COMUNITA' PROVVISORIA

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Un vecchio racconto, un treno e uno sciopero

di Sergio Pagliarulo

Ore 01:00, esco di casa per avviarmi verso Brignole, dove tra 48 minuti esatti, si spera, salirò sul treno speciale della CGIL che mi porterà a Roma per la manifestazione in occasione dello sciopero generale organizzato da FP (funzione pubblica) e FIOM (federazione impiegati operai metallurgici). Alla fermata del bus non c’è nessuno, a quest’ora non passa nulla così tocca farmela a piedi. Scendo lungo via Fereggiano, che prende il nome dal torrente che la costeggia, passo davanti all’unico bar aperto fino a notte fonda della zona. Solo uomini, ricurvi, intabarrati, qualche giorno fa, sullo stesso marciapiede, un paio di calabresi si sono accoltellati, a quanto pare, per questioni amorose. Mi fermo per un caffè, qui il tempo si è fermato agli anni 70, i muri ingialliti dal fumo di innumerevoli sigarette, tavolini e sedie di stili e colori diversi e il barista, sempre lo stesso sia all’alba che a notte. È un posto questo in cui trovi gente solo a tarda notte, quelli che la notte non li piglia col sonno ma si fa pesare come un macigno, e all’alba, quelli che fanno lavoracci da spaccarsi la schiena, camalli, muratori e qualche lungo pendolare. Il caffè fa veramente schifo ma il barista mi sorride.
Proseguo e penso a questa città che non sai mai cosa pensa. I genovesi amano dire che conoscere Genova è impossibile perché non sia mai dove comincia e dove finisce. Affogata tra il mare e i monti si allunga all’infinito come quelle rette di geometria che si studiano da bambino.
Imbocco corso Sardegna: un vialone a 2 corsie separate da una fila di alberi, se lo percorri tutto ti porta diritto verso il mare, un mare sporco, però, offeso dal grande porto che è a un tiro di schioppo.
Dopo una ventina di minuti di cammino mi imbatto nel grande mercato ortofrutticolo, un’imponente opera di archeologia industriale risalente al secolo scorso, e già camion in fila aspettano di entrare per scaricare la merce: frutta, verdura e ghiaccio. Qualche camionista approfitta di un bar aperto a due passi, il viaggio è fatto e non riprenderanno la strada prima del mattino, quindi un goccio di grappa è lecito e forse qualcosa in più. Che abbiano, come molti dicono, “i calli al culo” per le lunghe ore di autostrada, lo sanno tutti ma quello che mi colpisce di più sono le loro mani: gonfie di stanchezza a stringere senza sosta un volante grande quanto un mappamondo, è come se non le sentissero più.
I vigili hanno il loro bel da fare per regolare l’accesso di mezzi che arrivano da ovunque in Europa. Cerco qualcosa che mi ricordi la Sicilia e magari Catania, se sai di trovarti in un posto dove passano cose diverse e disparate cerchi sempre qualcosa che ti aiuti a ricordare. Scorgo un Iveco elefantiaco, con la scritta arance rosse di Sicilia, Catania. Mi viene da sorridere al ricordo di quella lunga e bella stagione.
Taglio corto, sono su via Archimede e sbuco a Brignole. La stazione mi si para davanti tutta illuminata, come un’astronave che è appena atterrata. Ho ancora un po’ di tempo e inizio a cercare L., il mio barbone preferito. E tardi ma so di trovarlo sveglio, non l’ho mai visto dormire. Lo trovo, finalmente, su una panca al binario 11, ricoperto da tre piani di coperte: fa davvero freddo. “ohi L.!”, lo saluto e lui: “ma che cazzo ci fai qui a quest’ora…..già immagino che devi prendere un treno”. Gli spiego che vado a Roma per lo sciopero. Se ne sta un attimo in silenzio e poi mi dice: “io sono in sciopero da tutta la vita, non puoi competere”. Gli dico che ha ragione e chiedo che lavoro facesse un tempo. “non ricordo mai di aver lavorato e se l’ho fatto, l’ho scordato”, risponde. Gli lascio qualche spicciolo per la solita ceres ma alla fine, con quello sguardo pietoso del cazzo, gli do una decina di euro per una bottiglia di vodka: è l’unico modo che ha per affrontare notte, freddo e paura. “grazie” e mi sorride senza denti, quelli se l’è portati via la vita.
