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Alla ricerca del fuoco (dietro l’angolo)

“Terrafuoco” è un tentativo di rimettere in contatto capo e ventre di Avellino. Si svolge sulla collina della Terra, dove i principali abitanti residui sono gli artisti che hanno animato mostra e documentario messi su da Mario Perrotta. Ha avuto perno nel rito dei focaroni di San Ciro, il 31 gennaio. Con l’occasione di iniziative come queste è possibile fare alcune considerazioni su cosa può volere dire muoversi verso un nuovo migliore a Avellino, in Irpinia, al Sud.

di Luca Sessa

C’è una sorta di mutevole linea immaginaria che separa il mondo di coloro che osservano da quello degli osservati. Questa linea è concetto in buona misura geografico, ma anche trasversale fra abitanti dello stesso luogo, e, in casi più rari, dello stesso corpo o vita.

Il mondo degli osservanti è quello delle parti intellettualizzate dell’umanità, dove il processo di disamina, tassonomia e scarnificazione della realtà è avanzato e continuo. Sono parti che hanno perso, se mai l’ebbero, cuore anima e animella, saziante fuoco sacro collettivo. Forse li avevano, ma sono oggi troppo intente ai progressi da esercizio neuronale da non ricordarsene più, che è come non averli mai avuti. Soffrono penuria di fuochi che riscaldino isolanti freddezze da somma di atomi, o di collanti propri che congiungano pezzi dell’essere più vasti dell’individuo. I momenti di aggregazione vi avvengono su base contrattualistica e ubbidendo a un segnale, detto creazione e pubblicità di un evento. Gli osservanti lavorano, pensano, scrivono, ma talvolta se ne chiedono il significato, e talaltra tornano a chiederselo insoddisfatti della muta risposta. E iniziano, taluni, percorsi alla ricerca di un significato, concreto, nutritivo, spicciolo, fuoco disponibile nei gelidi inverni dell’anima, aria fresca nella controra estiva. In cerca, gli osservanti guardano al loro intorno, ma avvistano solo persone attive al lavoro, o pendolari, o ferme a guardare, a cercare. Avvistano solo automi preconfezionati o automi che si interrogano sulla propria confezione. Una speranza la dà loro il ricordare parole pizzicate tempo addietro, frasi sciolte o echi d’avi, secondo cui, oltre quel confine, ci sono luoghi e genti di gesta epiche, o folli. Chi le perpetra, deve obbedire a un senso proprio, maledetto e carnoso, che invidio e vorrei carpire. Si imbarcano allora in viaggi taumaturgici, a chilometri o al paese affianco, inseguendo quel senso di cui hanno percepito il difetto e insieme l’esigenza. Niente sembrerebbe annunciare una frontiera, ma, all’arrivare, è presto loro evidente che sono giunti in terra di osservati.

Gli osservati sono coloro i cui comportamenti sono simili a quelli degli appartenenti a un gregge locale: non si sono mai chiesti il perché delle loro azioni, le fanno ogni mattina dettati da un’esogena imprescindibilità seguendo i dettami del ciclo dell’anno. Non tassonomizzano la realtà in schemi pronti all’uso, eppure affrontano qualsiasi situazione con presenza e discernimento nonostante un certo grado di analfabetizzazione, il che sorprende non poco la razionalità e l’orgoglio degli osservanti. Trattano male i cani, nel giudizio degli osservanti, ovvero non li trattano come umani. Tipicamente muoiono prima, e questo ci dispiace. Sembrano in effetti avere in maggior spregio la vita, quando fumano tanto, o camminano sui carboni ardenti, o si farciscono di maiali che fino a pochi giorni prima avevano farcito. Vivono senza banditore di eventi, altri che la natura stessa. Si ritrovano a fare azioni individuali e collettive perché il loro uso è stato tramandato, con limature migliorative, nel tempo. E lavorano molto, faticano, fisicamente. E poi fanno semplici azioni eroiche, come portare un amico a un treno antelucano. La mattina presto sono di nuovo a faticare. Sembrano ubbidire a un impulso primario che non si fa domande ma assegna compiti ineludibili, e talvolta feroci, come dare la miccia a micidiali pirotecnie o sgozzare un’arteria. Non esplorano le ragioni del loro agire: il significato dell’azione dell’uno si alimenta semplicemente dell’azione dell’altro, in gioco vicendevole. Mentre gli osservanti sono intenti a osservare la vita, loro la vivono. Posseggono il fuoco, lo maneggiano come occorre, ma con ardimento secondo chi osserva, e non lo fotografano. È un fuoco caldo anche quando fuori non se ne vedono. A volte ne accendono, secondo quanto si comanda. Impilano pire cui dare scintilla, per bagliore calore e scintillio delle facce della comunità intorno.

