COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

oratorio su cairano

metto qui tutto l’ultimo capitolo di oratorio bizantino, tutto dedicato a cairano. quasi in tutte le recensioni uscite si è fatto riferimento a questo capitolo. in queste ore sto ancora difendendo queste parole, ma ho l’impressione che è uno sforzo vano. spero che ci sia qualcuno più capace di me di far capire agli amici di cairano che stanno prendendo una via sbagliata. dedico queste pagine a elda in primo luogo e a tutti gli amici che credono nella paesologia.

la rupe dell’utopia

Tutta la battaglia è culturale e passa per una profonda adesione al nostro territorio e alla nostra storia, per un profondo riconoscimento delle sue miserie e delle sue bel­lezze. Può fare del bene a questa terra solo chi crede in essa. Lo stupore, ecco un’inso­spettata e insospettabile nuova categoria della politica. Lo stupore di fronte al fatto che a dispetto degli scellerati decenni che abbiamo alle spalle, la terra c’è ancora e ora più che mai è il momento di rivolgersi al paesaggio, di guardarlo. Sembra poco, ma questo è già un gesto enorme, è già qualcosa che muove, che spinge. Una comunità si costruisce ad occhi aperti e giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Da Cairano al Belgio con Dragone

ella piazza principale di La Louviere, sulla cima del campani­le in mattoni, resi bruni da anni di esalazioni carbonifere, c’è un’enorme mezza luna. È la prima cosa che vedo quando scen­diamo dal Mercedes nero con i vetri fumé che è venuto a prenderci in ae­roporto.

La piazza è un grande quadrilatero delimitato da abitazioni a due o tre piani, brulica di attività per lo spettacolo del giorno dopo. Decido di fa­re un giro e vedo una lunghissima pedana che collega le due piazze prin­cipali, nell’altra è stato ricostruito un vero e proprio teatro barocco con una grande scena centrale, c’è un’orchestra che prova. Ci sono telecame­re dappertutto e centinaia di proiettori e luci, ci sono bambini vestiti di bianco che eseguono passi di danza.

Siamo in Belgio ma vedo facce e corpi fabbricati con dna meridiona­le. Sento un francese che ha le cadenze dei nostri dialetti. In questa zona ci sono più di trentamila irpini, ci sono più conzani o cairanesi qui che in Irpinia: al tempo delle elezioni gli aspiranti sindaci di Conza salgono da queste parti a fare i comizi.

C’è qualcosa nell’Europa continentale che non mi convince. Ti senti in un luogo in cui la storia ha fatto il suo lungo corso e ora pare non ci sia una direzione, è come se l’Europa tirasse avanti grazie alla sua efficienza, ma fosse priva di un cuore caldo. Mi pare che manchi la lietezza e lo sgo­mento, quasi che la vita fosse un eterno minuto di raccoglimento. Gi­rando per Bruxelles e anche per la bellissima Bruges mi manca la parti­colarissima congiuntura della nostra Irpinia dove la civiltà contadina si è direttamente incrociata con la postmodernità producendo sbalzi, fen­diture, squarci antropologici che alla fine rendono la nostra vita quoti­diana difficile ma non priva di intensità.

Franco Dragone lo abbiamo incontrato per la prima volta in luglio, dopo Cairano 7X, i sette giorni dedicati alla decrescita felice che lui ha voluto promuovere e finanziare nel paese dal quale, a sette anni, era an­dato via con tutta la famiglia.

Da subito mi aveva dato l’impressione di essere un uomo speciale, capace di straordinari e di una grandissima umiltà, un irpino atipico, una mescola di operosità nordica e di sensuale oniricità bizantina. In quell’incontro ci aveva invitati, come comunità provvisoria, ossia co­me ideatori ed organizzatori di Cairano 7X, a La Louviere per la fine di settembre. Qui, ogni due anni, si svolge un evento voluto da lui, De­crocher la lune, uno spettacolo tutto dedicato a questa città di circa ven­timila abitanti.

