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la paesologia

metto qui un lungo saggio sulla paesologia apparso sulla rivista telematica L’ULISSE e scritto da gian luca picconi. è il mio modo di farmi gli auguri di compleanno.

1. Da sempre il discorso letterario ha dimostrato di possedere virtualità ulteriori a quella estetica: in particolare è in grado di propagare e diffondere giudizi etico-politici. Cosa distingue allora un discorso la cui finalità è etico-politica da uno letterario? In un certo senso, niente. O meglio, a fare da elemento distintivo è l’attivazione di un frame che consenta di inquadrare il funzionamento comunicativo del testo riconoscendovi un comportamento finzionale. Questa attivazione dipende solo in parte da elementi presenti all’interno del testo. Qualsiasi testo, in quanto rappresentazione, contiene in sé alcuni elementi, in quantità variabile, che rimandano a una cornice finzionale, ma il lettore sceglie di tenere in conto solo quelli che ritiene pertinenti al tipo di testualità che si trova di fronte (e ciò anche in funzione di una serie di variabili testuali ed extratestuali). In un certo senso per qualsiasi discorso vale l’antico paradosso gorgiano dell’inganno in cui vince chi si lascia ingannare meglio: questa competenza nel lasciarsi ingannare del fruitore di qualsiasi atto comunicativo consiste nel saper scegliere, da parte del lettore, quali sono i tratti pertinenti su cui operare la suspension of disbelief, e quali quelli su cui tale suspension non va attivata. In questo senso è possibile dire che, se ogni testo presenta in certa misura aspetti finzionali, che non contrastano con l’attribuzione di un valore di verità, immediato o differito attraverso una ri- o trasvalutazione, degli enunciati desumibili dal discorso, ciò che cambia sono le gradazioni o i livelli di finzionalità individuabili nel suo discorso.

2. A leggere la più recente produzione in prosa di Franco Arminio edita in volume, pare possibile rinvenire una chiara divisione tra il discorso “paesologico”, che si ritrova in VLC, e quello condotto invece in libri come CI e NP, dove testi assimilabili a quelli paesologici convivono con altri il cui soggetto enunciatore esibisce da subito la sua imperfetta coincidenza con la figura dell’autore empirico: non si potrebbe descrivere questa divisione se non osservando che si tratta di libri – o momenti di libri  che impiegano regimi e gradazioni di finzionalità evidentemente differenti. Non può essere lo stesso il soggetto che emerge dal seguente passaggio:

Io purtroppo per me non frequento le polacche di Avellino, le senti che parlano in una cabina telefonica queste cabine ormai stanno solo per loro, nella piazza le ragazze irpine che sono state a scuola e aspettano il pullmann stanno sempre col telefonino in mano, il cazzo non ha i numeri non manda messaggi, il cazzo interessa meno del telefonino (NP, 31)

chiaro esempio di una soggettività parodica, o quello che emerge in questo brano:

Arminio ha […] la colpa di avere una famiglia e una casa e un impiego, patrimoni considerati piccolo-borghesi. E allora se in un giorno gli capita di scrivere tre belle poesie e le manda con entusiasmo ai suoi “amici”, gliene viene in risposta più fastidio che piacere. E proprio qui è la distorsione: la tua poesia non è bella, ma è la poesia di un poeta che vuole farsi bello. Un meccanismo del genere è sempre in moto e vale per ogni tipo di produzione materiale e spirituale. Di questo passo anche una relazione amorosa , può essere scambiata per il semplice spot della stessa (e questo forse spiega la brevità della relazione) (CI, 44),

dove la terza persona assurge a un ruolo straniante e insieme di copertura nevrotica, e quello invece che si evidenzia nel seguente passo di VLC:

Incontro due ragazze. Una mi dice che lavora alla fabbrica di pantaloni a Gonza: otto ore al giorno, seicento euro al mese. Non vuole dirmi il nome, forse ha paura di perderlo il suo lavoro e non sono tempi in cui gli sfruttati hanno qualcosa da opporre agli sfruttatori.
Mi fermo a parlare con Tonino, impiegato comunale e animatore della Pro loco che mi racconta delle difficoltà a organizzare la Festa dell’Aria che utilizza la cima aguzza del paese per i lanci acrobatici. Mi fa vedere il DVD dove hanno riprodotto una commedia teatrale dei ragazzi del posto. Gli pare un segno di speranza (VLC, 8).

Certo sono svariati gli elementi che fanno da trait d’union tra le due figure emergenti come possibili istanze d’enunciazione dei due discorsi, rinvenibili senz’altro nel fatto che entrambi i tipi di testualità sono prodotto del medesimo autore empirico; ma la differente configurazione dei simulacri del soggetto d’enunciazione ci fa propendere per attribuire ai due discorsi un divergente statuto finzionale, e quindi letterario. In un certo senso, possiamo e dobbiamo interrogarci sul valore di verità di entrambi i tipi di testo; ma istintivamente saremo disposti a dire che i testi del primo tipo sono prima finzionali e letterari e solo in un secondo momento, mutatis mutandis, se ne può estrarre un valore di verità; mentre per i testi del secondo tipo non c’è questa forma di differimento: il letterario, il finzionale da un lato, e dall’altro il riferimento al vero, il valore di verità, convivono su uno stesso piano.
Insomma, le tattiche della messa in verità (quand’anche si intenda questa messa-in-verità come una pura e semplice strategia retorica) del testo obbediscono, come abbiamo visto, a logiche differenti e alternative. Nel caso di VLC, la voce di un narratore omodiegetico finzionalizza l’immagine di un autore implicito sempre presente al mondo di fenomeni che descrive, caratterizzando pertanto il testo come scrittura dall’evidente valenza testimoniale, mentre nel caso di NP e in misura minore e differente CI, una pluralità di istanze enunciazionali, non sempre immediatamente assimilabili all’autore, ma sulla cui identità siamo a bella posta lasciati in dubbio, dà al lettore l’immagine di un cosmo di voci esploso e frammentato, che in qualche modo rimanda al nome di Arminio, ma da un certo grado di distanza, da una intercapedine.
È forse il tema dell’ipocondria che può costituire una iniziale chiave d’accesso alla testualità dei libri di Franco Arminio: giacché, se in CI e NP il riferimento all’ipocondria, patologia così radicalmente allogata nella scrittura di Arminio da costituire un elemento portante della sua discorsività, è cruciale, lo stesso riferimento, in VLC perde la sua centralità.
Ecco infatti come si configura il discorso dell’ipocondriaco in NP e CI:

L’ipocondriaco ha l’umiltà del suddito e la ferocia del tiranno. Arminio si sente umile e feroce. Si sente egoista e generoso. Lui corre in sé, fa migliaia di chilometri in un giorno. Sta male, ma sui suoi organi non si forma polvere. Il suo cuore non batte, gira nel torace come un pipistrello. Non dovete prenderlo a modello. La sua vita non saprebbe dire se è gloriosa o miserabile. Certamente è quella che si è cucita addosso attimo per attimo, e adesso non la può scucire con altrettanta lentezza. L’ipocondriaco sta dall’alba al tramonto nella vigna del suo corpo e teme di continuo che arrivino gli storni. Certe volte se li sente già sulla pelle. Sente che il suo raccolto ormai è perduto. E perché questo dovrebbe essere un problema? Perché morire deve farci paura, visto che non c’è altra scelta? Noi dobbiamo convincerci che la nostra natura è costruita per negare se stessa. Da questo punto di vista l’ipocondriaco non è un malato, ma solo uno che si agita inutilmente. A che gli serve pensare che sta per morire, se la cosa comunque prima o poi dovrà accadere? Sarebbe più originale pensare che sta per volare, che sta per parlare a un coniglio, che sta ricevendo la visita di un albero. In fondo a noi non conviene né la salute, né la malattia. Siamo qui e quello che ci accade non ha alcun senso. Proprio per questo non c’è né da scoraggiarsi né da rallegrarsi (CI, 32-33).

C’è, di fatto, una duplice dimensione della testualità ipocondriaca di Arminio: una scrittura che si fa maniacale, che esibisce, esibendo il proprio disturbo, anche le proprie stesse condizioni di falsificabilità (e in questo movimento va incluso anche il fatto di esprimersi in terza persona); ma anche – ed è sorprendente – uno slittamento, un guizzo vero e proprio da una prima persona appena mascherata da terza a un noi che restituisce all’ipocondria una validità di esperienza universale, un noi che toglie le maschere. Lo si confronti ora però con questo brano tratto da VLC:

Non avevo mai conosciuto un caldo serale come questo. La lingua mi è morta in gola. Dentro la testa pare si sia fuso quel punto indefinibile dove c’è l’io, dove abita questo funambolismo biologico che chiamiamo coscienza. Un mollusco mesozoico mi cammina nel sangue alle tre di notte. Il letto è un mare calmo e agitato (VLC, 101).

La scena, che pure non tematizza esplicitamente l’ipocondria, resta uno dei rari esempi testuali di VLC in cui affiora un momento di Wahnstimmung. Altrove Arminio scrive: “Penso al mio tenermi in piedi a fatica. […] Mi trascino da una stanchezza all’altra e questa stanchezza si fa più grande quando incontro la salute dei malati, l’immensa salute di chi soffre” (VLC, 149). Anche qui, la denuncia di una vitalità sofferente o patologica costituisce un movente per lo meno in prima istanza minoritario nel testo.
Basterebbe insomma notare – al di là di una ideale gerarchizzazione tematica del testo  che il peso quantitativo delle occorrenze della parola ipocondriaco e del suo campo lessicale in NP e CI è senz’altro più abbondante rispetto a VLC, per riconoscere lo speciale rilievo conferito nei primi due libri all’ipocondria; un rilievo tale che, in una sorta di sconfinamento dal tematico al formale, si sarebbe tentati di parlare di testo ipocondriaco:

Io sono un ipocondriaco, hypocondria maior, una forma di psicosi che consiste in una continua osservazione del proprio corpo, conclave di sintomi minacciosi e mutevoli, segni di una fine che s’immagina prossima (NP, 21).

In effetti, questa modalità autoptica cui allude il passaggio pare realmente strutturare alcuni dei brani che compongono sia CI che NP:

Arminio possiede due io: uno per vivere e uno per guardarsi vivere. Piano piano il primo io si è atrofizzato ed è presente nel suo io solo in forme residue, piccoli rigurgiti emotivi legati a uno sguardo, a una parola, a un incidente cui lo espone il mondo. Il secondo io invece si è irrobustito, è cresciuto sulle rovine del primo. Si potrebbe dire che adesso Arminio vive con l’io che era fatto semplicemente per guardarla la vita e che non avendo niente da guardare si è messo a vivere egli stesso (CI, 23).

Del resto, la stessa modalità autoptica denuncia fin da subito una sorta di parentela tra ipocondria e narcisismo: la Voce dei libri di Arminio pare in generale prodotta da un soggetto narcisistico. Si veda, per esempio, quanto afferma lo scrittore in CI:

La scrittura è un atto evidentemente narcisistico, qualunque sia il tema e il tono. E sembra stupido azzannare il narcisismo altrui senza curarsi del proprio, magari occultato in una svagata e apparente noncuranza verso la propria attività. Arminio non crede di avere qualcosa in lui che lo appaga di quello che scrive. Questo qualcosa sta sempre fuori per il semplice fatto che in fondo a noi stessi non c’è alcuna persona (CI, 44).

Se, per Arminio, il narcisismo è il tono fondamentale di qualsiasi scrittura, se ne può desumere a maggior ragione che è un soggetto narcisistico anche quello di VLC. Tuttavia, parrebbe quasi di poter dire che nei testi di Arminio si registra la presenza di due differenti tipi o manifestazioni del narcisismo, corrispondenti al gradiente di finzionalità che caratterizza il testo: quanto più l’investimento libidico sul soggetto si fa forte, tanto più risalta la necessità di accentuare la dimensione finzionale del testo.
Arminio sembra talora conferire al proprio narcisismo il rango di uno strumento, per donare al proprio messaggio una forma; questa messa in forma non può che essere corredata da una particolare modalità di orientamento dei simulacri di soggettività che compaiono nel testo verso le cose del mondo: “Una volta qualcuno mi ha detto che sono un egocentrico che sa ascoltare, ma è un ascolto egocentrico proprio perché basato sul tentativo di distrarmi dal perenne ronzio dei miei neuroni allucinati da quarant’anni d’ansia” (VLC, 64). Il narcisismo testuale di Arminio consisterà in una discorsività che difficilmente districa gli oggetti dai simulacri di soggetto dell’enunciazione, e che raramente divide la voce del soggetto dalla sua rappresentazione.
Il narcisismo di Arminio è certo uno, e se ci appare sotto specie differenti, è perché differenti sono le modalità di identificazione dell’autore al testo: in CI e NP, l’autore si identifica immediatamente con la propria opera, il che significa in ultima analisi con una sorta di movimento compensatorio dell’ipocondria; in VLC, l’autore si identifica con l’agire paesologico, di cui il libro presenta in successione ordinata svariati momenti, o meglio esercizi. Da ciò discende l’impressione di due differenti articolazioni del narcisismo al testo. Un brano mostra forse meglio di altri il punto di incontro e di sintesi tra le due tendenze:

Il rapporto con il paese in cui vivo è piuttosto complicato. Il mio riconoscimento è una pratica sempre aperta, mai chiusa. È come se sul mio conto la comunità avesse sempre in corso una sorta di accertamento perché in fondo intuisce che io non sono mai veramente dove sono gli altri. Dimoro sempre sulla soglia, mi infiammo e mi gelo molto più velocemente di quanto accada agli altri. Io voglio avere il riconoscimento del mio paese, forse tutto il mio lavoro sta in questa ricerca, le mie battaglie civili non sono altro che le vicissitudini di un orfano che cerca vanamente di farsi riconoscere dal padre.

Come si vede, il brano scivola – e con certo grado di consapevolezza  da un’identificazione narcisistica nella paesologia, a una più profonda e rivelativa confessione narcisistica. Sicché il narcisismo di Arminio, con il suo braccio armato costituito dall’ipocondria, sviluppa una dialettica testuale tra identificazione e disidentificazione, che attraversa i singoli testi al loro interno e li struttura e gerarchizza tra loro.
L’ipocondria funge in un certo senso da potente vettore di desoggettivazione: “L’ipocondriaco vive in un regime dittatoriale, la dittatura del sintomo” (CI, 24). Arminio non è più Arminio (benché ne conservi il nome, che pure spesso viene declinato in terza persona), ma è anzitutto l’Ipocondriaco, intendendo con questo figura (quasi una sorta di nuovo personaggio concettuale, o per lo meno, di figura estetica) una soggettività debole e sfumata, in cerca quindi di una forma di validazione ontologica dei fenomeni percepiti e poi rappresentati: con la novità, rispetto a molta letteratura del passato, che la validazione deve riguardare tanto i vissuti corporei indotti dal mondo esterno, quanto il mondo interiore. Il problema della validazione si trasferisce in seguito alle tante forme di rappresentazione dei conflitti emotivi in cui viviamo, ai tanti ideologemi, alle tante manifestazioni della doxa che affollano il nostro discorso quotidiano.
Questa deflagrazione e questa incapacità di distinguere in qualche modo quale sia il grado di realtà degli oggetti interni e esterni dànno vita a un testo in cui la narratività non può che essere inibita continuamente. Anche il modello di racconto, evidentemente lirico, in presa diretta e attento anche alla resa “atmosferica” dei luoghi che viene fuori da VLC, non può che essere frustrato e invalidato, nella testualità altra di CI, o di NP. Non a caso la tendenza più evidente della scrittura di Arminio è quella aforistica: sia le sue prose più strutturate, sia quelle più destrutturate sono costituite da elementi gnomici. Lo gnomico – quasi sempre basato sull’impiego di un artificio retorico  è certo la tessera costitutiva, il nucleo minimo produttivo della scrittura di Arminio; ma questo stigma si combina in modo differente a seconda dei simulacri di soggettività impiegati nel testo, diluendosi in VLC, essendo invece piena dominante stilistica in CI e NP. Si potrebbe forse dire che l’aforistica arminiana costituisce l’esoscheletro dei testi non paesologici e l’endoscheletro di quelli paesologici. Si veda in proposito il seguente passo, che presenta due aforismi (uno dei quali di metaletterario atletismo):

Oggi la prima tappa è Valva, ma prima mi fermo ad Andretta per fare delle fotografie. Ci sono stato poco tempo fa e penso a quello che ho scritto. Penso che se ne scrivessi oggi verrebbe fuori un testo diverso. La vita di un paese è un romanzo lunghissimo e ogni volta che lo vedi ti porti a casa solo poche scene. Raccontare un luogo per me non è mai un esercizio facile, una faccenda che si risolve con un po’ di mestiere e con l’elencazione di un po’ di cose fatte o viste. Raccontare un luogo è sempre una sfida. Ogni pagina è un salto mortale (VLC, 42, corsivi miei).

Al contrario in Parte lesa in CI, gli aforismi – spesso in rima, una rima popolaresca che rimanda, forse più ancora che a una autorialità collettiva, a una voce senza autore  si leggono, in capoversi isolati, talora con mimesi di vecchi modi paremici: “Tra il dare e il dire spadroneggia il dire” (CI, 50).

3. La chiave di lettura di queste due modalità di espressione testuale della soggettività tanto diverse, starà appunto nel rapporto istituito con i simulacri e le proiezioni del mondo esterno. Anzitutto, i testi paesologici muovono da un concetto di mondo esterno come già dato, come qualcosa con cui entrare in rapporto secondo modalità per lo più descrittive:

Vado a Valva con la paura che sempre mi viene quando sento notizie di questo tipo. Il paese adesso è completamente ricostruito, un gruzzolo di case sotto una roccia che oggi sembra essere la tana da cui escono le nuvole che coprono 1a valle del Sele. C’è una grande e bellissima villa, ma è aperta solo la domenica. La salumiera mi dice che non vengono molti turisti. Fino a qualche anno fa c’era un ristorante e adesso ha chiuso. Per strada penso che la provincia di Salerno è la più varia d’Italia. Una provincia che sembra un continente in cui puoi trovare di tutto.

Invece, nei testi non immediatamente paesologici, il rapporto con i luoghi, che soggiace in vario modo a pratiche di denarrativizzazione, può spaziare da imponenti aggressioni sadico-anali, come la seguente:

La cittadina si chiama Avellino. Ci sono cinque giornali, diretti tutti da giornalisti democristiani. In questa cittadina si sono appena svolte le elezioni e hanno vinto i soliti democristiani che adesso si chiamano in un altro modo e stanno assieme ai loro nemici che anche loro si chiamano in un altro modo. Queste persone sono più o meno stronze come lo siamo tutti ma non lo sanno, sono stronzi e ignoranti. Oggi nessuno si vergogna di essere ignorante (NP, 30),

ad asserti come quello che dà il titolo a NP: “Nevica e ho le prove. Nevica e le conseguenze sono chiare” (NP, 100), in un testo che, in virtù del titolo, sembra trasferire su un soggetto collettivo, i “pensatori delle panchine”, la responsabilità della scrittura. Il rapporto con i luoghi, insomma, è determinato da dispositivi di scrittura che presuppongono anzitutto differenti modalità di manifestazione testuale della soggettività, o, per meglio dire, differenti gradi di finzionalizzazione della Voce.
Il precedente aforisma sulla neve mostra la ricchezza retorica della scrittura di Arminio: la ripetizione iniziale del verbo, da un lato, si associa infatti al gioco sui campi semantici neve e chiarezza, dove la chiarezza insieme allude a una chiarezza logica, che costituirebbe una proprietà del discorso, e ad una coloristica, che costituisce una proprietà della visione. Ma accanto a queste strategie retorico-discorsive convocate in un così breve aforisma, quello che colpisce sono le tattiche di produzione della soggettività nel testo, che pare accostare tre tipi di impersonalità: quella in senso grammaticale del verbo nevicare; quella in senso testuale dovuta all’indeterminabilità dell’identità del locutore nel caso della prima persona in “ho le prove”; quella in senso logico dovuta all’indeterminazione delle cause: quali sono infatti le prove del fatto che nevica? E il fatto stesso che sia necessario raccogliere delle prove non dimostra che in realtà non sta nevicando? O non revoca in dubbio la fondatezza epistemologica dei ragionamenti del locutore? Ora, se questo esemplare apoftegma venisse attribuito immediatamente a una proiezione testuale dell’autore empirico, si commetterebbe un grave errore, quello di trascurare l’indicazione del titolo: Pensatori delle panchine. Mi pare evidente che il titolo riecheggia, con piena consapevolezza, un importante libro di Gianni Celati, i Narratori delle pianure: ma il titolo che alludeva a una sorta di parola plurale, nell’autore irpino non arriva nemmeno a risolversi in comunicazione, rompendo la virtuosa circolarità orale finzionalmente presupposta nelle narrazioni celatiane; inoltre, se Celati apre al paesaggio, come luogo identitario e deposito delle storie, il titolo di Arminio è centrato sul luogo materiale di produzione, la panchina che fa supporto materiale del pensiero: sorta di catabasi dal teatro alla poltrona. Arminio rimanda dunque a un’insignificanza dell’immediato ed empirico produttore singolare della voce narrante: le voci si confondono in una collettività parlata da una sorta di general intellect. La costruzione è quella di un soggetto collettivo; ma questo soggetto collettivo, che emerge dal testo, è malato, schizoide, paranoide. La capacità della galleria di aforismi di NP nel rappresentare l’uomo odierno, il suo valore di verità sta proprio nella dimensione insieme paranoide e anonima che è apportata come ingrediente fondamentale della costruzione finzionale. Come a dire che la struttura della realtà è isomorfica rispetto a quella della finzione poetica proprio perché questa contiene la mimesi degli elementi paranoidi e di scioglimento nell’anonimato che ciascuno sente come una minaccia nella propria percezione della realtà.