Tre quarti dei paesi del Sud d’Italia, le ex-Due Sicilie (da Bari a Salerno, dalla Sicilia all’Abruzzo) accendono fuoco collettivo per Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio. Alcuni (Nusco, o la leccese Novoli) l’hanno trasformato in evento. Altri, con i conferimenti di ciascuno da esubero di potature e la voglia di riaggregarsi fuori senza soccombere al freddo invernale, da secoli semplicemente l’appicciano, aprendo il ciclo dell’anno e avviando il loro periodo più selvaggio e furente (ancora), il Carnevale. Sant’Antuonë, mascher’ e suonë: per raccogliere fondi per il nuovo Carnevale, questue mascherate e musicate girano le contrade, si riscalderanno nell’accoglienza munifica delle case o presso un focarone di tappa in tappa.

Un paese del Sud che non accende fuochi in atto collettivo a Sant’Antonio, lo fa in altro giorno, per altro santo: Manocalzati, Montella, Lauro e Nemoli la notte di Natale; Atripalda alla vigilia di San Sabino; Tufo, Irsina e Bitonto per Santa Lucia (vampalenze a Grottaminarda, le vampe censite da Buttitta per tantissimi posti della Sicilia); San Nicola Baronia con un faònë per il santo eponimo (vampaloria a Volturara); Luogosano con i fuochi allavorati e Castellamare con i fucarazzë nella veglia per l’Immacolata; Foggia e Lucera nel giorno che era di festa nazionale delle Due Sicilie (le fanoje dell’8 dicembre); per San Giuseppe, Paternopoli con le lumanèria, Tursi con le umnnàrie, Barile con i fucatazzi, Morrone con i fòchë, Venosa con i fuchë, Venafro con i favòrë, Capo Passero con la pampanigghia; nel giorno di Passione pre-pasquale, Sessa Aurunca con i carraciuni costeggianti la processione delle confraternite e San Marco in Lamis (Gargano) con le spettacolari fracchie, gigantesche guglie di falò coricate su carri e itineranti al traino di uomini feroci. Grottaglie lo fa, potentemente con la sua fòcra, per San Ciro, celebrato nello stesso 31 gennaio in cui la chiesa copta festeggia proprio l’altro e coevo medico anacoreta Sant’Antonio Abate. Fra gli esercizi speculativi e documentaristici delle menti della rinnovata Avellino dei pergolati e dei confortevoli appartamenti di altezza 2,70mt., è ancora utile avere presente che c’è qualche Terra che per il suo San Ciro accende i propri focaroni. È utile e fecondo che ce ne sia congiunzione, come fra capo e cuore o ventre di un’unità che voglia conservarsi nella proprietà di tutta se stessa mentre evolve. Essere davvero consapevoli, magari vivendoli, dei fuochi nostri passati e che fortunatamente qualcuno ancora appiccia, ci parla di una maniera di essere originaria, comunitaria e feroce, di giù la cui memoria collettiva servirebbe come il pane per crescere verso un nuovo migliore. Una testa che azzera la propria base per abbracciare solo una base altra dalla propria, inevitabilmente parte più dietro della testa altrui.

Ognuno dei paesi del Sud che festeggia un santo intorno al fuoco dei focaroni pensa di farlo solo lui, privato della coscienza di quanto lo accomuni ai paesi e culture a lui orizzontali. Dopo il 1860 ogni legame orizzontale è stato progressivamente reciso per rimettere tutto verticalmente verso il Centro che ora ci domina, ci informa, ci fa sentire Italiani, ci dice qual è la nostra lingua e di quali contenuti è giusto riempirla, qual è la nostra cultura, che cosa siamo. Mentre molto nasconde, lascia passare l’insegnamento che, dopo tutto, abbiamo sempre acceso nient’altro che falò: eppure non esiste un singolo posto del Sud dove quei fuochi così venissero chiamati, neanche per remota assonanza.

I focaroni diffusi e l’eterogeneo, pazzo, spontaneo, ‘inelegante’ Carnevale dei paesi del Sud (penso alla provincia di Avellino, ma pure a tantissimi paesi interni di Calabria, Basilicata e Due Sicilie tutte) restano da noi i veri momenti di unione e libertà che insopprimibili permangono, approfittando di una piccola distrazione del Centro. Sono manifestazioni tangibili e non censite della nostra non (più) censita maniera di fondo di essere, fare, vivere, sentire le cose, sfuggite alla ‘normalizzazione’ dall’alto e che ancora ci fanno capire quanto la ‘pazzia’ di giù, il nostro essere ‘senza limiti’ siano vicini a quelli (riconosciuti) di altri Sud più padroni di se stessi. È bello cogliere la matrice viva e animatissima di quei Sud, solo presentatici come più distanti, per capire meglio la nostra. È bello riconoscerci nella nostra, cogliendone lo spirito più sano e divertente, troppo divertente.

Se ci diamo tutti a osservazione e fotografia, ci predestineremo a un futuro da turisti delle nostre stesse vite, corresponsabili della dissoluzione fra noi di ogni manifestazione umana che meriti essere immortalata. Di vero, di cemento che ci unisca e sia base e forza per avanzamenti poco rimarrà. Emigreremo invece verso altri angoli ad apprezzare i residui fuochi altrui. Non dimenticando a casa la digitale.

Colui che esce un attimo dal cerchio per fotografarlo, da osservato inizia a divenire irreversibilmente osservante, e contribuisce a separare i tizzoni del fuoco. Spento questo, non ci sarà più calore, e saremo condannati a peregrinare fra paesi e comunità sempre meno prossime alla ricerca di una scintilla che ci possa far riscaldare.

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Written by lucabattista

1 febbraio 2011 a 5:13 pm

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9 Risposte

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  1. Il post è molto interessante. Intrigante anche la posizione di Sessa… metaosservante o metaosservato?

    paolo

    2 febbraio 2011 at 9:59 am

  2. Interessante questo post. Anche io,incuriosito, sono stato ad Avellino non solo per una sorta di proustiana “recherche du temps perdu” personale per verificare e rinnovare un viaggio nei ricordi indelebili di una infanzia magica e irripetibile.Ho ripreso in mano anche “la luna e i falò” di Pavese,’autore amato negli anni della formazione letteraria e civile per cercare conferma a questa mia necessità di dare un senso e elementi a un mio ritorno ideale e concreto in Irpinia con gli irpini.E i riti dei “falò” sono occasioni e segni di un vissuto importante della nostra vita mentale e affettiva dell’infanzia.La scelta di accendere i “falò” non è causale o legata ad una semplice manifestazione folkloristica, ma ha un significato più profondo e legato alla cultura contadina da non mitizzare .
    Da sempre il fuoco rappresenta un qualcosa di magico e di soprannaturale che attrae per la sua forza, per la sua vitalità, per la sua luce e per il calore che esso è capace di sprigionare.
    Legato ai riti per la fecondità della terra, al susseguirsi delle stagioni, a momenti di festa il fuoco rappresenta la nascita ad una vita più ricca e feconda.Questo nella tradizione migliore quando anche la superstizione,la religiosità,la magia, l’esoterico,il mistero rappresentavano un modo profondo di conoscere le cose , il reale nella sua dimensione esistenziale non superficiale e in autentica Tutta la filosofia cosidetta presocratica si è nutrita di queste suggestioni e e curiosità per il non dicibile,per il misterioso ,il religioso prima di farsi metafisica e ontologia..Un viaggio nel passato che ha senso solo se ,come in Pavese, serve per rievocare una necessità esistenziale nel presente le contraddizioni volgari e superficiali che puntano alla mortificazione della memoria.Il fuoco e ,la musica,il pane e l’olio e le persone hanno magicamente rinnovato un rito e un mito ridandogli vita e anima.Ottima iniziativa!
    mauro orlando

    mercuzio

    2 febbraio 2011 at 11:53 am

  3. Per Paolo:
    La mutevole linea immaginaria che separa osservanti e osservati può essere concetto anche trasversale fra abitanti dello stesso corpo o vita. Io sono fra questi casi rari.
    Metà (più che meta) osservato/nte. Ma propugno il concetto -di cui è palese l’origine intellettuale- della deintellettualizzazione come virtù (e intesa come liberazione da un lettura ESCLUSIVAMENTE libresca della vita, come ancora possibile in Irpinia e in tutto il Sud), evitando bene dal trasformarlo in concetto antistorico, anzi GUARDANDO AVANTI. Con basi solide perchè maggiormente proprietarie. Che suggano le scintille intorno ai propri piedi e le magnifichino.

    Per quanto attiene ai suoi riferimenti libreschi e al “viaggio nel passato” mi trovo perciò in disaccordo con Mauro.

    sexyl

    2 febbraio 2011 at 3:17 pm

  4. per sexyl….buon esempio di “virtuosa deintellettualizzazione….comunque il futuro è sempre alle nostre spalle

    mercuzio

    2 febbraio 2011 at 3:42 pm

  5. Scusate, non è ovvio: sexyL è il nome su blog di Luca Sessa

    E tutto sta nel come portare avanti in forma equilibrata questi intelletto e deintelletto che teniamo sulle spalle

    sexyl

    2 febbraio 2011 at 3:56 pm

  6. Un grande post !
    “La memoria collettiva servirebbe come il pane per crescere verso un nuovo migliore”, potrebbe restituire l’anima ad osservatori ed osservati.
    Qualche giorno fa il direttore del Corriere della sera ha scritto che “la memoria è giustizia ed esercizio di etica civile”. A noi del Sud questo esercizio è stato negato.

    gio

    2 febbraio 2011 at 5:23 pm

  7. Ma la memoria “collettiva” cosa ricorda?

    paolo

    3 febbraio 2011 at 9:33 am

  8. = @ Luca Sessa:
    […Un paese del Sud che non accende fuochi in atto collettivo a Sant’Antonio, lo fa in altro giorno, per altro santo…] (cfr. il post).
    Grazie dell’interessantissimo post, ma voglio dirti, con assoluta certezza, che a Lioni i falò si accendono la sera dell’8 dicembre per La Madonna Immacolata, detta “La Madonna de ro fuoco”, anzi devo recuperare da un dischetto di un computer Mac una mia bella poesia – (quando ho cominciato a scrivere per pubblicare qualcosa qui e là nel 2000 non possedevo un computer!)=
    Scusate il ritardo, amici lettori, saluti cari a tutti, Gaetano.

    Gaetano Calabrese

    21 febbraio 2011 at 2:52 pm

  9. un complimento sincero a sexyl alias Luca Sessa per il Post “infuocato” interessante impaginato dal carissimo amico comunitario Luca B.

    ho letto sul quotidiano “il Mattino edizione provinciale di Avellino” un articolo nei primissimi giorni di febbraio ultimissimi giorni di gennaio di questo anno, firmato da Mario Perrotta se ricordo bene, che aveva contenuto analogo al Post anche se più sintetico .

    Domanda(innocente di pura curiosità senza dietrologia)

    il gruppo che scrive dei “focaroni” è compatto?
    oppure ci si organizza con un gioco di squadra?

    una risposta è gradita, con benevolenza e sincera stima.grazie.

    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    22 febbraio 2011 at 4:09 am


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