COMUNITA' PROVVISORIA

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in viaggio con andrea

di andrea di consoli

Addentrarsi nella val Sarmento, specialmente per chi viene dal Materano o dal Metapontino, significa attraversare un luogo di confine tra due paesaggi caratteristici della Lucania; si passa cioè, nel giro di poche decine di chilometri, dai calanchi riarsi e desertici di Tursi o di Colobraro alla floridezza verde e rigogliosa del massiccio del Pollino. Nella val Sarmento ci sono però arrivato dal versante opposto, ovvero dopo aver attraversato in macchina il più grande Parco Nazionale europeo nei territori di Rotonda, Viggianello e San Severino, ovvero a partire dalla valle del Mercure. Uscire allo svincolo “Noepoli” della strada Sinnica (la lunga via che collega i due mari lucani, da Sapri a Metaponto) porta in paesi poco conosciuti quali Noepoli, San Paolo Albanese, San Costantino Albanese, Terranova di Pollino e Cersosimo; sono, questi, paesi “sfiniti”, arroccati, disabitati, posti su un confine geografico e culturale (alcuni di questi paesi sono di cultura arbëreshë) di basso interesse generale o movimento socio-economico. Il mio obiettivo è fermarmi a San Paolo Albanese, e provare a raccontare il paese lucano più disabitato e “sfinito” che ci sia in questa regione di 131 paesi (e di 2 città: Potenza e Matera). Ufficialmente gli abitanti di San Paolo Albanese sono 327, ma tutti gli abitanti ripetono sempre la stessa frase: “Siamo rimasti in meno di 200. Il paese sta morendo. Tempo dieci anni, non appena moriranno i vecchi del posto, e questo sarà un paese abbandonato”. Per arrivarci, bisogna salire un’erta di curve, alla fine della quale (a 840 metri) vi è il paese, che domina sulla val Sarmento. Appena vi arrivo vedo uno spiazzo, dove due anziani prendono in silenzio il sole; il tempo di salire altri due o trecento metri, e il paese finisce, sono costretto a fare dietrofront, avanti non c’è altro. Ma è proprio qui, su un lungo viale di panchine e di altalene inutilizzate (bambini non ce ne sono) che vedo un uomo anziano di spalle, appoggiato a un muretto, il volto nascosto nelle mani. Mi fermo e gli chiedo dove sia la piazza, e l’uomo, che poi scopro chiamarsi Pasquale, mi parla, come non avesse aspettato altro che parlare e sfogarsi con un forestiero: “Avevamo una bella piazza, e che hanno fatto? L’hanno divisa in due, l’hanno rovinata”. Esco dalla macchina e mi siedo su un muricciolo basso, al suo fianco. Pasquale continua il suo racconto: “Qui non c’è un panificio, non c’è una banca, non c’è una macelleria, non c’è l’edicola, non c’è niente. Fino a qualche tempo fa non c’era neanche un tabaccaio, ora c’è, ma bisogna vedere quanto dura. Noi per fare la spesa andiamo tutti a Senise, anche se ci vuole quasi un’ora di pullman. E’ tutta colpa del Parco! Solo divieti hanno messo! Non puoi tagliare un albero, non puoi ammazzare un animale, non puoi fare niente, sennò ti arrestano! Io facevo il macellaio, ma oggi non sarebbe più possibile farlo, perché le regole sono troppo severe”. Gli occhi verdi e accesi di Pasquale mi scrutano, ma s’inumidiscono non appena gli chiedo se abbia dei figli, perché questo non me l’aspettavo, cioè che la sua vita custodisse un ricordo così doloroso: “Una figlia avevo e mi è morta. Si chiamava Lucrezia Giuseppina, ma io la chiamavo Giuseppina, perché speravo che non avesse la sfortuna di mia madre, che si chiamava Lucrezia. E invece mia figlia è stata più sfortunata di lei. E’ morta nel 1980. Aveva appena quindici anni. Di che male è morta? Non l’abbiamo mai capito. Una mattina stavo lavorando, quando mia moglie è venuta