COMUNITA' PROVVISORIA

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da scampitella a greci

cari amici metto qui un pezzo uscito oggi su il manifesto. nel presentarlo in pagina il giornale invita a leggere comunità provvisoria. io sono appena tornato da procida dove ieri ho parlato, tra l’altro, anche di cairano e della cp suscitando grande interesse (come sempre).

ho fatto vedere anche il video teora 2010 (visibile su youtube) che considero una delle mie cose migliori.

avvistate alcune persone da “portare” in irpinia d’oriente…..

vi ricordo che il sei aprile ci vediamo a cairano. non so più come dirlo: raccogliamoci e andiamo insieme verso la rupe dell’utopia…

armin

Casello di Vallata, nove del mattino. Arrivo puntuale all’appuntamento. Ci sono tre persone ad aspettarmi, due sono venute qui per salutarmi. Poco dopo arrivano i fotografi, i miei compagni di viaggio lungo un percorso che ho fatto tante volte. C’è una pioggia gelida e cattiva, dentro una nebbia che pare incollata a terra. Si parte. La prima fermata è Scampitella. Non si può fotografare all’aperto. Andiamo dentro un negozio che conosco bene e che vende di tutto, ma principalmente calze e cappelli e giornali. La signora non è disturbata dalla nostra invasione. Ogni fotografo fa le sue scelte, c’è chi punta alla sua faccia, chi mette a fuoco i cappelli o i giornali. Il luogo è singolare. E dà subito la cifra del viaggio odierno: andare a trovare delle reliquie di un altro mondo. Siamo vicini a casa nostra, non siamo giapponesi o americani, ma già un negozio come questo è fuori dall’orizzonte delle cose usuali. Esco e torno in macchina, mi metto a scrivere qualcosa. Guardo con un po’ di pena alla giornata che ho davanti. C’è tutto l’arredo che mi porto dietro da sempre: desolazione, maltempo e ipocondria. Il mio stomaco risente dei troppi dolci mangiati ieri sera. So che il viaggio di oggi sarà più che altro un viaggio per ripararsi dalla pioggia. Visioni di ripiego, visioni che rendono più attenti perché devi lavorare su un margine stretto. Mi sento così quando arrivo nel bar di Mastralessio. Ci arrivo da solo. Non ci siamo capiti coi fotografi. Mi raggiunge solo Sergio, lui non ha il taccuino degli appunti e neppure la macchina fotografica. Dice che non ha dormito. Ha passato la notte con un signore separato da poco che pure lui si è messo a frequentare le cose che organizziamo. Dentro il bar guardo pigramente. Una cosa alla volta. Senza una panoramica ordinata. Guardo le cose. Il bar oggi è pieno di persone, alcune le ho incontrare altre volte, ma non ho molta voglia di parlare con loro. Scambio qualche frase col barista, giusto per tenerlo buono in attesa che arrivino i fotografi. Non voglio che si senta invaso com’è accaduto nell’ultima visita, quando se l’è presa con la mia amica Elda che prendeva appunti sulle cose esposte in vetrina. Gli hanno detto che è uscito un articolo in cui parlo del suo bar. Lo rassicuro, quando arriverà nel libro l’articolo prenderà un’altra forma. Parlo con lui e mi accorgo che sul bancone c’è un cestino di uova. Guardo in alto. Coppe. Sul tavolo dove ho sistemato il mio taccuino noto un giornale di cui non immaginavo l’esistenza: La voce del tabaccaio. Lo sfoglio senza leggere niente, quasi tutte le pagine sono pubblicità di sigarette. Torno a guardare per un attimo le persone, hanno tutte una birra in mano. Guardo una blu slot. Non ci gioca nessuno. Panoramica su uno scaffale: lumini, lucidacruscotti. Davanti alla porta c’è una specie di colonna di cartone tutta fatta di patatine. Il barista mi aveva detto che voleva chiudere. Adesso c’è la scritta: per cessata attività vendesi negozio di tabaccaio. Noto in alto, in un angolo, una serie di racchette di ping-pong. Mi accorgo che c’è la radio accesa. È come se le cose ogni tanto decidessero di interrompere la mia distrazione, il mio non essere qui. Adesso le persone stanno parlando di cani. Alla radio una canzone di Vecchioni. Leggo dell’esistenza del Sorbetto Giacomino. Mi impegno, trascrivo i nomi dei vari biglietti del gratta e vinci: portafortuna, quadrifoglio, l’eredità, turista per sempre, miliardario. Guardo di nuovo in alto: due lunghi neon scoperti, ne funziona uno solo, ma di luce ce n’è abbastanza. Adesso le persone parlano di strade interpoderali che si rompono subito. Su una parete noto due orologi, di quelli che regalano le ditte. Uno fa l’ora giusta, le dieci e mezza, l’altro fa le sette meno venti. Noto l’esistenza dei paracalli. Torno vicino al bancone, nel frattempo i fotografi sono arrivati. Compro dieci uova, tre euro. Una scritta vicina alle bottiglie dei liquori: si informa la gentile clientela che in questo locale non si servono mezze bevande. È tempo di uscire, almeno per provare a fare una fotografia della piazzetta di Mastralessio e della per me nota fontanella. Torno in macchina, butto il taccuino sul sedile di dietro, non lo riprenderò più in mano per il resto della giornata. Ci dirigiamo verso Panni. Di solito il paese compare col suo bel trapezio di case incollate alla terra. Oggi non si vede niente. Neppure la pioggia taglia la nebbia, andiamo direttamente nel negozio che vende prosciutti e altri salumi. Dobbiamo rifornirci. Anche questo posto sembra piacere ai fotografi. Andiamo a prendere il pane per completare l’equipaggiamento gastronomico. Il fornaio si vede che è abituato a prendersela comoda, ma la presenza di tanti avventori sembra risvegliare il suo senso del commercio. Ci propone vari tipi di pizza appena sfornati. Sergio viene fornito di una quantità di pane assai maggiore di quella richiesta. Anche i prezzi sembrano adattati alla circostanza. Però qui c’è lavoro per i fotografi. Fuori piove sempre più forte e allora la faccia del fornaio diventa un’occasione da non perdere. Usciamo dal forno e corriamo verso le macchine, proprio non se ne parla di girare per il paese. Si va a Montaguto, curve e fango, l’acqua che invade la strada, la nebbia che sembra si sia alzata solo per farci vedere meglio la violenza della pioggia. A Montaguto conduco il gruppo nella piazzetta dove tutto è chiuso. Una piazza con la chiesa e senza insegne di negozi. Ci sono solo tre scritte davanti a tre saracinesche chiuse: Misericordia, Ambulanza, Servizi Funebri. Proviamo a scendere dalla macchina ma qui la pioggia è accompagnata da un piccolo uragano fatto in casa. Possiamo solo rintanarci nelle nostre macchine e meditare su dove possiamo consumare le nostre colazioni. Mi viene l’idea di chiamare una ragazza di Greci che voleva partecipare al nostro tour e che mi aveva chiamato. Le prospetto la situazione. Mi dice che ci aspetta ben volentieri a casa sua. Arriviamo in una bella casa nel centro del paese. Ad affiancare il pane e i salumi che abbiamo con noi c’è vino e caciocavallo e una stufa. La padrona di casa è gentile e accogliente in maniera naturale. Io le faccio dono del mio ultimo libro e subito dopo scorgo su un tavolo il penultimo. Questo è un luogo di confine e forse in luoghi come questi le parole non zampillano a vuoto. Il gruppo ormai è nutrito e rilassato. Richiamo all’ordine. Fuori piove, ma possiamo fare una visita interessante. Sulla strada tra Greci e Faeto abita un pastore e sua moglie. È l’ultima tappa della giornata. Fuori diluvia e dentro c’è un diluvio di scatti. Il pastore sembra un divo, sta fermo davanti al plotone dei fotografi disposti a semicerchio. La sua faccia, quella della moglie Iolanda, le pecore nella stalla dietro la stanza dove divono, le mucche nella stalla di fronte, quelle davanti alla porta, tutto sembra fatto apposta per essere immortalato in una serie di immagini che vanno all’indietro, dal primo dopoguerra al neolitico. Chiedo al pastore imperturbabile cose che gli ho già chiesto altre volte. Le risposte le so già: non conosce Avellino, Napoli, Foggia, Benevento, non conosce la doccia, Berlusconi, il dentista, non si è mai misurato la pressione. Difficile dire se è una persona da invidiare o da commiserare. Certo non si scompone. Invito la moglie a mettergli addosso una cosa asciutta e lei tira fuori una giacca che adesso si intona perfettamente con la camicia celeste. Lui rimane taciturno. È il problema della lingua, la sua non è la nostra, è come se avesse