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Le ^ ^ ^ del MONTE CELICA _ Montella

DOMENICO CAMBRIA ^ ^ ^ LE TRE PIRAMIDI DEL MONTE CELICA

Alta valle del fiume Calore, Irpinia, una terra sotto tanti aspetti ancora dimenticata da Dio e dagli uomini, una conca dove nasce il fiume Calore, entro il quale si gettano i torrenti che scendono dai monti Picentini che le fanno da cornice: il Terminio, il Raja Magra, il Cervialto. Poi lei, la Celica, una montagna ritenuta sacra dal popolo dei Sanniti e certamente dai precedenti: i Pelasgi e gli Osci, oggi Riserva Naturale Integrale all’interno del Parco Regionale dei Monti Picentini. Una montagna che a guardarla affascina per quanto è bella, maestosa, con la cresta simile al profilo di un’aquila in volo, la testa al centro e il becco aguzzo che lancia i suoi stridî su valli mai esplorate come il Condor delle Ande, tra dirupi dove il sole non nasce mai, battuti solo dai lupi, che fanno sentire il loro ululato non più di guerra. Provenienti dall’Enotria, regione del Peloponneso, da qui transitarono verso il 5.000 a.C. gli Enotri alla ricerca di un fantastico lago (le fonti storiche ufficiali parlano del 2.500 a.C.) di cui parlava un’antica leggenda. Ma non lo trovarono quel lago e proseguirono per quell’antica strada, la Paestum-Manfredonia, oltre il colle di Fontigliano per immettersi nella valle dell’Ofanto, sino a giungere alla gloriosa Compsa, quasi un’isola posta al centro del fiume, successivamente chiamata, appunto, Kossa degli Enotri.

Circa mille anni più tardi giunsero i Pelasgi, poi gli Osci, infine i Sanniti che ne fecero la storia. Ancora dimenticata o poco capita. Poi giunsero i Romani, poi orde di barbari: Unni, Vandali, Goti, Saraceni, Longobardi, Spagnoli, Francesi, Austriaci ecc., ognuno a saccheggiare il mito del grande impero, in Irpinia la storia del Sannio, persa nelle nebbie del tempo.

Gli storici irpini del 1700 (Nunzio Maria della Vecchia-Gabriele Grasso-Palmese- V.M.Santoli, ecc.) avevano cercato di farlo capire che la storia del Sannio, così come era stata scritta, era lacunosa perché mancava di trattare la provincia di Avellino, una volta all’interno del territorio detto Hirpinia, pari al 50% di tutto il territorio sannita, ma non ci riuscirono. I successivi eventi bellici fecero dimenticare quel poco che erano riusciti a fare emergere.

Dopo la disfatta di Aquilonia e la caduta dell’intero Sannio, sette anni più tardi gli Hirpini si allearono a Pirro che si trovava a Taranto per difendere questi dalle mire espansionistiche di Roma. Altra sconfitta. Solo allora cadde la capitale dell’Hirpinia, Malventum, nel 275 a.C., per mano del console romano M.C. Dentato. I romani, per vendetta verso gli indomabili Hirpini dei monti (Lioni-Bagnoli-Montella-La Baronia-Nusco-Volturara-Serino-Solofra ecc), attraverso i famosi “Campi taurasini”, che in larghezza andava da Benevento a Taurasi, il lunghezza sempre da Benevento sino a Candela, li rinchiusero tra i loro monti come in una riserva indiana. Da allora gli Hirpini persero la loro connotazione di Sanniti, restando legati principalmente al loro nome tribale, quello di Irpini, la gente dell’attuale provincia di Avellino.  Ma gli Hirpini ancora non si arresero. Settant’anni più tardi Annibale vince a Canne. Il dux di Compsa, Stazio Trebio, dissotterra ancora una volta il “Gallo di bronzo” e cerca una nuova rivalsa. Scrive al condottiero cartaginese e dice: “…Marcello si fa vanto che è lui il vincitore di Canne! Vieni ad asciugare le lacrime della madri, noi che mai fummo protetti da alcuno. Oppure sei diventato floscio come l’arco sotteso dopo avere scagliato il dardo?” (Questa è storia NON teorie: T.Livio-Storia di Roma L.XXXIII Cap.52). Altra sconfitta. Questa volta Roma chiude definitivamente il capitolo con questo popolo, cancellandolo dagli annali storici perché alleato al loro nemico per antonomasia: Annibale. Nell’82 a.C., con le guerre sociali, i Sanniti, sempre alla ricerca di un’ultima vendetta, si uniscono a Mario contro Silla, che è di parte romana. A Porta Collina, il 2 novembre dell’anno 82 a.C., gli Hirpini, unitamente ai Caudini, furono uccisi, poi decapitati, le loro teste conficcate ai pali che circondavano il campo, secondo  un antico rito celtico. Come tra poco si festeggerà il 150° dell’Unità d’Italia, così noi Hirpini dovremmo celebrare la morte di tutti gli avi, di tutti coloro che per questa terra vissero e morirono: il 2 novembre.