a dirmi che Giuseppina non ci vedeva più, che era diventata cieca. Ancora non so come non mi è schiattato il cuore. Ho pregato Santa Lucia, e Santa Lucia mi ha fatto la grazia, perché dopo una giornata e una nottata la mia Giuseppina ha ripreso la vista. Ma aveva sempre mal di testa. L’abbiamo portata a Carbonara, l’abbiamo portata a Roma, ma non c’è stato modo di aiutarla. Tre anni è durata, poi è morta. Era il marzo del 1980”. Rimaniamo in silenzio; ogni tanto qualche macchina passa, poi un pullman della Regione Basilicata diretto a Terranova di Pollino, infine un trattore carico di balle di paglia guidato da un uomo a dorso nudo con un ventre enorme e le spalle e le braccia pelose. “Volete favorire a casa mia? Abito qui dietro, è vicino”, mi propone Pasquale. Gli rispondo “no, a casa no”, forse per rispetto, ché troppi giovinastri s’improvvisano amici dei vecchi per poi derubarli della pensione (forse è una premura assurda, la mia); gli rispondo di nuovo “no”, però aggiungo che mi piacerebbe poter vedere una fotografia della sua Giuseppina, questo sì, mi renderebbe felice. Pasquale non se lo fa dire due volte e, quasi correndo, scompare nei vicoli di San Paolo. Dopo dieci minuti ritorna con una busta e due bitter rossi in mano. “Intanto beviamoci un bitter, sono freschi. Ecco, queste sono le foto di mia figlia”. Sono tre foto: nella prima lei ha quattro anni, e sta scendendo le case di una casa; nella seconda è vestita di bianco il giorno della comunione; nella terza ha quindici anni, e ha il viso gonfio, “per via delle tante medicine che prendeva”, mi dice Pasquale. “Pasquale, prova a dirmelo con precisione: com’era esattamente tua figlia?” Pasquale fa un respiro profondo e di nuovo si accende: “Era timida, era di poche parole. E come te lo racconto? Pensavo che con il tempo me la sarei dimenticata. Invece è sempre peggio. Sai che ho fatto quest’inverno? Ho chiesto a Padre Pio di farmi un regalo: gli ho chiesto di farmi sognare mia figlia. E lui m’ha fatto la grazia. La notte stessa l’ho sognata. Poi avevo vergogna di chiedergli un’altra grazia, e me la sono tenuta dentro. Ma forse lui l’ha capito lo stesso che avevo desiderio di vederla di nuovo in sogno. E mi ha rifatto la grazia. Nel sogno ho visto Giuseppina davanti a me, e le ho domandato se le facesse male la testa, ma lei mi ha risposto che stava bene, e che la testa le era guarita. A quel punto mi sono svegliato, ed ero tutto contento”. Pasquale non vede l’ora di morire, mi dice, perché così potrà riabbracciare sua figlia; e quando gli chiedo se davvero nell’aldilà ci sia tutta questa vita, lui mi risponde con forza. “Nell’aldilà c’è tutto! Solo qui non c’è niente! I Santi esistono, bisogna pregarli sempre. Se tu hai un amico che ha una disgrazia, consiglia sempre di fare una preghiera, perché con le preghiere c’è speranza, solo con le bestemmie non succede niente di buono”. Lo saluto con un abbraccio, e mi dirigo verso piazza Skanderbeg, la piazza che, secondo Pasquale, è stata rovinata dall’incapacità degli amministratori. Qualche signora anziana sta seduta davanti al portone di casa e prende un po’ di fresco. Tutti mi salutano. Nella piazza non c’è neanche un bar. Addentrandomi nei vicoli, noto che molte case sono abbandonate, altre diroccate, altre puntellate da travi di legno. E’ un paese in rovina, San Paolo Albanese. Qualche signora in costume tipico albanese mi saluta – una di queste, con un fascio di sarmenti in mano, quando le chiedo se posso fotografarla, mi risponde sorridendo: “Ma se sono brutta come una diavola?” Entro nell’unico “Alimentari” del paese e compro delle cartoline – nel negozio c’è di tutto: cibo, scarpe, vestiti, giocattoli, souvenir, ecc. E’ un piccolo emporio dov’è ancora possibile telefonare “a scatti” rintanandosi in una stanzetta buia e calda. La proprietaria, una signora gentile che ama parlare, quando le dico che vivo a Roma, mi racconta della figlia che abita a piazza Re di Roma, nel quartiere di San Giovanni, e che il genero fa l’odontotecnico sulla Prenestina. Poi mi dice che dovrei conoscere il prete del paese, perché la chiesa è, insieme al museo, l’unica cosa bella da visitare; ma non riesco a trovarlo, anche se una signora mi dice qualcosa che non sapevo: “Il prete di San Paolo Albanese è sposato e ha una figlia. Qui siamo cristiani di rito bizantino greco, non siamo come gli altri cattolici della Basilicata”. Scendo ancora, finché arrivo nello spiazzo che avevo visto quando ero entrato in paese. Su una panchina sono ancora seduti i due anziani di prima, e scopro che sono marito e moglie; ed è proprio il marito a farmi un racconto amaro sulle sorti di San Paolo Albanese: “E’ troppo tardi per salvarlo. A breve qui non ci sarà più nessuno. Nostra figlia sta a L’Aquila e qui ci torna poche volte, anche se adesso vive in una casa prefabbricata per via del terremoto, perché la sua casa è andata distrutta. Eppure si poteva salvare, San Paolo. C’erano attività legate alle armenti, alle attività boschive, e c’erano tante altre cose ancora. Ai tempi dell’Unità d’Italia qui c’erano 1.500 persone. Quando ero ragazzo io ce n’erano ancora mille. Adesso siamo meno di 200. Tutto si perde, tutto perde di valore, anche le case, anche la mia grande casa, che andrà in rovina. Chi in passato aveva comprato una casa, magari qualche forestiero, adesso pensa di vendere. Che gliene importa ai politici di Potenza della morte di questo paese? Niente, non gliene importa niente. A loro basta prendersi diecimila euro al mese e qui neanche ci vengono. Non c’è rimasto più nessuno. La scuola elementare, che è l’unica scuola del paese, l’anno prossimo chiuderà perché non ci sono più alunni. Sono andati tutti via. Prima in Svizzera. Ora nelle grandi città del Centro e del Nord”. Saluto entrambi e percorro ancora una volta il paese, questa volta dal basso verso l’alto. A quindici chilometri da qui c’è la Calabria, c’è Alessandria del Carretto, dove il regista Vittorio De Seta girò un bellissimo cortometraggio; appena più in giù c’è Cersosimo, che ha meno di 1.000 abitanti, anche se ha una bella piazza larga; a venti chilometri c’è Terranova di Pollino, dove i turisti vanno a mangiare nel ristorante “Luna rossa” del famoso chef lucano Federico Valicenti; sulla destra, a Occidente, c’è la vetta del Pollino, il polmone verde del Sud, insieme alla Sila e al Cilento. Qui, invece, c’è solo una lenta e silenziosa agonia. E in agonia sono due paesi: il paese lucano, incastrato nella piccola e dolorosa storia locale, e il paese arbëreshë, incastrato in una storia in verità ancor più complicata e fragile, lunga almeno cinque secoli, ché i profughi albanesi vennero in Italia nel XVI secolo, e da allora non hanno mai più abbondato uno strano idioma albanese scalfito e corrotto da secoli di storpiamenti e di innesti dialettali del posto, tanto che un albanese e un arbëreshë italiano non si capirebbero mai, se si trovassero a parlare. E quando provo a citare il “vate” della loro storia letteraria, il loro glorioso “Dante Alighieri” Girolamo De Rada, nessuno lo conosce, nessuno ha un sussulto, a riprova del fatto che qui, in questo sperduto paese posto in cima alla val Sarmento, non c’è futuro ma non c’è neanche più passato. Quel poco che rimane, scende nel dimenticatoio.

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Written by Arminio

25 febbraio 2011 a 4:27 pm

Pubblicato su AUTORI

5 Risposte

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  1. Caro Andrea, grazie!
    = Il tuo brano è interessantissimo ed è intriso di amara verità.
    Affiora in esso, inesorabilmente, tutta la sofferenza per la condanna all’abbandono.
    Mi chiedo: come si fa a perdere vita nel voltare dei giorni, a perdere cultura, a vedersi mutato il destino senza scampo? Cos’è mai vivere se si è condannati all’esclusione, alla diaspora, all’esodo, alla distruzione concreta della memoria?
    Far cessare la vita di una comunità, non consentendo nemmeno di seguire l’ombra riversa del progresso, mi sembra un crimine contro l’umanità!
    Dar voce, con la pagina scritta, a questi cuori infranti al fermoimmagine dell’umano destino deciso dagli uomini di corta mente del 2° e 3° Millennio significa mostrare quanto è malamente oscurato – da troppo tempo – il cielo della ragione, quello che, impunemente, fa scontare anzitempo la condanna alla vita nell’indifferenza, nella confusione delle città ove ormai il frastono dovrebbe essere parola mentre è sempre più atroce e assordante silenzio. =
    Un abbraccio, Gaetano Calabrese.

    Gaetano Calabrese

    26 febbraio 2011 at 3:45 pm

  2. Errata: “frastono”
    Corrige: “frastuono” , mannaggia la fretta! G.C.

    Gaetano Calabrese

    26 febbraio 2011 at 3:47 pm

  3. per Andrea e Franco

    “Giuseppina e Pasquale” stanno nella nostra memoria emotiva del vissuto tardo adolescenziale di terremotati d’Irpinia e Basilicata…
    Ci hanno cambiato la vita, ci hanno plasmato ed abituato alla resistenza ed al dolore morale non solo fisico

    Il Pollino è un Monte bello, maestoso, pure la Sila e la Basilicata sono terre che hanno una storia, non solo un paesaggio, ma “l’Irpinia”, carissimo Andrea,come hai imparato a verificare e documentare, è un’altra cosa, un’altra storia, un’altra profondità.
    Nell’Irpinia c’è l’acume carsico, il materiale ed il metodo della gestione dei processi politici, non soltanto ” aiutini chimici”, anche sotto forma “vegetale o minerale” , … “naturale”…

    Voglio dire che
    Andrea è un grandissimo Scrittore ed è un onore per Noi averlo potuto conoscere ed ammirare nelle sue performances irpine, sull’altura o sulla rupe non fa differenza.
    Il problema è che Andrea come i Grandi vive a Roma, qui da Noi viene solo se lo invitiamo, se Franco si attiva e se qualcuno prepara il contesto.
    Questo è il problema.
    Un sentimento di sincera ammirazione e di viva congratulazione per il Post.
    Un caro saluto
    RQ

    rocco quagliariello

    27 febbraio 2011 at 11:29 am

  4. bell’articolo…mi do quattro mesi di tempo per andare a vedere san paolo albanese, non un’ora di più

    sergio gioia

    27 febbraio 2011 at 4:06 pm

  5. preferisco inserire questo commento in questo Post per vivificarlo, chiedendo scusa al Suo Autore e Postatore cui porgo cordiali saluti…

    “speranze deluse circa la possibilità di reperire senso e significato…

    inerzia in ordine sparso, caotico, confuso…

    sovrabbondanza opulenza agenti come addormentatori sociali…

    indifferenza di fronte alla gerarchia dei valori, noia, spleen senza poesia???

    incomunicabilità intergenerazionale, come presa di posizione e non solo come “fatto fisiologico”…

    Un vuoto pieno di rinuncia, assordato da musica thecno dark a tutto volume…

    l’indifferenza emotiva si coniuga col fatalismo connesso al concetto dietrologico di “destino” generazionale(“sono fatti così!”)

    non chiedono neppure più qualcosa a se stessi, hanno rinunciato, hanno “mollato” assuefatti come sono stati da aver avuto sistemi di premialità al posto delle punizioni, per aver confuso meriti e bisogni…

    questi nostri giovani figli, i figli del dopo terremoto, hanno ormai imparato a rifiutare la comunicazione ed a negare l’accesso al proprio cuore, preferendo tenerlo nascosto desertificato inaridito…

    Sistemato al centro di un labirinto in cui gi altri, persino i genitori, possono solo immaginare tentare di vagare senza alcuna speranza di poter recuperare uno straccio di autentica comunicazione partecipata…

    ma cosa rimane di una Società che decide di fare a meno dei suoi Giovani???

    E’ solo una faccenda di “spreco di energie” o è “il primo sintomo critico” di una dissoluzione inarrestabile inesorabile inevitabile???

    Forse l’Occidente non sparirà per l’inarrestabilità dei proecssi migratori o per i gesti disperati dei terroristi m per non aver saputo voluto dare senso ed identità e quindi per aver sprecato le proprie migliori energie, cioè le giovani generazioni”.

    ahimé, che diagnosi impietosa!

    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    28 febbraio 2011 at 1:04 pm


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