Guadagno il binario numero 4 dove di lì a qualche minuto arriverà il treno speciale. La banchina è piena di donne, uomini e bandiere rosse. Qualche famiglia e molti metalmeccanici. Qualcuno, nell’attesa, con bomboletta alla mano scrive slogan su drappi bianchi. Ci sono i primi cori, non contro Berlusconi, non contro Brunetta, non contro il Governo ma contro la CISL. Un vecchio sindacalista, S., mi dice che si sente tradito dalla rottura del fronte sindacale, non riesce proprio capirlo, “ma come ora che la crisi divora e spazza diritti conquistati da intere generazioni, si arretra, si diventa ragionevoli e si tratta sui tagli a morte!!!! Io a Roma ci arrivo anche a piedi, anche senza la CISL!!!! Da un po’ di tempo quando devo mandare qualcuno a quel paese gli dico che è come uno della CISL, tanto mi sento deluso”.
“chi non sale su sto treno è della cisl, della cisl”. Il convoglio si arresta lentamente e sembra quasi sussurrare che la notte sarà lunga e la notte insonne è sempre quella più lunga. Tutti si apprestano a salire, la mia carrozza è la numero 13, quella immediatamente dopo la motrice. Salgo e con mia grande sorpresa incontro due colleghi C. ed F., marito e moglie, che sono saliti alla fermata precedente. Gentilmente mi invitano ad occupare un posto nel loro scompartimento, cercano S., altro collega, che si presenta accompagnato dalla figlia di 9 anni.
Veniamo salutati uno a uno da G., delegato regionale dalla CGIL, che ci incoraggia e ci ringrazia tutti per la partecipazione e per il coraggio di aver rinunciato, con i tempi che corrono, a un giorno di stipendio o più marxianamente dovrei dire salario. Qualcuno passa a chieder un piccolo contributo per l’organizzazione del viaggio, il treno è del tutto gratuito. Offerte da € 1 E € 5.
Subito dopo, volontari del sindacato passano a versare un po’ di te caldo, vista la nottata rigida.
Il treno è pieno come un uovo, la gran parte è occupato dagli aderenti alla FIOM. Intanto, il treno è ripartito e abbiamo ancora due fermate da fare, Sestri Levante e La Spezia, dopo di che si tirerà diritto senza sosta fino a Roma. Scambio qualche chiacchiera con i miei colleghi la cui età supera di un paio di decenni la mia e si lamentano della scarsa partecipazione dei giovani, non solo alle manifestazioni in particolare, ma agli scioperi in generale. Provo a spiegare che dei miei colleghi giovani la stragrande maggioranza è genovese, vivono a casa dei genitori e lo stipendio gli entra pulito nelle tasche. Non hanno di che lamentarsi, perché allora scendere in piazza per strappare condizioni contrattuali migliori? Solo se vivi d’affitto, solo se hai famiglia e addirittura un mutuo o, peggio, non hai o hai perso il lavoro senti la necessità viscerale di dire la tua, solo in quel caso. Siamo in un epoca in cui a smuovere le coscienze sono solo le necessita impellenti e ravvicinate a chi le sente. La solidarietà e la capacità di immaginare, incidendo sul presente, il futuro di tutti sono come animali in via di estinzione, dovrebbe difenderli il wwf. Solidarietà sociale e capacità di immaginare il futuro sono sempre di più strozzate e sostituite da intrattenimento e dipendenza. A questo punto i miei amici di conversazione mi guardano straniti, non insisto, a loro, giustamente, interessa la manifestazione di domani con negli occhi l’ansia di essere in pochi.
Il sonno, come m’aspettavo non arriva, m’avvio per i corridoi delle carrozze a incrociar facce da sciopero. Conosco R., un vecchio iscritto della FIOM, ora in pensione, che da 40 anni non perde uno sciopero della sua categoria sindacale. Mi racconta di una Genova operaia che non c’è più. Dei tempi dell’Italsider di Cornigliano, quando nel suo “massimo splendore” impiegava più di 11000 lavoratori. La città, secondo il suo racconto, era così operaia nell’animo che in essa si sono annidate per la prima volta le brigate rosse e per poi si rivoltarsi contro la stessa formazione terroristica in maniera massiccia all’uccisione di Guido Rossa, sindacalista che difendeva la legalità in fabbrica. “Allora sì che c’era un muro e una controcultura operaia”. Le sue parole mi fanno venire in mente un’altra Italsider, quella di Napoli, quella di Bagnoli. E credo che il vero degrado civile di Napoli sia da attribuire per una parte importante allo smantellamento degli impianti siderurgici e alla conseguente disgregazione della classe operaia che orbitava intorno a essa. Sono convinto che quel tipo di cultura e di solidarietà, che solo il clima di fabbrica può rendere, facessero da argine e da controproduzione sociale allo scivolamento della città. Ma è solo una mia supposizione.
