COMUNITA' PROVVISORIA

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Giovanni Nacca: Spirale del ritorno

_poesie di Giovanni Nacca

i vivi al mio paese sono morti

li ho visti oggi con le spalle al sole

spingevano per entrare al cimitero

(Franco Arminio)

Chissà se da qualche parte

dove siete al freddo

giunge la nostra voce

o la poca luce di questi giorni.

Siete un mormorare di acque

lontane, indicibili derive

un incontro di risate

discrete, celate

come di chi scampa un pericolo.

Un’improvvisa postura già vista

da qualche parte in altri tempi

un timbro di voce che ha come un’eco

un sentiero di ruga che scava un nome,

un dove eravamo

un dove non saremo più.

Nella terra resta traccia di tutto:

passaggi stratificati

un seguito di parole incagliate

il rumore della storia, degli eserciti

le cose senza più causa

lo sguardo dei morti.

Tra la semenza dei saggi

passano furtivi sciacalli

a muso radente

e frugano per rivoltare

qualche osso che rimane.

D’improvviso gettano scompiglio

mischiano le carte

rendono più confuso il convoglio.

Di voi non resta che la polvere dei nomi

condannata a sperdersi in un vento ignoto

per lasciare appena un sussurro sulle labbra

l’osso di un ricordo, un fruscio nelle cose.

Anche il peso della notte è sollievo

nell’indicibile silenzio che non lascia

mentre col pudore delle anime

cercate di sciogliere un grumo di lettere

che non ha più senso, né voce.

Un’altra notte a vagare in quest’isola

dimora del silenzio, segreto scrigno

in cui nascondere alla rinfusa

l’ansia degli occhi con cui aprire

il marmo del nuovo giorno.

Nessuna voce arriva dalla terraferma

solo un sentore di battaglia e sangue.

Lo so. Sapresti portarmi altrove

se solo lo volessi. Se solo sapessi

vivere l’inverno che rimane.

Pare avere mille guardie l’aria stamane.

Reclusa, rimane attaccata a un cielo di carta

su cui non si può scrivere il perduto.

Sassi neri scintillano nel brusio dei ricordi

e battono rintocchi sordi come il polso dei morti.

Il ritorno è sempre infido, strada dura

stagione di tranelli tesi e ingorghi chiusi

ad aspettare dopo ogni curva di pensiero.

Ma essa è la sola cui è dato da ripensare,

quasi stele eretta alla resa del presente:

tempo inafferrabile, scia di serpe d’estate.

I morti temono il ruggito estivo

troppa luce li arretra, li fa più morti

alla nostra arsura di animali vivi.

Sono loro a calare nelle silenziose

cavità dei pensieri l’eterna attesa

di un giardino d’inverno da chiedere

col palmo supplichevole delle mani.

Anche loro hanno tunica grezza

«senza cucitura, tessuta tutta

d’un pezzo da cima a fondo» (*)

ma scontano la maledizione della sorte

lanciata da labari e insegne imperiali.

(*) dal Vangelo secondo Giovanni 19, 23

Vorrei dileguare con le ombre

di questa notte e vestire

le lenzuola del suo freddo letto

per lasciare al mondo il dono

di ogni finta stella, chiodi e spilli.

Dove trovare, oh dio! un filo qualunque

con cui cucire l’opaco delle parole

il feriale vuoto che vola a vortice

e le ferite che non hanno più sangue?

Ho provato pure a scendere dall’albero

delle invidie e degli orgogli di cartone

ma non ho incontrato Zaccheo

tra la folla dalle mani aperte

e i mille calzari a mangiare polvere.

Muti macigni continuano a rotolare.

Ne faremo letti o forse tumuli.

Per adesso, nemmeno un tonfo

ad aprire il nuovo giorno.

In piazza ritorna la stessa luce obliqua

che stanca si slarga ed ingoia lo spazio.

Densi e amari fiati a rincorrersi

tra i vecchi appollaiati sotto gli oleandri.

Una voce roca di fumo comincia

chi ato è muorto, stammatina?

Nun se capisce – si annuisce

nun se sape, adda essere robba

e campagna, robba e massaria.

La serranda del tabaccaio

geme la puntuale apertura.

Tra sputi di catarro e afasie

ricomincia la partita di sempre.

Ultima variante

Non credo proprio che i morti riposino

in pace come si recita in chiesa.

A pensarci bene, hanno lasciato

troppe cose che non trovano soluzione.

Io, spesso, li vedo passare silenziosi

ad occhi bassi, come a cercare

i passi che non hanno compiuto.

A volti li ritrovi in ciò che erano

nel lampo degli occhi di chi vive ancora.

Non rispondono alle nostre domande

e né temono più il grigio che avanza.

I morti ci seguono a distanza, senza colore

deboli e fiacchi alle nostre miserie.

Domani non dormiremo neanche noi.

Primi gerani

Non è dato cogliere le trasparenze sui vetri

dove il tempo si muove con lentezza

nella luce fioca di questo piovoso aprile.

Tutto avviene senza rumore

in una discesa che grazia le ferite.

Improvvisa una vertigine. Un soffio più forte?

Pare di sì. In coro, i primi gerani dal cortile

salutano timidi col colore di una danza.

Radici deboli, malate, quasi prosciugate

foglie avvizzite a spargersi su secchezze

di terre lasciate nel rantolo delle colpe.

Il fiume cola il poco che rimane

flutti tra plastiche e movimenti di lattine

dove non lontano un tempo c’erano le rane.

Sparuti uccelli d’acqua presiedono pozze

altri passano e non lasciano alcuna scia.

a Fabio Pusterla

Chissà se rimane qualcuno degli asterischi

con cui ami segnare pagine e sentieri.

Forse qualche filo d’erba sì,

tra le parole di una linea spezzata

che non si è più ricomposta,

sepolta come trappola lungo la via.

È lì che trovo il profumo delle tue montagne

dove il respiro muove il mondo.

Vestirsi di silenzio è il tuo modo di parlare

rianimare i fossili di San Giorgio

i volti senza nome

i volti che hanno perso pure l’eco del tempo.

rimane qualcosa di ciò che è stato,

delle luci che divennero frantumi?

forse nel sonno delle cose dimenticate

nelle barbe avvizzite da portare in giro

o nel fondo degli occhiali pronti

a balenare nel tumulto dei cortei.

Meglio s’intravede qualcosa

nelle pantofole caritatevoli

emblema dei giorni dispersi

trofei silenti nel lontano di una luce.

Si sopravvive in un gioco di ombre cinesi

e nemmeno un muro su cui scivolare.

Giovanni Nacca (1961) vive a Pignataro Maggiore (Caserta). Nell’indifferenza dei più pubblica le raccolte La linea spezzata (LietoColle, 2006) e Feritoie (Il Faggio, 2010). Fa circolare in modo clandestino la plaquette L’ira del perito imbelle, mentre altre sue cose sono sparse altrove, sepolte nel rassicurante silenzio delle cose inutili.

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Written by Arminio

27 febbraio 2011 a 3:45 pm

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2 Risposte

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  1. Questa è una splendida poesia, di respiro poematico. per me, un ottimo esempio di “poesia paesologica”, da “scienza arresa”. E’ così bella, offre così tanti spunti di sentimento e intonazione che mi immagino recitarla sulla Rupe o nella zona del Calvario di Cairano, assieme e tante altre “poesie sorelle”, con le persone /voci recitanti che ne adottano una e “si fanno essi stessi corpo di quella poesia adottata”, un po’ come nella sequenza finale di Farheneit 451 di Truffaut, ove ciascun uomo/libro diventava quel libro, preservandone la memoria, in un mondo che aveva dichiarato guerra ad ogni libro, ad ogni sapere, ad ogni memoria storica. Ecco, ancor di più andrebbe fatto per la poesia. E di sicuro adotterei Giovanni Nacca. Intanto questa la condivido sul mio profilo facebook e la faccio circolare.

    Salvatore D'Angelo

    28 febbraio 2011 at 1:49 pm

  2. voglio ringraziare innanzitutto Franco Arminio per l’ospitalità che ha concesso alle mie poesie e Salvatore D’Angelo che in un non improbabile futuro in cui ogni forma di sapere e memoria verrà perseguitata (Farheneit 451 di Ray Bradbury)ha deciso di ‘adottarmi’ e farmi sopravvivere in una comunità ancor più provvisoria di quella odierna….. grazie a tutti….un caro saluto…giov.nacca

    giovanni nacca

    1 marzo 2011 at 8:56 am


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