COMUNITA' PROVVISORIA

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FEDELE GIORGIO

di FRANCA MOLINARO

A poco più di due anni dalla scomparsa dell’intellettuale Fedele Giorgio torniamo a ricordarlo con commozione e rispetto. Causa prima di questo ritorno è lo studio che il Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud, nella persona di Paolo Saggese, sta compiendo per conoscere la produzione poetica presente in provincia. Altro motivo valido è il lavoro che sta compiendo Don Donato Cassese, Direttore responsabile del periodico “il Seminario”, sulla vita e produzione del suo compaesano Giorgio. Già nel 2007, il periodico pubblicò, come allegato per gli abbonati, “Fior del mio paese, 111 stornelli agrodolci” nello stile degli stornelli abruzzesi. Fatto unico nella storia del periodico, come scrive Don Donato nella premessa, “unico” quindi speciale, un gesto di stima per l’amico esiliato in terra marsicana. Stima che persevera nel cuore di Cassese tanto da continuare a lavorare sulla figura dell’intellettuale. Sicuramente maturerà il momento in cui nascerà qualcosa che lo immortali per sempre preservandolo dall’oblio della dimenticanza, una fondazione, un premio o qualcosa di simile, questo ho suggerito all’amico Cassese, sere fa, quando ho ricevuto con piacere e sorpresa la sua telefonata ma, al momento, sembra non ci sia molta disponibilità economica per poter mettere idee in cantiere. Certo è che, l’opera di Giorgio, così sostanziosa, basta di per sé a rendergli l’immortalità.

E proprio dialogando con Cassese ho scoperto, mio malgrado, di aver commesso, in passato, un errore di leggerezza, colgo ora l’occasione per chiedere perdono alla sua memoria. Adoro particolarmente Giorgio come etnografo per la correttezza e quantità di materiale raccolto così mi recai in Sant’Andrea con la speranza di recuperare il suo testo migliore “L’Arco della terra”, in cui avrei dovuto trovare tracce di canti popolari già riportati a Calitri da Acocella. Qui seppi dell’amicizia con Di Nola, venuto in Sant’Andrea per osservare “la passata” nel vicino centro lucano di Pescopagano e successiva corrispondenza. Leggendo poi accuratamente il testo così scientificamente etnografico, proprio come il maestro pretendeva facessero i ricercatori locali, mi sembrò ovvio dedurre che, del grande Di Nola, Giorgio avesse acquisito la tecnica. Ebbene, ricostruendo la sua vita, insieme con Cassese, siamo giunti alla conclusione che, quando Giorgio conobbe il maestro aveva già scritto il testo che porta l’anno 1980…………. I due, dunque, non si conoscevano affatto, il metodo di ricerca era proprio di Giorgio e non acquisito o suggerito, questo lo rende ancora più grande agli occhi degli stimatori. L’intellettuale non ebbe modo di pubblicare tutto il materiale recuperato, qualcosa restò inedito, di questo, interessanti sono i racconti dialettali che Cassese sta mettendo insieme, le poesie pubblicate su diverse riviste ma non raccolte in una silloge. Insomma c’è volontà di onorare la memoria di un uomo straordinario la cui sensibilità si rivela nelle poesie struggenti di malinconia, dolorose, nel romanzo autobiografico, nella ricerca costante delle “cose” del suo paese; una sensibilità che la vita quotidiana costringeva a mascherare dietro la divisa, ornata al bavero dalle fiamme gialle. C’è da dire che, nella nostra cultura contadina, la figura del finanziere non è particolarmente amata. Ricordo l’espressione sdegnata di qualche anziano: De li finanzieri non ci’hanna romanì manco li bittuni. (dei finanzieri non debbono restare nemmeno i bottoni). Espressione nata, probabilmente, quando la produzione del tabacco era strettamente controllata, attraverso il corpo della Guardia di Finanza, dal Monopolio di Stato. I finanzieri infierivano sugli agricoltori con multe esose per la povera economia, e con controlli minuziosi senza tener conto delle difficoltà climatiche o agrarie cui la piantina andava soggetta. Gli uomini non potevano fumarlo e a volte le donne nascondevano le foglie secche nel corsetto dove i finanzieri non potevano mettere le mani, ancora erano odiati dai contrabbandieri che rischiavano continuamente la vita per rifornire qualche contadino che si ritrovava, per varie ragioni, con qualche foglia di tabacco in meno rispetto a quelle stabilite. Insomma, una figura non piacevole agli occhi della classe subalterna, una figura che Giorgio dovette portare cucita addosso necessariamente, per sfuggire alla miseria che la terra avara gli regalava. Terra avara d’Alta Irpinia, esposta al Favonio caldo e capriccioso che torce gli alberi di Teramo come quelli di Sant’Andrea, che porta gocce d’acqua rubate all’invaso e le trasforma in lacrime di malinconia, strapazza sogni e ricordi, pare voglia portarsi il mondo. Eppure Giorgio amò tanto questa terra da dedicargli tutti i suoi studi, tutti i suoi pensieri, i suoi versi. Così è la terra l’elemento dominante nella sua vita, la terra dell’Appennino, pietrosa e argillosa, franosa, ventosa. La terra è un macigno che pesa nel cuore dei poeti della sua linea e non si dilegua, resta lì materica e indistruttibile, madre onirica che avvolge e riprende o che forse mai dà totalmente. La terra da cui ogni essere origina e a cui presto ritorna in un circuito chiuso, reiterato in eterno, è un tema ricorrente tra i poeti “meridiani”, vivi o scomparsi hanno questa realtà-simbolo che li accomuna.

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Written by A_ve

22 febbraio 2011 a 6:59 pm

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