COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

isaia sales sul regionalismo campano

mi auguro che si sviluppi un bel ragionamento su questo pezzo di isaia sales. riprendiamo la via del confronto sul futuro. sales sarà con me e con angelo verderosa, dario bavaro e gianni marino ad avellino il prossimo 19 maggio per parlare di oratorio bizantino

°°°°

Il nostro regionalismo non è stato altro, finora, che la somma della sufficienza con cui i napoletani guardano al resto della Campania e della diffidenza dei non napoletani verso la città capoluogo. A quarant’anni dalla nascita della Regione non abbiamo fatto dei significativi passi avanti rispetto a questo gretto reciproco sguardo. Noi “campani” non ci conosciamo e, cosa ancora più grave, non riconosciamo in fondo di poter risolvere i nostri problemi in una comune strategia. La vicenda dei rifiuti è stata ed è emblematica da questo punto di vista. Essa è la cartina di tornasole di tutti i limiti e i difetti del nostro stare insieme e, al tempo stesso, delle potenzialità di un altro modo di intendere la Campania, di una interconnessione meno strumentale di territori diversi e lontani. Aver immaginato di utilizzare il territorio circostante la città di Napoli come luogo appropriato per liberare la città dall’immondizia (con discariche e con grandi impianti di smaltimento) è stato un errore fatale; pensare oggi di allungare lo sguardo verso i territori incontaminati dell’Irpinia per cercare nuove discariche e nuovi siti a disposizione dei problemi di Napoli è un errore ancora più grave. Com’è possibile che Napoli e la sua classe dirigente (non solo quella politica) non sappia guardare al resto della regione se non come area di servizio per i suoi problemi? E non sufficientemente avvertiti dalle rivolte antinapoletane del territorio metropolitano (da Acerra e Giugliano, a Terzigno e Boscoreale), si vuole provocare anche la saldatura completa di tutto il resto della Campania contro Napoli? Che miopia! Vogliamo un attimo fermarci a riflettere su ciò che è già avvenuto ed evitare ulteriori colpi al nostro debole regionalismo, al nostro fragile stare insieme?
Certo, sembra rispondere al buon senso ipotizzare che per installare grandi servizi di civiltà si usino le aree meno abitate, soprattutto quando si tratta di rifiuti. Chi di noi, attraversando l’autostrada Napoli- Bari, non si è chiesto almeno una volta perché non siano stati costruiti lì quegli impianti che hanno causato tante reazioni popolari nei territori sovraffollati dell’area metropolitana. Questo “buon senso”, che sento molto diffuso in questi giorni tra i napoletani che frequento, nasce però da una percezione superficiale delle caratteristiche del territorio regionale. E ha il difetto di separarli ulteriormente anziché unirli nelle difficoltà.
Napoli, città sovraffollata all’interno di un ristretto spazio urbano, ha via via spostato il suo baricentro verso le aree circostanti occupando quel territorio con le sue esigenze, colmandolo con i suoi problemi, devastandolo con i suoi bisogni. Ciò ha comportato tre conseguenze disastrose: la perdita del mare e la fine del “miglio d’oro” ad est, la devastazione dei Campi flegrei ad ovest, la formazione di un’unica sterminata e criminogena periferia a nord. Possiamo e dobbiamo immaginare come diversamente sarebbe andata la nostra storia se tra Castellammare di Stabia e S. Giorgio a Cremano si fosse mantenuto il mare pulito, se non si fossero assediati di case gli scavi di Ercolano, Oplonti, Pompei e Stabia, se le ville vesuviane fossero state un nostro bene comune. Oppure pensiamo ai Campi flegrei senza la folle febbre del costruire (per ospitare ciò che non era più contenibile dentro Napoli) attorno a una delle meraviglie dell’umanità per storia e ambiente, che in qualsiasi altra parte del mondo sarebbe stata una miniera di opportunità e un accrescimento identitario. E che dire dell’area nord? Come è stato possibile trasformare quella che già all’epoca di Nitti era una “corona di spine” in un bosco di case allineate una all’altra, quasi “infelici” di stare attaccate tra di loro? Si è fatto un disastro, si è costruito un deserto brulicante di cemento e lo si è chiamato “area metropolitana”. Non si vuole trarre nessuna lezione da tutto ciò? Possibile che non ci si renda conto che vampirizzando il territorio attorno, Napoli si è bevuta il suo stesso sangue? Il “traboccamento” di Napoli è  stato come una lenta eruzione di degrado che non scende dalla montagna ma si propaga su se stesso in pianura. Mentre si costruivano case e centri commerciali si demoliva la vita civile e sociale e la stessa identità di singoli paesi e città. Nell’area metropolitana di Napoli “è più palese che altrove il delirio degli uomini che hanno circondato l’ambiente più che esserne circondati”, per usare le parole di Franco Arminio.
Tutt’altro andamento è avvenuto nelle aree interne della Campania, in sintonia sostanziale con quanto si è verificato in tutto l’Appennino meridionale (Abruzzo, Molise, Basilicata, esclusa la Calabria). Fuori dai grandi conflitti sociali dell’area costiera, segnate dall’assenza di grandi e medie città e da una popolazione più diradata, le aree interne hanno conosciuto una crescita più lenta, più stabile e più duratura, conservando al tempo stesso un rapporto con lo spazio e l’ambiente  inimmaginabile nell’area metropolitana. Nonostante i guasti dovuti al ciclo edilizio dopo il terremoto del 1980, l’osso descritto da Rossi-Doria 50 anni fa ha dimostrato di avere più “polpa” delle aree costiere. La fine della civiltà contadina, così come era stata descritta da Carlo Levi, ha coinciso certo con una perdita di tradizionali punti di coesione del mondo precedente, ma non ha prodotto i guasti dell’area metropolitana. La lentezza storica della “grande trasformazione”si è svolta, tutto sommato, con un equilibrio con l’ambiente circostante, con la tenuta della civiltà dei paesi, con minori “salti” sociali ed economici. Il dinamismo non ha prodotto totale sradicamento sociale e culturale. Arminio ci ha parlato nei suoi libri della desolazione del dopo terremoto, ma la desolazione morale è altra cosa dal degrado urbano. Nei due territori il rapporto con lo spazio è radicalmente diverso: l’area metropolitana non sopporta i vuoti e dovunque c’è un’area libera la deve occupare con le case o i centri commerciali: è ciò che possiamo definire “cultura vesuviana”; nelle are interne gli spazi non sono intasati e il “vuoto” corrisponde alla natura, al verde, alla bellezza incontaminata di straordinari paesaggi.
Interconnettere queste due realtà ben distinte, sul piano storico, sociale, economico, geografico, è il cuore di una seria strategia regionalista. E’ la grande questione su cui sarebbe indispensabile una seria, approfondita discussione, fuori dall’emergenza di questi giorni, perché sull’emergenza si costruiscono altre tragedie al posto di risolverle. E’ certo che l’interconnessione non può avvenire a partire dai rifiuti, considerando l’Irpinia, il Beneventano o il Cilento solo lo sversatoio dell’area metropolitana. Il regionalismo non è la disponibilità degli spazi altrui; è invece considerare ciò che non si è verificato nelle aree interne (la saturazione) non un loro limite ma un loro capitale, una riserva, un retroterra civile, umano, ambientale da non consumare e annullare, ma da valorizzare e connettere positivamente con altri luoghi della stessa regione. Non possiamo esportare la “pedagogia del disordine”. E, in ogni caso, se il regionalismo è un comune farsi carico di problemi collettivi, un dislocare opportunamente servizi che interessano tutti in uno spazio che è di tutti, perché partire solo dai rifiuti?
Come si può pensare, ad esempio, di portare l’immondizia nelle aree interne e chiudere i suoi ospedali?  Insomma, l’Irpinia (o il Cilento, gli Alburni, il Beneventano) vanno bene per i rifiuti perché poco abitati e con grandi spazi a disposizione, ma se si discute di sanità o di scuole o di metrò del mare o di uffici allora il fatto di essere in pochi (e di avere una popolazione dilatata) diventa una punizione, un limite, un handicap. Il piano sanitario (o quello scolastico o quello dei trasporti) può avere dei parametri diversi da quelli dei rifiuti? Che logica è quella per cui se sono in pochi a Bisaccia o a Roccadaspide gli togli l’ospedale, ma gli porti i rifiuti per il fatto che sono in pochi ad abitare un territorio vasto? E’ serio tutto ciò?
Insomma il problema dei rifiuti non è una cosa a parte del grande discorso sui servizi in una Regione così diversa per storia, per territorio, per esigenze, per qualità dell’ambiente e della vita. La differenza è che i piccoli comuni esistono oggi solo nelle aree interne, e le medie e grandi città nell’area metropolitana. Se i servizi alla persona si decidono solo sulla base del numero di abitanti e dei potenziali utenti non esiste più parità tra ogni cittadino campano al di là del posto in cui ha deciso di abitare. Se la logica del risparmio sanitario porta a rendere diverso un infarto a Lacedonia rispetto a Napoli città, non si può minimamente pensare che ciò non incida sul resto. Vanno affrontati insieme i problemi dei grandi servizi sociali alle prese con risorse scarse, non si può affrontarli separati l’uno dall’altro. Nella separazione si crea uno squilibrio inaccettabile: il criterio della popolazione diventa vincente per alcuni e perdente per altri. Dove si vuole arrivare? A scoraggiare chi vive nei piccoli paesi e nelle zone lontane da Napoli o dai capoluoghi? Sarebbe migliore la Campania se venissero tutti a vivere in pianura e sulla costa? E sarebbe migliore la nostra vita se ogni tanto non avessimo la possibilità di conciliarci con l’ambiente godendo del mare e del verde dell’Irpinia e del Cilento? Fino a quando Napoli non farà la sua parte per i rifiuti, fino a quando sarà impossibile togliere il policlinico dal centro storico ma possibile chiudere l’ospedale di Bisaccia, possiamo solo aspettarci guai da queste scelte e non comune condivisione dei problemi. I guasti della sanità ci sono stati ( e anche di più, a volte) nelle aree interne, ma colpire quei guasti non vuol dire chiudere gli ospedali.
In conclusione se si vuole che le aree interne contribuiscano ai problemi del sovraffollamento dell’area metropolitana, dobbiamo ripensare totalmente la logica che sovrintende la gestione di tutti i servizi. I territori che si sono salvati dal degrado urbano vanno tutelati come un grande patrimonio di tutti i campani. E se si deve chiedere un loro contributo, lo si faccia senza protervia e sufficienza.