ricevuto una visita di stranieri. Pure io tiro fuori la macchina fotografica. L’amica di Greci ha notato che il pastore per accendersi la sigaretta ha preso tra le mani un carbone ardente. Lui ripete tranquillamente l’operazione ad uso dei fotografi. A guardarlo davanti alla parete di questa stanza pare che sia fatto dello stesso colore delle cose che lo circondano. Lui sì che è veramente una terra carne, una creatura che vive dentro il paesaggio, come un albero, come una fontana. Continua a farsi fotografare. A me colpisce l’assenza di ansia. È come se fosse senza nervi, come se le sue ossa fossero rivestite di paglia, di vento, di nebbia, come se non avesse addosso tutto quel mormorio nevrotico che viene dal mondo interno. Nemmeno il mormorio delle cose felici. Gli chiedo di mettersi sottobraccio alla moglie. Eccoli adiacenti e mi viene da pensare che forse lo hanno fatto un’unica volta, solo il giorno del matrimonio. La moglie ha i capelli scuri, un piccolo segno di cura. Ci dice che se li fece tingere in occasione del matrimonio della figlia. È difficile guardare la vita di queste persone senza uscire dalla nostra visione. Eppure ci sono delle cose che ci avvicinano. In fondo il lavoro dei fotografi non è assai diverso da quello del pastore. È un lavoro centrato sul mondo esterno. Forse noi stiamo bene e sta bene anche lui perché c’è come un riconoscimento che va oltre la sceneggiata in cui noi facciamo i cacciatori dell’arcaico. Fa un certo effetto sapere che hanno quattro figli, due in Emilia, uno in Germania e un altro a Greci. Al paese hanno una casa comoda e grande, ma è chiaro che il nostro concetto di comodità non coincide con il loro. Per loro oggi è un brutta giornata perché piove troppo e non si può stare all’aperto a pascolare. Credo che si sentano minacciati da questa pioggia. La moglie guarda la parete di fondo in cui scorre l’acqua e io guardo il letto dove dormono, diviso tra il freddo della parete e il fuoco del camino. Nelle campagne di Greci questo è un caso unico. Per il resto sono abitate da contadini che, a parte la lingua albanese, sono perfettamente in linea con la modernità fallita che abita i nostri paesi e le nostre contrade. È chiaro che osservando quello che abbiamo osservato con parametri igienisti qualcuno potrebbe gridare allo scandalo, ma non è il mestiere del paesologo. Solo pochi giorni fa è calata in paese una troupe di Striscia la notizia per informare di cinquanta famiglie che vivono senza l’acqua potabile. Il paese adesso ha cinquecento abitanti e ne potrebbe ospitare comodamente più di tremila. Nonostante il grano arrivi davanti alle porte delle case qui non c’è più un forno. E ci sono assenze di cui ci si può compiacere, come la banca e la macelleria. Per me questo è un paese bellissimo e per capirlo basta andare in un posto che chiamano il Breggo, dove si può passeggiare in una sorta di limbo tra il finito e l’infinito. Oggi non è il caso, oggi sarebbe solo un luogo per far volare via gli ombrelli. E non è neppure ora per vedere la pala all’interno della chiesa, che pare sia di Guido Reni. E allora si va al bar a prendere un caffè. Tra le cose rimaste ci sono due bar, la farmacia, la posta, la scuola, dalle elementari alle medie, ci sono i contadini che fanno il caciocavallo, c’è un ex sindaco del pd che fa l’opposizione a un sindaco pure del pd, c’è uno che faceva teatro e che ha avuto la sorte che capita spesso nei paesi ai più sensibili. Nel bar parlano albanese, ma quando si rivolgono ai forestieri viene fuori un italiano sobrio, lievemente solenne, forse perché spinto da voci appassionate. Greci sarà pure uno dei tanti paesi in via di estinzione, ma l’indole balcanica è ben viva. Gli abitanti di questo paese non sono spiriti anemici, avvizziti. È un’impressione che prendo dai gesti, dagli sguardi. Volendo potrei provare ad ascoltare un po’ di storie, ma sono un paesologo affaticato ed esco in strada per fare una telefonata. Sono le cinque del pomeriggio. È l’ora di congedarsi. Quando torno a casa accendo il computer. E già uno dei fotografi su facebook ringrazia per la strepitosa giornata.