Proseguo, intravedo qualche viso giovane, sono quasi tutti sotto i 25 anni, e molti con vino e rum al seguito. Mi dicono che una fabbrica meccanica della zona non gli ha rinnovato, alla scadenza, il contratto a termine, 2 anni e via. Si sentono usati e bevono forte. Ho come la sensazione che bevano non per scordare il passato, come faremmo tutti, ma per dimenticare il futuro, per rimuoverlo: è una psicoanalisi al contrario.
Torno indietro e mentre striscio verso il mio scompartimento, osservando i volti in cui mi imbatto, mi viene in mente una strofa de “la domenica delle salme” di Fabrizio De Andrè: “la piramide di Cheope volle essere ricostruita in quel giorno di festa, masso per masso, schiavo per schiavo, comunista per comunista”. Mi ritrovo al mio posto, non c’è alcuna possibilità di stendersi, è tutto pieno, provo a chiudere occhio per un po’. Roma, ormai, non è lontana.
Albeggia, ciambellone con caffè portati da un collega, arriviamo a Ostiense dopo quasi 8 ore di viaggio. All’uscita della stazione qualche “uomo sandwich” prova a piazzare i tre giornali della sinistra: Il Manifesto, l’Unità e Liberazione. Subito dopo ci imbattiamo in un catasta di bottiglie d’acqua, da cui tutti attingono liberamente. Poi è la volta degli stand dove è possibile ritirare gratuitamente le bandiere della FP e della FIOM, entrambe rosse, la prima con scritta bianca e la seconda con scritta gialla.
Ci incolonniamo, il corteo sembra essere corposo e lungo e aspettiamo l’ok per partire. Ci sistemiamo tra gli striscioni della Liguria ai piedi di una lanterna in miniatura con una sirena sulla sommità. Fa freddo, si scherza e già non vediamo l’ora di arrivare a piazza San Giovanni dove si terrà il raduno finale. Il nostro è il primo di tre cortei che avranno tutti la stessa meta. Gli altri 2 partiranno da Piazza della Repubblica e da Tiburtina. Dopo 2 ore di attesa e cappuccini consumati a iosa, si parte. La presenza metalmeccanica, come mi aspettavo, è preponderante. Sfilano i lavoratori della fabbriche più importanti d’Italia, delle piccole e medie non c’è quasi traccia: mi raccontano che lì vige il ricatto o lavori e stai buono o scioperi e vai a casa. Quelli che ci sono, sono già in cassa integrazione o, peggio, licenziati. Davanti al Colosseo campeggia uno striscione: “a Taranto si muore di inquinamento e di lavoro”. Sono gli operai dell’Ilva che mi dicono uccida due volte: gli operai di lavoro e le loro famiglie per l’inquinamento prodotto.
Il servizio d’ordine della FIOM è impeccabile: non appena scappa qualche scaramuccia con il solito passante stronzo, intervengono immediatamente a sedare eventuali “scazzottamenti”. Da questo mi accorgo che il Sindacato ha una capacità di autogestione della piazza che nessuno ha, le forze dell’ordine non ci sono o almeno non si scorgono. Il giorno dopo alla manifestazione “No Vat”, contro le ingerenze del vaticano e dello stato nelle scelte personali e sessuali, la loro presenza sarà così vistosa e evidente che quasi mi sentivo i manganelli a un centimetro dai coglioni.
Dopo quasi 2 ore di cammino si intravede la piazza, il nostro ingresso è trionfale perché la piazza è colma. I tre cortei si riversano in essa come fiumi in piena in un lago. Dal palco parlano di 700.000 presenze, qualcuno si abbraccia per la gioia. Molti avevano paura che non ce l’avremmo fatta, che forse il sonno sarebbe continuato e invece qualcosa s’è destato. Tanto più se si considera che a fare lo sciopero è stato un solo sindacato e di questo solo due sigle. Dipendenti pubblici e metalmeccanici, mi spiegano, non si sono mai amati ed è la prima la volta che nella storia del sindacato avviene una cosa del genere, segno che la pressione è sul mondo del lavoro in generale. Gli interventi si succedono fino al discorso finale di Epifani, segretario generale della CGIL. Al di là di quello che dice, mi emoziono quando proferisce le parole “cari compagni e cari compagne”. Era da tempo che non mi sentivo chiamare così, era da tempo che non sentivo quelle parole e quel modo di condivisione di sogni e progetti che rappresentano per me.
Al termine degli interventi, la piazza si scioglie, ognuno torna ai treni, ai pullman che l’hanno portato a Roma. Io accompagno i miei compagni di viaggio al treno. Li saluto, io resto, l’indomani di manifestazione me ne farò un’altra il “No Vat”.
Raggiungo il P., a casa del quale troverò ospitalità per la notte. Non appena mi vede mi sussurra dolcemente: “Pagliarù a vo’ finì e i appriess a cgille e i comunisti!!!!”.

