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donato e la scuola

Cosa vuol dire amministrare la cosa pubblica in tempi in cui si fa scempio della cosa pubblica? Cosa vuol dire in particolare amministrare la scuola della Repubblica, in tempi di tagli all’istruzione pubblica in contravvenzione al dettato della Costituzione? Ci risponde con i suoi “appunti” Donato Salzarulo, Dirigente Scolastico e Assessore all’Istruzione.

Appunti d’assessore: tra cifre e finestre sociali
di Donato Salzarulo

«Tutti i casi della nostra vita sono materiali di cui possiamo fare ciò che vogliamo»
Novalis

1.- L’ultima me l’ha raccontata la dietista. Una madre, col figlio iscritto in una classe a Tempo Pieno (con l’obbligo, quindi, della mensa), le presenta un certificato col quale un medico richiede per l’alunno una dieta speciale: consumare ogni giorno pasta in bianco con olio.
«Perché?…», domanda la dietista, «ha qualche malattia?…»
«No, risponde la mamma, è che a lui piace solo questo…»
«Ma no, signora!… Non si può fare…».
La dietista, con una pazienza che le conosco, ripete alla madre la solita spiegazione: i bambini, piano piano, devono imparare a mangiare di tutto; è importante che seguano un’alimentazione corretta; ecc. ecc.

Quella della refezione scolastica (o della ristorazione, come preferisce dire qualche collega) è una delle preoccupazioni principali di un assessore alla pubblica istruzione.
A Cologno Monzese (più di 47 mila abitanti, a nordest del capoluogo lombardo, sulla tangenziale per Venezia) da oltre trent’anni funziona un Centro Unico di Cottura, prima gestito direttamente dal Comune, poi dato in concessione a una società del settore. Nell’anno scolastico in corso fornisce 3.557 pasti, destinati ad alunni di scuola dell’infanzia, elementare e media.

Ce n’è sempre una. Una volta è la grammatura: le porzioni messe in tavola sarebbero insufficienti. Un’altra volta è la qualità: le pere abate sarebbero troppo piccole. Un’altra volta ancora è il piatto del giorno: l’accoppiata polenta-brasato, secondo alcune mamme, non si dovrebbe fornire a pargoletti di stomaco delicato, ecc. ecc. C’è sempre qualcosa che non va. E probabilmente è così. Nel senso che basta lo 0,02 per cento che abbia qualcosa da dire o ridire e mi ritrovo a dover rispondere a 72 segnalazioni (lettere, email o telefonate). Per fortuna, siamo a livello dello 0,002 per mille.

Farsi un giro per un refettorio e buttare l’occhio sui tavoli è esperienza sempre istruttiva. Apre finestre interessanti su diversi comportamenti educativi.
Ieri ho invitato il Sindaco a venire con me nella scuola Tal dei Tali. Un primo cittadino ha bisogno di contatti diretti.
Salutiamo i bambini, stringiamo le mani al personale docente e a quello addetto alla mensa. Dopo aver girato un po’ per i due refettori: di prima e seconda (oltre 120 alunni) e di terza, quarta e quinta (oltre 180 alunni), ci sediamo al tavolo delle maestre di quinta.
Primo piatto: riso e piselli. Mangia lui e mangio io: buono e leggero. Non sono un patito del riso; ma il tutto è gradevole. Giriamo per i tavoli, pochi lasciano il fondo completamente pulito. Molti mangiano soltanto il riso ed evitano accuratamente i piselli. Come mai?… La risposta più frequente è che i piselli non piacciono. Le maestre ripetono l’invito: «La metà, mangiate almeno la metà!..
Secondo piatto: una specie di gateau di tacchino, patate e formaggio. Lo chiamano tortino ed ha la forma di un hamburger. Una maestra spiega: oltre che di tacchino o di pollo, viene servito anche con il prosciutto. Un’altra sostiene che quello con le uova è pessimo, ma questi sono ottimi.
Insieme al tortino una bella manciata di erbette. Ma chissà perché quasi tutti continuano a chiamarle spinaci.
Noi mangiamo tutto e tutto ci sembra buono. Gli “spinaci” sono ottimi. Peccato che i bambini, a stragrande maggioranza, li lascino quasi completamente nei piatti. Le maestre devono inventare mille espedienti per stimolarli almeno all’assaggio. Io stesso, ricorro al fumetto, a Braccio di Ferro. Se mangiate gli spinaci, diventate forti come lui. Ma che?! La metà dei tortini e quasi tutta l’erbetta rimangono nei piatti.
Per finire, il kiwi. Molti non sanno sbucciarlo e poi le maestre preferiscono che non si armeggi coi coltelli. Conclusione: tagliano ogni kiwi a metà e i ragazzi portano in bocca la verde polpa col cucchiaino.

Qual è il problema principale di una mensa? La quantità, la qualità, la varietà del menù. Indubbiamente. Può esserlo. Ma ho l’impressione che sette volte su dieci non sia così. Il problema principale è l’educazione alimentare. I bambini non mangiano o mangiano pochissimo verdure, legumi, frutta. Si rimpinzano, a metà mattinata, di merendine salate o dolci, a forma di cuore o di fiore, di stelle o di girandoline, con o senza sorpresa… Il catalogo è illimitato. Sedersi a tavola coi loro compagni è prevalentemente un’occasione per parlare tanto, raccontare, incontrare i compagni delle altre classi, gridare da un capo all’altro del tavolo.

Una volta venne a scuola una suora missionaria dall’Uganda. Mangiò con noi. Si stupì non solo per lo spreco di cibo, ma per il vociare incontrollato e sconsiderato delle scolaresche. Nel suo villaggio, i bambini avrebbero mangiato tutto, in grande silenzio.
Non è un problema di disciplina, ma di condizione materiale (il cosiddetto “benessere”) e di mentalità. Oggi un papà e una mamma faticano a dire no ad un figlio. Desiderano accontentarlo in tutto e per tutto. Possono girare, senza timore di apparire ridicoli, cinque o sei medici finché trovano qualcuno che prescriva quotidianamente pasta in bianco con olio.

Un pomeriggio di primavera, stavo assistendo all’uscita degli alunni, nel cortile. Un bambino di quarta aveva con sé il panino della mensa (spesso, se non lo consumano all’ora di pranzo, lo portano a casa). Arrivato al cancello, lo lasciò cadere a terra e cominciò a calciarlo come fosse una palla. Mi avvicinai e lo richiamai. «Il pane è sacro. Col cibo non si gioca, ecc. ecc
Si avvicinò la mamma, seccata perché stavo rimproverando il figlio e, invece, di avvalorare le mie parole, aprì il borsellino per darmi un euro. Pensava che stessi facendo tante storie per nulla. Cosa vale un panino agli occhi di una società che spreca e produce quotidianamente quintali di rifiuti?
La invitai a seguirmi immediatamente in direzione.

Qual è, allora, il problema principale di una mensa? Sicuramente la conoscenza della piramide alimentare, dei principi nutritivi che stanno alla base della formazione di un menù (quantità giornaliera di carboidrati, lipidi, proteine vegetali ed animali, vitamine, ecc.), sicuramente l’approvigionamento dei cibi, il loro processo di preparazione e cottura, ecc. ma forse l’elemento principale è che intorno al cibo si gioca oggi la “partita affettiva” delle famiglie, preoccupate per lo più di non riuscire a saziare e a soddisfare l’appetito dei loro figlioli, che, si badi bene, per un buon 30 per cento sono obesi o in sovrappeso. Famiglie ansiose, piene di sensi di colpa.

«Caro Sindaco, se vogliamo valorizzare un servizio come la refezione, la Commissione mensa non basta. All’inizio di ogni anno scolastico dobbiamo sguinzagliare la dietista o chi per essa nei quindici plessi scolastici del nostro Comune. Dovrà raccontare a genitori e docenti la piramide alimentare, i principi seguiti nella formazione del menù, le direttive regionali e quelle dell’ASL, la valutazione del gradimento dei singoli pasti e, soprattutto, dovrà far capire che se i loro figli non mangiano verdura, legumi e frutta, noi non possiamo eliminare questi cibi dalla mensa.
Poi, caro Sindaco, dobbiamo proporre alle scuole un modulo di educazione alimentare da realizzare in collaborazione coi docenti, un kit per spiegare agli alunni, a seconda dell’età, il menù, il perché e il percome…»

«Caro Salzarulo, sono d’accordo, ma quanto costa tutta questa comunicazione?… Ricordi che la legge finanziaria ha ridotto tutte queste spese dell’ottanta per cento?… Tra poco non potremo fare più neanche i manifesti!..

2. – Tempo di bilanci previsionali. Mentre scrivo, siamo alla quinta riunione di Giunta. Nella prima, il ragioniere la mise giù dura. Le entrate correnti per il 2011 diminuiranno di oltre due milioni e mezzo di euro. Soprattutto per riduzione dei trasferimenti dello Stato (meno 1.630.860) o per obblighi derivanti da nuove leggi (meno 450.000 euro per trasferimento del servizio idrico integrato alla CAP Holding).
Quasi sempre quando sento snocciolare cifre, provo giramenti di testa. Devo fermarmi. Devo fissare gli occhi sulla tabella per orientarmi.

«Egregio Signor Sindaco e gentili Assessori, di fronte ad un totale di entrata corrente (presunta) di 32.863.320 euro, avete un impegnato già di 32.483.000 euro derivante da spese di personale pressoché incomprimibili, contratti in essere da rispettare, quota capitale di mutui da pagare, ecc… Un Comune come Cologno, non dimenticatelo!, soltanto di bollette per telefono, acqua, luce, gas, ecc. spende 1 milione e mezzo all’anno. Quindi, sottraendo da 32.863.320 i 32.483.000 di impegnato, vi rimangono a disposizione 380.320 euro da decidere dove appostare, scusatemi il linguaggio tecnico…»

Guardo la cifra dell’impegnato 2011 della Pubblica istruzione: euro 2.252.510; la confronto col totale dell’impegnato 2010: 2.973.211,45… Dio mio, mancano all’appello oltre 720.000 euro!… Se voglio offrire gli stessi servizi dell’anno scolastico in corso, se voglio continuare a fornire libri di testo, refezione, pre e post-scuola, centri ricreativi, assistenza ai disabili, trasporti, ecc. ecc. dove li vado a prendere? Ammesso pure che i miei colleghi siano di buon cuore e che, d’accordo sulla priorità programmatica della scuola, destinino i 380 mila euro alla Pubblica istruzione, la cifra mancante resta rilevante. E il mio collega ai Servizi sociali non è messo meglio di me. Tra l’impegnato 2010 e 2011 ha quasi 1 milione e mezzo in meno… Non c’è nulla da fare. Ci guardiamo negli occhi. O ci attrezziamo per i miracoli e diventiamo santi o ci armiamo di bisturi sociali e studiamo da chirurghi.

E’ moralismo se mentre ascolto e scruto queste cifre penso al riccone d’Italia che se la spassa ad Arcore? Sono soldi suoi, assessore, che pretendi?… Mah! Guadagnati come? Non è forse vero che Mediaset, da quando è sceso in politica, ha visto migliorare di molto i suoi bilanci? E la Mediolanum assicurazione?…

E’ moralismo se penso ai cinquanta miliardi di evasione fiscale? E’ giusto che io aumenti le tariffe degli asili nido, della mensa scolastica, del pre e post-scuola e dei centri ricreativi, quando miliardi e miliardi di euro finiscono nelle tasche di cricche corrotte e corruttrici? Ha senso organizzare assemblee di utenti e cittadini e star lì a spiegare per ore ed ore le difficoltà di bilancio e la necessità, se desideriamo conservare i servizi, di aumentare le tariffe, quando i soldi dei contribuenti vengono sprecati in modo sciagurato, irresponsabile e criminoso? Molti penseranno che siamo come gli altri. Forse ci metteranno nel mazzo. Siamo la “casta” che se ne frega delle condizioni materiali dei cittadini e delle loro famiglie.

«Ragioniere, come posso far quadrare i conti?…»
«Assessore, si limiti alle spese obbligatorie, a quelle previste da precise norme di legge…»
D’accordo, ammettiamo di poter tagliare pre-post scuola e centri ricreativi che sarebbero facoltativi, ma l’assistenza ai disabili? Il trasporto? Gli arredi scolastici? Il contributo per registri e stampati? Il sostegno alla programmazione didattica ed educativa? I libri di testo? Il diritto allo studio? Che facciamo? Torniamo al Patronato scolastico?…
Tempi duri. In basso. Sopra il Sultano gode e i cortigiani applaudono.

Non ho nessuna intenzione di metterla, come si dice?, in politica.
Il basso non è tutto uguale e il sopra neanche. A volte i diretti sono lo specchio dei dirigenti. E viceversa.
Incontro spesso berlusconiani. Persone che credono di poter fare ciò che vogliono. Le regole per costoro sono cappi. Hanno di solito un Ego spropositato e tiranno. Se non riescono a sedurti, diventano arroganti e prepotenti. L’importante è fare i loro affari. Raggiungere il loro obiettivo. Giusto o sbagliato che sia.

Ne ho incrociato una all’inizio del mandato che, pur di attivare un post-scuola in un plesso scolastico, ha pagato la quota del primo mese a una o due famiglie. E così ha raggiunto il numero minimo che, nel nostro Comune, è davvero minimo: sette. Ha potuto pagare le quote perché minima è anche la tariffa: 24 euro mensili per affidare un bambino alle cure di un’educatrice dalle sette e mezza alle otto e mezza del mattino o dalle sedici e trenta alle diciotto del pomeriggio. Insomma, un euro o poco più al giorno. Il costo orario di un’educatrice (malpagata) della cooperativa che ha in appalto il servizio è di circa 20 euro (lordi) all’ora.

Tredici euro secchi di saldo negativo al giorno moltiplicati 160-165 giorni di lezione (è una scuola a tempo pieno con il sabato libero) fanno circa 2.000 euro. E’ la cifra che il Comune deve mettere a carico della fiscalità generale per venire incontro alle esigenze (legittime) di sette famiglie. Se poi questi alunni non sono neanche sette ma cinque, perché dopo il primo mese, due si ritirano, il saldo negativo aumenta. Conclusione: gestiamo un servizio che se ci costa 100.000 euro, realizza un’entrata di 36.000 euro o poco più. La cifra precisa, infatti, di copertura del post scuola da parte delle famiglie è del 36%.

Un papà e una mamma che lavorano fuori Cologno e che devono, magari, timbrare il cartellino alle otto o giù di lì; un papà e una mamma soli, che non hanno nonni cui affidare il loro figliolo o che, nell’anonimato dei palazzoni condominiali, non hanno conoscenze o amicizie, hanno indubbiamente l’esigenza di lasciare la prole da qualche parte, in mani sicure. Che il Comune organizzi un servizio è dunque opportuno: ma può farlo per un gruppetto di quattro o cinque bambini? Bambini che vengono poi ritirati appena possibile, per cui può capitare che alle cinque e dieci del pomeriggio l’educatrice si ritrovi da sola nell’aula a non saper che fare.

Gli sprechi e le schifezze in alto non possono giustificare e legittimare gli sprechi in basso. Nei nostri contesti sociali e territoriali è giusto che un Comune attivi un simile servizio. Deve, però, avere un numero di iscritti e frequentanti adeguati e, soprattutto, deve tendenzialmente pareggiare entrata ed uscita. Altrimenti, cari cittadini, conoscetevi, solidarizzate, fate società, autogestitevi. Perché in una scuola di due o trecento alunni, venti o trenta genitori non si organizzano e rispondono al loro bisogno sociale, regalandosi a turno un po’ di tempo? Perché quest’idea che a tutto debba pensare il Comune o lo Stato? Perché quest’andazzo che tanto paga Pantalone e se si può arraffare qualcosa è meglio arraffarla? Pantalone, poi, in un Paese come il nostro, è rappresentato dall’universo dei lavoratori dipendenti e pensionati, gli unici a pagare sicuramente le tasse.

Si potrebbe sostenere: visto che chi iscrive il figlio al pre-post scuola è probabilmente un lavoratore dipendente, che male c’è se gli si viene incontro, restituendogli un po’ di reddito? Astrattamente niente. Nei fatti e per stare all’esempio, se l’Amministrazione spende 65.000 euro per coprire un servizio rivolto a duecento utenti, quante scuole potrebbe tinteggiare con gli stessi soldi? Le risorse non sono illimitate. Questo anche un berlusconiano dovrebbe capirlo. E se si spendono per coprire i costi del pre e post scuola, non si possono tinteggiare plessi scolastici o rinnovare arredi o sostituire le lavagne d’ardesia con quelle interattive e multimediali. E’ impossibile avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Non si può votare per non pagare l’ICI sulla prima casa – unica imposta “federale” che i Comuni incassavano direttamente, sulla base della ricchezza del patrimonio immobiliare dei propri cittadini – e pretendere che il cosiddetto “Welfare locale” rimanga invariato.

3. – Qualche giorno fa mi ha chiesto un incontro un professore dell’Università di Milano-Bicocca. Scopo: illustrarmi le iniziative di formazione dell’Ateneo destinate agli insegnanti dei diversi ordini scolastici.

Ascolto con interesse e, intanto, sfoglio il depliant con i temi degli aggiornamenti seminariali. Leggo alcuni titoli: LIM, Classi virtuali e “libri misti”; Insegnare con passione, insegnare con l’immaginazione; L’identificazione precoce degli indicatori di rischio cognitivo ed emotivo; Cultura civica e ruolo della scuola; Appassionare alla storia: è possibile?; Pratiche filosofiche a scuola…

Che bello! Ecco dove mi sentirei vivo, altro che star qui a subire tagli e a far quadrare conti che non quadrano. A molti di questi seminari, se potessi, mi iscriverei subito. Per un po’ mi sembrerebbe di tornar giovane. Sto evadendo, lo capisco. Ho in testa un’opprimente nuvola di piombo. Mi sento ripiegato, costretto a difendere il terreno con le unghie. Ma forse nemmeno il professore che mi sta di fronte sta molto bene. Lo capisco, quando ringraziandolo per l’illustrazione e complimentandomi per l’ottima iniziativa, gli aggiungo che io, però, non posso fare granché perché, «sa professore, tra tagli e patti di stabilità ci stanno strangolando e la situazione finanziaria del Comune…» «Sì, lo so… Anche l’Università non è che stia bene. Facciamo questi corsi per cercare nuova utenza…» A questo punto, un’atmosfera solidale, si instaura tra di noi.

Gli riassumo ciò che realisticamente posso fare: a) diffondere il depliant nelle scuole, sottolineando l’importanza dei temi affrontati; b) parlarne al prossimo incontro coi dirigenti scolastici del territorio per eventuali convenzionamenti e progetti. Infine, mi lascio andare ad una confessione: come assessore, ad esempio, mi piacerebbe tanto dotare tutte le classi di scuola elementare e media di LIM perché, non è che io creda ai miracoli tecnologici, ma mi pare giusto adeguare le aule, intese come ambienti di apprendimento, alle nuove tecnologie. Non dico mandare in cantina tutte le lavagne di ardesia e sostituirle con quelle interattive, ma collocarle, almeno, a fianco.
Il prof. coglie subito la palla al balzo. Se si mette giù un progetto, qualche soluzione si potrebbe trovare, ricorrendo, magari, a uno sponsor e chiedendo l’aiuto delle famiglie. Uno spiraglio. Il prof. mi dà uno spiraglio.

Se c’è qualcosa che m’affatica come assessore è il dover rimestare sempre gli stessi problemi: i rubinetti dei bagni che non vanno, le infiltrazioni d’acqua nei soffitti delle aule, l’ascensore bloccato, il selciato dell’entrata scolastica sconnesso. E’ roba di competenza del mio collega ai lavori pubblici, ma i cittadini tutte queste distinzioni non le fanno. Parlano con un assessore e pensano che abbia la bacchetta magica. Non sanno che l’Ufficio Tecnico non ha più una squadra di operai e interviene solamente per le urgenze. Non sanno che se vanno in pensione dieci dipendenti comunali, possiamo assumerne soltanto due
Al termine del colloquio ci salutiamo, con l’impegno di risentirci. Per un po’ ho dimenticato le angustie quotidiane e respirato sulle alture della ricerca educativa e dei problemi della pratica didattica.

4. – «Le fasce tariffarie della refezione scolastica a Cologno sono quattro», spiego al nutrito gruppo di rappresentanti della Caritas venuti ad incontrarmi per capire come funziona il sistema. Parlo e distribuisco il foglio con la seguente tabella

INDICATORE DELLA SITUAZIONE ECONOMICA EQUIVALENTE (I.S.E.E.) FASCIA TARIFFA NUMERO UTENTI PERCENTUALE
fino a € 4.488,45 I  1,30 418 11,75%
da € 4.488,46 a € 8.983,88 II 2,30 447 12,57%
da € 8.983,89a € 13.479,31 III  3,80 314 8,83%
oltre € 13.479,32 IV  4,50 2.378 66,86%
3.557

«Il numero totale degli utenti, come potete vedere, è 3.557; la distribuzione nelle quattro fasce è quella che potete leggere. La maggioranza, quasi il 67%, è nella quarta fascia…»
«D’accordo, qual è il costo del pasto?»
«Nell’anno in corso, cinque euro e otto centesimi…»
«Così tanto?…»
«Sì, perché una parte, corrispondente a 53 centesimi, è data dal costo di ammortamento del nuovo Centro Unico di Cottura realizzato con un project financing… A parte l’inglese, la cosa di fondo è che il Comune per ogni pasto consumato deve corrispondere una certa cifra alla società ristoratrice. La cifra è data, se vi interessa, dalla differenza tra il costo pasto (5,08) e la media delle tariffe (1,30 + 2,30 + 3,80 + 4,50 = 11,90 : 4 = 2,98). Tradotto: per ogni pasto consumato bisogna dare alla società due euro e 10 centesimi. Se moltiplicate questa cifra per 3.557 utenti, capite che il Comune deve dare più di 7.500 euro al giorno. Per cento giorni di scuola sono 750 mila euro, ma i giorni di scuola sono molto di più… Il servizio di refezione scolastica è in rosso, come molti altri servizi…»
«Ma noi non eravamo venute qua per ascoltare tutte queste cifre!…»
«Scusatemi, avete ragione… Perché eravate venute?…»
«Abbiamo delle famiglie che vengono al Centro di ascolto della Caritas, ci dicono che fanno fatica a pagare la mensa scolastica, siamo andati ai Servizi sociali e ci hanno mandato da lei. Vorremo sapere come fare per aiutarle.»
«Quello che dite è vero. Nelle prime settimane di assessorato, venne da me un papà quarantenne. L’azienda aveva dichiarato fallimento, aveva portato i libri in tribunale e da quasi un anno non prendeva più stipendio. Aveva dato fondo a tutti i risparmi. Non riusciva proprio a pagare la retta del mese di maggio per la refezione del figlio… Situazione drammatica, d’emergenza. Trovammo una soluzione. In quell’occasione pensai che sarebbe stato necessario istituire un fondo per situazioni simili. Pochi giorni dopo, però, si abbattè sui Comuni la scure di Tremonti. Fondo!… Altro che fondo! Si naviga a vista…
Comunque, vorrei dirvi che il Comune una politica per le famiglie un po’ la fa: infatti, in caso di frequenza contemporanea di più figli alla mensa, al secondo figlio viene applicata una riduzione del 50%; in pratica, si paga la metà. E al terzo una riduzione del 75%; ossia, la metà della metà.»
«Questo è importante… E’ una notizia che non avevamo…»
La discussione va avanti per una mezz’oretta. Si continua a parlare di tariffe, livelli di morosità, responsabilizzazione, disoccupazione, crisi sociale, aumento della povertà, ecc. ecc. Alla fine ci accordiamo: se vi sono famiglie in situazioni d’emergenza, ci mettiamo in contatto e vediamo il da farsi.

Famiglie? Un’altra tabella avrei dovuto fornire alle gentilissime signore della Caritas. Quella su quante famiglie, nei tre ordini di scuola (materna, elementare e media), pagano la tariffa intera perché hanno un solo figlio, quante la metà perché ne hanno due e quante un quarto perché ne hanno tre. Ebbene su 3.557 utenti, 2770 hanno un solo figlio (77,87%), 706 ne hanno due (il 19,85%) e 81 (il 2,28%).

Cosa si nasconde dietro questo esercito di famiglie con figli unici? Crisi economica? Incertezza sul futuro? Maggiore consapevolezza e attenzione ai desideri di affermazione e realizzazione degli individui? Particolari mutamenti socio-educativi?… Un tempo i proletari erano quelli che avevano soltanto la prole. Oggi forse non è più questo l’attributo principale. Che tutto ciò abbia dei riflessi sui servizi comunali e sulle istituzioni scolastiche è abbastanza immaginabile. Quali, è domanda, invece, che richiede studio e riflessione da parte di dirigenti degli Uffici e di assessori. Consultare qualche sociologo della famiglia? Neanche a pensarci. Il D.L. 78/2010, più noto come la scure di Tremonti”, riduce dell’80% la spesa annua per incarichi di studio e consulenza. Non rimane che spremere le meningi da soli!…

5. – “Scuola e cultura”: due parole grandi come grattacieli. La seconda, tra l’altro, contiene la prima come in una scatola cinese.
Con la cultura non si mangia; prossimo alla laurea, il giovane studente universitario, che introduce il dibattito, cita Tremonti. Poi accenna ai tagli all’istruzione, all’università, alla ricerca (cita la cifra di un miliardo e mezzo l’anno); al federalismo di cui tanto si discute nei palazzi romani e assai meno tra cittadini ed elettori; infine domanda: con tutti questi tagli come possono i Comuni conservare un livello alto dei servizi?

La domanda è rivolta a me e al collega assessore di Carugate. La sede è quella della Biblioteca Civica di questo Comune e l’iniziativa alla quale sono stato invitato è promossa dalle forze politiche di centro sinistra.

Sono lì anche perché dirigente scolastico, persona che respira, quindi, quotidianamente aria di scuola. Brutta aria, dico. Aria di ripiegamento, di abbandono, di solitudine.
La scuola oggi non si sente capita dalla sua società. Si sente frustrata nei suoi compiti, incompresa, oppressa, taglieggiata. Premialità, merito, mobilità sociale… Ma chi crede a queste fanfaluche ideologiche, quando spadroneggiano le minetti, quando le carriere politiche e professionali si decidono nelle sale di lap-dance e del bunga-bunga? Non bisogna generalizzare, è vero. Non bisogna farsi catturare dal quotidiano spettacolo di un ceto politico che ha fatto del cinismo e del godimento l’arte suprema di governo. Tanti sicuramente non ci stanno ed esprimono dissenso e indignazione. Dicono no al ricatto di Marchionne e alla compravendita sessuale e parlamentare del plutocrate.

Ma questa società cosa chiede alla scuola? Che pasta d’uomo e di cittadino dovrebbe formare? Quali facoltà potenziare e sviluppare? Non è facile rispondere alle domande.
Nella scuola, quando va bene, si trasmettono contenuti disciplinari in contesti affettivi e relazionali. Si parla di strategie didattiche, obiettivi, metodi, sussidi. Il buon insegnamento dovrebbe mirare a formare apprendisti di lingua, matematica, storia, geografia, chimica, fisica, ecc. Dopo tanti anni di permanenza nelle aule, dovrebbero venir fuori persone desiderose di diventare matematici, scrittori, ricercatori, scienziati, ecc. Invece, no. Interrogato, un ragazzino quasi certamente da grande vorrebbe fare il calciatore, l’attore, il cantante, il presentatore televisivo o qualche altro mestiere legato a profili sociali di successo; geologo, astronomo, botanico o filologo romanzo neanche a parlarne.

La scuola si sente invasa da una società che propugna soltanto relazioni mercantili e utilitarie. Che vorrebbe ridurla ad azienda.
L’efficienza, l’efficacia, il calcolo economico, d’accordo. Ma l’educazione, l’istruzione, la formazione non sono merce. Non tutto nella vita è mercato.
Da qui la reazione che spesso si coglie di una “volontà di arroccarsi”. Basta con tutte queste storie del “fare scuola fuori dalla scuola”! Occorre insegnare agli alunni abilità fondamentali come, tanto per fare un esempio, il saper leggere un brano, coglierne l’idea principale, riassumerlo, commentarlo, discuterlo…

Un Comune come Cologno, fino a qualche anno fa, sosteneva la scuola fornendo servizi (pre-post, refezione, assistenza educativa per i diversamente abili, ecc.) e integrando il curricolo scolastico con proposte musicali, teatrali e di educazioni varie: motoria, stradale, ambientale, ecc.

Oggi tutto questo sta diventando finanziariamente impossibile. I Comuni, prima di spendere soldi per fare proposte educative devono assicurare il rinnovo degli arredi scolastici e la manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici. Prima i cosiddetti “compiti d’istituto”, poi… Poi, niente! Perché la situazione finanziaria di un Comune, anche virtuoso, è tale che si fa già tanta fatica a realizzare quanto di competenza.

Il collega di Carugate condivide; aggiunge, tra l’altro, che nel suo bilancio pesa il costo della convenzione con la locale scuola materna paritaria: 315.000 euro all’anno. Una bella cifra che considerano intoccabile, tant’è che stanno raccogliendo firme a sostegno. Se poi pone mente al fatto che un dirigente dell’istituto comprensivo ha sondato le famiglie per verificare la loro disponibilità a coprire con un contributo volontario le spese delle supplenze, scopre di trovarsi di fronte ad uno strano paradosso: le scuole private fanno sempre più ricorso al pubblico per sostenersi, mentre quelle statali sono costrette a chiedere sempre più contributi delle famiglie (e non solo per l’ormai famosa carta igienica).

«Ma è giusto – domanda una signora a destra della sala – chiedere questi soldi ai genitori? Noi siamo tenuti a darli?»
Per la scuola dell’obbligo, giusto non sarebbe. Conosciamo tutti il dettato costituzionale. Del resto, è vero che il contributo volontario delle famiglie c’è sempre stato: a cominciare dalle quote versate per le gite. Negli ultimi anni, da quando la regione Lombardia ha cancellato l’assicurazione per gli alunni, il contributo è stato chiesto anche per questo fine. Ma quello di pagare le supplenze, è la prima volta che la sento. Francamente non sono d’accordo. «Eppure succede» insiste la signora. Non deve succedere. Se succede, l’allarme e la nostra indignazione devono crescere.

Si va avanti così, oltre mezzanotte, fra interventi, domande e risposte, esplorando e discutendo i mille aspetti di una situazione sfilacciata, non facile da ricomporre e rovesciare. Ho in testa alcuni libri e cerco di dare un tono a me stesso e al pubblico. Un tono in cui la curiosità, la voglia di capire, il prendere atto delle trasformazioni non si separi dall’orgoglio professionale, dalla consapevolezza di dover svolgere al meglio un mestiere, quello di educatore, comunque fondamentale. L’educazione non è finita, La scuola della vita, La bellezza salverà il mondo sono i titoli di alcuni libri recentemente letti che mi danno forza.

Quando saluto per andar via, sta ancora piovendo. A sinistra, all’uscita, cerco il mio ombrello marrone. Qualcuno, probabilmente per sbaglio, me l’ha portato via.

* * *

Il contesto

Tagli agli enti locali, ancora tagli nel 2011 e, con il decreto legislativo sul federalismo municipale, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 3 marzo, ancora tagli nei prossimi anni. Si tratta di un’operazione destinata a colpire tutto il sistema del welfare e specialmente il Sud e la scuola. Intanto il nuovo testo sul fisco regionale e provinciale dà anticipatamente il via libera ad aumenti di tassazione.

*

Quale federalismo si sta veramente realizzando?

di Osvaldo Roman

E’ utile ricordare che l’art. 14 della legge 122/2010 ha tagliato per il triennio 2011-2013 i trasferimenti statali alle Regioni, alle Province autonome di Trento e di Bolzano, alle province e ai comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti come di seguito indicato:
a) le regioni a statuto ordinario per 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e per 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;
b) le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano per 500 milioni di euro per l’anno 2011 e 1.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;
c) le province per 300 milioni di euro per l’anno 2011 e per 500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012, attraverso la riduzione di cui al comma 2;
d) i comuni per 1.500 milioni di euro per l’anno 2011 e 2.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012…

I trasferimenti statali cessano dal 2012 per le Regioni e le Province. Nel 2014 si dovrebbe completare per tali enti la fase sperimentale e passare al finanziamento a regime basato essenzialmente su compartecipazioni o addizionali, all’IVA o all’IRPEF, per tali enti ancora in corso di definizione.

Nella seconda, fase dal 2014, ad esempio per i Comuni entrano in vigore le tasse locali (tra le altre l’IMU sul possesso degli immobili che assorbe l’ICI e l’IRPEF su quelli non locati e la tassa sul trasferimento degli immobili che assorbe anche le tasse di registro, di bollo patrimoniali e di catasto ecc.).
(continua qui)

* * *

Questionario. Dieci domande. Rivolte a chi ci governa e alla politica. A tutta la classe politica italiana. L’iniziativa è dell’Unione degli Studenti.

Ecco le dieci domande:

I nostri istituti cadono a pezzi, il 50% delle scuole non è a norma, solo con un piano di investimenti per 14 miliardi di euro si potrà risolvere il problema dell’edilizia scolastica. Ti impegni a votare in Parlamento l’adeguato finanziamento della legge 23/96 per la messa in sicurezza degli edifici scolastici?

Il diritto allo studio nel nostro paese è inesistente. Da anni chiediamo una legge quadro che stabilisca i livelli essenziali delle prestazioni e adeguamenti finanziamenti alla Regioni per garantire a tutti gli studenti, come sancito dalla Costituzione, borse di studio, trasporti e servizi. Ti impegni a promuovere in Parlamento questa legge?

Molti studenti sono inseriti in percorsi di alternanza scuola-lavoro e stage senza alcun diritto, tutela o garanzia di qualità di questo canale formativo. Ti impegni a votare in Parlamento uno statuto dei diritti degli studenti in stage, per garantire che si tratti di un vero percorso di formazione e non di semplice manodopera gratuita per le imprese?

Nel 2000 il centrodestra e il centrosinistra hanno votato insieme la legge di parità che permette alle scuole private di accedere a finanziamenti sottratti alla scuola pubblica. Ti impegni ad abrogare questa legge, riconoscendone la deriva che ha avuto soprattutto negli ultimi anni?

L’autonomia scolastica, invece di produrre protagonismo, partecipazione e qualità della didattica, ha prodotto dirigismo e autoritarismo. Sei dispoto a votare in Parlamento una Carta dell’autonomia per garantire reale partecipazione alla vita scolastica da parte degli studenti e delle studentesse?

Nel 2008 sono stati tagliati 8 miliardi di euro alla scuola pubblica, circa il 6% del suo bilancio. Gli effetti di questi tagli sono devastanti: scuole chiuse il pomeriggio, mancanza di strumenti didattici, carenza anche degli accessori più banali come gessetti e carta igienica: saresti disposto a tagliare le spese militari per finanziare una didattica di qualità?

Sono circa 700 mila gli studenti migranti nelle scuole pubbliche italiane. Saresti disposto a votare un piano straordinario per garantire l’integrazione di questi studenti con programmi di scolarizzazione ad hoc?

L’Italia è il fanalino di coda in Europa per il tasso di dispersione scolastica: ha una media del 20% con picchi del 30% in regioni come Veneto e Calabria. Cosa faresti per limitare questo fenomeno?

A scuola l’unica religione che si insegna è la religione cattolica. Saresti disposto a votare un provvedimento, nel rispetto della laicità dello stato, finalizzato a una scuola che insegni storia delle religioni?

In questi mesi abbiamo riempito le piazze e le strade con manifestazione e cortei, siamo saliti sui monumenti, abbiamo occupato scuole e università, rivendicato un futuro di dignità, libero dalla schiavitù della precarietà e dall’obbligo dell’emigrazione. Che soluzioni proponi come alternativa alla fuga?
(da qui)

Per ora hanno risposto alle domande degli studenti PD e IDV, qui le loro risposte.

* * *

L’occhio del lupo
Che bella… expressio, signor ministro!

A volte basta poco per ringalluzzirsi. Alla mascotte di Tremonti – bisogna dire, il visuccio sempre più tirato che poco si addice al ruolo di portafortuna – è sufficiente la protezione dall’alto ipotetico del porcello-nano (lo scrivente è per l’insulto purché rispettoso dei dati di fatto: abbasso l’iperbole e la caricatura). Ora che la Corte Europea le ha dato ragione sulla questione del crocifisso non la tiene più nessuno. “Esprimo profonda soddisfazione” ha detto. Sicché, stando all’etimo (exprimere), quello che è successo è chiaro: la signora si è sforzata e ha cacciato via quello che aveva, dal profondo. Svelato il mistero di quel visuccio tirato – ora va meglio.
(michele lupo)

* * *

La settimana scolastica

La settimana, per la scuola, è stata caratterizzata dallonda lunga delle dichiarazioni del ministro Gelmini durante l’intervista a Che tempo che fa su RaiTre. Una affermazione del ministro è quella vecchia che gli insegnanti sono troppi e quindi malpagati. Troppi no, come dimostrato più volte, ma malpagati sì.

Un’altra dichiarazione del ministro è questa, riferita al personale Ata (i bidelli):

“ce ne sono quasi duecentomila e spendiamo seicentomila euro per le pulizie. Ci sono più bidelli che carabinieri e abbiamo le aule sporche

Un’insegnante scrive a la Stampa, e il discorso non fa una grinza:

Certo che ci sono più bidelli che carabinieri! Vivaddio! Ci sono più bambini che delinquenti, voglio sperare!

Francesco Scrima, Segretario Generale della CISL Scuola, comincia a dare dei numeri:

“In Italia più bidelli che carabinieri? Ci mancherebbe ancora che non fosse così, visto che le stazioni dei carabinieri sono meno di cinquemila, mentre le sedi scolastiche sono ben oltre quarantamila“.

Dello stesso tono le dichiarazioni di altri sindacati. il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti domanda: “Chi la gestisce la scuola? Non noi. I bidelli non sono troppi“. Mentre per il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, è noto “che molte scuole sono incustodite per la mancanza di bidelli e che gli insegnanti italiani hanno gli stipendi più bassi d’Europa“.

Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria PD, fa conti anora più precisi:

i collaboratori scolastici in Italia sono 132 mila e non 200 mila, divisi su 42 mila scuole. Le caserme dei Carabinieri sono 4623. Il prossimo anno, dopo l’ennesimo taglio di questo Governo, i collaboratori scolastici diventeranno 125 mila, praticamente in ogni scuola ci saranno poco piu’ di due bidelli per tenerle aperte e pulirle ogni giorno. Forse non tutti si rendono conto del lavoro prezioso che svolgono questi uomini e donne. Nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie sono le persone che accompagnano i bambini in bagno, che li accolgono quando stanno poco bene, che svolgono un fondamentale ruolo di sorveglianza”.

Altre affermazioni del ministro a Che tempo che fa mettevano in dubbio la qualità della scuola pubblica: “Molti scesi in piazza mandano i figli alla scuola paritaria. Non è una contraddizione, ma lo trovo incongruente, forse non hanno fiducia nella scuola pubblica“, ribadendo infine che nell’a sua “riforma” “non ci sono stati tagli alla scuola, ma tagli agli sprechi“.

“Mente sapendo di mentire” dichiara il segretario della FIc Cgil Mimmo Pantaleo.

“I dati la smentiscono clamorosamente… Dal prossimo anno ci saranno 19 mila e 700 docenti e 14 mila 500 amministrativi in meno, che si aggiungono ai clamorosi tagli degli ultimi due anni… Le scelte politiche del governo di centrodestra, in carica pressoché ininterrottamente da 11 anni, hanno messo alle corde la scuola pubblica, impoverendola di fondi, insegnanti e personale ausiliario, tecnico e amministrativo: 130 mila posti in meno in tre anni”.

Mentre i fondi per le scuole paritarie sono passati dai 297 milioni di euro del 2000 ai 528 del 2011. E le scuole statali? Gli stanziamenti per la legge 440/97, quella per il miglioramento dell’offerta formativa, sono crollati da 259 milioni, nel 2001, a quasi 88 nell’anno in corso.

Stesso discorso per gli stanziamenti per il funzionamento didattico e amministrativo delle scuole: 331 milioni nel 2011 e 122 quest’anno. I dati Ocse 2010, poi – conclude Pantaleo – ci dicono che l’Italia investe meno nella scuola, il 4,5% in rapporto al Pil contro una media Ocse del 5,7%.

A proposito di tagli. Il Miur ha pubblicato il 14 marzo la Circolare Ministeriale n. 21 con la quale trasmette le tabelle dell’organico docenti per il 2011/2012 e anticipa il contenuto del relativo Decreto Interministeriale. Viene confermata la riduzione di altri 19.700 posti di lavoro.

Tagli all’istruzione stigmatizzati anche dal presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ricevendo la laurea honoris causa in giurisprudenza in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011 dell’Università Luiss: “Non è intelligente tagliare la scienza, l’istruzione e la cultura“.

Il personale non docente ritorna in primo piano con una sentenza del Tar del Lazio, che ha accolto un ricorso del sindacato autonomo dello Snals sulla illegittimità della riduzione del personale tecnico negli istituti italiani che tra il 2009 e il 2011 ha subito tagli per il 17%. Un’altra illegittimità della “riforma” Gelmini, che il ministro dovrebbe essere tenuto a sanare. Se davvero ci fosse “giustizia a questo mondo” come direbbe Renzo Tramaglino.

A proposito della valorizzazione della scuola pubblica. Il MIUR e l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio per l’orientamento universitario hanno pensato bene di organizzare al Santuario del Divino Amore un meeting di circa 5.000 maturandi, cattolici e non cattolici, ospite d’onore (ospitata e ospitante allo stesso tempo, si può dire) la Pontificia Università Lateranense, al cui rettore è affidata, sempre per i maturandi, cattolici e non cattolici, l’immancabile, visto il luogo, celebrazione della Santa Messa.

Ai 5.000 maturandi, cattolici e non cattolici, accompagnati da non meno di 100 pullman da tutto il Lazio, offerti gadgets e pranzo e dopo la Santa Messa officiata dal Rettore della Pontificia Università Lateranense uno spettacolo della Star Rose Academy (non inganni l’anglicismo: si tratta di Suore Orsoline e dintorni). Il tutto a spese della comunità e a beneficio di un qualche pio istituto di opere religiose. Ne fa un resoconto Franco Buffoni.

A proposito di disabilità. Il ministro Gelmini (sempre nella famosa intervista a Che tempo che fa) ha parlato di «3.500 insegnanti di sostegno in più nell’organico di diritto», soffermandosi sul fatto che i problemi sarebbero «di distribuzione degli insegnanti di sostegno e qualche volta di eccessiva superficialità in alcune Regioni, nel riconoscere disabilità che non esistono».

Scrive una mamma:

Il ministro ignora la fatica che comporta il riconoscimento delle difficoltà di un figlio. Ritengo grave e offensivo che un ministro della Repubblica, anziché ascoltare la disperazione di tanti genitori e scusarsi per la carenza di risorse provocate dai tagli e, quindi, per la lesione sistematica dei diritti dei più deboli, dichiari che esistono delle figure che sottopongono i bambini a infinite e stressanti visite mediche e relativi accertamenti. Quando ho scoperto che mia figlia avrebbe avuto bisogno di essere seguita a scuola da un insegnante di sostegno non mi sono sentita furba ma distrutta dal dolore.

Ad accentuare le proteste interviene la modulistica diffusa dal ministero dell’Istruzione per le iscrizioni alle Finali Nazionali dei Giochi Sportivi Studenteschi della disciplina Corsa Campestre che si svolgeranno il giorno 20 marzo 2011 presso la località Nove (VI), che esclude gli studenti disabili dalla partecipazione.

Avvicinandosi la data dello svolgimento delle prove Invalsi (10-13 maggio), si moltiplicano le proteste degli insegnanti e i pronunciamenti dei collegi docenti contro tali prove. Le prove vengono rifiutate in quanto ne viene contestata l’attendibilità e la valenza formativa. Inoltre attraverso esse il ministro Brunetta vuole fare passare nelle scuole la “valutazione del merito” già respinta nella versione proposta dal ministro Gelmini. In discussione la obbligatorietà delle prove e, comunque, l’obbligo degli insegnanti a somministrarle, visto che si tratta di un lavoro aggiuntivo non contemplato tra gli obblighi del docente.

Nel frattempo, per chi volesse curiosare, sono disponibili on line le retribuzioni dei dirigenti del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Si avvicina anche il periodo delle adozioni dei libri di testo. I docenti precari del Coordinamento 3 Ottobre di Milano lanciano la proposta di ”boicottare i libri di testo scolastici delle case editrici di Berlusconi”.

L’iniziativa è una risposta alle critiche mosse verso i docenti della scuola pubblica da parte del Presidente del Consiglio. Nel comunicato che lancia il boicottaggio viene riportato un elenco delle case editrici scolastiche del Cavaliere tra cui A. Mondadori Scuola, C. Signorelli Scuola, Einaudi Scuola, Electa Scuola, Le Monnier Scuola.

Un riconoscimento del ruolo della scuola pubblica arriva da un messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel corso dei festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia:

«Guardando alla nostra storia di nazione unita, da un secolo e mezzo, in un solo Stato, è giusto esprimere anzitutto una più che giustificata soddisfazione per il grande contributo che l’istruzione pubblica ha dato alla crescita dei sentimenti di unità e di identità nazionale degli Italiani. Un contributo di cui c’è ancora e più che mai bisogno per rafforzare la coesione del paese dinanzi alle ardue prove cui è chiamato».

«Va al tempo stesso sottolineata l’importanza del compito che spetta alla scuola nel diffondere tra le nuove generazioni una più approfondita conoscenza dei diritti e dei doveri che da più di mezzo secolo la Costituzione repubblicana garantisce e indica a tutti i cittadini».

* * *
Il decreto Brunetta qui.

Il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Cub.

Spazi in rete sulla scuola qui.

 

dal blog “la poesia e lo spirito”

Written by Arminio

21 marzo 2011 a 1:45 pm

Pubblicato su AUTORI

2 Risposte

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  1. Io con queste cose ci combatto da tredici anni, da quando faccio il Dirigente delle’Area socio-assistenziale, che ingloba anche la Pubblica istruzione, e dunque la mensa e l’assistenza scolastica. Quello che scrive Donato è preciso, accurato, non fa una grinza. Tra l’altro dà un quadro chiarissimo di ciò che significano i “tagli” alle politiche sociali e di ciò che significherà la pagliacciata del “federalismo fiscale”, uno dei più straordinari “imbrogli” per i gonzi, che -all’atto pratico- si rivelerà per quello che è : togliere a chi già non ha per “fare fesso” chi ha già molto. A breve ce ne renderemo conto.
    Ciò che mi “consola” , da questo accurato e interessantissimo resoconto di Donato, è che qui da noi, rispetto a Cologno Mozese, non siamo poi messi tanto male e per molte cose, sono anni che siamo anche più avanti, sia per compartecipazione ai costi della spesa sia per le fasce di esenzione, che vengono coperte con la graduazione del livello di compartecipazione alla spesa, trttandosi, i costi dell mensa della scuola materna di costi per servizi “a domanda individuale” che prevedeno una compartecipazione a carico dell’utente da un minimo del 34% a un massimo del 100%.
    A parte i tagli indiscriminati, a scala e a pioggia, sui quali siamo d’accordo che andrebbero analizzati e graduati non sulla spesa sociale – qualificata e obbligatoria a garantire i “livelli essenziali dei servizi” previsti dalle linee guida dell’Unione Europea, validi per tutti i Paesi membri e che pochi Comuni rispettano- ma graduati senz’altro sugli sprechi burocratici e su quelle “voci” di bilancio che servono a coprire le mangiatoie per le cricche politiche e per le cordate degli “amici”.
    L’accurata analisi di Donato, ha il pregio di “rendere concreto” il problema, un problema – quello della spesa per l’istruzione- dei più gravi e spinosi, e ne fa qui una disamina palmare, di plastica e drammatica evidenza, con la forza e la potenza delle cifre e dei fatti concreti. Il che, contrapposto al chiacchiericcio dei politicanti da video, dà anche la plasica evidenza della incompetente cialtroneria che abita i politicanti più animosi e presenzialisti.

    Salvatore D'Angelo

    21 marzo 2011 at 2:25 pm

  2. Grazie, Salvatore, per il tuo intervento. Su tutte queste questioni, ci vorrebbe più dibattito. Purtroppo siamo sempre risucchiati “nella bufera infernal che mai non resta”…Ciao

    Donato Salzarulo

    24 marzo 2011 at 8:39 am


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