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Pentalofos

È difficile credere che certi piccoli villaggi possano esistere prima del vostro arrivo e che continuino a farlo una volta che ve li siete lasciati alle spalle.

Viene quasi da pensare che i loro abitanti non siano che comparse  di una messinscena armata in occasione del vostro passaggio e che le botteghe, le taverne, i lampioni, i tetti di ardesia e il ciottolato dei vicoli non siano in realtà la scenografia di uno spettacolo che vi vede come unici spettatori.

D’altra parte gli occhi con cui gli abitanti di questi villaggi osservano dei forestieri appena giunti in paese sono colmi di meraviglia frammista a ridicolaggine. È come se tra voi e loro ci fosse una vetrina e, da entrambe le parti di essa, dei manichini che si guardano allo specchio ridendo.

Anche voi siete ai loro occhi soltanto comparse, con l’unica differenza, per chi osserva tutto dall’alto, che alla fine dell’atto essi continueranno a recitare la stessa scena ed è questo che in fondo risulta incomprensibile a chi su quella scena è soltanto di passaggio.

In questo particolare tipo di villaggi si arriva solamente lasciandosi tentare da una di quella strade laterali, secondarie, che una dopo l’altra si aprono ai lati delle strade principali offrendo promesse d’infinito ai viaggiatori avidi di possibilità. Una volta imboccate vi assale subito una vertigine, come un fremito d’ignoto, e può accadere che nell’ansia di percorrerle tutte vi si apra dinnanzi un vortice orrendo e la volontà sprofondi in un groviglio di ipotesi senza capo.

In questo vortice era annegato anche lo spirito del povero marinaio Pip, che solo, davanti all’oceano infinito, avvistò dentro di sé, ancora prima che Achab gridasse “Laggiù soffia”, la terribile balena bianca.

Ogni folle non è in fondo malato d’infinito? Forse solo impazzendo, come dice Ismaele, si può giungere a “quel pensiero celeste che per la ragione è un’assurdità e un delirio”.  Una volta raggiunto quel pensiero si diventa “albero o nuvola” e ogni nome al cui suono un tempo si volgeva il capo diviene parte di quell’unico armonioso altrove a cui oramai si appartiene.

Per questa ragione il matto di Pentalofos non ha nome, lui è Pentalofos, è l’autore stesso e il primo attore della messinscena preparata in paese in occasione del nostro passaggio.

A Pentalofos, che in greco significa cinque colline, ci siamo arrivati imboccando una di quelle strade secondarie che alle otto di sera, con l’auto in riserva, bisognerebbe invece guardarsi dal prendere.

Ad accoglierci fu un benzinaio dell’Avin, che prontamente abbeverò la nostra Seat Marbella rosso rallye e che ci indicò la strada per raggiungere la piazza centrale del paese, dove avremmo dovuto trovare una sistemazione per la notte.

La prima scena era tutta un brulicare di bambini strillanti, protetti dalla cintura dei vigili sguardi dei vecchi che, seduti a piccoli gruppi nella penombra davanti ai portoni, controllavano meticolosamente tutti gli accessi alla piazza. Il nostro ingresso non dovette dunque passare inosservato e lo sconcerto di quelle decine di occhi posati su di noi si tramutò in sincero stupore quando ci videro entrare con tutti i bagagli all’Hotel Pindos.

La stanza non era né troppo brutta, né troppo sporca, e il curato arredamento anni Sessanta faceva pensare, se non ad antichi fasti, a tempi migliori di quello. Era semplicemente in disuso, così come lo era tutto l’albergo, incluso il suo proprietario, un uomo sui cinquanta, emaciato, con il parrucchino nero e l’aria da suicida recidivo.

Quell’uomo e il suo albergo erano così intimamente legati nella loro rassegnazione a lasciarsi vivere da apparire all’esterno come una cosa sola.  Come sassi nella risacca, i loro giorni cozzavano gli uni contro gli altri, disarmati si lasciavano accavallare in attesa che un’onda più vera li deponesse finalmente esanimi a riva.

E che dire dell’enorme salone al piano terra che, disposto a ferro di cavallo attorno al vano scale, univa l’ingresso, a cui si affacciava il bancone del bar, alla reception? Un angolo così buio, forse il più decadente. In quello spazio le pareti erano talmente malate di nicotina, come la pelle del loro fedele custode, da nascondersi di tanto in tanto dietro i quadri e le fotografie per riprendere fiato. A volte le vedevi sbirciare in cerca d’aria, bianche come un tempo, dietro una cornice di un quadro scentrato.

Tra tutta quell’accozzaglia polverosa, per inerzia rimasta appesa per chissà quanti anni, spiccavano: una di quelle orribili immagini in plastica dai colori cangianti, che danno l’effetto della tridimensionalità, con un’iperrealista aquila in primo piano; un orologio da muro a forma di Rolex d’oro gigante; una fotografia che ritrae una serie di uomini sul palco, uno dei quali in piedi al microfono, davanti a uno striscione con su scritto “23/5-27/5 1971: XXI Sinedrio di Topografia e Archeologia del Pindos”; il poster di una mamma panda che cura i suoi piccoli; una serie innumerevole di primi piani, probabilmente di amici e parenti, che richiamavano irrimediabilmente alla memoria i santini che si distribuiscono ai funerali.

Ma a siglare definitivamente l’accordo che l’atmosfera di quel salone aveva raggiunto con la morte era un mazzo di fiori secchi, seppur finti, dimenticato sul balcone di legno accanto ad una pila di giornali vecchi.

La seconda scena ci vide seduti ad un tavolo in procinto di ordinare la cena.

Il viale centrale di Pentalofos , che non era lungo più di centocinquanta metri, era occupato per metà della sua larghezza dalla distesa estiva delle taverne. A camminare tra le due schiere di tavolini, che correvano paralleli alla strada, si aveva l’impressione di sfilare su una passerella davanti a una platea di spettatori.

Non è un caso che una bambina e un matto si siano per tutta la sera contesi la scena, camminando avanti e indietro per quei centocinquanta metri. Essi, più di tutti, avevano chiaro che quella strada era un palco e che l’unica cosa vera, l’unica cosa che in fondo contava per esistere, per essere qualcuno, era recitare fedelmente il proprio copione e accogliere in pace plausi o biasimo, sorrisi o insulti.

La bambina giocava a fare l’ubriaca con un una bottiglia di birra e sorrideva compiaciuta ai torvi sguardi degli adulti. Sembrava che non desiderasse altro che essere osservata nel fare quelle cose che non si dovevano fare, come gettare per  terra e calciare delle lattine vuote e dare fastidio agli avventori dei locali. A noi rubò un tovagliolo e, davanti ai nostri occhi indispettiti, lo cacciò per terra.

Pentalofos il matto invece, tra un discorso e l’altro, si rifugiava dietro la sua gobba e minacciava i passanti che lo fissavano troppo a lungo con la sua innocua fiondina, fabbricata artigianalmente con un povero legnetto secco e un brandello di sporta bianca per elastico.

Ciò che distingueva Pentalofos e la bambina da noi e da tutti gli altri,  ognuno più o meno compostamente seduto davanti alla cena, era l’onestà con la quale recitavano, privi di ogni maschera, nudi davanti a quelle decine di occhi incapaci di vedersi parte della medesima scena.

La nostra cena fu un successo grazie all’aiuto di un vero gentiluomo greco che si offrì come interprete tra noi e la cameriera:

– It’s my pleasure to help you.

Era un uomo sulla sessantina, dall’aria proba e dallo sguardo vagamente triste. Sedeva in compagnia di un amico, dai folti baffi neri, davanti a quattro bottiglie vuote di retzina. Fu proprio lui, offrendocene una bottiglia, a svelarci che retzina sta semplicemente per resina e che non è altro che vino bianco aromatizzato alla resina di pino.

Quando si congedò da noi con la sua eleganza discreta, oramai le taverne si erano quasi svuotate e sulla scena, a farla da padrone, era rimasto Pentalofos il matto che, in compagnia di un cane randagio, batteva un ritmo incalzante e misterioso sui bidoni dell’immondizia. Ogni tanto si fermava, salutava il suo pubblico, gli ultimi avventori alticci delle taverne, faceva un inchino e si applaudiva. Poi riprendeva a suonare intonando su un violino invisibile una melodia che ci accompagnò nei sogni per tutta la notte.

In viaggio ogni mattina è l’epilogo del giorno precedente.

Ci svegliammo piuttosto tardi sul ritmo incessante del tamburo di Pentalofos, preparammo le nostre cose e scendemmo al piano terra, dove l’uomo del Pindos ci preparò due caffè greci con un fornellino da campeggio.

Nel pagare notammo entrambi che il documento di Bianca era stato riposto (per inguaribile trasandatezza?) sotto l’elenco telefonico, e non come vuole la consuetudinaria legge degli alberghi nel quadro delle chiavi, sul ripiano della stanza numero cinque in cui dormimmo quella notte.

Infine partimmo, dopo un tempo sufficiente a farci sentire la nostra e la sua solitudine, lasciammo Pentalofos con la sua fiondina a smontare le scenografie e a liquidare le comparse.

 

mattia seligardi

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Written by Arminio

15 marzo 2011 a 9:15 am

Pubblicato su AUTORI

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