La Louviere sta nel distretto minerario belga, quello reso famoso dai tristi fatti di Marcinelle, quello che ha fornito carbone all’Italia per anni in cambio di manodopera, di braccia, siciliane e irpine soprattutto. La cri­si è arrivata anche qui, qualche anno fa, ed è arrivata la disoccupazione, ma, insieme a tutto questo, è arrivato anche un uomo come Dragone. Nel suo paese di adozione ha voluto collocare il quartiere generale delle sue attività, un ufficio con circa cento dipendenti, tutti giovani, molti resi­denti del posto, e poi architetti, informatici, scenografi, costumisti, alcu­ni dei quali trasferitisi qui dagli Stati Uniti, dal Canada, impegnati a rea­lizzare le spettacolari visioni che Franco porta in tutto il mondo.

Abbiamo la fortuna di dormire in un albergo proprio nella piazza cen­trale. La prima sera la passiamo a guardare le prove generali dello spetta­colo, una performance nell’evento, un meccanismo perfetto di luci, suo­ni, corpi che danzano a decine di metri di altezza. Un’artista compie del­le straordinarie evoluzioni sulla facciata del campanile. È sospesa a un fi­lo di acciaio, ma sembra che voli, che cammini in verticale sui mattonci­ni, ogni tanto salta e pare quasi che vada a sbattere vicino al muro, inve­ce si ferma a mezz’aria e riprende a danzare.

Dragone quest’anno ha voluto uno spettacolo che avesse al centro i cittadini di questo paese: sono state scattate centinaia di fotografie, im­magini di bambini in bianco e nero, foto dalle quali intuisco immedia­tamente le differenti etnie; verranno proiettate sui muri dei palazzi, fa­ranno da sfondo a tutto il percorso.

Gli alberi del paese sono decorati con disegni, ritratti realizzati dagli scolari, ritratti delle mamme, dei nonni, dei papà, linee essenziali su car­toncini bianchi, ritratti che diventeranno maschere da indossare la sera dello spettacolo.

Sancho, un enorme pupazzo mosso da cinque persone, deve ac­chiappare la luna, come il nostro Marcoffio, personaggio della cultura popolare irpina, per farlo ha bisogno di guide, di indicazioni, ha biso­gno dell’aiuto di tutti. Deve arrampicarsi sul campanile e raggiungere il suo sogno.

La sera dello spettacolo a La Louviere ci sono trentamila persone in piazza, sono venute dal Belgio, dalla Francia, dall’Olanda, una massa si­lenziosa e composta che si diverte e partecipa a tutto quello che succede, migliaia di persone per due ore con il naso all’insù a guardare le acroba­zie degli artisti e il sogno di Dragone.

Franco Dragone è sicuramente l’irpino più famoso nel mondo, le Cir­que du soleil è solo una delle sue creature. Eppure, quando gli parliamo, quando lo incontriamo, è sempre lui a farsi avanti, a ringraziare, a met­tere a proprio agio gli ospiti. Ha una sua dolcezza particolare, parla un italiano familiare, che sa di casa, di infanzia, che sa di immaginazione e di fatica.

Ci dice che, senza investimento nella cultura non può esserci nessuno sviluppo economico, ci parla di Zizek, nomina Barbiana (quanto tem­po è che non sento più parlare di don Milani in Italia?), sogna di scuole primarie di alta formazione che facciano concorrenza alle scuole dei pae­si vicini, ci ascolta senza interrompere, non impone un suo modello, vuo­le che le prossime Cairano 7X siano il frutto di un lavoro e di un proget­to comune, crede, e si vede, nell’utopia, nel pensare in grande per la no­stra terra.