Written by eldarin

21 marzo 2011 a 10:30 pm

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6 Risposte

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  1. bravo sergio.
    si legge tutto d’un fiato!

    Arminio

    21 marzo 2011 at 11:05 pm

  2. grazie frà, un complimento da te per un piccolo racconto mi rende felice e onorato. per cairano io ci sono, non tanto come “propositore” ma più come operaio silezioso.

    sergio pag

    22 marzo 2011 at 9:46 am

  3. e intanto scrivi ancora
    ti fa bene

    arminio

    22 marzo 2011 at 10:17 am

  4. Concordo. Sergio è bravo a raccontare. Non è una cronaca, ma una narrazione. Ad ogni modo, due proposte di lettura :
    Ermanno Rea, LA DISMISSIONE, Romanzo (sullo smantellamento dell’Italsider di Bagnoli)
    Jean Claude Izzo IL SOLE DEI MORENTI ,Romanzo Edizioni e/o
    (“barboni” come protagonisti)

    Salvatore D'Angelo

    23 marzo 2011 at 1:04 pm

  5. Bravo Sergio, mi hai fatto ricordare qualche viaggio simile di circa 40 anni fa. Benissimo per le proposte di Salvatore; abbiamo letto Rea tra la “dismissione ” e “mistero napoletano”, buona giornata a tutti, G.C.

    Gaetano Calabrese

    23 marzo 2011 at 4:48 pm

  6. bel racconto, ne ho letto meno di metà perchè sto incasinato, ma quello che ho letto lascia presagire un buon proseguio, e lo finirò a prestissimo…
    quando si comincerà a parlare di una scuola arminiana?

    sergio gioia

    23 marzo 2011 at 6:41 pm


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