Written by Arminio

17 maggio 2011 a 1:03 pm

Pubblicato su AUTORI

9 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. questo testo di isaia è esemplare. spero che lo leggano tutti gli amici della cp.
    i testi li mettiamo qui perchè siano letti e questo tocca il cuore delle nostre vicende.

    Arminio

    17 maggio 2011 at 9:11 pm

  2. Magnifica analisi che stura le orecchie e leva le cataratte alla classe politica campana (in toto e da di mezzo secolo volutamente colpevole) che ha badato solo ad autoreferenziarsi nella cancrena di una politica intesa come privilegio per affari non sempre eticamente ammissibili e…corretti… Gaetano Calabrese.

    Gaetano Calabrese

    17 maggio 2011 at 10:24 pm

  3. Commento al Post dell.On.le Prof Sales impaginato per i lettori del Blog da FA

    >>> Viviamo in’epoca drammatica che usa parole e toni drammatici.

    La parola “problema” è la più disperante poichè tende ad elevare a ” problema” ogni questione ed opinione comunicandogli un sospetto di insolubilità.

    Viviamo circondati da problemi superflui che non si porrebbero neppure se si avesse il coraggio di cambiare la parola, il lemma, per definirli in maniera corretta ed appropriata.

    Ma non si “osa”!

    La smania è il paradigma della “commedia all’italiana”

    Dopo il neorealismo, e la commedia, si è passati alla vita in diretta, al mix realtà-finzione: il Kaos.