Nelle sue parole, nel suo modo di guardare a Cairano non c’è nessun paternalismo, nessuna commiserazione nostalgica, c’è, invece, l’idea del­l’eccellenza, l’idea che questa terra possa divenire centrale e smettere di essere considerata isolata, dimessa. C’è un orgoglio che vorrei sentire ne­gli irpini che la abitano e che, troppo spesso, se ne vergognano. C’è una lezione fortissima, che Dragone ci trasmette con mitezza e con candore, l’idea che solo cambiando i modi di fare e di pensare si può cambiare dav­vero, e cambiare non vuol dire svendersi, mercificarsi, ma proporsi per ciò che si è, per la propria specificità, per il proprio valore.

La lune est là recita il grande striscione che i bambini di La Louviere mostrano a Sancho; sì, penso anch’io, la luna è là, dove noi vogliamo ve­derla, dove nessuno pensa che sia, dove, per cercarla, bisogna arrampi­carsi e sudare.

È là la luna, sulla rupe di Cairano.

Idea di Cairano

è una desolazione che è anche beatitudine. C’è un paese pian­tato come un meteorite nell’Irpinia d’Oriente, un paese che guarda a un mare d’erba, ai monti Picentini, alle alture luca­ne. Cairano guarda a sud dalla sua rupe. Non ci sono cose da vedere, nel senso strettamente turistico del termine, eppure da Cairano si vede mol­to. Bisogna arrivare alla sua nuca silenziosa: il paese ha letteralmente la testa tra le nuvole.

Cairano come luogo d’intreccio, capitale dei confini. Ogni arte, ogni persona si sporge sul bordo di se stessa, si pone in bilico, in ascolto di al­tre arti, altre persone. Portiamo a Cairano chi lavora per la bellezza, chi ancora crede al mondo come a un luogo per amare ed essere amati. Non si viene qui per esporre le proprie mercanzie artistiche o dialettiche e an-dare via. Non si viene qui per fare un numero, per eseguire uno spartito confezionato altrove.

Non è un festival, non è un evento, è una cerimonia dei sensi, una fe­sta del silenzio e della luce, un cantiere delle arti e del buon vivere. Arti­sti, architetti, archeologi, artigiani, poeti, musicisti, teatranti, registi, ga­stronauti, pensatori, contadini, nullafacenti, tutti insieme, tutti a in­trecciare i fili di un nuovo modo di abitare i luoghi. È un’esperienza per i liberi, per i non affiliati, per chi sente il dolore e la bellezza di stare al mondo.

Una possibile avanguardia

Occidente è dominato da passioni fredde e l’Irpinia da que­sto punto di vista è un luogo d’avanguardia. Non stiamo peg­gio che altrove, semplicemente siamo meticolosi e assidui nel racconto dei nostri mali al punto che tutta la vita delle comunità è per­cepita come una sorta di calvario.

Cairano 7X è un’idea semplice, ma molto ambiziosa: pensiamo che da qualche parte si deve far strada un nuovo umanesimo e pensiamo che le montagne siano il posto giusto. Chiamo questo umanesimo Paesologia, una disciplina che guarda ai paesi come sono e come pos­sono diventare, piuttosto che pensare a come erano, attività tipica dei paesanologi.

Viviamo in un momento di passaggio senza la percezione che que­sto passaggio possa portarci in un tempo migliore. Il dolore, se pro­prio è inevitabile, deve essere un dolore che obietta, che combatte. E la nostra è proprio una serena obiezione all’esistente. Vogliamo pren­derci cura di noi stessi, leggere, parlare, ascoltare, passeggiare, sentire buona musica, scolpire, fotografare, scrivere. Vogliamo prenderci cu­ra dei nostri luoghi, guardarli con attenzione e portare altre persone a guardarli con attenzione.

I nostri paesi sono amministrati dalla rassegnazione e si continua ad attendere da fuori cose che forse in essi già ci sono. Abbiamo la gran­de cornice del silenzio, abbiamo l’aria buona dell’altura. Sono neces­sarie premesse per una buona vita. Poi magari verrà anche quello che si chiama sviluppo.

A noi per adesso basta raccogliere chi si muove su una linea di fer­vore, chi crede all’ebbrezza più che al denaro.