4. Si potrebbe dire che i pensatori delle panchine (NP, 100 e ss.), il pornoansioso (NP, 29 e ss.), il giovane astratto (NP, 39 e ss.), l’Arminio in terza persona di CI (passim) sono dei mediatori evanescenti tra l’Arminio autore empirico e Arminio come immagine e nome d’autore, il simulacro autoriale che il lettore stesso si fabbrica. In questo senso, il dispositivo di scrittura sottolinea che si tratta di costruzioni poetiche (e quindi, in ultima analisi, finzionali): l’apparente immediatezza è in realtà una mediata immediatezza, e le immagini e le rappresentazioni che fuoriescono da NP possono essere attribuite a Franco Arminio solo a patto di relativizzarle grazie a dei simulacri come l’ipocondriaco, il pornoansioso. Un attimo dopo aver attribuito al pornoansioso determinate “esagerazioni” finzionali, rendendole quindi accettabili, siamo pronti a dimenticarci della loro natura di esagerazioni per estrarne il valore di verità e attribuirlo ad Arminio.
Invece, nei testi più immediatamente paesologici, Arminio induce il lettore a porre tra parentesi il fondamento epistemologico del discorso, che è dato come assiomatico, attraverso l’impiego di diversi effetti di realtà, e l’abolizione conseguente di qualsiasi forma ulteriore di mediatore evanescente. C’è una sorta di circolarità: Arminio autore empirico usa come mediatore evanescente Arminio stesso. In questo senso il testo paesologico ha una chiara e doppia natura: la cornice finzionale di cui si avvale è anche un segnale di letterarietà del testo, dotato di una sua qualità estetica autonoma e primaria; ma il testo ha anche finalità immediate non unicamente estetiche, e anzi pratiche: è un testo in qualche modo anche prescrittivo, dove l’aforistica perde il suo valore di descrizione del mondo per acquisire forza pragmatica.
Non è un caso che la voce di Arminio paesologo possa fare capolino anche dalle colonne dei quotidiani, in uno stato di perfetta continuità enunciazionale con la voce di VLC: ci si troverà pure nell’ambito del letterario-finzionale, ma contemporaneamente si vuole inscrivere il proprio atto linguistico in un quadro di circolazione simbolica che attraversi la società in una sorta di tempo reale, non esitando a impiegare gli strumenti della cronaca giornalistica, e persino i suoi spazi materiali; la validazione che fornisce il supporto impiegato risiede allora nell’uso di un dispositivo finzionale che, mentre finzionalizza le circostanze dell’enunciazione, mette in scena attori reali e oggetti tratti dalla realtà.
Del resto, pare proprio che Arminio risulti cosciente di questa sua operazione, se è vero che lungo tutto VLC troviamo continuamente, metatestualmente, il riferimento ad aforismi e versi, annotati su un taccuino, e distinti dal resto del testo addirittura graficamente attraverso l’impiego del corsivo. Una visita in Val Germanasca viene così descritta: “Adesso non c’è nessun rumore. Si sale scrutando il grigio del calcare, cespugli neri cresciuti nelle fenditure della roccia, piccole borgate pressoché disabitate. Le case nuove non sono molto diverse dalle vecchie. Non ci sono vetrine ma cataste di legna ordinatissime” (VLC, 78). Poco dopo però l’autore scrive:

Io sono stato in Val Germanasca verso la fine di Gennaio. Non c’era neve e un posto del genere quando non c’è la neve è come se fosse colpevole di qualcosa. Nel taccuino che portavo con me, non ho preso altri appunti, ho solo scritto un po’ di versi: nel luogo più noto della valle / passeggio misurando con gli occhi / la distanza tra il sole e la cima dei monti. / È inverno e manca la neve, unico fiore dell’inverno: / la campagna quando è bassa è sporca, / devi sempre salire /per uscire dal groviglio / del mondo. / A Frali un gruppo di piccoli sciatori / si contende un quadratino bianco di neve / troppo a lungo calpestata / per colpa della neve non caduta” (VLC, 79).

Altrove i momenti dell’enunciazione paesologica e dell’enunciazione poetica sono ancora meno distinti, quanto più vengono distinte le due modalità di enunciazione:

Nascono da questa visione i versi che butto giù appena torno a casa. Se perdi un figlio / puoi venire qui a dormire in macchina […] (VLC, 141).

Mi avvio verso Palomonte, pochi chilometri, e sono già in un’altra storia che mi cambia l’umore e la scrittura. Il taccuino degli appunti si trasforma in versi approssimativi: A Palomonte la piazza / è un piccolo parcheggio / ai margini di un bivio (VLC, 144).

Per fortuna trovo un signore che lavora in una vigna e mi rassicura che sto per arrivare. Ancora un giro d’umore e tornano i versi sul taccuino: Difficile immaginare un paese /più lontano, più morto, più nascosto, / un tuorlo di creta nel bianco dell’aria / nel guscio dei monti (VLC, 145).

Proprio questa distinzione tra due gradi o livelli di scrittura, che tuttavia avverrebbero in una sorta di contemporaneità spaziale e temporale marcata dal presente indicativo in prima persona della voce enunciante, disvela la natura finzionale (anzi, metafinzionale) della scrittura testimoniale e in presa diretta di VLC. La dialettica tra i vari livelli della scrittura viene immediatamente segnalata dall’embrayage che disinnesca la voce dell’autore implicito per ridurla al grado zero dell’aforisma o saltare a quella sorta di enunciazione al quadrato che è il discorso poetico.

5. Siamo di fronte a differenti gradazioni e modalità di finzionalizzazione dei simulacri di soggettività preposti all’enunciazione. Si potrebbe proporre di definire l’ambito in cui ricade la produzione della verità, le condizioni della veridizione in NP e CI come ambito delle verità finzionali (cioè di verità espresse mediatamente attraverso un exemplum finzionale), mentre per quanto riguarda VLC quello delle finzioni veridittive: l’autore è costretto a creare una situazione d’enunciazione finzionale, per far quadrare il suo effettivo riferimento ai realia; senza questa simulazione di una situazione d’enunciazione “presente e viva”, le sue narrazioni di fatti veri non potrebbero avere né luogo né credito.
Arminio necessita di muoversi, per la paesologia, su un così particolare regime di finzionalità perché la testualità paesologica non ha bisogno di una forma di validazione di tipo ontologico, ma piuttosto di tipo etico. La presenza dell’autore ai fenomeni da lui convocati e narrati, la sua quasi-immanenza, la testimonialità di quanto viene scritto, sono necessari a questo tipo di validazione.

6. È forse per il fatto di ricercare un orizzonte espressivo con al centro un’ipotesi di etica per la comunità che, a leggere in lungo e in largo un libro come VLC, la narrativizzazione dello spazio viene realizzata soprattutto attraverso la convocazione, nello stesso presente linguistico e logico del lettore, di coloro che questo spazio abitano: i testi di Arminio devono essere identificati come immediatamente riferiti alla realtà; ma la scrittura, per poter pervenire a questa forma di circolazione simbolica, deve passare per una costruzione finzionale.
Lo spazio di Arminio è già intimamente spazio socializzato; e si direbbe che i testi paesologici si pongano come agenti di socializzazione proprio grazie alla loro cornice finzionale. Si alternano pertanto negli scritti paesologici di Arminio descrizioni di esseri umani inframmezzate a porzioni caratterizzate da una sorta di modalità deontica:

Evidentemente il problema ecologico viene prima di quello egologico, ma sarebbe puerile immaginarsi di trasformare gli uomini in assennati cercatori del bene e del meglio. Gli uomini devono piuttosto accettare il miracolo passeggero di essere qui, devono convincersi di essere animali in transito sulla scena della vita e che questa scena non è di nessuno, non ha padroni e forse non ha neppure creatori (VLC, 97).

Aforismi e prescrizioni da un lato, e dall’altro il racconto in prima persona delle circostanze in cui questi aforismi sono stati suscitati, servono a suffragare la validità etica, e insieme l’autenticità, di quanto detto:

Ogni anno vengono qui dei giovani a studiare i problemi del paese e a proporre soluzioni. Uno dei problemi è che molti di questi giovani sono del posto e per studiarlo vengono da fuori. Pare che residenza e riflessione siano un ossimoro. Se ne può tirar fuori un aforisma: chi risiede non riflette e chi riflette non risiede (VLC, 108-109).

Il testo paesologico si legge a due livelli, finzionale e reale; mentre invece quello non paesologico si legge a un livello solo, salvo poi trasferirne il contenuto a un livello superiore di lettura. In conclusione, dal punto di vista del lettore, realtà e finzione, nei libri di Arminio, non sono che due differenti gradazioni della soggettività testuale.

7. Proprio perché al centro della testualità paesologica c’è non già il suo statuto aletico, dato per presupposto in senso positivo grazie alla cornice finzionale, ma la dimensione dell’etica, il valore di verità nel testo andrà individuato anzitutto nella ricerca di una autenticità che sia, nonché testuale, anche appartenente al reale.
L’etica di Arminio è, come vedremo, senz’altro quella che ingiunge la fedeltà all’origine, a una dimensione identitaria che sembra perdersi, al passato: un passato che, quantunque non sia mai idealizzato, contiene grani e particelle di una promessa, disattesa, di un mondo migliore. Si tratta in particolare di una ricerca di socialità per definire la quale il criterio dell’autenticità, benché non venga mai evocato da Arminio, appare il più appropriato: “Non amo le vinerie cittadine, i luoghi in cui si mette in mostra una socialità liofilizzata. Preferisco la socialità residua, ma vera, dei paesi in cui restano poche persone e prevalentemente anziane” (VLC, 93). Più oltre: “Due sere di pizzica. Una vera, una liofilizzata” (VLC, 104). L’autenticità della prima serata di pizzica non può non risiedere in una maggiore fedeltà all’origine, alla ricreazione di rapporti umani com’erano un tempo, dei rapporti da paese. La vita dei paesi è quasi sempre rivolta al passato, nel bene e nel male: “Nei paesi non ci sono molte ipotesi sul futuro. Sembra che il futuro sia bandito. Tutto è avvitato nella mestizia del presente e nella fantasia del passato. Fantasticare è in genere un’attività rivolta al futuro. Invece nei paesi si fantastica sul passato” (VLC, 106). Del resto è anche lo scrittore stesso ad ammettere di scrivere di paesologia con un occhio rivolto al passato: “quando si comincia a parlare c’è sempre questo filo di nostalgia per il paese di un tempo” (VLC, 106).
Il senso di recupero di una socialità residuale, perduta in un passato già lontano, è evidente anche in questo passaggio: “L’aria di Zungoli ha una composizione particolare, non mi riferisco all’assenza di agenti inquinanti, mi riferisco al fatto che è un’aria che pare contenere i respiri di un’altra epoca. Qui mi sento all’inizio degli anni Settanta, ma con gli anni che ho adesso” (VLC, 65). Dappertutto è la centralità del passato: “Siamo dentro un bar con i dannati del tempo perso e quelli che si dannano per il tempo perso. Non è più come una volta quando nel mondo contadino il tempo vuoto era un tempo vissuto pacatamente” (VLC, 70).
In fin dei conti, il compito della paesologia è la creazione di un soggetto politico collettivo, anzi, per meglio dire, di una soggettività politica. Ma che cos’è la paesologia? Dice Arminio, dopo aver rilevato la presenza di una strisciante malattia in Italia, che non risparmia nessuno, provocata dal “veleno della desolazione”:

La paesologia è proprio la disciplina che cerca di dare un nome a questa malattia. Ogni volta che vado in un paese mi accorgo che la paesologia è una disciplina con molto avvenire, proprio perché i paesi di avvenire ne hanno poco. Col progredire della malattia sarà sempre più chiaro quanto sia doloroso vivere in un paese di cinquecento abitanti. Doloroso intendo per le persone come sono adesso (VLC, XII).

La paesologia si proietta nel futuro solo nella misura in cui i paesi perdono la traccia del loro passato, solo nella misura in cui restano poche sopravvivenze di un passato lontano da salvare e organizzare: “C’è stato un altro tempo in cui si sapeva cosa attendere e per cosa lottare, non era ancora l’epoca dell’equivoco di massa in cui siamo calati” (VLC, 92). Poco oltre “Non sto facendo l’elogio della sopravvivenza. So bene che per noi la sopravvivenza è tutto, ma non basta” (VLC, 93).
Più che una disciplina scientifica, la paesologia risulta essere una prassi fondata sul recupero degli ideologemi impliciti in una direzione della storia (una storia, peraltro a macchia di leopardo, dove conta solo la temporalità del mondo rurale) da cui il mondo attuale ha concretamente deviato; una temporalità (quasi una ucronia, se non fosse ficcata nel passato) però che caratterizzava solo determinate zone, e che dovrebbe essere estesa a tutto il mondo. Prima viene quindi il passato e il recupero dei suoi insegnamenti, dei suoi agencements; quindi l’agire sociale, dominato una serie di prescrizioni etiche riguardanti anzitutto l’uso del tempo; quindi la dimensione politica, su cui l’etica si riverbera. Su tutto è in ogni caso la questione del tempo, una questione quasi di economia:

Siamo tutti sotto un enorme massa di detriti. È la frana del tempo che passa. Il mondo è fermo, noi non siamo fermi, noi ci dibattiamo credendo di muoverci, in realtà, quando ci accorgiamo del tempo, quello se ne è già andato. Non aspettiamo che trascorra, perché non lo sentiamo andare via. Solo dopo che se ne è andato, lo rimpiangiamo. E questa la vera dannazione a cui siamo condannati, a cui è condannato chi non sa dare valore al suo tempo terreno. Che è anche l’unico che abbiamo. Tempus tantum nostrum est, diceva Seneca, solo il tempo è nostro, il nostro tempo mortale.

Se il paese è il luogo in cui può venire creata, anzi, ricreata una nuova economia del tempo, l’economia attuale è invece un ostacolo enorme; la paesologia ha carattere fortemente e apertamente anticapitalista: “Io non sono in grado di indicare possibilità diverse se l’ambito rimane quello del modello capitalista e antropocentrico”.
È inevitabile pensare che la scrittura di Arminio sia quindi volta alla produzione di una soggettività politica che possa sovvertire l’ordine attuale. Si tratterebbe di una comunità politica rivolta al futuro, nel tentativo di un recupero della promessa di felicità insita nel passato. Un movimento dalla chiara matrice antimoderna.
Un frammento programmatico dimostra come questa luce di passato sia già pronta e disposta a illuminare il futuro:

Forse un giorno non lontano sarà evidente che l’irrealtà con cui abbiamo svuotato il mondo e noi stessi può essere sconfitta tornando a vivere in luoghi dimessi e appartati, tornando ad accumulare giornate bianche, giornate in cui accade poco, ma quel poco che accade non svanisce nella girandola che c’è adesso. I paesi del Molise fra cinquant’anni saranno tra i luoghi più ambiti. E forse anche i tratturi si riempiranno di uomini e di animali. Non so come tutto questo possa avvenire, ma sono sicuro che avverrà.
Mi piacerebbe entrare in un paese e vedere gente che si muove a piedi: bambini, vecchi, donne, tutta una ragnatela di passi per catturare e farsi catturare dalle pause, dagli attimi in cui sembra che nulla possa avvenire. I paesi come luogo di riabilitazione degli umani, cliniche in cui si impari il compito fondamentale di passare il tempo, compito che è stato sostituito da una miriade di surrogati.
Riparare le statue, riportare alla luce i tratturi, potare gli alberi con cura, salutare con lietezza ogni persona, ecco alcuni gesti che ci possono far bene, possono farci ritrovare un filo di eleganza nella bolgia di cafoneria consumistica in cui siamo caduti (VLC, 117).

Ecco. La paesologia come progetto di redenzione del passato, inteso come deposito comune e identitario. Il comune, la comunità, per Arminio,  termini che compaiono sovente nel lessico etico-politico arminiano  sono questioni, evidentemente, di custodia: e l’atto di custodire non può che essere un atto di tramitaggio di ciò che nel passato va consegnato al futuro. Ma, in particolare, la lezione del passato è di insegnare a usare meglio il proprio tempo, a farne economia.

