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Il bucaneve e la Candelora

di FRANCA MOLINARO / Il Giardino della Grande Madre

Febbraio arriva con il primo pallido sole, filtrato tra nuvole, grigie come il colore dell’acquario che questo mese rappresenta. Il nome deriva dai februa latini, panni di lana utilizzati per aspergere il sangue delle vittime sacrificate a Giunone Salvatrice Madre Regina celebrata all’inizio del mese. Febbraio è il secondo mese dell’anno, il suo numero è il due che nasce dall’uno unità ed evolve verso la dualità. Il due rappresenta la prima divisione dell’unità nella sfera umana in quanto, nel divino l’uno è l’emanazione della divinità, lo zero è l’assoluto, la divinità stessa da cui tutto procede e comprende: l’eterno assenza di passato e futuro, costante e immobile presente. Febbraio dunque si avvia alla vita empirica ed a tutte le dicotomie presenti nella sfera materiale: il buio e la luce, l’amore e l’odio, il maschile e il femminile, nelle filosofie orientali yin e yang. L’origine della vita materiale. Il mese si apre con la festa della Candelora, il 2 febbraio, mutuata dai riti celti della luce nascente. La Chiesa dedicò il giorno alla purificazione della Vergine, probabilmente per esorcizzare la presenza coatta dell’antica Giunone. Nella tradizione popolare era in uso che la puerpera al primo parto, uscisse di casa dopo quaranta giorni per portare il figlio in chiesa, si diceva che doveva andare a “trasì ‘n’santa”. Quaranta, numero altamente simbolico, corrisponde anche al periodo di astinenza da rapporti dopo il parto e ai giorni in cui la donna è impura a causa delle perdite di sangue. Dopo quaranta giorni, inoltre, dovrebbe tornare il ciclo mestruale, il cosiddetto “capoparto”. Andare in chiesa era il modo per presentare al mondo il piccolo, battezzandolo e reintegrarsi, grazie alla purificazione, nel circuito ordinario. Nei giorni precedenti al battesimo del figlio, la donna non poteva avvicinarsi all’acqua né lavare. Si temeva che acque contaminate potessero, attraverso la madre, raggiungere il bimbo non battezzato, quindi contaminarlo. Il battesimo ha un forte potere apotropaico, chi ne è privo è estremamente vulnerabile.

In occasione dei februa, i cittadini romani correvano per la città con fiaccole accese, l’uso è stato poi trasposto nelle candele che si benedicono in chiesa e che si utilizzano in diverse circostanze. In Irpinia si conservano e si accendono durante i temporali per proteggere da fulmini e grandine ma anche al capezzale di un morente. Nella parrocchia di Santa Maria Maggiore a Mirabella Eclano, la festività si celebra come Madonna del Latte, l’icona è quella della Vergine delle Grazie che porge la mammella al Bambin Gesù. Latte inteso come alimento spirituale elargito all’umanità. Questo giorno è particolarmente importante per le previsioni meteorologiche, l’agricoltore osserva il cielo e dice che: se è bel tempo la notte dell’Accandelora l’orso cava la tana, se è cattivo tempo l’orso riposa. In effetti, l’orso è in letargo da un pezzo ma il contadino osserva che: se in questo giorno è bel tempo seguiranno quaranta giorni di mal tempo, diversamente se piove seguirà il bel tempo. Si dice ancora: “L’Accannellora stata dint’ e vierno fore. Rispunnivo la vecchia arraggiata, tanno è vera ‘stata quanno la pampena de la fico è ‘na chianta allariata.” Candelora estate dentro e inverno fuori. Rispose la vecchia arrabbiata, allora è vera estate quando la foglia del fico è larga un palmo. In questo caso la vecchia che insiste sulla lunghezza dell’inverno potrebbe essere una reminiscenza della befana o dell’inverno che non vuol morire e si aggrappa all’evidenza della natura che stenta a rifiorire. La foglia del fico per essere larga un palmo deve arrivare a luglio.

Le candele benedette tornano con San Biagio  vescovo di Sebaste, patrono di Matera e protettore della gola. La leggenda vuole che, mentre era condotto a Sebaste per esser processato, salvò un bimbo che aveva una lisca in gola. In memoria di questo evento, durante la festa del santo il sacerdote tocca la gola dei fedeli con le candele incrociate o, come in alcuni paesi, con un olio benedetto per la ricorrenza. Il santo è anche protettore dei lanieri perché fu martirizzato con uno “scarda lana” lo scardasso, il pettine dai denti di ferro usato per pettinare i velli di lana tosati.

Il fiore di febbraio è il bucaneve (Galanthus nivalis) della famiglia delle Amarillidaceae alla quale appartengono anche i narcisi. Il bucaneve è legato all’isola egea di Ikaria dove Dedalo, architetto del labirinto di Minosse, seppellì il figlio Icaro dopo il volo che gli fu fatale. Da allora, ogni primavera, il vento piange la morte del giovane con lacrime che, a contatto con la terra si tramutano nel fragile fiore del bucaneve. La Chiesa lega il bucaneve alla Purificazione della Vergine per la sua delicata fragilità ma anche perché sboccia in questo periodo. In vari paesi europei, nei secoli scorsi, le fanciulle raccoglievano mazzetti di bucaneve e se ne decoravano per simboleggiare la loro purezza. Secondo alcune credenze occorre cogliere un bucaneve nella prima notte del plenilunio di febbraio per essere felici tutto l’anno. Se invece si vuol legare a sé la persona amata, occorre recarsi di buon mattino vicino ad un fossato dove sbocciano i fiori, raccoglierne un mazzetto e gettarlo nell’acqua ad occhi chiusi, nel riaprirli, se la corrente li avrà trascinati lontano significa che il messaggio d’amore avrà raggiunto il destinatario che ricambierà col suo eterno amore. Il nome deriva dal latino e significa “fiore colore del latte della neve” mentre il nome della famiglia deriva dalla ninfa Amaryllis cantata da Virgilio.

Il bucaneve cresce nei boschi di conifere e nei prati montani di tutta Italia, dal piano ai 2000 metri.. Possiede organi sotterranei ovoidi bruno-nerastri. Il suo habitus è gracile, il colore è verde tendente al blu. Ha uno stelo breve, tra i 15 e i 25 centimetri, con un solo fiore pendulo alla sommità. Poche foglie a forma di lingua spuntano alla base del fusto, una guaina membranacea protegge il germoglio fiorale mentre si fa strada tra la neve e persiste alla base del lungo peduncolo che porta il frutto cilindrico. Il fiore è composto da tre tepali esterni, più lunghi inglobanti tre più interni che portano una macchia verde all’apice simile ad una goccia di rugiada. Le api si nutrono del nettare del bucaneve secreto dai tepali interni del fiore, in questa operazione si strofinano sullo stimma ricoprendolo di polline attaccato al corpo, reperito precedentemente su altri fiori. G. nivalis, prima della fioritura può essere confuso con Gagea lutea, ovvero il cipollaccio stellato che cresce negli stessi ambienti ma si può distinguere grazie alle foglie isolate, appuntite all’apice e con tre nervature. Esistono altre specie di bucaneve a fioritura tardiva come Leucojum aestivum che è alto circa il doppio di Galanthus nivalis ed ha uno scapo fiorale composto da due a otto fiorellini con sei petali di uguale lunghezza. Questa varietà fiorisce tra aprile e maggio e si trova nei luoghi paludosi e umidi dell’Italia Settentrionale e in Toscana.

 

 

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Written by A_ve

22 febbraio 2011 a 5:00 pm

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