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Stati in _forme . mostra di EGIDIO IOVANNA

Stati in_forme
Dal 10 aprile al 1 maggio 2011      10.00 – 13.00 / 16.00 – 20.00
Mostra di scultura in pietra di Egidio Iovanna.
Progetto espositivo nato da una idea dello stesso artista, sensibile ai dati percettivi della pietra e alle risonanze formali ed architettoniche delle sue sculture . . . Selezioni di opere di varie dimensioni realizzate dall’artista tra il 1998 e il 2010.
Avellino, ex Carcere Borbonico  . Via Dalmazia   .  per informazioni  0825 279205 – 279206 – 279207
La scultura è un’arte nella quale l’umanità ha voluto provare a rifare il mondo. L’immagine, in cui ha tentato di rispecchiare se stessa coi propri desideri e limiti, muta però col tempo e muta anche lo sguardo con cui noi la guardiamo. Resta, tuttavia, immutato l’anelito di creare corpi e forme dotate di una pressante fisicità, ma ancor più di una missione magica, quella di dire con un proprio linguaggio, spesso non traducibile, l’imperante bisogno di emulare la natura e il divino nella creazione.
Lo scultore è colui che vuole creare qualcosa che non esisteva prima. Qualcosa di unico e irripetibile, che l’artista stesso sente essere più reale dello stesso reale. Qualcosa che possa inserirsi nell’infinito universo delle forme col suo corpo ed il suo  spirito.
A noi osservatori resta solamente il compito di sentire quell’intonazione spirituale, quel brivido che attraversa la forma nei diversi stati dell’essere per poterne capire il senso.
Le opere di pietra presentate in questa mostra sono il risultato di un lavoro difficile e di una ricerca ostinata. Lo scultore crea il suo oggetto con la sua magica fisicità; esso s’impone al di sopra di tutto e di tutti per darci qualcosa che altro non può offrirci.
Egidio Iovanna, nato in una cava, quella posseduta dalla sua famiglia, comincia la sua opera guardando la pietra. Di essa egli conosce sin da bambino ogni piega, odore, durezza, colore. Lavora la pietra avanzando con circospezione, pur sicuro di padroneggiarla tecnicamente. La esplora, sentendo che ogni vibrazione rimbomba all’interno di se stesso. La ascolta, tentando di percepire cosa “la pietra” vuole o gli sussurra di fare. Non ha un modello preesistente, non gli occorre.
La fase preparatoria si limita allo schizzo e al bozzetto ma solo quel che serve per buttare giù l’idea della forma. Quando la pietra si trasforma in una forma che pare alludere ad una figura ben riconoscibile, come nel caso delle prime opere, o si fissa in uno stato con una sua tessitura, lo scultore ha cura di conservare sempre qualcosa della semplicità e solidità della roccia. Egli la sente dentro, è parte di sé e ad essa affida fiducioso il suo spirito. E la pietra non lo tradisce! Attraverso essa passa l’intera relazione col mondo e con se stesso.
Nell’osservare le sue opere ci accorgiamo di ricevere l’impatto immediato della forma eppure essa è il risultato di un lungo ed intenso processo di confronto e dialogo tra lo scultore e la sua pietra.
Per comprendere la scultura di Egidio Iovanna, nelle sue varie componenti materiali e spirituali, occorre percepirne la costruzione individuando nel corpo fisico il corpo metafisico.
Tutto ciò ci induce a riflettere su un dato linguaggio espressivo (figurativo o astratto) e su determinati strumenti operativi, in sintesi sull’operare  stesso dell’artista.
Lo scultore irpino, infatti, non ha ceduto all’impero passeggero di una tecnica, non ha rinnegato le sue radici, ben consapevole che questo suo semplice e naturale operare è ostacolato incessantemente dalla civiltà tecnologica, che tende a rendere del tutto inutile o addirittura immorale la bravura umana dell’artista.
Ed è per questo che pongo l’accento sull’operare di questo scultore, la cui ricerca formale si contrappone ai processi fondamentalmente a-plastici che impegnano certa scultura contemporanea.
L’arte oggi è caratterizzata dalla ricerca ossessiva del bello, che non si tramuta necessariamente nella capacità di creare vera bellezza e ancor di più di creare arte. Quest’ultima del resto si è ormai privata della presenza di grandi opere, e più in generale ha indotto alla perdita di un oggetto sensibile, fisicamente concreto ed efficace, in poche parole di un’opera d’arte certa e visibile. La scultura stessa come genere artistico che tradizionalmente ha conservato una forte fisicità, tende oggi a tramutarsi in evento ambientale e performativo, in cui si vanifica la percezione sensoriale diretta dell’oggetto, preferendo piuttosto uno stato di coinvolgimento blando e mutevole.