Written by Arminio

27 marzo 2011 a 12:34 pm

Pubblicato su AUTORI

4 Risposte

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  1. è sempre un grande piacere leggerti….. grazie del viaggio

    luciano

    27 marzo 2011 at 5:35 pm

  2. davvero molto bello…grazie per i due riferimenti a me

    sergio gioia

    27 marzo 2011 at 7:22 pm

  3. anch’io ringrazio Franco per il reportage , ero tra le persone appostate al casello nebbioso di Vallata quel giorno per “salutare ” con affetto e rispetto il Profeta. Un fortissimo abbraccio per Franco…

    Ringrazio Saldan Salvatore Soter 54 per aver impaginato il mio contributo nel Post “Proposte per Cairano” , Un caro saluto …

    Auguro a Tutti una serena settimana che ci porterà volando alla settimana in cui è previsto l’incontro a Cairano.

    Facciamolo Grande l’Evento ,quest’anno, ma facciamolo Bene. Grazie

    Un modesto contributo mattutino per Lettrici e Lettori
    del Blog CP

    >>> come la cavalleria mongola PPP invisibile ma onnipresente attacca ed un momento dopo non c’è più e soltanto un nuvola di polvere all’orizzonte ricorda il suo passaggio…

    lo immaginiamo avvolto nei suoi pensieri mentre si immerge nei folti problemi della trasposizione cinematorafica del Vamgelo di San Matteo , nella delicata scelta e ricerca dell’interprete di Gesù che poi fu interpretato dal poeta russo biondo e ribelle

    ma PPP ha rappresentato anche il teatro dialettale…

    traducendo in romanesco, quel particolare romanesco delle borgate e dei borgatari che i romani del centro antico non si sognano di parlare, un misto di gergo, di italianetto e di contaminazioni furfantesche…

    nel dialettale in “settenari doppi” si mira a proteggere l’aristocraticità sostanziale della Lingua, come dovremmo essere capaci di fare anche in Irpinia con l’indiscusso number one della poesia dialettale, il carissimo Gaetano…

    Questo vorrei che accadesse, tra l’altro, quest’anno nell’Edizione Cairano 2011, riuscire a passare da espressioni gergali ad un italiano acconciato in dialetto, senza avvertire lo stridore e senza perdere qualità spettacolare…

    Un esperimento linguistico ed artistico sotto la Direzione di Franco, un omaggio alla lingua dei dialetti che viene descritta in maniera impareggiabile
    da Franco nella scena di Greci.

    Grazie Buonissima Settimana a Tutti

    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    28 marzo 2011 at 5:41 am

  4. Uno dei repartages paesologici più belli di Franco: tutto concentrato sulla cronaca, sul “riferire” i fatti così come appena svolti, ma accorciati al momento stesso in cui si svolgono. Ottimo lavoro.

    Salvatore D'Angelo

    28 marzo 2011 at 8:51 am


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