenti di motori, e di quali automobili? Tutto è ancora in alto mare, alla mercé di Re Marchionne che ancora non si decide a scoprire le carte dei suoi progetti. Nel frattempo è più interessante ascoltare qualche risposta, nell’intervista a lato, dalla viva voce di uno dei protagonisti dell’inchiesta e delle lotte in Fma, Giuseppe Morsa.

 

 

–––

 

 

Intervista

 

«IL RISCHIO ORA CON MARCHIONNE È CHE QUI FINISCA TUTTO»

 

 

Giuseppe Morsa (Fiom): «Lavoriamo solo otto giorni al mese. E in molti hanno difficoltà a pagare i mutui»

 

 

 

 

di M. Fu.

 

 

PRATOLA SERRA (AVELLINO) – Giuseppe Morsa, 40 anni, sposato con due bambini piccoli, è membro della Rsu Fiom della Fma. Entrato in fabbrica giovane nel 1995, già tre anni dopo era eletto delegato della Rsu in quota Fiom. Adesso è impegnato, sempre per la Fiom, per le prossime elezioni dei delegati di fabbrica (25 gennaio). Aderisce al partito vendoliano di Sel.

 

 

Perché quel titolo “A motori spenti”?

 

Ma perché il rischio reale è che i motori di questa fabbrica si spengano davvero. Tieni presente che oggi lavoriamo soltanto otto giorni al mese senza nessuna prospettiva per il futuro. Con la cassa integrazione si arriva a uno stipendio di 900 euro con cui fai ben poco. Ci sono tanti operai con mutui che non riescono più a pagare.

 

 

Ma da dove nasceva l’esigenza di questo studio?

 

Dal fatto che avevamo compreso che non tutti gli addetti ai lavori conoscevano la Fma. È stata, all’inizio, pura questione tecnica. Poi, però, con l’andare avanti, abbiamo capito l’importanza della cosa, che poteva diventare anche questione più complessa e politica. E soprattutto è stato più chiaro anche per noi, non solo cos’è lo stabilimento, ma quale può essere la via d’uscita.

 

 

E quale può essere la via d’uscita?

 

Un rafforzamento sia della Fiat che dell’indotto partendo dall’innovazione tecnologica e di prodotto. Con la fine dell’accordo con la General Motors, che acquistava un terzo dei motori, si è andati in crisi. Se non c’è un nuovo cliente, il rischio è serio. Da questo punto di vista, anche l’accordo con la Chrysler potrebbe essere conveniente, ma non sappiamo nulla, non ci è concesso di sapere nulla.

 

 

Dal rapporto si evincono tante cose. Qual è quella che dà più l’idea della fine delle illusioni su accordi voluti per favorire le imprese?

 

Abbiamo capito che la flessibilità non comporta nessun automatismo per la buona occupazione. La storia della Fma ci ha insegnato questo: la flessibilità non dà premi automatici, anzi.

 

 

Com’è stato il rapporto col territorio, in senso lato?

 

La classe dirigente locale è totalmente incompetente. Non conosce gli stabilimenti, l’industria, nulla, se non il clientelismo per le assunzioni. Questo significa che è classe dirigente miope. Il lavoro, poi, nell’agenda politica dei partiti compresi quelli di sinistra, è stato depennato totalmente. I lavoratori sono stati lasciati soli proprio perché non c’è cultura del lavoro. Così, azienda da una parte che fa il bello e il cattivo tempo, e politica dall’altro del tutto disinteressata alle sorti del lavoro, chiudono il cerchio. Per non parlare delle cariche della polizia che a volte, come dire, portano l’opera a compimento. Il 20 febbraio scorso fummo caricati mentre c’era un presidio per bloccare i motori per Cassino. Fu una cosa molto brutta e umiliante, spia della considerazione in cui viene tenuto il lavoro.

 

(Articolo e intervista da il manifesto, 16 gennaio 2011)

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Written by soter54

29 gennaio 2011 a 6:09 pm

4 Risposte

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  1. Alcune domade:
    Il rapporto “A motori spenti” si puo’ leggere in rete? Dove?
    leggendo questo post sembra che sia stata la Fiat a staccarsi dalla General Motors, ma e’ proprio cosi? Chi sa esattamente come sono andate le cose?
    Grazie ed auguri per la FMA

    Raffaele

    30 gennaio 2011 at 1:42 am

  2. @ Raffaele:
    il rapporto è linkato alla mia firma.

    L’accordo di separazione che prese atto del fallimento del contratto Fiat-GM fu presentato come una “separazione consensuale”. Di fatto GM pagò 1,56 miliardi di euro pur di liberarsi di un contratto che l’avrebbe obbligata a comprarsi la Fiat, praticamente un abbraccio mortale.

    Michele Citoni

    1 febbraio 2011 at 1:05 pm

  3. @ Raffaele:
    il rapporto è qui: http:
    //www.fiom.cgil.it/auto/fiat/fma/10_10-Rapporto.pdf.

    Salvatore D'Angelo

    1 febbraio 2011 at 1:47 pm


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