Cairano 7X è molto più che un festival, è la vita che prende un’altra forma, è la giornata che fila lontana dai soliti impicci, in un clima di cordialità e di generosità (anche il cibo sarà un dono preparato con cu­ra dai migliori cuochi irpini).

Il Nord è fermo, dalle grandi capitali europee non spira alcun ven­to. E allora ogni luogo può essere centro. E allora un piccolo paese del Sud può farsi luogo in cui si producono idee e visioni del mondo. Que­sto è lo spirito di Cairano 7X. Non siamo accaniti al contingente ma è chiaro che il nostro lavoro è anche un modo per sollecitare politiche per le zone interne e montuose. Oggi la politica è tutta costruita co­me se il mondo fosse fatto solo di città e pianure. Chiaramente il ful­cro di queste politiche non può che essere di tipo ambientalista. Og­gi le zone di montagna sono zone tristi, sono luoghi concepiti per pas­sarci giusto una giornata, una Pasquetta o Ferragosto, e non per co­struire una società fondata su nuove visioni. Il legame degli uomini col mondo si è rotto. Se c’è un luogo dove si può provare a ricostruir­lo è proprio la montagna. Cairano 7X da questo punto di vista è una prova di fiducia. Siamo convinti che in pochi anni quello che adesso sembra utopia diventerà senso comune.

Per un umanesimo delle montagne

airano è sempre stato un paese isolato, isolato dal mondo, ma anche dall’Irpinia. Dai paesi vicini nessuno ha mai sentito l’e­sigenza di andarci. Questa condizione di esilio dai traffici usua­li è resa più evidente anche dallo stato di abbandono delle strade di ac­cesso al paese.

La nostra idea sin dal principio non è mai stata quella di portare la mo­dernità su questo meteorite che guarda tutta l’Irpinia. Abbiamo pensato e voluto che venissero qui le persone capaci di avvertire le tante pieghe di cui è formata la modernità incivile che ha raggiunto gran parte dei no­stri luoghi. Ieri, tornando a Bisaccia dopo otto giorni vissuti a Cairano, ho provato un senso di pena per il mio paese. Mi è parso inutilmente traf­ficato. Impressione ancora peggiore l’avrei avuta, credo, attraversando Lioni o Grottaminarda. Il paradosso è questo: l’Irpinia è bella dove gli ir­pini sono andati via o sono rimasti in pochi. Penso a Trevico, a Greci, a Monteverde, a Senerchia. Penso ai posti più appartati, quelli che ho chia­mato i paesi della bandiera bianca. Di sicuro oggi Cairano è la capitale di questi paesi. È il luogo ideale per provare a far germogliare un nuovo uma­nesimo, l’umanesimo delle montagne. Si tratta di mettere sottosopra, di capovolgere punti di vista, posture, modi di stare al mondo. Intanto Cai­rano non è un oggetto ma un soggetto: bisogna voltare le spalle al Sud pensato come luogo di arretratezze, pensiero confezionato altrove, e pri­vilegiare un Sud che pensa se stesso, che parte da se stesso. È un rovescia­mento decisivo, dal quale ne conseguono molti altri. Il pensiero usuale è basato su questo sillogismo: piccolo paese, piccola vita. La vecchia mo­dernità ha preso il largo svuotando le campagne. La paesologia rovescia il sillogismo: piccolo paese, grande vita. Chi ha stabilito che nei posti pe­riferici ci debba essere posto per le discariche e non per centri di ricerca, per punte avanzate del pensiero e dell’arte? So bene che oggi la vita nei piccoli paesi è assai difficile. So bene che a Cairano quest’anno ha chiu­so anche la scuola elementare. Non spetta a noi produrre politiche che diano un’economia ai paesi morenti. Forse ci vorrebbe un ministero per le montagne, al posto della defunta cassa per il mezzogiorno ci vorrebbe una cassa per l’Appennino. Non è però solo questione di soldi. Ci vo­gliono idee. Una prima idea è quella di respingere le tentazioni paesano­logiche. I paesi non si salvano tornando indietro, dal campanile non si può trarre alcuna linfa. La linfa sta negli intrecci, nelle relazioni, e a Cai­rano per sette giorni è accaduto proprio questo: il paese che è sempre sta­to il simbolo dell’isolamento ha visto volti, parole, scambi, idee intrec­ciarsi fra loro. Si può guardare avanti e indietro senza per questo cadere in atteggiamenti velleitari o nostalgici. Armin Linke ci ha parlato della percezione del mondo che viene dalle fotografie satellitari elaborate a Ma­tera il giorno successivo a quello in cui Luigi Di Gianni ci aveva mostra­to le immagini della Lucania negli anni cinquanta.