La scultura di Egidio Iovanna è invece un qui ed ora. Ha un sapore antico pur essendo attualissima. C’è, e vuole continuare ad esserci con l’opera. Essa nasce dalla stessa tensione trasformativa della materia dell’universo, in continua espansione, di cui l’artista ne completa e ne guida il processo creativo. La mano dell’artista accompagna così il passaggio della pietra di stato in stato nel continuo tentativo di riconquistarne una forma. In lui la ricerca della bellezza è ancora un’operazione ardua ed una questione etica ed estetica insieme.  L’arte è relazione con la natura e le cose del mondo, non più copia, imitazione o altro ma relazione in cui ciascun soggetto coinvolto, in questo caso l’uomo e la pietra, affermano la propria identità con naturalezza e decisione. Egli si riconosce in tutto il processo costruttivo, trovando in esso il rispecchiamento dei suoi modi etici e pratici. Il suo obiettivo non può che essere quello di segnalare nella sua stessa opera elementi di riconoscibilità del suo cordone ombelicale con l’atto creativo.
Il nostro Egidio Iovanna non perde mai di vista il significato conoscitivo del percorso che ciascuna creazione gli offre, conducendolo necessariamente  ad una ricerca di armonia tra sé, l’opera e la natura. Egli mette in gioco tutto se stesso,  si affida alla sua pietra come ad una madre in un contatto amoroso, da cui esce rinforzata la propria individualità. Lo spirito dell’artista si trasferisce nella pietra e la pietra a sua volta gli dona la sua essenza.
La pietra sempre viva, che egli considera in tutti i suoi stadi vitali, dall’estrazione alla lavorazione, alle successive fasi energetiche, è il mezzo espressivo di tutte le sue opere. La monumentalità, lontana da retoriche celebrative ed intesa come libera espressione dello spirito è invece la sua dimensione ideale. E’ chiaro che una scultura che conserva, anzi potenzia, una forte vocazione alla monumentalità si pone nel solco della grande tradizione di scultori-artigiani del passato. Nel tentativo di conciliare una possente fisicità con un’interna energia, le sculture di Iovanna, anche quando si presentano in dimensioni più piccole, dimostrano infatti che l’idea implicita è sempre monumentale.
Il rapporto intimo con la pietra, così difficile da plasmare e da placare, se vogliamo, induce l’artista ad esplorarne consistenza, tessiture, superfici, limiti, colori, giocando sulle ambigue percezioni tattili e visive.
Le sue sculture, oscillanti tra l’apparente stasi della materia fredda ed inerte e la pulsione del movimento vitale e del sentimento, materializzano stati emozionali ed esistenziali, trasformano reazioni chimico-sensoriali in solidificate forme dell’essere, traducendo veri e propri stati in forme.
Il suo percorso formativo ha avuto origine non a caso dall’insegnamento di Pietro Cascella, ma si è nutrito nel tempo del confronto col altri maestri della grande scultura italiana del secondo Novecento da Francesco Somaini a Gigi Guadagnucci, a  Nado Canuti. Nella sua scultura è inoltre presente un  senso di originaria potenza ed  un’energia pura che si richiama alla tradizione magica ed arcaica dell’arte, che passa nel XX secolo attraverso la lezione primitivista di Henri Moore e Costantin Brancusi. Non vanno esclusi d’altronde gli influssi che gli provengono dalla pittura dal momento che altra figura decisiva nella sua formazione è stata quella del conterraneo Ettore de Conciliis, artista poliedrico. Quest’ultimo ha inciso profondamente nell’animo del giovane Iovanna insegnandogli il valore fondativo della luce, non solo nel modellato di superficie ma nello stesso collocarsi della forma nello spazio.
L’impronta formativa di questi grandi maestri scultori è ben evidente nell’uso assoluto della pietra che Cascella definiva “l’ossatura della terra”. Essa sola genera entità plastiche autosufficienti. L’opera così facendo s’impone nello spazio esistenziale della natura definendo con esso un rapporto di emergenza monumentale, di perenne consistenza qualitativa e quantitativa.
Un’eleganza rara, un senso di equilibrio armonioso, un gusto spiccato per il grandioso ed un valore fortemente cromatico delle superfici connotano le creazione di Iovanna in modo inequivocabile. Le sue opere sembrano voler riequilibrare il rapporto armonico col mondo e la natura. D’altra parte considerando la perdita del concetto di natura come dato a priori dell’esperienza umana in tanta parte dell’arte attuale, la scultura deve per Egidio Iovanna continuare ad essere qualcosa di concreto, reale ed efficace. ma al contempo metafisico. Essa contiene quell’anelito verso l’alto, quell’altrove, che è per lui un dentro, che è oltre la percezione di ciò che è immediatamente fisico, e che in altri termini chiamiamo spirituale.
Sin dalle prime opere lo scultore irpino manifesta le principali tematiche della sua poetica e le fondamentali direzioni di sviluppo. La ricerca dell’artista sembra partire da un’istanza ben chiara: stabilire un rapporto profondo tra la materia muta e dura del marmo  e la vita e il suo mistero, ristabilendo i termini per un dialogo ininterrotto che passa attraverso lo spirito libero dell’artista.
Trascorso l’iniziale periodo di formazione a Carrara, dapprima presso il facoltoso I.P.S.I.A. Marmo e poi all’Accademia di Belle Arti, la sua carriera artistica ha avuto origine nel 1998 da una sperimentazione formale alquanto singolare, considerando un’opera dal significato emblematico come La corsa. Alcuni enormi spermatozoi di pietra, ciascuno con la propria individualità, compiono la loro corsa cieca verso una destinazione irrinunciabile. E’ già in partenza una corsa impari, solo uno come sappiamo, date le leggi universali e necessarie della natura, potrà raggiungere la meta rappresentata dall’ovulo femminile, per fecondarlo di nuova vita. Questa nuova vita è l’arte con tutto il suo apporto creativo e l’ovulo fecondato (dall’artista) l’opera da compiersi. Le loro superfici riportano i segni plastici di pieghe, solchi, scanalature, lievi increspature lì dove la forma esige il richiamo organico necessario a suggerire quel senso di elasticità. L’oggetto scolpito diviene un’emergenza, una manifestazione mastodontica dell’essere della natura e dell’arte. Cellule sessuali vaganti nello spazio del mondo, impegnate in una disperata corsa verso la vita e la speranza, ciechi al mondo ma con un’interna forza determinante che li conduce verso una meta unica ed assoluta. E’ già in forma larvale l’accenno ad una tematica che sarà molto amata dall’artista. La piena consapevolezza di un’investitura, se vogliamo, estetica ed etica, dovuta alla volontà di addossarsi la continuità di certi luoghi, i suoi di partenza e quelli di arrivo, è già presente.
Si tratta, infatti, di un omaggio alle sue due patrie e alle sue due pietre, ovvero alla breccia  irpina con cui è realizzato il primo corpo, ovvero quello originario, genetico, simbolo della sua provenienza da una terra, l’Irpinia, ma anche di una discendenza familiare di artigiani della pietra, mentre il secondo corpo più grande è in marmo bianco di Carrara, posto in una posizione preminente e fiera. Quasi in una posizione retrocessa, “lo spermatozoo irpino” a significare un diverso punto di partenza, una posizione conquistata, ma già in attesa di superarla. Atto di partenza di un giovane artista che ritorna ai suoi luoghi d’origine dopo un lungo e fecondo periodo di contatti e di confronti con artisti provenienti da tutto il mondo.
Fontana rosa, seconda prova dell’artista realizzata nel 1999, rappresenta invece la parte più femminile del suo operare. Nel gioco di parole riferito al luogo d’origine e al contempo all’apparente forma di sorgente d’acqua, costruita con una forma ben arrotondata ed un’unica fessura centrale dalle labbra sfrangiate sembrerebbe esaurirsi l’idea di una forma quasi scontata. Il delicatissimo rosa Portogallo, colore della femminilità e della morbidezza, inonda di luce l’intera forma eliminando i contorni stessi in un’irreale gradazione di luce che trapassa dalla materia solida all’atmosfera senza massa. Il corpo materico si espande, dilata la percezione dello spazio gonfiandosi di luce abbagliante, accoglie ed ingloba. Quest’opera, pertanto, chiarisce un percorso, diviene viatico di un’esperienza che si sta compiendo in cui l’artista cerca di abbandonare i condizionamenti di un insegnamento accademico per riappropriarsi di un luogo d’origine, di una derivazione (da un parto) e di un nutrimento da una fonte alla quale si può e si deve ancora attingere. E’ come riconoscere ciò che è padre e ciò che è madre nella propria vita. Se la prima opera come La corsa vuol essere la parte maschile più aggressiva e determinata attraverso il riconoscimento delle sue paternità artistiche, la seconda Fontana rosa diviene generosa apertura, possibilità di accogliere e nutrire, femminile promessa di gioia.
D’altra parte le sculture di Iovanna, proprio a partire da opere come Fontana rosa, sono dotate di una fiera eleganza e talvolta di una grazia imprevista. L’artista cura, soprattutto nelle piccole opere, le superfici ben levigate, modella quelle rotondità che servono a compiere l’idea di una forma che pur deve darsi nella sua immediata spontaneità. La purezza della forma acuisce quel senso di elevazione ma anche  di immersione in un mondo dove lo stare della materia diviene un attimo splendente di luce solidificata. La luce e le tessiture cromatiche dei diversi materiali utilizzati acquistano un significato del tutto nuovo nelle sue opere, in quanto divengono una qualità interna più che esterna.
In Arroccamento, un’opera che segna un evento, quello disastroso del terremoto in Irpinia, la forma si verticalizza frantumandosi in dischi disposti come in un fusto di colonna dorica dalle scanalature fortemente marcate, o come in un totem indiano dal taglio deciso e arrotondato, sino alla sommità dove i corpi geometrici, indici di ragione, conquistano la vetta nel tentativo di mantenerne una posizione quasi impossibile. Lo scultore gioca su equilibri instabili, sulla dialettica di caduta e salvezza, nel tentativo di ergersi al di sopra di un territorio fisico e mentale, distrutto dalla terra che trema. Le pietre del passato si mescolano con le pietre del futuro. Il dolore e lo sforzo della ricostruzione pietra su pietra ricompatta gli animi e rinsalda un legame ancestrale. In essa anche l’uso di  tecnica più rozza e priva di levigatura allude al ritorno ad un duro lavoro manuale privo di strumenti. Un passo indietro che ci ricorda il nostro vivere in una condizione di inevitabile precarietà.
Nel 2003 Egidio Iovanna, sicuro di possedere una tecnica propria cambia registro. Immortalità dell’anima è un’opera già matura in cui alla semplicità fenomenica corrisponde una complessità noumenica. Non solo la tematica altamente filosofica, che si arricchisce di suggestioni letterarie, ma l’ideazione stessa della forma, che forse per la prima volta affronta in maniera decisiva il motivo “dell’incastro”, pongono la ricerca artistica di Iovanna su un piano decisamente più alto e problematico. Il motivo della goccia d’acqua e del suo ciclo vitale con i suoi cambiamenti di stato allude al tema dell’incarnazione dell’anima nei corpi, nel  misterioso ascendere e discendere della vita e della morte. Le gocce d’acqua pietrificate sul fondo della terra sono come porte spazio temporali in cui si manifesta l’energia dell’universo.
Con Attraverso l’essenza la tensione metafisica supera i confini terrestri della nostra atmosfera.  Un’apertura frangiata buca la pietra, la attraversa.
Si origina un vortice energetico di onde colorate  scariche di fotoni indicano un punto d’origine, una provenienza.
E’ la ricerca di un quid, di una via verso quell’altrove che appare dinanzi ai nostri occhi come l’immagine di un attraversamento di un poligono di marmo che forse ci conduce in un viaggio al centro della terra come nelle sconfinate dimensioni dello spazio cosmico. Lo specchio della nostra realtà è nell’essenza risucchiata in noi stessi.
Chiaro d’onda e Fusione d’onda (2005) spingono invece la forma verso una sperimentazione fisica ulteriore. Sono opere che rappresentano nella vita dell’artista la fusione sentimentale, il ricongiungimento famigliare. L’artista sottopone la pietra a stiramenti e flessioni, plasmando la materia divenuta ormai molle come un flusso energetico d’onda quasi liquido. E’ un momento di espansione, in un cui il tempo si dilata, si distende comodo. Ritornano ancora gli elementi fecondanti della vita; ma i piccoli spermatozoi questa volta forano la massa dura della roccia riprendendo la corsa verso le rotondità morbide della meta, interrotte solo da tessiture graffianti e solcate. Fusione è un’opera decisiva che lascia il segno. Dal semplice incastro all’avvitamento delle parti il passo è lungo. Egidio Iovanna ha voluto spingere il tema dell’incastro oltre la frontiera della linearità tale da tentare l’accostamento di qualsiasi individualità complessa, fino alla torsione, all’avvolgimento reciproco. Fusioni, sovrapposizioni, osmotiche e fluttuanti onde di energia pura ritornano in questa nuova serie di opere chiamate “Fusioni”. Così anche le superfici lisce e ben levigate, la solidità compatta, o le increspature, i solchi, i bozzoli, i segni incisi profondamente nel tessuto o le sporgenze, le ossature, i rigonfiamenti giocano con la luce generando infinite possibilità. Il colore dei marmi scelti con cura acquista in queste sculture  una funzione decisiva, non solo per differenziare gli elementi ma per rispettarne l’individualità. L’idea insita in queste opere è quella di un totale avvitamento di parti ben distinte, con un movimento biunivoco dell’uno che si fa parte dell’altro, che entra nell’altro. Ogni elemento dell’incastro cromaticamente individuato dall’azzurro macauba alla breccia irpina, dal bianco statuario al verde irpinia, diviene il sostegno dell’altro anche quando la posizione degli elementi sembra suggerire un rigido equilibrio. Dall’incontro si origina un’onda fluida che compie l’atto fusionale.
Come monumenti ai processi vitali dell’uomo e del mondo, dalla nascita alla riproduzione fino alla morte, come mutamento di stato delle energie date in prestito dalla Terra a determinate forme fisse, le ultime opere di Iovanna ed in particolare la serie dei Germogli presentano inequivocabili richiami esistenziali e filosofici alla dialettica ciclica della vita.
Esse si presentano nelle sembianze di figure che appaiono nelle forme conosciute ma anche sconosciute (aliene) che può assumere l’organismo vivente del mondo, le forze che dominano il nostro operare quotidiano, le nostre passioni di attrazione e repulsione, coinvolgendo tutte le energie fisiche e spirituali in azione.
Con Germoglio straniero (2008) la dimensione originaria ed embrionale dell’esistenza è giocata dallo scultore tra immaginazione e realtà. Con quest’opera ha inizio un nuovo percorso imperniato sulla complessa interpretazione del rapporto tra l’umano e la materia, tra le curvature morbide dell’organicità, i sofisticati meandri dell’animo umano e le durezze delle tessiture terrestri.
L’artista è giunto ormai a misurarsi con caparbietà con le forze titaniche della natura, che agiscono dentro e fuori l’uomo. Egli scompone il suo mondo interiore, riflette nella pietra le sue tensioni viril.
Il suo universo di forme chiama in causa il mistero della creazione in tutte le sue manifestazioni, risalendo a ritroso il movimento vitale sino agli organismi vegetali. Forme dinamiche fondate sull’intreccio delle membra in crescita.
Esseri che si presentano spesso ancora indeterminati o in procinto di sbocciare, di definirsi,  nell’ambigua e cosmogonica commistione (o confusione) di femminile e maschile, da qui la tematica degli incastri, che non è semplicemente un lascito dell’insegnamento di Cascella, ma viene da lui sviluppata in nuove incessanti sfide volte a superare l’incastro primitivo. La tecnica, personalissima, è divenuta più sicura e si presta ad ideazioni complesse con fasi separate. Le sue opere divengono così doppi costituiti da un corpo negativo ed un corpo positivo che si insinuano l’uno dentro l’altro, scambiandosi talvolta di posto. Il rapporto tra il femminile ed il maschile continua ad agire nel sottosuolo della sua anima. La tensione comunicativa tra le due fondamentali polarità del mondo è in lui sempre presente. Ed è estremamente affascinante il modo in cui questo scultore riesce a sviluppare tematiche così profondamente umane, utilizzando la pietra come il suo alter ego, senza scadere in una lettura dagli accenti banalmente psicologici.
Egidio Iovanna sembra esprimere col suo stile vigoroso una nuova genesi della materia e della stessa umanità, come forgiata da una maternità maschile. Un’irresistibile desiderio di rinascita impera nel profondo di se stesso. Non si tratta di un cambiamento di rotta ma di una maturazione. Si vedano i richiami presenti sin dall’inizio della sua produzione artistica alle invisibili forze procreatrici della vita, gli spermatozoi o alle  curvature dei ventri che contengono e accolgono esseri larvali o germoglianti. Una natura che rinasce nel deserto della distruzione attuale, dove piccole creature  divengono gigantesche presenze.
Da tutto ciò nasce la serie più recente delle sculture definite “germogli” (Germoglio straniero, Germoglio alieno, Germoglio in evoluzione ecc.), esseri autosufficienti, generati  dall’incastro di forme articolate, che solo in origine si configurano con una struttura elementare. Nell’incontro reciproco esse sviluppano una capacità crescente di relazione spaziale e per noi di coinvolgimento emotivo, complicandosi progressivamente nella ricerca di una zona o di un punto di unione fino all’equilibrio, solo momentaneo, che suggella la trovata armonia.
L’ultima opera realizzata da Egidio Iovanna è una creazione di assoluta bellezza. La sua monumentalità indica in maniera inequivocabile la bravura tecnica ed estetica di questo scultore, il cui linguaggio maturo non può essere definito né figurativo né astratto. Il Germoglio cresciuto è divenuto col suo deciso incedere un’entità  pienamente autonoma che si regge stabilmente sui suoi piedi.
E’ nato per vivere negli spazi aperti, di giorno alla luce del sole e di notte sotto un cielo stellato, illuminando a sua volta il buio. Ha dentro di se tutta la volontà di vivere.
La pietra, ci dice lo scultore, continua a vivere modificandosi, anche dopo la sua lavorazione finale, Essa si rinnova incessantemente pur conservando quell’apparente e monolitica impressione di eternità, quale solo la pietra può dare.

Maria Rosaria Di Virgilio
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L’intelligenza delle mani
di Riccardo Fusco

« Andate nei musei con animo sgombro a cercare un’identità con gli antichi, perché essi sono i vostri contemporanei. Lo spirito delle loro opere rimane vivo, come quando gli artisti vi posero mano»

(Pietro Cascella)
Immolare a Mefite significava esporre le vittime alle sue esalazioni, senza sgozzarle. Strumenti del culto alla dea delle transizioni, delle trasmutazioni, dei passaggi di stato della materia e degli uomini, erano gli acidi, le anidridi, il metano e l’ammoniaca, maturati dai cristalli di zolfo e di gesso nelle profondità della valle d’Ansanto. Non fu subito necessario erigerle templi: lo spazio del rito era quello segnato da uno scenario grigio, ribollente, senza fronde, disseminato di statuette d’argilla cotta, di legno e d’oro, di collane d’ambra, di ceramiche e di scheletri d’animali – offerte d’una venerazione diffusa per quella entità intermedia, duale e bifronte, disposta nel mezzo, tra il cielo e la terra, la morte e la vita. Il luogo, sacro a tutti gli Hirpini, ne coagulava le forze. Sedimenti salini, gessosi e solfiferi, di un’antichissima evaporazione d’acqua mediterranea s’incastravano in quel punto sotterraneo, per scivolamento di strati terrestri. Una geologia tormentata inglobò, nel gran mare d’argilla scagliosa, anche ammassi di rocce, quasi isole, galleggianti nel tempo: le rare dioriti, i quarzi, i calcari, gli alabastri, le brecce. Di queste pietre si fecero strade, portali, intagli e sculture. Si edificarono roccaforti, abbazie, chiese e palazzi. Con le mani fu costruita l’identità di paesi e contrade, che dalle pietre o dal loro aspetto, a volte, presero anche il nome.
Di pietra e silenzio, d’argilla e di pane è l’Irpinia, terra di scalpellini e di cave. Terra di addio. Di pietra, è anche questo: il vuoto che adesso la riempie, la straziante vibrazione della solitudine e della slacciatura, l’andar via dei corpi cari. Ma l’emigrazione e il terremoto da soli non spiegano il salto da un mondo rurale all’attuale, straniata, modernità. È disprezzando queste pietre che la Ricostruzione ha deformato i paesi, ha sconvolto il loro essere nel paesaggio e nella storia, imbottigliando in uno scempio lo sguardo e lo sconforto dei superstiti. Una cancellazione d’identità, una violenza operata sulla memoria. «Voi non lo vedete, ma io lo sento» dice un vecchio, guardando gli scheletri del suo paese – una chiesa, un castello, una striscia di basoli e il ponte, tra le sponde dell’Ufita. Questo e nient’altro era divenuta Melito travolta dal terremoto nel 1962 ma in piedi ancora nel 1980. La ragione assoluta di una micidiale sicurezza l’ha spostata più in alto, radendo al suolo le sue rovine. Non sapeva la Cavani ne La pelle, dove Melito in fiamme è una Napoli bombardata, che quelle sarebbero state le immagini ultime delle case e delle vie di quel paese. Dai vuoti delle cave – dove la preistoria s’è annidata, con tombe e manufatti – è sorta una metamorfosi nei secoli feconda. Di breccia irpina sono già alcune opere di scultura di Eclano romana, dove la preziosa pietra locale sostituiva le più costose qualità di marmi che l’Impero importava dai  paesi conquistati. E con il quarzo delle sue sabbie qui lavoravano ebrei maestri vetrai. Favaccia o favaccina, a seconda della dimensione dei clasti scuri (i favacci) che affondano nel suo cemento grigio e lattescente, la breccia affiora insieme al travertino, a magnifici e rari filoni ambrati di onice perfetto e ad un bellissimo calcare verde. Cavate nel tempo in luoghi diversi, queste ed altre rocce (ancora brecce, ma coralline, bige, rosse e policrome) si sono chiamate col nome dei paesi da cui si traevano le qualità migliori, o le più famose. Pietra di Montevergine fu la favaccina adoperata dai Borbone, che battezzarono “pompeiano” l’onice che si estraeva a Gesualdo, e “di Atripalda” la breccia corallina. Insieme ai marmi di Mondragone, di Vitulano e del Gargano e a quelli mischi siciliani, queste pietre disegnavano, nelle regge e nei palazzi di tutt’e due le Sicilie, una geografia simbolica dei domini del Regno intero e delle sue ricchezze. Ancora nel 1873, accanto a quelle già borboniche, il nuovo Regno d’Italia poteva censire molte altre cave dell’Irpinia avellinese, e quasi tutte di pietra ornamentale. Onici, anche a Mercogliano e Vallata. Brecce, a S. Angelo, Montemiletto, Torre Le Nocelle, Lapio, Lacedonia, S. Potito e Pietradefusi. Pietra paesina a Campuranello. Calcare a Bonito, e marmo a Montefalcione e Capriglia. Granito a Summonte, e tufo-piperno a Monteforte. Ad Avellino, Montefredane, Moschiano, Grottonella e Nusco, poi, l’argilla: rossa, a Rocca San Felice e Frigento. E gesso, anche scagliola, a Savignano, Ariano, Rocca San Felice, Riepito, Serra San Matteo, Pratola Serra. Il successivo disperdersi di queste attività estrattive, per esaurimento delle cave, diverso strutturarsi del mercato, sino alle più recenti e intermittenti esigenze di tutela del paesaggio, non ha intaccato la forza identitaria della breccia irpina e la sua funzione di raccordo con questa lunghissima tradizione di lavorazione della pietra. Tuttora se ne cava a Gesualdo, ma anche a S. Andrea di Conza, mentre presso Melito sono due magnifici e più recenti filoni di favaccina e di calcare verde che, già “di Bonito”, si dice oggi Verde irpinia.
Scolpire una testa di lupo colossale sul Montevergine, all’interno di una cava dismessa aperta al panorama della conca di Avellino. Ridire di Hirpus, il lupo osco, l’animale totemico degli antichi Irpini, l’animale che ad essi ha dato il nome dopo aver guidato allo stanziamento il fiore della tribù sannitica peregrinante nella primavera sacra. Un lupo, dentro la cava. I progetti, come questo, e le sculture concepite da Egidio Iovanna sono atti potenti di fecondazione. E di rifondazione. Forme nascenti, fatte d’acqua e di elementi vegetali. Irpino, nato in cava – da artigiani cavatori e maestri scalpellini della pietra di Fontanarosa – e cresciuto a Carrara, alle parole e alla forza di Pietro Cascella, Iovanna è un’artista che feconda i vuoti della sua terra, dove ha coraggiosamente scelto di ritornare. Le sue pietre sono innanzitutto le colorate irpine, in mezzo alle quali è stato allevato: la breccia grigio-dorata, il calcare verde-grigio e l’alabastro cotognino. Ad esse affianca altre qualità policrome di diversa provenienza: il verde Alpi, il bardiglio di Luni, il portoro ligure, il rosa Portogallo, l’azzurro Macauba e il marmo rosso, persiano o di Francia. Uno solo il marmo monocromo: il bianco luminescente statuario di Carrara. Soprattutto all’inizio e alla fine del processo creativo, i suoi strumenti sono, accanto al frullino e alla flex, quelli della tradizione scultorea di sempre: subbia e mazzuola, messe a disposizione di una sapienza perfetta dei materiali, di un’aderenza d’amore e di un desiderio indomabile della sfida e della prova coraggiosa. Questo è l’intelligenza delle mani di Egidio Iovanna. La sua volontà è quella di superare della pietra il limite naturale, strutturale e compositivo, cromatico e tessiturale. Il risultato, sorprendente, è creazione di materia nuova e prossimità ai principi primi di formazione delle rocce, come rivelano i molti lavori in cui Iovanna utilizza l’incastro delle superfici di marmi, di qualità diversa, mediante margini ondulati. In questo momento limite della forma, lavorando la pietra come fosse tessuto ricucibile, egli riesce a far emergere della materia dura la memoria di liquido organico. È molto significativo, e solo apparentemente casuale, che questo tipo d’incastro, a margini ondulati, fosse adoperato nella produzione scultorea di Roma imperiale, la cultura artistica che più di tutte tra quelle dell’antichità aveva fatto dell’uso di pietre bianche e colorate una pratica irrinunciabile – in quanto simboli spettacolari di affermazione di potere – determinando una conoscenza dei materiali e una sapienza artigianale profondissime, rimaste per secoli ineguagliate. Applicato su fusti lisci di colonna e lastre di rivestimento, tale giunto a ondulazione corrente consentiva di realizzare restauri mimeticamente perfetti, peculiari forme pavimentali o manufatti di grande ricercatezza, quali pannelli parietali policromi, anche translucidi, di brecce di fatto artificiali. Le sculture di Iovanna ci fanno ricordare che i Romani chiamavano marmo anche il mare, per l’amore e la ricchezza dei trattamenti di superficie, finali atti creativi e variazioni sulle possibilità espressive della pietra: lucidature, incisioni, unghiate, piccole bugne, rientranze e cavità. Il confine, a partire da quello materico formalmente definito dall’incastro, è il luogo in cui esse si collocano. Il confine tra due mondi: il visibile e l’invisibile. La vita della nostra anima ci dà il punto d’appoggio per conoscere questo confine in cui i due mondi sono in contatto: anche in noi la vita del visibile si alterna alla vita nell’invisibile. Sicché c’è un tempo, anche breve e concentrato al massimo – talvolta fino all’atomo di tempo – in cui i due mondi si toccano e ci diventa contemplabile perfino questo congiungimento, questa trasmutazione degli stati.

Written by A_ve

13 aprile 2011 a 9:44 am

4 Risposte

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  1. Grazie dei bei post che corredano al meglio le notizie su questa importante mostra di Egidio. Ho in programma di essere al Carcere Borbonico e soprattutto di felicitarmi con Egidio che saluto affettuosamente, Gaetano.

    Gaetano Calabrese

    13 aprile 2011 at 3:23 pm

  2. … anche a Mercogliano e Vallata… a S. Angelo, Montemiletto, Torre Le Nocelle, Lapio, Lacedonia, S. Potito e Pietradefusi… a Campuranello… a Bonito… a Montefalcione e Capriglia… a Summonte… a Monteforte. Ad Avellino, Montefredane, Moschiano, Grottonella e Nusco… a Rocca San Felice e Frigento… a Savignano, Ariano, Rocca San Felice, Riepito, Serra San Matteo, Pratola Serra…

    Alba

    20 aprile 2011 at 4:52 pm

  3. Vi segnalo il link del catalogo della mostra

    http://www.lavorazionepietrenaturali.it/catalogo2011/index.html

    david ardito

    22 aprile 2011 at 5:31 pm

  4. egidio iovanna è un artista vero.

    luca b

    22 aprile 2011 at 7:20 pm


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