    Avere smanie è un desiderio vivissimo, la forma migliore dell’impazienza.

    Avere smania ed essere smaniosi è tutt’uno…

    Chi si indigna per un desiderio “qualsiasi” ne smania pure,ovviamente.

    Ma la smania puo’ anche essere negli atti esterni piuttosto che nell’ardore interno…

    Questo dipinge situazioni psicologiche attuali che pretenderebbero divenire “problemi”

    Se le chiamassimo “smanie” ci apparirebbero sotto una
    luce più giusta.

    Salendo nei livelli della Società, altri desideri diventano “problemi” come quello della casa, della villa e delle pertinenze connesse, dello smaltimento dei rifiuti e della Tutela della Salute.

    Poi c’è il problema dei Giovani, dei nostri Figli.

    Quello è il Problema.

    Come si fa a parlare dei “guasti della sanità” nelle aree interne della Regione Campania, cioè in Irpinia per esempio, senza aver gestito i processi e tentato di risolvere i “problemi” che scelte “politiche” scellerate hanno determinato?

    Quali sarebbero i “territori” che si sono salvati dal degrado urbano?

    Ma l’On.le Sales conosce per caso il “territorio irpino” come a suo tempo lo aveva “conosciuto” l’Autore dello slogan” polpa ed osso???

    Ma di cosa si sta parlando???

    Ci si rende conto che nel l980 ci fu un terremoto che distrusse un Ospedale( Sant’Angelo dei Lombardi) seppellendo medici e pazienti e che in “fretta e furia” si provvide ad aprirne un altro, in costruzione( non collaudato), non ancora completato (che oggi si vorrebbe riconvertire), senza neppure l’intonaco alla facciata (per non parlare della protezionistica, del rischio anti incendio e della sicurezza dei malati e del personale), ubicato nel Paese il cui Sindaco sarebbe stato anche Ministro del Mezzogiorno con delega alla Ricostruzione post terremoto!!!!!

    Cosa sarebbe “la logica che sovrintende la gestione di tutti i servizi” che bisognerebbe ripensare???

    Per cortesia, per Amore di “Verità” storiche recenti, non si faccia della sociologia interpretativa a buon mercato, spicciola.

    Le Analisi hanno bisogno di approfondimenti, di autocritica ma anche di Proposte concrete condivisibili.

    Saluto ossequiosamente l’On.le Sales e rendo omaggio alla mMmoria del compianto Sen. Prof Rossi Doria, ma

    sempre “cum grano salis”.

    Sit venia verbo ovvero Absit iniuria verbis.

    Grazie dello spazio concessomi.

    Rocco Quagliariello fu Francesco.

    rocco quagliariello

    18 maggio 2011 at 6:25 am

  4. Chi lascia la città, e arriva in una terra come l’irpinia d’oriente, corre il rischio d’inciampare. C’è troppo spazio e troppo tempo tra un passo e l’altro.
    Gli occhi si affaticano presto, qui la dimensione vicino-lontano è uno stato d’animo, spostare lo sguardo in un’altra direzione provoca una nuova messa a fuoco sia del paesaggio sia di chi sta guardando.
    Da lontano,con le sue mani, la città può incidere su un cuore malato, ma ha bisogno di approssimarsi a questa terra per trovare il coraggio,accarezzandolo, di dire:< È anche mio questo fiore di cardo-.

    fabnig

    18 maggio 2011 at 8:48 am

  5. ecco, queste sono parole che uno di città difficilmente riuscirebbe a scrivere

    arminio

    18 maggio 2011 at 10:30 am

  6. Il testo di Isaia Sales è sintetizzabile nella chiosa di Fabnig laddove dice “È anche mio questo fiore di cardo”. Perchè questo dice Sales, questo è tutto il senso del suo dire. Già un anno fa affrontammo questa discussione, sviluppatasi in margine alla lotta contro la chiusura dell’Ospedale di Bisaccia. C’era chi (il sottoscritto, Mario Perrotta, Michele Citoni e tanti altri) dicevano a chiare lettere che occorreva RIPENSARE TUTTA LA POLITICA AMBIENTALE (CICLO DEI RIFIUTI) e SOCIO-SANITARIA (apparato dei servizi, delle industrie) attuata nella nostra Regione e dispigatasi sul territorio. C’era chi (il sottoscritto, Mario Perrotta e tanti altri) diceva che i territori dovessero contribuire su base paritaria a ridefinire questa nuova programmazione, basata NON SULLA CHIUSURA dei servizi sui territori considerati “marginali”, ma DELOCALIZZANDO e DECONGESTIONANDO quelli nell’agglomerato urbano-costiero verso l’interno, rafforzando la rete trasporti ed eliotrasporto a fini sanitari. Si diceva di pensare INSIEME un ciclo virtuoso di produzione e smaltimento dei rifiuti su base ecologica e sul forte sviluppo della differenziata. La Paesologia stessa è ricca di queste indicazioni fondate su uno “sguardo nuovo”.Fa piacere che un ottimo intellettuale “metropolitano” quale Sales abbia assunto questa visione. Vuol dire che lo sguardo “paesologico” ( sinergico, aperto, non paesanologico,clemente, comprensivo, non etnicamente chiuso, ottuso) incomincia a fare breccia nei territori del “pensiero e dell’agire politico”. L’ho sempre pensato e detto : esso E’ SGUARDO E PENSIERO EMINENTEMENTE POLITICO. DI TIPO NUOVO, ALTO, QUALIFICATO. MA SQUISITAMENTE POLITICO. Non è uno sguardo mistico.

    Salvatore D'Angelo

    18 maggio 2011 at 11:01 am

  7. Il testo di Isaia Sales è sintetizzabile nella chiosa di Fabnig laddove dice “È anche mio questo fiore di cardo”. Perchè questo dice Sales, questo è tutto il senso del suo dire. Già un anno fa affrontammo questa discussione, sviluppatasi in margine alla lotta contro la chiusura dell’Ospedale di Bisaccia. C’era chi (il sottoscritto, Mario Perrotta, Michele Citoni e tanti altri) dicevano a chiare lettere che occorreva RIPENSARE TUTTA LA POLITICA AMBIENTALE (CICLO DEI RIFIUTI) e SOCIO-SANITARIA (apparato dei servizi, delle industrie) attuata nella nostra Regione e dispigatasi sul territorio. C’era chi (il sottoscritto, Mario Perrotta e tanti altri) diceva che i territori dovessero contribuire su base paritaria a ridefinire questa nuova programmazione, basata NON SULLA CHIUSURA dei servizi sui territori considerati “marginali”, ma DELOCALIZZANDO e DECONGESTIONANDO quelli nell’agglomerato urbano-costiero verso l’interno, rafforzando la rete trasporti ed eliotrasporto a fini sanitari. Si diceva di pensare INSIEME un ciclo virtuoso di produzione e smaltimento dei rifiuti su base ecologica e sul forte sviluppo della differenziata. La Paesologia stessa è ricca di queste indicazioni fondate su uno “sguardo nuovo”.Fa piacere che un ottimo intellettuale “metropolitano” quale Sales abbia assunto questa visione. Vuol dire che lo sguardo “paesologico” ( sinergico, aperto, non paesanologico,clemente, comprensivo, non etnicamente chiuso, ottuso) incomincia a fare breccia nei territori del “pensiero e dell’agire politico”. L’ho sempre pensato e detto : esso E’ SGUARDO E PENSIERO EMINENTEMENTE POLITICO. DI TIPO NUOVO, ALTO, QUALIFICATO. MA SQUISITAMENTE POLITICO. Non è uno sguardo mistico.

    soter54

    18 maggio 2011 at 11:04 am

  8. Soter54, com’è chiaro dall’immagine in effige, sono io, Salvatore D’Angelo.

    soter54

    18 maggio 2011 at 11:05 am

  9. forse con sales e altri amici a cairano metteremo a punto un documento che poi girerà per la campania

    arminio

    18 maggio 2011 at 11:14 am


I commenti sono chiusi.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: