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la ginestrella delle mefite

La Ginestrella della Mefite                                              di Franca Molinaro

“C’è nel mezzo dell’Italia un triste luogo” tanto triste che gli antichi lo ritennero la bocca degli inferi dalla quale esalava il mefitico respiro di Aletto. Quanto c’è ancora del paesaggio virgiliano non si può stabilire, si è diradata la selva non è più visibile la spelonca, resta solo un modesto foro nell’argilla verde dal quale esce, come un soffione, gas sulfureo. C’è da dire che l’umanità, come i fanciulli, vede le cose a sua misura, pertanto, a digiuno di conoscenze, quel luogo potè essere descritto non senza esagerazione nell’Eneide. Non è da sottovalutare, però, il potere nefando del luogo in quanto, chi ha osato sfidare la sua natura, uomo o animale che sia, c’è rimasto secco.

Questo luogo è il più antico santuario dell’Irpinia e forse di gran parte del Meridione, le sue acque fangose hanno restituito testimonianze della nostra fiorente civiltà, dei suoi contatti con le due sponde e della sua religiosità. Oggi è un luogo frequentato da pochi cultori, o pochi pazzi, come mi dice qualcuno quando lo invito ad andare a visitarlo. Ma io ci torno periodicamente da buona pazza affascinata dai misteri della natura e della sua vegetazione.

Questa conca brulla, contornata da intrighi di Phragmites australis e coperta da un folto tappeto di Agropyrum repens, in questo periodo dell’anno si rianima e, proprio sotto il cartello che indica il pericolo di morte, s’illumina del giallo intenso di Genista tinctoria.

Son tornata più volte per verificare il tipo di vegetazione che caratterizza la Mefite ma, ogni volta, mio desiderio inespresso, era quello di veder finalmente fiorire la piccola ginestra per identificarla con certezza. La pianta è spontanea nell’ambiente mediterraneo collinare, in radure di boschi di querce, lecci e pini ma, in Irpinia è abbastanza rara.

La ginestrella è un arbusto caducifolio dal fusto eretto, alto fino ad un metro, ha foglie lanceolate, alterne e intere, sessili. I fiori ascellari, singoli, sono di un giallo intenso. Il frutto è un baccello compresso contenente alcuni semi velenosi, compressi, di colore verde scuro. La pianta contiene un isoflavone, la genisteina, isolato nel 1899; il nome del composto chimico deriva appunto dalla nominazione del Genere. L’isoflavone ha proprietà tintorie, dando pigmenti di colore giallo di buona stabilità, usati in passato per tingere la lana, il lino ed il cotone. In rimonta con l’azzurro-indaco estratto dalle foglie della Isatis tinctoria, veniva prodotto un verde molto stabile. Quest’ultima è presente, maggiormente, nel territorio di Carife lungo la provinciale 91 per Castel Baronia. I principi attivi sono due alcaloidi contenuti nei semi, la citisina e la sparteina, comuni anche ai semi di altre specie di Cytisus e Spartium.

Il nome del genere deriva dal latino “genu” e significa ginocchio per sottolineare la flessibilità del fusto, alcune specie, infatti, erano utilizzate per realizzare manufatti domestici.

L’avvelenamento può avvenire consumando i semi di questa pianta e procura dolori addominali, disturbi circolatori, convulsioni e infine paralisi respiratoria. Insomma, Mefite-ginestrella: cotail perfetto per chi vuol tentare un suicidio per avvelenamento, per chi è sereno di mente invece, un invito a visitare la Mefite e rispettare la dovuta distanza indicata dalle transenne. In un primo momento avvertirà l’odore nauseabondo di zolfo ma dopo poco, l’olfatto si abituerà e potrà lasciarsi affascinare dall’orrida bellezza di quel luogo misterioso, pregno di storia e di storie.

Written by A_ve

21 maggio 2011 a 5:30 pm

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