8. È evidente che questo progetto di comunità è basato su una visione del mondo che ha una forte nota conservatrice: “Questo posto pare conservare qualche brandello di identità e anche le persone mi sono sembrate non del tutto affrancate dai benefici influssi della loro radice contadina, qui assai più evidente che altrove”. La paesologia, con la sua centralità del passato e del mondo rurale, risulta pertanto non una scienza, ma una prassi dagli effetti politici con dei chiari elementi di conservatorismo. Possono tali elementi formare parte di un programma politico realmente e consapevolmente di sinistra? La riappropriazione simbolica di un passato rurale può essere parte del bagaglio culturale della sinistra?
André Gorz ha scritto che la questione che si pone alle società postindustriali “è quella dell’uso che sarà fatto delle economie di tempo di lavoro risultante dall’evoluzione delle tecniche”.
Gorz indica perfettamente la strada che dovrà caratterizzare le sinistre:

la risposta che definirà ormai la sinistra e in virtù della quale la sinistra si definirà come tale, consiste nel considerare le economie di tempo di lavoro come una liberazione di tempo grazie alla quale gli individui sociali dovrebbero potersi emancipare dai vincoli della razionalità economica incarnati nel capitale (cioè nel dominio del lavoro morto sul lavoro vivo).

Più oltre:

La riappropriazione cui deve tendere la lotta è dunque in primo luogo la riappropriazione sociale e individuale del tempo di lavoro che l’apparato economico è costretto a lasciare vacante non potendo fargli produrre plusvalore, e che diventerà tempo liberato, disposable time soltanto se gli individui sociali sanno trasformarlo nel tempo delle loro proprie attività, della loro propria vita e dei loro propri fini.

È proprio su questa dimensione dell’uso del tempo che si installa la fiducia conservatrice di Arminio: una fiducia che riconosce nelle piccole patrie (non solo irpine) della vecchia Italia rurale un modello preesistente e già attingibile per questo progetto di emancipazione del tempo. Ma proprio in quanto progetto di emancipazione del tempo, il recupero conservatore (del passato) di Arminio è un recupero che a pieno titolo si iscrive in un progetto politico di sinistra.

9. C’è poi un altro evidente elemento nel tentativo di produzione di una soggettività politica – legata, in questo caso, al passato  messo in atto da Arminio: la dimensione scissa delle comunità a venire. Arminio è pronto a sfruttare questa microsocialità per costituire già, in anticipo, piccoli centri di germinazione del cambiamento, differendo l’afflato verso forme di totalità e olismi vari. Badiou ha scritto che “ogni processo che abbia fondati motivi per presentarsi come il frammento di una politica di emancipazione deve essere considerato superiore a qualsiasi necessità gestionale”. Si noti, in questo passaggio, soprattutto il termine “frammento”. C’è una dimensione frammentaria delle politiche di emancipazione, che oggi finiscono spesso per ritrovarsi soprattutto in forme di aggregazione minimale, sovente al confine tra conservatorismo e progressismo: comitati di quartiere, piccole associazioni di cittadini. Ma anche quando queste forme di aggregazione sconfinano sfrontatamente nel reazionarismo più becero o tragico dimostrano tuttavia, nella loro logica frammentaria, di essere, come diceva Pasolini, un “frammento di lotta di classe”. Proprio là, dove il fronte del cammino emancipatorio delle classi è più frammentario, si mostra virtualmente, qualora lo si sappia intravedere, l’emergere di nuove soggettività politiche, potenzialmente rivoluzionarie. Dietro l’elettorato della Lega Nord c’è, insomma, in parte anche una rivoluzione inibita, così come “È possibile leggere quell’evento [la Notte dei Cristalli] precisamente come un sintomo: […] una forma difensiva che copre la lacuna, il fallimento di un efficace intervento nella crisi della società tedesca. In altre parole, la stessa rabbia furiosa dei pogrom antisemiti diventa la prova a contrario della possibilità di un’autentica rivoluzione proletaria: il suo eccesso di energia distruttiva può essere letto solo come reazione alla consapevolezza (‘inconscia’) della mancata possibilità rivoluzionaria”.
Questa nascita o attesa di una sorta di contropotere, basato anche su di una serie di vere e proprie tattiche molecolari, è l’elemento su cui Arminio tenta di fare leva, impiegando il passato come fattore di aggregazione attraverso l’identità: impiegando talora persino, ma con moderazione, retoriche identitarie che potrebbero rivelarsi pericolose. Non c’è dubbio che i viaggi attraverso i paesi che Arminio compie nei suoi esercizi di paesologia (e si noti che il termine esercizi designa questa attività fin da subito come una sorta di prassi) servano, tra l’altro, a riconoscere e contare “i fratelli” e costituirli in unità: sono anche una forma di reclutamento. È la reincorporazione nel dibattito politico di uno dei significanti della Rivoluzione francese, la fraternità. Anche su questa Badiou ha scritto: “La fraternità è la manifestazione reale del nuovo mondo, e di conseguenza, dell’uomo nuovo. […] E quale ne [della fraternità] è il contenuto, se non l’accettazione della prevalenza del «noi» infinito sulla finitezza dell’individuo?”. Questa centralità del momento fraternità, questa ritematizzazione della fraternità nella scrittura di Arminio emerge chiaramente, per esempio nell’uso frequente del termine comunità, o del pronome di prima persona plurale.

10. Come abbiamo visto, del passato a Arminio interessa soprattutto una dimensione: quella della gestione del tempo individuale e comunitario; si tratta ovviamente di una dimensione prima etica che politica, ma i cui effetti non possono che misurarsi nell’ambito della politica. La temporalità ossessiva e presentista dell’ipocondriaco si incontra con la temporalità malinconica naturaliter passatista che è propria del milieu rurale e dei suoi abitanti: resta così il fantasma di una volontà politica che, nel progettare il futuro, o meglio, nel proiettare le proprie speranze verso il futuro, ritiene che sia necessario un recupero del proprio passato.
Certo questa posizione, a un tempo conservatrice e di sinistra, ha dei padri nobili, nella letteratura italiana: il più pertinente è quello di Pasolini. Sarà utile, pertanto, mettere a confronto la sua visione con quella di Arminio. Possiamo scegliere, come specimen della visione pasoliniana, il famoso discorso delle lucciole. Ne cito di seguito un lungo frammento:

Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio).
Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.

Si noti anzitutto, nel capoverso iniziale, l’uso dell’espressione “definizione di carattere poetico-letterario”: il discorso di Pasolini impiega elementi figurali dal programmatico carattere finzionale, ciò che è sorprendente, visto che la cornice in cui vanno inquadrati è quella, fin dall’incipit, di un testo espositivo-argomentativo, sul cui riferimento alla realtà, ai realia, i lettori normalmente non si interrogano. Questo ribaltamento problematizza lo statuto aletico del discorso di Pasolini, in un modo divergente dal consueto: se normalmente il lettore è pronto a estrarre valore di verità da testi che hanno un profondo livello di finzionalità, qui al contrario il lettore deve fare la tara di un elemento dal marcato carattere finzionale, su cui l’autore stesso pone una forma di preventiva avvertenza, per poter fare ritorno consapevoli al testo.
Quanto alle implicazioni etico-politiche delle proposizioni di Pasolini, gli ingredienti sono in fondo gli stessi ravvisati in Arminio: le piccole patrie e il mondo rurale del passato come ricettacolo di innocenza e purezza; anche la posizione di Pasolini, è insomma quella di un conservatore di sinistra. Pasolini conclude: “Di tale ‘potere reale’ noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali ‘forme’ esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l’hanno preso per una semplice ‘modernizzazione’ di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola”. Non si tratta, per Pasolini, di difendere le politiche di emancipazione da un potere sempre più invasivo: a Pasolini il passato sta a cuore perché vorrebbe salvarne una specifica dimensione che è eminentemente estetica. Il discorso delle lucciole è, pertanto, in ultima analisi, un discorso di ascendenza decadente.
In questo senso la posizione di Arminio costituisce un ribaltamento della posizione di Pasolini. Si ricordi il famoso distico pasoliniano: “È per l’istinto di Conservazione / che sono comunista” (ripreso persino da Berlinguer). Il comunismo di Pasolini non è vòlto a mettere in atto politiche di emancipazione, ma a tutelare e difendere, del passato, determinate rappresentazioni che sollecitano soprattutto il suo senso estetico. Al contrario, per Arminio, il recupero e la conservazione del passato servono a individuare delle efficaci politiche di emancipazione, che oggi devono recepire come tema di primario rilievo la questione della gestione del tempo individuale. Il suo programma politico Arminio lo espone nel modo più chiaro forse in questo passaggio:

Il sessantotto delle montagne dovrebbe avere come cuore pulsante la richiesta di un modello economico basato sulla decrescita e di un modello culturale basato su un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne. Non più l’uomo come ingordo produttore e consumatore, schiavo insonne della piramide capitalista, ma essere che si muove tra le cose sapendo che siamo qui per passare il tempo e spesso per non venire a capo di nulla.

La visione di Arminio non è quella di un uomo totalmente amputato dalla storia del proprio futuro, come nel caso di Pasolini; non a caso Arminio impiega il termine decrescita, tipico di tanto pensiero altermondialista, da Latouche a Caillé: la sua proposta di recupero del passato, a differenza di Pasolini, si inquadra per lo meno coerentemente in una prospettiva teorica che, quantunque utopistica, costituisce un effettivo riparo di fronte alla pioggia neocapitalista e neoliberista che infradicia l’orizzonte storico odierno.

11. Può essere forse utile operare un confronto con un altro scrittore, Italo Calvino. Nel 1963 infatti, Calvino pubblicò un testo esemplare, La speculazione edilizia, in cui metteva in scena in fondo, attraverso un personaggio che è solo in parte autobiografico, il degrado del paesaggio della Riviera ligure di Ponente. Si veda l’attacco:

Alzare gli occhi dal libro (leggeva sempre, in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il paesaggio […] era il modo in cui tutte le volte che vi tornava, Quinto riprendeva contatto col suo paese, la Riviera […].
Però ogni volta c’era qualcosa che gli interrompeva il piacere di quest’esercizio e lo faceva tornare alle righe del libro, un fastidio che non sapeva bene neanche lui. Erano le case: tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso mare. La febbre del cemento s’era impadronita della Riviera.

Ciò che è minacciato, in questa superfetazione di orridi palazzi sul paesaggio, è ancora una volta un’identità estetica. In questo il punto di partenza di Calvino pare simile a quello di Pasolini. Di fronte al problema che pone a Calvino il reale cambiamento del paesaggio in provincia di Imperia, e in particolare a Sanremo, l’autore reagisce inventando un personaggio semi-autobiografico, da impiegare per realizzare una sorta di exemplum fictum negativo, e analizzare, così il da farsi, per così dire, in vitro. In particolare, la posizione di Calvino viene messa a testo – un testo finzionale – nel seguente brano, di cruciale importanza:

E Quinto: — Eh, eh! Accidenti! Ah, cara mia! — non era capace che d’uscirsene in esclamazioni inespressive e risolini, tra il «Tanto che ci vuoi fare?» e addirittura il compiacimento ai più irreparabili guasti, forse per un residuo di giovanile volontà di scandalo, forse per l’ostentazione di saggezza di chi sa inutili le lamentele contro il moto della storia. Eppure, la vista d’un paese ch’era il suo, che se ne andava così sotto il cemento, senz’essere stato da lui mai veramente posseduto, pungeva Quinto. Ma bisogna dire che egli era uomo storicista, rifiutante malinconie, uomo che ha viaggiato, eccetera, insomma, non glie ne importava niente! Ben altre violenze era pronto a esercitare, lui in persona, e sulla sua stessa esistenza […]. Ecco, ora, lì, quel suo paese, quella parte amputata di sé, aveva una nuova vita, sia pure abnorme, antiestetica, e proprio per ciò — per i contrasti che dominano le menti educate alla letteratura — più vita che mai .

Il passo mostra come si presentava la problematica morale della speculazione edilizia per Calvino: tra il rifiuto della tutela di un’identità estetica di per sé, divisa da un progetto politico, e il rammarico per vedere il proprio paese spogliato e imbruttito dal progresso. D’altronde l’estetica è il passato, la decadente inutile conservazione, e la speculazione è vita, futuro, e quindi progresso: “una nuova vita, sia pure abnorme, antiestetica, e proprio per ciò […] più vita che mai”. In realtà, dunque, il dissidio è tra un conservatorismo impraticabile, inibito, e un progressismo distruttivo, che priva il mondo della propria identità: si respira tutta l’ansia e la paura di cadere in un tranello ideologico e finire per difendere un modo di vita reazionario. Probabilmente per Calvino questa contraddizione è insita nel mondo rurale, e il laboratorio ideale per le lotte di emancipazione  il meno equivoco per lo meno  è ancora l’ambiente urbano. Resta che la questione del passato e della sua conservazione, anche per Calvino, è qui una questione prevalentemente estetica.

12. Pertanto, e in soldoni: Arminio tenta di reperire un punto di aggregazione per la costruzione di forme politiche di liberazione del tempo nelle comunità rurali; la posizione di Calvino pare indicare che si possono trovare forme di aggregazione valida sul piano della lotta politica in fondo solo in città, perché solo lì il progressismo politico potrà trovare una dimensione solidale con il progresso economico; la risposta di Pasolini pare indicare che queste forme oggi non si possono trovare più, e che la contraddizione tra progresso economico e progressismo politico è insanabile a tutti i livelli, e non resta altro che un individualismo titanico e pessimista, nostalgico del mondo della campagna. Arminio tende invece disperatamente a cercare di costituire forme anche minimali di aggregazione politica attorno a una serie di imperativi etici organizzati nella disciplina della paesologia. La ricerca di Arminio è la costituzione di una comunità; il narcisismo di Arminio è un narcisismo aggregante, che spinge l’autore a uscire da sé stesso.
Il passato è un grave pericolo per chi si interessa alla politica intesa come ricerca di nuove forme di emancipazione: il conservatorismo virtuoso rischia sempre di tramutarsi in nuove forme di paralisi identitaria. Ma è una necessità primaria delle politiche di emancipazione di confrontarsi con il passato. Già Fortini recuperava proprio per Pasolini una lettera di Marx a Ruge:

Il nostro motto dev’essere dunque: riforma della coscienza, non per mezzo di dogmi, ma mediante l’analisi della coscienza mistica non chiara a se stessa, o si presenti sotto forma religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa, di cui non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente. Apparirà chiaro come non si tratti di tracciare un trattino tra passato e futuro, bensì di realizzare i pensieri del passato. Si mostrerà infine come l’umanità non incominci un lavoro nuovo, ma porti a compimento consapevolmente il suo vecchio lavoro.

L’amore di Arminio per il passato trova certamente la sua più corretta e importante giustificazione metodologica in questo frammento marxiano.

13. Rispetto alla scrittura di Calvino, c’è un elemento che caratterizza contemporaneamente la scrittura di Pasolini e quella di Arminio accomunandole: la dimensione della creaturalità. Può sembrare paradossale l’insistenza, nell’epoca del posthuman, sulla creaturalità, così come quella sul carnevalesco, quando anche il racconto stesso del corpo sembra, in molti autori contemporanei, mostrare la reificazione del corpo stesso, la sua riduzione ad altro dalla corporeità; eppure la creaturalità per molti versi appare un campo cruciale in questi due scrittori.
Si veda a titolo di esempio il seguente frammento:

Uscendo fuori il mio interlocutore mi dice che la notte del terremoto ha perso la madre, la moglie e la figlia. Qui la mia attenzione si ravviva. Mi faccio raccontare com’è successo.
Stavano sul divano. La casa è crollata. Lui si è trovato davanti al figlio maschio. Lo ha riparato. Durante tutta la notte sono rimasti sotto. La bambina non la sentivano. Lui e il figlio li hanno tirati fuori al mattino. Poi è uscita anche la moglie. È uscita viva. Mentre la portavano al campo sportivo il vento le ha sollevato la gonna e lei se l’è sistemata con le sua mani. L’hanno portata a Napoli. Sembrava che non stesse tanto male. Il giorno dopo è morta. Intanto avevano tirato fuori dalle macerie anche la figlia di dieci anni. Ascolto questa storia mentre siamo fermi nella mia macchina davanti al cinema. Il padre dice che guardava la figlia e sperava che non fosse morta. Aveva rovesciato il coperchio della bara e ci aveva messo la figlia sopra. Io ascolto, sento che non riuscirò a dimenticare questa storia, ma il peggio deve ancora venire. Il signor Francesco alcuni anni dopo il terremoto si risposa e dal nuovo matrimonio nascono due figli. La notte di Natale del 2001 la sua bambina di dieci anni sale di corsa le scale per andare a posare una statuina sul presepe. Non arriva al presepe. Muore sulle scale. A suo tempo avevo letto questa storia sui giornali locali. Mi aveva emozionato e poi era andata via dalla mia mente. Adesso ha un leggero tremore. Faccio qualche domanda al mio interlocutore e il filo delle disgrazie si allunga. Torniamo indietro. Il signor Francesco aveva un padre di quarantotto anni che aveva preso un grande spavento in Albania durante la guerra. Una sera del 1953 uscì di casa e morì per un infarto. Qualche anno dopo al signor Francesco muore per malattia anche il fratello che studiava all’università.
Guardo l’orologio, usciamo dalla macchina. Mi pare di aver parlato con la reincarnazione di Giobbe. (VLC, 8-9).

Come è ovvio, il creaturale di questo passaggio è un aspetto sfruttato fortemente ai fini della costruzione di un discorso paesologico.
In un capitolo fondamentale di Mimesis, Auerbach racconta e analizza la storia di Madame du Chastel. A un tratto, Auerbach spiega come “il Signor du Chastel mostri in cospetto dei parenti e degli amici un viso sereno e deciso, ma come, nella notte, solo con la sua donna, a letto, perda il dominio di sé e s’abbandoni completamente alla disperazione”. Il motivo della disperazione del Signor du Chastel è la minaccia di morte del figlio tredicenne, in ostaggio presso il Principe Nero, per un problema di interpretazione di un accordo politico-militare tra i due, a garanzia del quale è stata appunto posta la testa del figlio del Signor du Chastel. La scena dei due sposi a letto viene così commentata da Auerbach: “La letteratura feudale nel suo fiore […] non ci ha lasciato nulla di così realistico e creaturale”. C’è forse un elemento nella scena scelta da Auerbach che ci consente di riscrivere il concetto di creaturalità secondo coordinate più contemporanee: non solo qualcosa che “implica il concetto della sofferenza a cui si è soggetti in quanto creature mortali”, ma ancora di più un momento di esposizione – e di gettatezza prima ancora  del corpo proprio e inerme, della nuda vita, nel quadro e nel campo del politico: dove si vede peraltro che l’idea di creaturalità, per lo meno se letta in questa chiave, implicava in qualche modo un’anticipazione correlativa del concetto foucaultiano di biopotere. La creaturalità è evidentemente una dimensione individuale e prepolitica, ma è sempre più necessario, nel quadro di una alfabetizzazione etica delle cittadinanze, che la politica e in particolare le sinistre si facciano carico della dimensione della creaturalità. Anche questa indicazione c’è, in Arminio: anche la creaturalità, concetto che va depurato e reso totalmente laico, può fungere, se correttamente intercettata in un adeguato dispositivo ideologico, da necessario vettore di fratellanza.

14. Poiché la paesologia consta di un braccio armato operativo, che affronta impegnative battaglie civili di vario tipo, vien fatto di chiedersi allora: che bisogno c’è di adottare nei testi paesologici una prospettiva di enunciazione finzionale, accompagnata oltretutto da una patina stilistica spesso programmaticamente lirica? Probabilmente, la cornice finzionale e il lirismo svolgono un duplice ruolo: dànno vita, da un lato, a un effetto di realtà; costituiscono, dall’altro, un segnale di letterarietà. È nel letterario che la paesologia trova il suo spazio più naturale, e questo perché il letterario può fornire una lingua, una capacità di intendimento e di analisi della situazione, una agency antagonista, a una soggettività politica ancora inesistente ma prossima alla comparsa. È un compito che è precipuo di ciò che Deleuze ha definito “letteratura minore”: “La macchina letteraria prende il posto di una macchina rivoluzionaria a venire non certo per ragioni ideologiche ma perché è la sola ad essere determinata a soddisfare le condizioni di un’enunciazione collettiva che, in quell’ambito, non sono presenti da nessun’altra parte: la letteratura è affare del popolo”. Porre la paesologia alla prova dell’idea di letteratura minore è allora forse un modo per comprenderne meglio significato e scopi. Come scrive Deleuze, “I tre caratteri della letteratura minore sono quindi la deterritorializzazione della lingua, l’innesto dell’individuale sull’immediato-politico, il concatenamento collettivo d’enunciazione”. E in effetti, VLC mostra continuamente questo slittamento dell’individuale sul politico, questo divenire immediatamente politico della posizione individuale di Arminio o degli altri attori che di volta in volta vengono incontrati (non è terribilmente “politica” anche la parabola dell’uomo “reincarnazione di Giobbe” precedentemente citata, ad esempio?), e questa dimensione collettiva degli enunciati che emergono dai vari testi, tanto che continuamente l’enunciazione slitta dalla prima persona al noi. In fin dei conti, la paesologia “È la letteratura che produce una solidarietà attiva, malgrado lo scetticismo; e se lo scrittore resta ai margini, o al di fuori, della sua fragile comunità, questa situazione lo aiuta ancor di più a esprimere un’altra comunità potenziale, a forgiare gli strumenti di un’altra coscienza e di un’altra sensibilità”. E, infine, VLC non si avvale, con tutto il corredo dei suoi piccoli e grandi manierismi stilistici, del lirismo e della letteratura – e di una letteratura scritta in una lingua che è lontanissima da quella parlata dagli uomini della comunità di cui, involontariamente e malgrado sé stessa, si fa portavoce , per parlare di tutt’altro, di tutela del paesaggio, della vita umana, delle zone rurali, dei paesi? L’aver restituito dignità a questa parola, paese, non è già la prova più che evidente, che la paesologia parla la lingua delle letterature minori?

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Written by Arminio

19 febbraio 2011 a 8:15 pm

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2 Risposte

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  1. Sto studiando :-)), auguri ancora, Gaetano

    Gaetano Calabrese

    19 febbraio 2011 at 11:30 pm

  2. Il mio modo di (ri)farteli è stato di leggerlo.
    Oltre che lungo, complicato (regalo importante, dunque). Su q.sa sarei anche perplesso, ma in fondo chi sono per dire ciò?

    p.s. ancora grazie al ‘ritrattista’ Gaetano.

    paolo

    21 febbraio 2011 at 11:10 am


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