Ma ritorniamo al nostro monte Celica. Una mattina di metà novembre, alla ricerca dell’antico tragitto Paestum-Manfredonia, mi accorgo di un chiarore tra i boschi. “E’ una radura!”, penso. E salgo la costa. Quando finalmente ci sono, noto con sorpresa che sono giunto su di un belvedere, un belvedere dal quale altri popoli prima di me si recavano per vedere qualcosa e omaggiarle. Cosa se non quel monte?! E, per la prima volta, quei monti ce li ha dinanzi in maniera non longitudinale, come si vedono da Bagnoli e Nusco, ma in maniera trasversale, frontale. Mi siedo e le guardo con attenzione. All’improvviso mi rendo conto che quelle tre piramidi poste frontalmente alla Celica sono disposte esattamente come le tre più famose piramidi d’Egitto. Un brivido mi percorre le membra. Ma mi faccio i conti. La piramide più piccola, quella di Micerino, si trova in coda proprio come la mia montagna detta Tesoro, tutta a destra da dove mi trovo. Quella di Chefren, più grande della prima ma meno rispetto alla terza, è al centro proprio come Sabinella!!! Adesso incomincio ad avere paura. Dove mi trovo? Ma un brivido di vera paura mi coglie quando mi accorgo il monte Sabina, quella tutto a sinistra, il più grande, è proprio come la piramide di Chefren. Ma c’è un’altra coincidenza che mi fa rabbrividire: i due monti più piccoli, allineati con i loro vertici, presentano il terzo, Sabina appunto, leggermente spostato sulla destra, esattamente come si presenta la grande piramide di Cheope rispetto a quella di Chefren e Micerino. Tutte e due le rappresentazioni, sono spostate sulla destra di 12 gradi!!!

Che mistero nascondono queste tre montagne e la nostra Irpinia? Ma tutti hanno sempre letto “La Celica” come L’Accelica, e Sabina in Savina in quanto noi storpiamo la “b” in “v”. E il topografo ha scritto quello che ha sentito. Ecco, così si fa la storia, non leggendo e poi ripetendo sempre a pappagallo tutto quello che si crede di imparare. Questi i misteri della nostra terra, tutti da scoprire se altri avranno il coraggio o il buon senso di osare, per lo meno di impegnarsi anche con i fatti.

Se interessa, possiamo approfondire perché Enotro venne da noi nel 5.000 a.C. e cosa trovò.

 

 

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4 Risposte

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  1. Bello,intrigante e peno di fascino questo racconto di storie arcaiche al limite del mitico.Ho sempre coltivato con le mie nipotine la loro fantasia e curiosità non con le pesantezze e rigidità dei concetti e delle idee che pure ma con i racconti delle vecchie favole che da bambino una una “vecchia affabulatrice di cunti” ci raccontava le storie di banditi sanguinari e di eroi vendicatori delle nostre terre irpine, di padroni cattivi e contadini coraggiosi che lottavano per la giustizia contro i soprusi dei ricchi……e leggevo nei loro scintillanti occhi interesse e coinvolgimento. Quindi nessuna pregiudiziale o pregiudizio verso le storie, “li cunti” sui nostri progenitori vicini e lontani. Ma il mio interesse e attenzione rispetto alle storie locali , dei territori e degli uomini che li abitano si basa soprattutto sul problema del “radicamento” più che delle “radici”. Il radicamento come scrive S. Weil è “ il bisogno più importante e misconosciuto dell’animo umano, e tra i più difficili a definire”. Problema conoscitivo importantissimo proprio perché viviamo un processo della sua negazione o dissolvimento attraverso una vera propria “malattia dello sradicamento” subito quasi come uno stato naturale e non come un fatto culturale e storicamente determinabile. Lo sradicamento contadino, lo sradicamento geografico,determinato dalla sostituzione moderna di Nazione a quella del territorio. Perdita di senso e di appartenenza quando ci si deve ricostruire una identità sulla categoria della ragion di Stato che indebolisce il rapporto pieno ed autentico con il tempo e lo spazio .legati alla propria storia e al proprio territorio nelle sue specificità e caratteristiche culturali e storiche. Oggi io ritengo problema preponderante costruire un senso completamente nuovo di essere comunità non popolo. Dare senso alla politica per bonificare il terreno culturale per recuperare e radicare radici per portarle a nuovi frutti. Non mi interessano “radici”culturali e storiche che possano alla lunga rivelarsi “corazze ideologiche” di tipo totalitarie con una concezione sociale non in senso eminentemente relazionale ma che ci portano direttamente nella morsa delle categorie antipolitiche di “amico-nemico” e non come “sfida conoscitiva e politica , vissuta precipuamente come come fitta trama di rapporti anche conflittuali e differenziati tra individui, che si riconoscano reciprocamente in quanto tali se pur nel proprio ambiente storico e naturale in una concezione della cultura antropologica e storica , il cui fine e senso è di entrare in una relazione significante,consapevole,attiva ed aperta con gli altri sia essi individui che popoli. Condannando così anche il pensiero e la cultura alla sterilità o peggio alla conflittualità escludente (“immunitas”) e non includente (“communitas”).
    mauro orlando

    mercuzio

    20 febbraio 2011 at 7:23 pm

  2. Grazie. Mimì. Questa tua testimonianza storica, non fantastica, dovrebbe spingere i nostri amministratori e storici ad alimentare una rivisitazione seria ed inconfutabile che parta dalle tue ricerche, ma forse il problema è proprio questo, quando le ricerche non vengono da persone della casta diventano per la casta stessa inaccettabile. Se poi questo accade nella terra dei “Coppoloni” le cose peggiorano ancora. Non mollare, divulga con forza i risultati delle tue ricerche, degli studi attenti a cui sottoponi la storia di questa parte d’Italia, Naturalmente da irpino, fiero e molto legato alla mia terra, sono ampiamento conscio che i risutati non devono essere usati per dividere ma per unire. Reputo vergognoso che la storia di un dato territorio venga ” distorta” e usata a modo proprio. Per questo hi il diritto di sapere le mie origini, la mia collocazione nella logica che la storia dà ai luoghi. I romani, gli Unni, i Visigoti, i Fenici, vengono storicamente riconosciuti e piò o meno gratificati grazie alla storia che ci riporta alle origini, alle vittorie ed alle sconfitte, agli usi ed ai costumi che ne hanno caratterizzato l’esistenza. La domanda che faccio a tutti voi è la seguente ??? Se Tito Livio ha scritto bene la storia dei Sanniti perchè la stessa è stata travisata senza che nessuno abbia opposto resistenza ??? Semplice superficialità ???
    Ricordiamoci che Mimì viene, dagli ambienti degli storici riconosciuti e dei palazzi delle belle arti visto alla stregua di un sovversivo. Anche questo dovrebbe preoccupare. Perchè allora, queste persone non accettano un confronto serio, perchè vietano allo stesso di esporre teorie, parlo per le cose non accertate storicamente, tipo i Menihr, perchè di fatto gli si nega un confronto, una collaborazione, che poi possa portare a stabilire se di Menihr trattasi o di fantasia del buon Mimì appassionato di storia e grande conoscitore del territorio ??? Questo una società democratita non può accettarlo, Mimì cari amici è stato più volte minacciato … ma questa è una storia che non essendo mia non mi sento di violentare.
    A Mimì ed al suo amore per queste terre, alla ricerca ossessiva della storia, vera, che le ha caratterizzate nei millenni vanno tutta la mia stima e la mia considerazione.
    Grazie Mimì, il 13 ad Aquionia si parlerà di porci e di lupi e anche di Menihr (dal bretone men = pietra e hir = lunga): pietra infitta nel terreno tipica della cultura megalitica. La funzione dei menhir
    tuttora oggetto di studio.
    E NON PER EVOCARE ORIGINI O DERIVE, MA SOLO PER UNA CORRETTA LETTURA STORICA DEL LUOGO CHE VIVIAMO.

    giovanni ventre

    21 febbraio 2011 at 10:59 am

  3. un plauso dal profondo del mio cuore a Domenico Cambria, alias Mimì, per aver iniziato il percorso dell’acculturazione inculturazione per tentare di correggere l’analfabetismo di ritorno inconsapevole e doloso con cui la stragrande maggioranza dei cittadini e dei titolari delle Istituzioni Culturali irpine e della città NON CONOSCONO NON SOLO CHI SIAMO STATI E DA DOVE VENIAMO MA NEPPURE LA STRADA DA INTRAPRENDERE PER COMPIERE UN TRATTO DI CAMMINO INSIEME VERSO LA META CULTURALE AMBITA DA POCHI MA ACCESSIBILE A MOLTI: LA CONSAPEVOLEZZA DEI PROPRI LIMITI E DEL CONFINE OLTRE IL QUALE QUEI LIMITI DIVENTANO L’INDICATORE DI UNA IGNORANZA PALESE E RIPROVEVOLE, DA SUDDITI E NON DA CITTADINI…
    Grazie Mimì, siamo al tuo fianco.
    Rocco

    rocco quagliariello

    21 febbraio 2011 at 12:52 pm

  4. Se fate così mi fate commuovere. Sono un piccolo Giordano Bruno. Parleremo a tempo debito di ogni cosa. Grazie. MM

    domenico cambria

    21 febbraio 2011 at 6:08 pm


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