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UNA POESIA DI ANTONIO D’AGOSTINO

Posto volentieri una poesia di  Antonio D’Agostino che qui piacevolmente si rivela poeta di qualità , muoversi nel proprio territorio ( la pianura dissonante) con tensione morale e un senso della spiritualità a cifra stilistica   severa , che a tratti mi ricorda il Pasolini de La Religione del mio tempo e l’ Yves Bonnefoy più sintetico e metafisico.

La riflessione /osservazione sul paesaggio –   esterno, materiale –  e  interiore, dei suoi abitatori –  è tesa alla produzione di  un’immagine,  un  quid  salvifico che  indichi  un riscatto, una opportunità al  camminatore spazientito,  osservatore  di sgomenta lucidità  del   paese delle ricadute nel sonno/ dei sentieri preclusi all’anima/ dove tutti sono in fuga da tutti. Ecco dunque la semina di grano oscuro che ha inquinato la terra, il paesaggio, ancor prima interni dei suoi abitatori, e altro non ha prodotto che contrade contratte nella preghiera delinquenziale/costipate nel solco opaco/di mani giunte e incancrenite/nell’estenuante rituale del tempo/che non dice più nulla di niente/.

Un poetare senza sconti, nemmeno per  chi sarebbe preposto alle corrispondenze con il sacro  e per il suo tempo, svuotato di senso, in quanto si eclissa nell’aria ovattata di salmi/un mondo dove tutto è sfinito/sede di reticenza, del perso pudore/e della perduta miseria. Poi la riflessione si fa acuta, ma non moralistica, perché  nella diegesi poetica si passa dall’osservazione distaccata, dalla terza persona singolare alla prima persona plurale, e quel camminatore spazientito, che poteva essere l’ospite capitato nella pianura dissonante, piano piano si rivela per essere l’ io poetante  che condivide il pathos ed è parte del paesaggio, e che si  scioglie nel  noi, in quel noi non più custodi/della finitezza e del lampo/dell’indovino che inaugurava il campo/.  Un noi  collettivo  che rilegge il passato, dunque, come  auspicio a farsi  comunità che viene   per  intervenire sul presente, per ribellarsi  a   vicini litigiosi   incuranti del pioppo che muore in solitudine/tra un muro, un garage,/una luce intermittente/e un rudere da rampicanti invaso,/stipato in uno spazio distante/straniato manufatto non più evocante/dai suoi acuti spiriti evacuato./ 

Un noi che deve  farsi comunità che viene , per venir fuori  da “questo”  pantano degli spiriti  e dello spirito. (Salvatore D’Angelo)

 

 

 

 
PANTANO DEGLI SPIRITI
(abbozzatura)

 
 
di Antonio D’Agostino
 
 
 

 
 















 (Paola Lovisolo* – Autoritratto con albero)
 
 
 
 
 
 
 
 
la pianura dissonante
irta di spine
di fughe nel vago
nessun nutrimento trattiene
-nella sequenza di infortuni-
il camminatore spazientito
che non ritorna più nella propria casa
casa persa nel buio senza notte , senza nulla
il paese delle ricadute nel sonno
dei sentieri preclusi all’anima
dove tutti sono in fuga da tutti
nel ristagno del salutarsi per strada
residuo di ritualità non più rintracciate
ormai difetto del vivere la rendita
zoppicante e ornata abitudine
cerimonia piccola
devastante come una fucilata nel nulla
 
tutto resta appesantito
da una semina di grano oscuro
rilascio dell’impotenza
alla mano mendicante
 
sonno retorico del potere
anche qui
in questo rintanarsi spigoloso
degli abitatori apparenti
residuo mesto e improponibile
 
qui l’uomo si è sottratto alle cose
alla terra
si è diffusa nell’aria un’ opinione
che per tutti vale
a trattenere un nome
in ciò che non ha più sostanza,
segno di pertinenza,
pausa
 
ci si esercita a produrre insediamenti
contrade contratte nella preghiera delinquenziale
costipate nel solco opaco
di mani giunte e incancrenite
nell’estenuante rituale del tempo
che non dice più nulla di niente
non apre corrispondenze col sacro
si eclissa nell’aria ovattata di salmi
un mondo dove tutto è sfinito
sede di reticenza , del perso pudore
e della perduta miseria.
 
noi non più custodi
della finitezza e del lampo
dell’indovino che inaugurava il campo
la casa non è più materia del necessario
vani e vani per indeboliti fantasmi
litigiosi vicini di casa
che rivendicano distanza
col lamento di chi cerca ripari ulteriori e ultimati
incuranti del pioppo che muore in solitudine
tra un muro , un garage,
una luce intermittente
e un rudere da rampicanti invaso,
stipato in uno spazio distante
straniato
manufatto non più evocante
dai suoi acuti spiriti evacuato.
 
 
 Dalla raccolta “Pantano degli spiriti” 
(prime abbozzature)

 
dicembre 2010
 
 
 
 
 
 
 











 

(Paola Lovisolo, Fiore sul selciato)
 
 
 
 
 
 * PAOLA LOVISOLO è qui :

 

http://nevedicarne.splinder.com/      http://viadellebelledonne.wordpress.com/

 

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Written by soter54

31 gennaio 2011 a 1:11 pm

Pubblicato su PAESI, Salvatore D'Angelo

4 Risposte

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  1. antonio è coltissimo
    e ha gli occhi ben aperti….

    Arminio

    31 gennaio 2011 at 1:53 pm

  2. Voglio spendere qualche parola a dire perché ho abbinato al testo di Antonio D’Agostino queste due immagini di Paola Lovisolo, artista e poeta torinese di grandissima sensibilità e talento.

    Le ho scelte d’istinto perché le trovo affini al paesaggio esteriore/interiore evocato dalla poesia di D’Agostino.

    L’ AUTORITRATTO CON ALBERO ha colori sporcati, rinchiusi nella stanza/recinto dove campeggia l’albero dai rami rinsecchiti (e neri), alla cui base c’è in bianco e nero un volto, effige stessa dell’essere/uomo. Il rosso, il giallo virato verso il grigioverde sono colori “forti”, vitali, di passione, creatività, movimento, che qui sono soffocati dalla pressione di un mondo in negativo, come un'”opera al nero”.

    Ecco, questo l’avvicina al testo di D’Agostino, che osserva/riflette sulla nostra terra, la “bassa” tra Napoli e Caserta, un tempo “Terra di Lavoro” e di raccolti tre volte a stagione , ora incubo congestionato tra cemento, centri commerciali, disfacimento umano e geografico…

    Ieri sera, nell’ ennesima ” periferia del mondo” che qui per caso ha nome Qualiano – ma potrebbe dirsi Buccinasco, Ghedi, Sesto San Giovanni o Palermo Zen – un misero piazzale di supermercato, illuminato dalle lampade alogene dei reporter, i corpi riversi di due ragazzi, uno adolescente, sedici anni, l’altro appena ventenne e già con un figlio..

    due rapinatori, la cui vita è andata in fumo per il miraggio di un irraggiungibile quanto squallido benessere… sangue soffocato nella miseria di un “paesaggio” sociale che è disfacimento della “communitas” dove “tutti sono in fuga da tutto e tutti”.

    Rispetto a qualche tempo fa o agli anni Settanta non si sono uditi nemmeno quei commenti lividi d’ odio istintivo – tipici in casi simili – ma solo il respiro di una INDIFFERENZA più atroce di ogni invocazione alla forca.

    M’ha preso una pena, una immensa pietà per quei corpi a terra, un grido muto (Munch); un grumo di pianto s’è fermato alla soglia degli occhi, il cuore gonfio di dolore… li ho sentiti “figli”, “fratelli” quei due rapinatori, criminali resi pienamente umani dalla grandezza della tragedia e – paradosso- dall’ atroce banalità di “quella” morte.

    Sì, ciascun corpo svuotato di vita e anima ai miei occhi era proprio come un FIORE SUL SELCIATO, simbolo rovesciato – paradossale “blasfemia” – di salvezza, di speranza. L’immagine della Lovisolo – quel fiorellino stilizzato, come di plastica, schiacciato sul selciato – nel caso, m’ è parso la sintesi di quelle due vite tranciate, effige di tragedia e di pietà.

    Salvatore D'Angelo

    31 gennaio 2011 at 5:13 pm

  3. ringrazio molto e di cuore Salvatore per avere dato qui collocazione epifanica e tale investitura appassionata di significato a queste due mie immagini.
    aggiungo non da ultimo il mio grazie a COMUNITA’ PROVVISORIA per l’ ospitalità.
    paola

    paola lovisolo (cara polvere)

    2 febbraio 2011 at 8:57 am

  4. ringrazio di cuore Salvatore per il commento ai miei umili versi.
    un grazie anche a Franco per la “vicinanza”.
    a presto
    A.

    Antonio D'Agostino

    2 febbraio 2011 at 1:21 pm


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