Qualcuno può pensare che non abbiamo una meta precisa ed è un’os­servazione di cui siamo contenti. Per noi l’opzione non è tra il locale e il globale, ma tra la generosità e l’avarizia. Sono generosi quelli che hanno raggiunto Cairano, quelli che hanno preso a loro spese aerei e treni per stare qualche giorno con noi. Sono avari quelli che stanno qui e non han­no sentito il bisogno di venire a vedere cosa stava accadendo. Il nostro obiettivo non era quello di riempire il paese di gente. La Comunità prov­visoria non è un’agenzia turistica. È un luogo per far germogliare pensieri intorno all’Appennino.

Non so se è veramente utile pensare a una nuova regione che va dal Pollino alla Maiella, ma so di sicuro che le regioni esistenti sono gabbiette per uccelli morti. L’Irpinia è in mezzo al Mediterraneo, è un luogo che ha sempre vissuto di transiti e tutte le visioni separatistiche sono profon­damente sbagliate. Non si tratta di rinnegare la modernità, ma di muo­versi nelle sue pieghe. Forse quello che non si può più fare a Milano si può ancora fare a Cairano. Si può provare a spendere il proprio tempo ai margini della pressione esercitata dal modello della produzione e del con-sumo. A Cairano non ci sono negozi e anche prendere un caffè è un’im­presa. Questa penuria e questa lentezza alla fine lasciano il tempo per al­tro, per guardarsi intorno, per guardarsi dentro. Probabilmente ciò che funziona per una settimana non funziona per un anno. Ma l’importan­te è tracciare una via tra le altre. Non è che tutti debbano venire a Caira­no o in Irpinia. Semplicemente si può costruire una declinazione ulte­riore della modernità in cui l’aria buona e il buon cibo abbiano più valo­re del Pil, una modernità che considera inutile e volgare una politica sen­za cultura. Una modernità che sappia conciliare l’utopia meridiana e lo scrupolo nordico.

Museo dell’aria

a prima realizzazione di Cairano 7X è il Museo dell’aria. Ha sede sulla rupe, sulla nuca del meteorite che spunta nella valle dell’O­fanto, tra il Formicoso e la Sella di Conza. Il museo non ha arre­di, non ha custodi. Per istituirlo ci siamo avvalsi unicamente della nostra immaginazione. Ci sono tanti musei in giro, spesso sono inutili. Non esi­steva un Museo dell’aria, un luogo cioè dove le persone possono andare non per vedere qualcosa ma semplicemente per sentire che la nostra vi­ta si svolge nell’aria e che non c’è niente al mondo che sia più importan­te dell’aria. L’aria è come il mare, non è mai ferma. L’aria non è mai no­stra, viene sempre da qualche parte. Certe volte quando d’estate soffia il vento da nord-est, io sento in quel filo di freddo il respiro di una coppia che si è baciata poche ore prima a Sarajevo, vedo gli occhi di un’anziana donna affacciata alla finestra a fiume. L’aria è un dono che contiene tan-ti altri doni. Dovremmo ricordarcelo ad ogni respiro, ogni volta che ci entra nei polmoni il giro del sangue è più lieto, i pensieri si fanno appe­na più chiari. Il mondo vive perché è circondato da un filo d’aria, ma noi ce lo scordiamo, perché l’aria non l’abbiamo fatta noi, non è una mac­china, un telefono, un cuscino. Il Museo dell’aria a Cairano non dispo­ne neppure di un cartello segnaletico o di guide. È un museo virtuale, na­sce nella testa di chi sale alla rupe, non ha orari di apertura e di chiusura. Non appartiene allo stato e neppure ai privati. Appartiene a chi sa stare all’aperto, a chi sa di essere una piccola parte di questo vorticare perenne a cui stanno appese le piccole scene della nostra vita e di quella degli al­tri. L’aria è una bestia colossale e generosa, dà la vita a noi e alle formiche, ai cani e alle piante. Il museo di Cairano è la nostra forma di devozione a questa bestia invisibile e senza forma. Forse quello che chiamiamo dio è semplicemente l’aria ed è un dio a cui ci piace credere, è un dio che ha tanti fedeli inconsapevoli e tante chiese, una per ogni polmone, per ogni acquasantiera del respiro.

Written by Arminio

10 maggio 2011 a 10:04 pm

Pubblicato su AUTORI

6 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Bravo Franco: questo è il nostro cuore,la nostra anima, la nostra mente ….il nostro stile di vita!
    mauro

    mercuzio

    11 maggio 2011 at 7:16 am

  2. eppure è proprio adesso il momento di dire SI’ a tutto e a tutti.
    a dragone, d’angelis, proloco, cda, saggi, consiglio comunale, regione campania…
    Dire sì anche a quello che non ci viene richiesto e dirlo perché lo prevede lo statuto, quello che leggete estesamente in epigrafe.
    roba sofisticata, siamo in pochi a poter fare a meno di notai e ragionieri…

    paolo

    11 maggio 2011 at 8:22 am

  3. a franco,
    scusami, ma devo ringraziarti di nuovo per questo articolo.
    “…Forse quello che chiamiamo dio è semplicemente l’aria ed è un dio a cui ci piace credere, è un dio che ha tanti fedeli inconsapevoli e tante chiese, una per ogni polmone, per ogni acquasantiera del respiro…”

    ecco il segno che stavo cercando, quella cosa che ossigena davvero l’anima.
    rimani davvero una bella scoperta.
    buona vita e buona scrittura…

    stefano

    stefano lucarelli

    11 maggio 2011 at 11:56 am

  4. Quoto Paolo al 100%. Che si riprenda il cammino, infine.

    Salvatore D'Angelo

    11 maggio 2011 at 12:05 pm

  5. Quoto Paolo al 100%. Che si riprenda il cammino, infine.

    Salvatore D’Angelo

    soter54

    11 maggio 2011 at 12:08 pm

  6. lo statuto…

    mi viene in mente quello dei lavoratori che è stato stracciato dopo quarantanni dal Governo in carica…

    come sta per essere stracciata la Carta Costituzionale alla quale aveva attentato già il Governo D’Alema nel 1998 stravolgendo il titolo quinto della medesima…

    con la formula”è tempo di adeguare la Carta ai Tempi”

    è in atto lo stravolgimento di ogni valore , di ogni principio, di ogni sentimento ,di ogni regola.

    Invito Paolo e Salvatore ad introdurre “quotazioni” in maniera appropriata. Qui non siamo in borsa e non si comprano o vendono “tituli”.

    Che sia chiaro una volta per tutte.

    Qui non siamo al mercatino delle pulci”.

    Qui si fa Cultura e si parla di Cultura.

    Chi ha talento emerge, chi non vale viene accolto ma come uno spettatore , un semplice invitato.

    In questo contributo vi è l’essenza del Manifesto arminiano che abbiamo letto nel Post.

    Altro che Statuto: piuttosto il Manifesto della Comunità Provvisoria, parafrasando Karl Marx che abbiamo riposto in soffitta, come era giusto.

    Absit Absit Absit

    Cum grano salis

    Cuius Regio Eius Religio

    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    12 maggio 2011 at 4:24 am


I commenti sono chiusi.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: