COMUNITA' PROVVISORIA

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LETTERA DAL MIO PAESE

oggi è uscito su un inserto del corriere della sera questo mio raccanto. lo metto qui anche come ideale presentazione alla manifestazione di domenica mattina al castello ducale sul tema “arminio e il suo paese” organizzata dal premio napoli.

mi piacerebbe intrattenermi con gli amici della comunità provvisoria che verranno e magari finire la giornata da rocco ad andretta, anche per parlare di cairano, del formicoso, degli ospedali che non ci sono e del nostro gruppo a cui non siamo più tanto affezionati.

armin

 

°°°

 

Caro Arminio

io sono il tuo paese. Ora mi chiamo Bisaccia, ma prima di questo ho avuto altri nomi e c’è stato un tempo in cui non avevo nome. Stavo qui, terra al vento, terra e carne di un perenne sgomento. Vennero alcuni pastori dalle steppe dell’Eurasia. Era un giorno di giugno. Si fermarono qui in silenzio per alcuni millenni. Erano pochi e non divennero mai tanti. La vita allora era diversa, non c’erano recinti, non c’erano proprietà, non c’era ricchezza da accumulare. Raccoglievano erbe, uccidevano le pecore, tessevano e vendevano la lana. Adesso hanno raccolto alcuni pezzi del mio passato. Nel castello c’è la donna, che hanno chiamato principessa, sepolta col suo corredo molti secoli prima che Cristo salisse in croce.

Avevo deciso di raccontarti la mia storia caro Arminio, ma so che dopo un po’ ti annoi. Volevo ringraziarti del tuo scrivere continuamente di me. Lascia stare per un poco però la polvere dell’attualità. Scendi, affonda, vai nelle cantine dei secoli. Vieni a trovarmi nelle vene della terra, ferro e ruggine, lingue morte di serpenti e fiati e bocche di chi parlò vanamente. Vieni a vedere l’ossario che c’è sotto ogni paese, scava, lasciati amare, lasciati trascurare, lasciati ingannare, lascia la colla dei minuti, tu sei nato per soffiare come il vento, sei nato per andare via ogni giorno, vai ti prego, lascia stare queste ombre col muso sporco, questi cancelli, questi cuori a imbuto. Lascia le parole che ogni tanto dici per essere come gli altri miei figli. Io sono il tuo paese e il loro. Io sono il paese di Pinuccio e Peppino, il paese degli scapoli, dei vicoli dove passa solo il vento.

Sorridi ogni tanto a quelli che incontri, sfiorali con gentilezza e poi sparisci, tu non sei un uomo nato qui. Tua madre se n’è accorta subito, per questo ti trattiene, lei sente che non sei suo e tu ti ostini a pensare che non sei di nessuno. Continui a dare più attenzione alle ingiurie che agli affetti. Stai qui non per vivere ma per tenere in vita la tua paura della vita. Te la prendi con me e con il tuo corpo, pensi che siamo la tua prigione e non la finisci mai di lagnarti, non ti basta mai niente. Dillo che non sei dentro di te, dillo a tutti che quello che hai scritto è ancora solo un piccolo esercizio e che ti stai preparando per squarciare il petto a quel vecchio ragno che si chiama Dio. Non chiuderti dentro l’armadio del tuo mal di stomaco, del tuo mangiare per spiare il male, per affondare le farfalle che ti prendono la testa e la fanno volare.

Lo sai che ti guardo, so tutto di te, anche che adesso ti sei fatto crescere la barba e che nella tua casa si è rotta la caldaia dei termosifoni. Mi consola il fatto che ci sei, però non mi piace che combatti la tua impazienza, vorresti farla più piccola, accogliente. Tu non sei fatto per accogliere, per stare fermo ad aspettare. Tu devi scendere in me, ascoltarmi, la tua carne non sa fare altro che ascoltare, è una carne a bocca aperta, il tuo cuore è disteso sulla lingua e il filo di sangue che ti attraversa è felice come un bambino che non è andato a scuola.

Ti ricordi le grandi nevicate dell’infanzia, i passeri, le tagliole che metteva tuo cugino? Lo so che ti piaceva la neve che saliva. Adesso la neve non arriva, viene spalata in cielo, prima di cadere. Adesso c’è questa nebbia vergognosa, i vecchi del centro anziani sono rimasti in cinque, non si vedono galline, non ci sono più i muli, certe sere la piazza è piena di macchine parcheggiate ma in giro non si vede nessuno.

Io sono il tuo paese, sono la somma delle case, sono ogni tegola, ogni scalino, sono ogni gatto, ogni luce sul comodino, sono i vecchi delle vie fredde e cupe, i giovani delle ville sperdute, sono il grano che comincia a crescere, sono la pala eolica, la quaglia, la rondine quando arriva. Sono il freddo che conosci bene e che prima ti piaceva tanto e ora ti fa paura. Ti vedo uscire incappucciato, non entri mai in un bar, non giochi a carte. Hai paura di sederti, senti che quella è una trappola, ma ti sbagli, e sbagli a stare in casa a farti una tisana, a fare colazione con biscotti e camomilla. Vai al bar, beviti un caffè senza paura, passeggia con chi capita, spreca il tuo tempo, fattelo rubare, non averne alcuna cura.

Lo so che sei sempre in ansia, lo so che hai paura di morire. So che scrivi ogni giorno e che adesso non hai problemi a vedere stampati i tuoi libri. Potrei citarti ognuna delle tue poesie. Quando parli di me sembri più ispirato. Quando scrivi dei paesi le tue parole hanno leggerezza e peso. Quando parli d’altro sembra che giri a vuoto. La verità è che mi hai scelto per capire il mondo, la verità è che io sono la tua sposa, tuo fratello, il tuo incubo e la tua speranza. Lo sai, c’è un piacere o un dispiacere dell’abitante verso il suo paese, ma c’è anche un piacere o un dispiacere del paese verso il suo abitante.

Lo so, ho un cattivo carattere. Ogni paese è diverso da un altro, lo hai scritto tu che non ce ne sono due uguali. Anche in questo io mi sento come te, sarà per come sono fatto sotto terra, crepe e argille sciolte. Sarà per questo mio essere in mezzo a tre regioni senza di fatto appartenere a nessuna di esse. Io non sono Campania, né Puglia, né Lucania. Ho un clima da nord Europa. Solo poche case sono girate verso sud. Sono la Bisaccia appoggiata su un cavallo tremante. Niente è fermo in me, sono un paese che naviga nell’argilla con le spine nei fianchi.

Tu sei in me solo da mezzo secolo. Io sono in me da millenni. Ci si stanca pure ad essere un luogo, si perde entusiasmo. Alla fine è sempre un vedere il sole che nasce e muore, alla fine ti senti un pretesto per far girare il cerchio storto delle stagioni. Puoi sentirti come vuoi, sempre qui resti, a prendere freddo e terremoti, a prendere il vento che qui viene pure da sotto. Questa l’ho sentita da te, tu lo chiami il vento del thanatos.

Lo sai che per me è difficile capire dove finisco e dove comincio. Il cielo mi appartiene? Mi appartiene la terra nel profondo della terra? Anche un paese ha i suoi problemi di identità. Ha la sua coscienza e il suo inconscio. Le sue simpatie e le sue antipatie. Potrei dirteli uno ad uno gli indegni di abitarmi e so che ti piacerebbe, ti piacciono i ritratti di una riga, ma so che mentre mi ascolti ti distrai, pensi al tuo cuore, pensi al fatto che ti sei stancato di stare qui.

Lo so, avresti bisogno di stare per un poco da un’altra parte. Se vuoi puoi andare, non sono io che ti trattengo. Sai bene che altrove ti senti perso. Non riesci a crederci che puoi lasciarmi, non ci hai mai creduto. Forse perché qui in fondo non ci sei mai stato. Lo sai che ti conosco e so bene che io per te sono un pretesto, un modo per farti avvistare, per vedere se qualcuno viene a vederti. Sai pure che quando questo accade la cosa ti innervosisce, è come se tu volessi prolungare a tutti i costi il disagio, l’incomprensione. Ti sei troppo legato a ciò che ti è mancato, ti sei troppo abituato a tremare, a pensare all’imminenza della morte. Ti piace questo stare in bilico, ti piace il fatto che ti stanco, che ti porto al limite dello sfinimento. Tu credi che non posso darti altro che scrittura. Adesso esci troppo raramente e sempre con la macchina fotografica o la telecamera. Se non trovi una faccia interessante ti rivolgi ai muri, alle finestre. Hai fotografato ogni pietra, ogni portale, conosci a che ora arriva il sole su quella panchina, ma niente serve a distrarti e non finisci mai di pensarti, stai sempre in mezzo ai tuoi pensieri. Ti ho visto tante volte che hai lasciato il computer, ti sei alzato con l’idea che stava per arrivare il momento fatale. Qualche volta sei rimasto a casa, altre volte hai preso la via dell’ospedale. Ci sei entrato poche volte, ti bastava avvicinarti. Lo so l’effetto che ti faccio in certi giorni d’inverno, lo so che ti senti come una mosca nella bottiglia. Quando c’è il sole prendi la bicicletta e allenti un poco la tensione. Quando vai in giro per gli altri paesi e stai lontano dal computer la giornata fila senza troppe ansie. È qui che ti faccio male, ma stai tranquillo, faccio male anche ad altri. Li vedi quelli che girano tutti i bar, quelli hanno la tua età e sembrano già morti. Forse qui si salvano solo quelli che hanno meno di vent’anni e più di ottanta. Chi sta in mezzo o è agitato e sconnesso, oppure è in preda all’accidia.

Tu almeno hai capito come sfruttarmi. Mi usi come un laboratorio, sono il tuo esperimento. Ma guardati con distacco, non ti affannare, pensa ai ragazzi che vanno a lavorare alla Fiat e che fanno un’ora di macchina all’andata e una al ritorno, pensa quando partono d’inverno alle cinque del mattino. Pensa ai morti al cimitero, alle persone giovani che sono morte di cirrosi senza mai abbracciare una donna: erano qui pure loro.  Quando eravamo novemila abitanti, quando stavamo stretti io mi vedevo poco. Adesso che siete in meno sembra che ognuno di voi voglia prendersela con me.

Io sono il giorno di Sant’Antonio, sono il sogno di tornare di un emigrato in America, sono un ragazzo che non vorrebbe mai andarsene, sono quel vecchio che non  vuole morire, sono un avvocato disoccupato, sono una ragazzina che vaga col suo telefonino. Guardati in giro, nessuno risolve niente, si tratta solo di accogliere questa inesorabile verità. È inutile che mi usi come un pescatore usa un fiume. Sei un pescatore della desolazione, è un pescare a vuoto, è un pescare il vuoto.

Non puoi tirare avanti in questo modo, te lo ripeti almeno da una decina d’anni. Ormai mi somigli, ormai ci confondiamo. Una volta un critico ha detto che io esisto grazie a te. Si riferiva alla fama, immagino. Lo so che molti lontano da qui sanno il mio nome per merito tuo. Cosa vuoi che me ne faccia della fama? Un paese non ha ambizioni di essere conosciuto. Un paese non si aspetta niente dalla vita. È una cosa che esiste e si trasforma, una cosa che nasce e muore e dopo nasce di nuovo. Un giorno non ci sarà nessuna casa eppure io sarò ancora qui, la luce arriverà e arriverà la pioggia. Tu non ci sarai, lo so che ti fa orrore lasciarmi, lasciare il filo della terra, ancora non ti fai sommergere, ancora non ti fai bagnare dal pensiero che siamo destinati alla morte, cioè all’eterno dissolvimento. Ci sono persone morte diecimila anni fa e ancora non smettono di dissolversi, ancora c’è qualche atomo che si squarcia, che perde i suoi elettroni in questa poltiglia universale.

Tu non devi più occuparti della morte. Preoccupati di mangiare meno e di camminare di più. Non pensare a quello che ti può accadere. Sembra un pensiero facile, ma davvero c’è solo da cogliere l’attimo, c’è solo da pensare alla grazia di essere qui, di essere una parte del mondo, una parte unica come ogni altra. Vedi, adesso cade qualche fiocco di neve, so che più tardi vorresti uscire a filmare il paesaggio o a fotografare le mie porte chiuse o le mie porte murate.

Ora non è il caso di parlare di sindaci incapaci, non è il caso di parlare dei professori di scuola media che nulla hanno fatto per me. Non è il caso di parlare di persone piantate nel cemento delle loro case e neppure dei maldicenti che corrono per la piazza a passi brevi. Sono storie vecchie, ormai sei fuori, non ti riguardano. Sei qui solamente per partire, per riposarti tra un viaggio e l’altro, stai qui a scrivere d’altri paesi e io non mi ingelosisco, ti lascio fare, so che alla fine comunque parli di me, so che  stare con me è più sano che stare con qualcos’altro.

Esci allora, esci anche stamattina. Magari ti passa anche il mal di stomaco. Io resto, non mi muovo, la mia natura è restare, è prendere la forma che la storia e gli uomini mi sanno dare. Adesso la mia forma mi piace. Per voi è rotta e sconsolante, ma io trovo che sia unica e che va oltre il bene e il male. Io non diverto, non attraggo. Sono impervio e rude, non rilasso, faccio innervosire. Chi vuole il frivolo e il piacevole vada altrove. Io sono oltraggio, mancanza, maldicenza. Sono rancore a oltranza. Questa però è solo apparenza. In fondo ho un cuore buono e inerme. Sono mite e distratto, non bado a imbellettarmi, a darmi arie. Non penso a proteggermi, non mi sottraggo a niente. Potete anche lasciarmi solo, non ve ne farò una colpa. Sarò sempre qualcosa, anche se mi dimenticate, se mi seppellite. Tu questo lo sai bene, tu sei provvisorio e io definitivo.

Poco fa pensavo che mi è venuta l’idea di dirti cos’è un paese, posso dirlo solo a te che hai inventato la paesologia. Un paese è un dio, un dio locale. Quello che non funziona nell’idea di Dio spacciata dalle varie religioni è che sono sempre idee enormi, mai circoscritte. C’è sempre questa frenesia dell’infinito. Forse erano più veri gli dei pagani, uno per ogni cosa. E allora Bisaccia non è il nome di un paese ma il nome di un dio, il tuo dio.

Written by Arminio

14 aprile 2011 a 8:49 am

Pubblicato su AUTORI

14 Risposte

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  1. oggi alla feltrinelli di piazza dei martiri seconda puntata del corso di scrittura. è come portare il grano del formicoso in riva al mare….

    Arminio

    14 aprile 2011 at 9:02 am

  2. Bellissimo….grazie Franco.

    giovanni luigi panzetta

    14 aprile 2011 at 11:35 am

  3. ci vediamo domenica, con tanto di cena da Rocco!

    marco bottigliero

    14 aprile 2011 at 12:01 pm

  4. abbiamo letto con magico incantamento il racconto arminiano, in quanto lettori assidui del Corsera e dei suoi inserti…

    La guerra, carissimo Profeta, è una forma violenta e collettiva di conversazione, un modo di conversare ad alta voce massacrando innocenti obiettivi civili col fuoco amico oltre che nemico…

    I francesi parlano italiano con accento francese,

    Gli Inglesi parlano italiano malissimo, con accento di madre lingua

    Gli amerikani parlano italiano con accento siculo calabrese napoletano, dialettale….

    Tu insegni invece ad usare la lingua per scrivere, porti il grano irpino in riva al mare….

    mi ricorda la scena dei bagni di mare nell’agosto del 1914, quando nessuno pensava alla grande Guerra, ai milioni di morti, oppure alla scena dell’istruzione delle “reclute” dove due generali uno inglese ed uno francese tagliavano corto ai dissensi strategici dndosi reciprocamente onoreficenze, organizzando battute di caccia per divertire gli ufficiali e per permettere ai mercanti di cannoni e di altre artiglierie di fare i loro “affari”, il Natale in trincea, la Pasqua in avamposto, con tedeschi ed inglesi che fraternizzano e si scambiano “doni”…

    La grande Guerra, Franco, sta per cominciare e non è tempo di insegnare a scrivere, quanto piuttosto insegnare a combattere con le armi della persuasione e della ragionevolezza…

    Sfoltire lo spettacolo di ogni didascalìa, di ogni richiamo storico, compresi manifesti pubblicitari o di propaganda, lasciar parlare soltanto le scene “nude e crude” della vita vissuta , della realtà che supera ogni bizzarra immaginazione.

    E’ tempo di accoglienza, mentre la gente si uccide, mentre la gente muore nel cimitero del mar di sicilia
    Ogni guerra scaturisce sempre da premesse e personaggi ridicoli paradossali “folli” ” dementi” …

    I personaggi di ogni guerra, cinquantanni dopo, appaiono sempre piuttosto ridicoli, quantunque reali al momento in cui valgono e decidono…

    La guerra non è mai volgare, mentre è sempre atroce, disumana, sanguinaria, devastatrice, irrazionale, violenta.

    Per impedire di ordire altre guerre sarebbe necessario acquisire per gli umani la certezza di non poterle più vincere, che si tratta di guerre sempre perdenti perse, forse solo allora le guerra, molto forse, improbabilmente, cesseranno di esistere…

    Il gioco di fondo, i personaggi di tutte le guerre appaiono pierrots o burattini rimanendo sul piano di un’indicazione sommaria, non permettono di spiegare tutto lo svolgimento della scena e del gioco, soprattutto di comprendere come gli attori possano chiedere spazio tempo un carattere concluso, un contatto con la realtà che è pura finzione scenica recitazione….

    Siamo a complimentarci con il Profeta, per l’ennesino dono letterario, in attesa di poterlo incontrare ed abbracciare nel paese della cicuta…

    RQ

    rocco quagliariello

    14 aprile 2011 at 12:02 pm

  5. Un atto d’amore verso il tuo paese. Il racconto di un ultrà della paesologia !!! Grande Franco !!!

    giovanni ventre

    14 aprile 2011 at 3:40 pm

  6. LA “Comunità provvisoria” è non solo un paradosso culturale ma anche una scommessa esitenziale ……riesce a smentire tutti i luoghi comuni ed anche il detto latino “nemo profeta in patria” perchè sa che il il sapere profetico è comunque per …pochi ma buoni e generosi…..

    mercuzio

    14 aprile 2011 at 5:11 pm

  7. oggi tornado dal corso di scrittura a napoli sono sceso con clp a candela invece che a lacedonia….
    mi ha preso il sonno nell’ultima galleria….
    credo sia la prima volta che mi capita una cosa del genere….
    sono giorni molto duri. l’appuntamento di domenica vorrei che fosse l’appuntamento di tutta la comunità provvisoria

    arminio

    14 aprile 2011 at 9:29 pm

  8. caro franco, potevi fermarti dall’amico Ercole che ha il ristorante a 300 metri dal casello di candela.
    sicuramente ti avrebbe ospitato sia a cena che a dormire, dal momento che è anche un hotel.
    ci vediamo dopodomani!

    marco bottigliero

    15 aprile 2011 at 6:29 pm

  9. Il Contesto:

    (tentativo di contestualizzazione decontestualizzante)

    di RQ…

    >>>In un contesto sociale come quello che viviamo…

    nel quale prevale sempre più il dominio del denaro e del potere sulla disciplina della Terra e dei Valori,

    la ricchezza materiale sull’arricchimento spirituale…

    la transazione “in basso” sulla capacità di volare “alto”…

    in una Terra, l’Irpinia, calpestata da sismografi impazziti ondulatori sussultori devastanti , latitanti nascosti in comodi “prefabbricati” in campagna a respirare “aria buona”, insospettabili spacciatori di sostanze d’abuso venditori di morte…

    in una dimensione culturale povera intrisa di bigotto moralismo “baciapilismo bacchettone”…

    in una realta dove il cittadino preferisce ancora la sudditanza alla militanza, dove i Notabili decidono le sorti della “gente comune”,dove è diventato difficile se non impossibile “sistemare” persino un figlio con curriculum perfetto…

    ci pervade una sottile tenerezza, una struggente malinconia, un sentimento di compassionevole comprensione verso l’esperienza di lotta e di impegno civile umano letterario poetico narrativo di un Amico verso il quale avvertiamo forte il dovere di riconoscere pubblicamente una traccia sensibile ,evidente di dignità, di spessore valoriale, di coraggio e generosità, un’ossessione viscerale tutta spesa a difesa dell’identità, della specificità di una genìa testarda cocciuta, una civiltà contadina che assegna al legame con la Terra
    il significato più genuino e profondo del senso e del significato dell’esperienza umana, della riflessione etnografica, della narrazione di tradizioni secolari millenarie.

    La lettera che il suo Paese scrive al nostro comune Amico è la lettera che ogni cittadino di Bisaccia e dell’Alta Irpinia vorrebbe ricevere, una lettera autenticamente vera, umanamente vulnerabile, sospesa tra stati d’animo e vissuti quotidiani…

    CONTESTO PROVINCIALE

    Ad Avellino è nata una creatura deforme,dal punto dell’edilizia sanitaria “già vecchia prima ancora di nascere”, costruita male, inaugurata nel peggior modo possibile nel periodo del’Avvento 2010: la cosiddetta città ospedaliera di cui ogni cittadino che sia stato “suo malgrado” costretto a passarci, parla malissimo, in termini beffardi, grotteschi , paradossali , spiazzanti…

    Nell’Alta Irpinia ed Irpinia d’Oriente i nostri Paesi dormono il sonno dei Giusti, pietre su pietre, porte murate, portoni chiusi, Castelli diventati luoghi di cerimonie private a pagamento, “eventi d’amore” trash pacchiani tardo medioevali post moderni di gusti estetici opinabili, giusto il tempo di raccogliere il tutto in un filmato dvd compatibile o in un albo fotografico…

    Contesto Nazionale

    Tra poco potranno essere eletti Deputati al Parlamento i diciottenni(sic!), Senatori della Repubblica i venticinquenni(sic sic!!)…

    Senatori a Vita si incontreranno nell’aula vellutata costruita per i “Padri della Patria” con giovinetti e fanciulle appena sbocciate…..

    pero’,in compenso, saranno tutti “figli di papà”, figli , nipoti della “Casta”, non certo i bamboccioni che restano in famiglia fino ed oltre i trentacinque anni…

    Come possiamo conciliare un vivo sentimento di congratulazioni e partecipazione amicale verso il Profeta , festeggiato domani nella sua Bisaccia,

    con provvedimenti che appaiono risibili, patetici come quelli che ammettono i neopatentati alla Politica Parlamentare, mentre il settantacinque per cento dei medesimi giovani italiani raggiungono la maggiore età con spaventose lacune nella cultura di base(analfabetismo retrogrado), mancanza delle “basi” necessarie per ragionare, parlare scrivere, comunicare…

    Contraddizioni

    Queste contraddizioni della nostra attuale Società relegano un evento importante come quello di domani e persino la bellissima”lettera dal mio Paese” in una dimensione di localismo paesanologico che molti di Noi cercano, invano, di contrastare in alterne vicende, con risultati al momento insufficienti, con mezzi inadeguati…>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>

    A domani Franco, Buona Vita.

    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    16 aprile 2011 at 10:09 am

  10. secondo me l’appuntamento di domani è importante e tu lo hai colto caro rocco. sono esausto.

    arminio

    16 aprile 2011 at 7:59 pm

  11. Report provvisorio ma utile
    (“cosa ci faccio quì Bisaccia 17/4/2011 ore 11…”)

    >>>Ringrazio Franco per avermi invitato stamane al Castello di Bisaccia ore 11, col prosieguo.

    Ho salutato con affetto il Profeta, ho salutato Michele Panno, qualche amico e compagno bisaccese, qualche comunitario che sono riuscito ad individuare in sala, davvero gremita.

    Ho ascoltato buona genuina musica live… etno world folk popolare nostra, ottimi musicisti…

    Sono iniziati i lavori(ore 11,30 all’arrivo del Sindaco ritardatario) , cioè gli interventi ed allora il livello della manifestazione è precipitosamente calato, cambiato, al punto da diventare almeno fino alle 12.15 insopportabile…

    L’intervento che mi ha lasciato basìto oltri ogni ragionevole dubbio è stato quello dell’Onorevole Prof Isaia Sales, già Comunista PCI successivamente Quercia Ulivo, deputato e sottosegretario , fino a diventare Consigliere di punta della Cerchia ristretta dei Consiglieri del Governatore Bassolino… per poi dimettersi all’improvviso dopo essere stato “trombato dagli elettori” al terzo tentativo di essere eletto Deputato…

    Il Nostro è anche Saggista Scrittore, insegna al SuorOrsola Benincasa di Napoli, è noto per essere un grande “esperto” di criminalità organizzata e ne scrive senza il successo mediatico di un Saviano ma riesce a prendere qualche premio come accaduto nell’anno 2010 con la sua ultima fatica letteraria.

    L’On.le, amico di Franco, era al tavolo della “Presidenza”, insieme al Sindaco di Bisaccia e ad alcuni Autorevoli esponenti del Premio Napoli, oltre il Profeta.

    Nel suo “breve”(18 minuti) intervento ha parlato della Paesologia della eccellente vena di scrittore e narratore di Franco, dei titoli spettacolari dei suoi libri ed in particolare si è soffermato su Oratorio Bizantino.

    Prima di citare uno dei capitoli più belli di questo pamphlet arminiano edito febbraio 2011, ha affermato che Franco sicuramente è stato “il personaggio degli ultimi cinquantanni che ha saputo meglio interpretare l’antidemitismo, da irpino coraggioso”, anzi ha affermato che” mai nessuno era riuscito anche in Politica oltre che nella società civile e tra gli Intellettuali ad essere cosi’ efficacemente e meravigliosamente anti demitiano”…

    Poi ha citato, senza nominarli ovviamente, Illustri Politici dell’ex PCI Irpino sostenendo che neppure a loro era riuscito durante la militanza Politica di essere cosi’ antidemitiani come Franco Arminio, come Franco scrive e come Franco opera nel quotidiano…

    Quindi ha raccontato quel che lui ha capito del capitolo che si pu’ leggere alla pagina 63 e 64 del citato Oratorio Bizantino, fornendo una versione “surreale” del racconto magistralmente rappresentato da Franco per arrivare ad affermare che ” in quella circostanza De Mita e compari non ebbero neppure il pudore e l’educazione di chiedere scusa ai bisaccesi per il mancato comizio”…

    contraddicendo lo spirito e la lettera oltre il significato metaforico del capitolo arminiano, dove Franco afferma che quella “novità inaspettata” di non parlare alla gente a comizio annunciato ma di rimanere con amici ed elettori in una trattoria all’aperto durante la festa del partito era stata una trovata simpatica ed intelligente da parte del Presidente De Mita e “compari”…

    Franco , mentre L’On Prof. Sales parlava, faceva strane smorfie solo in parte nascoste dalla incolta folta barba sul viso, smorfie di una persona consapevole che per raggiungere la consacrazione non si puo’ togliere la parola a chi sta “sparlando”, nella speranza che le oltre cento persone in sala non ascoltassero cio’ che si diceva, che sarebbe subito stato dimenticato…

    Invece, carissimo Franco, io ho ascoltato attentamente
    e neppure la lettura di una delle cartoline dei morti (letta dal tuo amico barbuto seduto alla tua destra) subito dopo l’intervento di Sales è riuscita ad impe dire che il sottoscritto guadagnasse la porta di uscita e facesse ritorno a casa…

    Ora, finalmente ho compreso cosa volesse intendere la buonanima di mio Padre, Ciccio Quagliariello, nelle passeggiate “politiche” alle quali ho avuto il piacere di partecipare negli anni settanta ottanta,

    Ora ho compreso l’intervista che il Governatore Bassolino rilascio’ quando un giornalista gli chiese di commentare le inaspettate dimissioni del suo Consigliere Sales che giunsero come “fulmine a ciel sereno”….

    Ora , finalmente ho capito perchè per oltre quarantanni Bassolino e De Mita hanno fatto finta di litigare mentre sotto sotto si sono perfettamente integrati , in complementarietà di attributi, sin da quando Antonio era giovanissimo commissario della federazione pci di Avellino lontano anno 1972 e Ciriaco giovane Ministro dell’Industria…

    Absit Absit Absit

    Un forte abbraccio Franco e scusami se non sono potuto restare per la discussione tardo pomeridiana e serale con gli amici della CP sui temi più importanti di questa Privamera 2011.

    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    17 aprile 2011 at 2:32 pm

  12. mi piacesse parlare della affezzione al gruppo se fosse affezzione da virus o se ci è stato un contagio maledetto.

    insomma rocchino tu che sei medici sparaci qualche diagnosi. visto che gli ospedali si stanno chiudendo almeno tu che t’intendi di morti e di autopsie faccela tu un esame semmai molto istruologico per insegnarci a scrivere delle affezzione che ci sono mancate o venute.

    qui in giro vedo solo cadaveri che camminano ma che diamine dove stanno tutti gli altri: mario che ci faceva la festa lui era bravo a costruire nave con le vele spiegate con le quali ogni giorno partivamo ma arrivavano anche migranti.

    quelli che ti riempiono le panchine di bisacce e di cairano o di andretta per far star seduto solo franco che parla con i cani.

    e si pare che li non ci sia rimasto neppure un cane ma solo panchine vuote che si fanno la guerra da sole.

    asole di aria passano nella mia bocca per riempire di parole che sembrano vuote ma piene di speranza.

    ecco si adesso mi vado a cercare il mio angelo forse sono morto anch’io e non me ne sono accorto.

    nanos

    nanosecondo

    21 aprile 2011 at 10:24 pm

  13. ops…. devo chiedere agli architetti della zona se mi fanno una lapide, cosi bella da sembrare ancora viva.
    semmai a forma di giardino, piena di fiori e di alberi da frutto. più piacerebbe un ciliegio ma non so se a cairano crescono i ciliegi. si quelli che credevo rossi e che me ne sarei dovuto prendere cura.

    EPITAFFIO DI UN CLOWN

    Sono stato solo un soffio di vento,
    che faceva volare l’aquilone.
    Ora prova a soffiare anche tu sotto
    le mie ali per farmi tornare a volare.

    nanosecondo

    21 aprile 2011 at 10:31 pm

  14. Il cammino è chiaro
    Sebbene nessun occhio può vedere
    Il corso tracciato molto tempo fa.
    E così con dei e uomini
    Le pecore rimangono nel loro recinto,
    Sebbene molte volte theyve visto il modo di andarsene.

    Cavalca maestoso
    Passa case di uomini
    Che non fanno caso oppure fissano con gioia,
    Per vedere là riflessi
    Gli alberi, il cielo, i bei lillà,
    La scena di morte si stende appena sotto.

    La montagna taglia fuori la città dalla vista,
    Come un cancro rimosso da perizia.
    Lascia che si riveli.
    Una cascata, suo madrigale.
    Un mare interno, la sua sinfonia.

    Undinal canzoni
    Urgono i navigatori
    Finché vengono adescati dal grido delle sirene.

    Ora mentre il fiume si dissolve in mare,
    Così Nettuno ha rivendicato un’altra anima.
    E così con dei e uomini
    Le pecore rimangono nel loro recinto,
    Fino a quando il pastore guida il suo gregge lontano.

    Le sabbie del tempo erose dal
    Il fiume del costante cambiamento.

    nanosecondo

    22 aprile 2011 at 4:11 pm


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